venerdì 30 dicembre 2011

Ragione da vendere!

"Quando non si faceva uso del termine 'evento', succedevano veramente tante cose."
(Franca Valeri a Mario Calabresi in Cosa tiene accese le stelle, Mondadori 2011)

mercoledì 28 dicembre 2011

Semifreddo decisamente natalizio

E lasciamo stare il fatto che ancora sconto i postumi di una gastroenterite e a Natale ho mangiato cinque cappelletti che facevano il pediluvio (vergognandosene molto) in mezzo mestolo di brodo e una briciola di cappone lessato con un filo d'olio... Comunque, se in questi giorni vi è avanzato del torrone e non volete rovinarvi ponti e otturazioni vi do una ricettina. Inutile dire che è di una semplicità disarmante (se volete dell'alta cucina... non chiedetela a me!), però ai miei piace e spero piaccia anche a voi.

250 g di torrone friabile alle mandorle;
400 ml di panna fresca;
1 confezione di savoiardi morbidi;
1 moka da 4 di caffè.
Armatevi di pazienza e spezzettate finemente il torrone. Se riuscite a farlo a mano, vi ritroverete bricioline del suddetto appiccicate ovunque, ma il semifreddo sarà più croccante. Altrimenti andate di frullatore.
Fate il caffè, poi versatelo in un piatto fondo. Montate la panna a neve, mescolate panna e torrone, finché non avrete una crema piuttosto omogenea. Foderate uno stampo con i savoiardi morbidi tagliati a metà e intinti velocemente nel caffè e ricoprite con la crema al torrone. Mettete in frigo un'oretta prima di servire.
Varianti: se vi è avanzato del torrone ricoperto di cioccolato... la faccenda si fa molto più interessante. In mancanza, si può sopperire aggiungendo alla crema scagliette di cioccolato fondente.
Se vi è avanzato anche del pandoro, tagliato a pezzetti può sostituire egregiamente e assai più golosamente, la base di savoiardi. Se volete un effetto "pseudotiramisù", spolverizzate la superficie del dolce con cacao in polvere. Se volete farvi del male, invece, decoratelo con sottilissimi fili di crema al cacao (va bene anche la Nutella!).
Saluti zuccherosi...

giovedì 22 dicembre 2011

Un augurio, anzi un motto, praticamente una speranza...

"Lentius,
Profundius,
Suavius"

(Alex Langer)

Ero assolutamente convinta d'averla già citata anche in questo blog questa frase che amo molto. Ho dato un'occhiata e non l'ho trovata (se ho cercato male e c'era, mi scuso per la ripetizione). Così ho deciso di usarla per accompagnare gli auguri di quest'anno.
E' l'esatto contrario del motto coniato da De Coubertin per le Olimpiadi ("Citius, Altius, Fortius").
E' la speranza di un mondo meno veloce, meno competitivo, più gentile e, dunque, più vivibile per tutti.
A me piacerebbe. E a voi?

Buon Natale!


PS. Benvenuto T., pulcino caro, figlio di Chiara e Filippo. Ho saputo che sei venuto al mondo proprio mentre scrivevo questo post: più Natale di così...

mercoledì 14 dicembre 2011

La cripta senza cappuccini e altre storie romane

Indovinello: cosa posso aver infilato in valigia all'ultimo momento, prima di partire per un weekend lungo a Roma? Un paio di scarpe taccute? Una trousse? Un abito da sera perché non si sa mai? Acqua, acqua! Tenete conto che si tratta di me e quindi, l'ultima cosa finita in valigia è stata... un cacciavite! Ovviamente non un arnese da scasso, ma una cosetta minuta, a punta fine, lunga nemmeno dieci centimetri: quel che occorre per stringere la vitina degli occhiali che, ho scoperto pochi giorni fa, ogni tanto si allenta e mi ritrovo con una lente in mano. Per fortuna non mi è servita. In compenso mi sono serviti altri gadget che, in genere, fanno parte del mio armamentario da gita: l'ombrello, per schivare la coda del nubifragio che si è scatenato lunedì all'alba con tuoni e fulmini, procurandomi un brusco risveglio e un bel paio d'occhiaie; la mini torcia elettrica portatile, per inoltrarmi con Vale di Padova, mia compagna d'avventure, nei sotterranei di S. Crisogono: completamente sole tra tracce di mura, resti di affreschi, iscrizioni, sarcofagi e ombre misteriose. Ci guardavamo attorno circospette, con la paura di restar chiuse dentro, dicendoci "che bello" e, subito dopo, "che ansia".
Ci siamo infilate in tutte le chiese di Trastevere, che è, per tentare un paragone parmigiano, un Oltretorrente più grande e più bello, ma altrettanto popolare e colorato. In Santa Maria dell'Orto (che ha una storia simile all'omonima chiesa veneziana), abbiamo incontrato un custode logorroico, che ci ha raccontato tutta la sua vita; mentre un altro, in S. Maria in Trastevere, prima ci si è rivolto in inglese, poi, quando ha scoperto che eravamo italiane, ci ha fatto aprire da un collega l'anticamera della canonica dove son conservati resti di micromosaici romani con uccelli e pescatori: opus vermiculatum si chiama, me lo ricordo ancora. Ho scoperto, invece, di aver buttato al vento sia l'esame di epigrafia latina sia il diploma d'archivistica, perché non sono più in grado di decifrare né lapidi né documenti, come ho dovuto constatare con rammarico alla mostra di disegni e carte di Leonardo e Michelangelo ai Musei Capitolini. L'abbiamo visitata alla sera e quando siamo uscite ci hanno chiuso il portone alle spalle. Anche dalla splendida mostra di Filippino Lippi e Botticelli alle Scuderie del Quirinale ci hanno praticamente cacciato, noi e una manciata di persone che avevano optato per l'apertura notturna del sabato. Prima abbiamo cenato alla caffetteria delle Scuderie, col personale che aveva voglia di andarsene a casa e di rifilarci quel poco che era avanzato; ma dalla finestra vedevamo tutta la piazza, i Dioscuri e la luna piena sopra i palazzi e, per una volta, abbiamo deciso di prendercela comoda.
Mi è servita anche la cioccolata, per sopravvivere alla mia seconda volta (e spero non l'ultima) ai Musei Vaticani: dalle 9.30 alle 14.30 senza riuscire a vedere tutto. Non so voi, ma a me fa parecchia impressione, nelle stanze dedicate alla scultura romana, trovarmi davanti tutte quelle facce di uomini, donne, bambini vissuti millenni fa e così straordinariamente familiari. Si potrebbe mettersi a giocare alle somiglianze e scovare tra i marmi vicini di casa, amici e parenti.
Mi sono servite anche le pastiglie per il mal di gola, quasi inevitabile compagno di viaggio, soprattutto a Roma. In realtà non faceva freddo e noi nordiche intabarrate ci siamo stupite vedendo gente con giacchine leggere e, addirittura, qualche temerario in maglione e camicia girovagare per le vie dello shopping e le bancarelle natalizie di piazza Navona. Il problema, credo, è l'escursione termica tra il caldo-umido della metropolitana e l'infido "venticello de Roma", che mi frega tutte le volte. Comunque è andata meglio del Capodanno di qualche anno fa, come alcune ciose ben sanno...
Nei quattro giorni di permanenza, ridotti di fatto a due pieni e due mezze giornate causa lunghi, costosi e avventurosi viaggi in treno, siamo riuscite a farci stare anche un'altra mostra, un Angelus (imbucate tra i bambini degli oratori romani), lunghe passeggiate, un'incursione in un immenso negozio di giocattoli e, persino, un pranzo e una cena con due amici di Vale, pugliesi ma residenti a Roma, uno dei quali, peraltro, nostra vecchia conoscenza camaldolese. Insomma, un bilancio decisamente positivo con due sole note stonate: la defezione di Dani all'ultimo momento, che mi è molto spiaciuta (la prossima volta, prometto, si visita insieme Cinecittà!). E una profonda nostalgia per i tempi del Grand Tour, quando ci si poteva permettere di stare mesi o anni in una città, perché soprattutto nel caso di Roma, che ti stordisce di bellezze e di proposte, hai la sensazione che manchi sempre il tempo per conoscerla davvero, per tentare un poco di capirla, non solo di guardarla come si guarda una vetrina. Perché tante piccole visite sommate insieme temo non facciano un viaggio. Però si tenta, come si può, e, a volte, si ha fortuna: ci si trova in una chiesa deserta dove un baritono, una organista e un violinista provano pezzi classici per le celebrazioni, si incappa in una comitiva con una brava guida che spiega i sotterranei (ancora!) di S. Cecilia e si rimane ad ascoltare con discrezione nella stanza accanto, fingendosi molto interessate a un resto di pavimento romano; si rientra due sere di seguito in taxi e si ritrova lo stesso taxista e la città sembra un poco più piccola; poi si accende la tv a tarda notte, per guardare un tg, invece, la prima cosa che appare è un faccione occhialuto e abbronzato che intona "Grazie Roma!", che può piacere o meno, ma, senza dubbio, è una dichiarazione d'amore sincera.

martedì 6 dicembre 2011

Maschere nude

"Cui videberis bella?" (Catullo, Carme VIII)

Sì, dopotutto, abbiamo diritto all'imperfezione. E alla bellezza. Non c'è contrasto tra le due cose, se solo si fa lo sforzo di uscire, una buona volta, dalle paure e dagli stereotipi.
Anch'io avevo paura, sabato sera, prima che iniziasse lo spettacolo nel quale recitavano insieme donne disabili e non. Paura di vedere esibito un dolore che ho sotto gli occhi tutti i giorni; di commuovermi, intristirmi, arrabbiarmi. Non è successo nulla di tutto questo. Lo spettacolo che, per la cronaca, s'intitolava "vivere spettinata" (cosa che a me capita spesso), era un grido di libertà, lieve e autoironico: libertà per ciascuna donna - in piedi o su ruote - di portare in giro il proprio corpo e anche i propri pensieri per quello che sono, quindi non sempre belli e quasi mai impeccabili, ma veri.
Invece troppo spesso siamo costrette (o ci costringiamo?) a nascondere molte cose: i brufoli prima, le rughe poi, i chili (e i peli) di troppo e, ovviamente, le emozioni. Perché quando traboccano - come si è visto di recente con le lacrime di un sindaco e di un ministro - suscitano simpatia, tenerezza, ma anche, diciamolo, un po' di diffidenza: "Eh, le donne, si sa: sono umorali, instabili, sentimentali, insomma, deboli e inaffidabili". Sicuri? E allora vai col trucco, le creme, le tinture, le palestre, i push up e altri ammennicoli che dovrebbero servire a farci assomigliare a ciò che vorremmo/dovremmo essere: giovani, belle, forti. Servono? Certo! E anch'io ne avrei un gran bisogno. Ci sono momenti in cui vorrei essere più bella, più elegante, più piacevole, non avere la fastidiosa consapevolezza dei miei difetti fisici e di carattere, che a volte mi spiace sinceramente sbattere in faccia agli altri. Purtroppo, però, ho capito che con me la cosa non funziona: con un abito elegante e una mano di fondotinta io mi sento, se possibile, ancora più insicura. Me ne dispiace, ma è così. Perché mi pare, in qualche modo, di ingannare l'altra o l'altro. Perché se è difficile portare in giro il mio corpo (e non oso nemmeno immaginare quanto possa esserlo per una persona disabile), mi pesa ancora di più nasconderlo con una maschera che non mi appartiene. Se pure mi spaventa pensare che qualcuno mi giudichi e mi rifiuti per il naso storto e i fianchi larghi, mi fa ancora più paura che qualcuno mi accetti per qualcosa che non ho: una pelle di pesca o capelli di un'altra forma e un altro colore, che saranno più belli, ma non sono miei. Insomma, se devo scegliere tra il disagio della finzione e quello dell'imperfezione, scelgo il secondo; pur essendo consapevole che anche "tenersi su" non è una scelta banale, ma richiede misura, pazienza e una certa forza d'animo. Anzi, le invidio le donne che hanno saputo trovare nell'abito, nel trucco, in un certo modo di porgersi, l'arma giusta per affrontare il mondo. Ma ancora di più invidio gli uomini, che, da sempre, possono portare in giro la loro faccia e il loro corpo senza bisogno di maschere: nessuno contesta loro capelli grigi e maniglie dell'amore, ma nemmeno gli scatti di rabbia o i momenti di commozione. Anzi, di un uomo che piange si resta piacevolmente stupiti: "Toh, guarda com'è sensibile...". Però sarei maledettamente curiosa di sapere se anche a loro capita di sentirsi a disagio quando qualcuno - o qualcuna - li guarda, e di desiderare che il loro corpo assomigli a ciò che sentono di essere davvero: abbia una profondità, non solo una superficie. Se a loro non capita, dopotutto, sono fortunati e, forse, dovremmo imparare da loro. Se, invece, capita anche a loro, non sarebbe un gran sollievo smetterla di nasconderci e ingannarci a vicenda e accettarci per quello che siamo: creature comunque imperfette, che si stancano, si arrabbiano, invecchiano, ma volendo, possono farlo, semplicemente, insieme?

mercoledì 30 novembre 2011

Tre anni e non sentirli...

Interno, sera. Mentre esco dall'ufficio del mio capo incrocio la contabile che vi si dirige a passi lunghi, sventolando un plichetto di fotocopie contenenti resoconti mensili di non so quali incombenze. Ci incrociamo sulla soglia nell'attimo in cui, rivolta a lui, esclama: "Mi manca giugno!". E io, sospirando: "Eh, anche a me manca tanto! Il sole, il caldo, le giornate lunghissime, le vacanze...". Lei ride, il capo no, e io me ne torno quatta quatta dietro il mio computer.

E' andata così, e un poco me ne dispiace perché avrei voluto qualcosa di più sensato da raccontare nel giorno in cui festeggiamo il terzo compleanno di questo blog. Ma forse va bene lo stesso. Infondo, da quando abbiamo messo il becco per la prima volta in questo piccolo pollaio virtuale, abbiamo sempre fatto così. Non ci siamo scelte un tema, una linea, un pensiero: abbiamo semplicemente deciso di raccontarci anche qui come facciamo quando siamo tra noi, mescolando cose piccole e grandi, serie e, beh, molto meno serie. Anche se, in realtà, non so se ve ne siete accorte, ma quassopra ci capita di scambiarci pensieri e ricordi mai condivisi altrove. Credo sia giusto e naturale: perché con mezzi espressivi diversi si riescono a dire cose diverse o almeno, a vederle da un altro punto di vista. E, a volte, è una ricchezza e un sollievo.
Non avremo scelto, diciamo così, una "linea editoriale" (e, se vi può consolare, sappiate che, per la mia esperienza di lavoro, a volte non la scelgono nemmeno i direttori di giornali), però ci siamo scelte noi, in qualche modo, più o meno dieci anni fa e, scorrendo la colonna di sinistra, scopro sempre con un certo stupore che c'è qualcuno che ha scelto di seguire noi. Anche a loro sono grata, come a voi, perché scegliere, dopotutto, è una delle cose più difficili e meno banali che ci tocca fare nella vita...
Auguri!

giovedì 24 novembre 2011

It's a hard life

Me la concedete, oggi, una piccola divagazione rock?
Il titolo di questo post campeggia sulla lavagna bianca sopra la mia scrivania dai tempi dell'esame di terza media. Ormai è un po' sbiadita, ma impossibile da cancellare. Non è solo una consapevolezza che mi porto dietro da allora e cresce ogni giorno di più. E' anche il titolo di una canzone dei Queen, quella che ha un video strepitoso dove i quattro indossano maschere improbabili. Per la cronaca, la mia preferita era quella da unicorno del bassista: ho sognato per anni di vestirmi così a carnevale!

"My soul is painted like the wings of butterflies
Fairytales of yesterday will grow but never die
I can fly - my friends!"

(The show must go on)
Questa l'avevo scritta con l'uniposca bianco sul fianco del mio zaino di scuola alle superiori.

"You can't turn back the clock,

you can't turn back the tide

Ain't that a shame?"

(These are the days of our lives)
Con questa avevo terminato un raccontino di fantascienza che mi avevano dato per compito alle medie. Credo sia una delle mie canzoni preferite. Se incappo nel video, l'ultimo girato da F., ancora adesso mi commuovo.

L'immagine è la stessa del poster che ho avuto appeso in camera per anni, comprato vergognandomi come una ladra in una cartoleria appena uscita da scuola.

Ecco, così imparate a ricordarmi che 20 anni fa moriva Freddie Mercury: mia insana passione adolescenziale.

martedì 22 novembre 2011

Da Ligabue a Pascoli


Per la serie "Galline famose", un quadro di Ligabue in cui due galletti si azzuffano per far colpo sulla bella gallinella.
A seguire bella poesia bucolica del Pascoli.

Galline

Al cader delle foglie, alla massaia
non piange il vecchio cor, come a noi grami;
che d'arguti galletti ha piena l'aia;
e spessi nella pace del mattino
delle utili galline ode i richiami,
zeppo, il granaio; il vin canta nel tino.

Cantano a sera intorno a lei stornelli
le fiorenti ragazze occhi pensosi,
mentre il granturco sfogliano, e i monelli ruzzano
nei cartocci strepitosi.

Myricae, l'ultima passeggiata

mercoledì 16 novembre 2011

Dentro una poesia

Dani, ti ricordi che bello che era, domenica pomeriggio, il castello di Torrechiara che emergeva controluce dalla nebbia? Ricordi anche che, se non fossimo state in ritardo e non avessimo avuto alle calcagna una fila di auto, sarei stata fortemente tentata di accostare lungo la Provinciale, estrarre la digitale d'ordinanza e fare una foto. Ecco, stamattina dovevo tornare per lavoro da quelle parti ed ero quasi contenta della nebbia, perché speravo che il maniero, che amo in tutte le stagioni, mi concedesse una seconda possibilità. Per questo, quasi quasi ci son rimasta male quando, subito dopo Corcagnano, mi si è parato davanti un bel cielo azzurro e la temperatura s'è alzata da +0,5 a +4,5. In compenso, appena salita sul crinale la vista era magnifica: colline limpide tutt'attorno e una pozza grigia in basso, giusto sopra Parma. E io mi sono ritrovata di colpo dentro una poesia.Questa:
"C’è la nebbia che ci cancella
Nasce forse un fiume quassù
Ascolto il canto delle sirene

del lago dov’era la città"

(G. Ungaretti, Nasce forse)
In effetti la nebbia è una strana cosa per chi non c'è abituato. L'ho capito vedendo lo sguardo sperso e inorridito di una mia compagna di classe delle superiori, capitata da noi in pieno inverno da non ricordo più quale paesino assolato della Puglia.
Alla fine ho tentato ugualmente una foto, ma non rende assolutamente l'idea, un po' perché da me, purtroppo, non è che si può pretendere, un po' perché, anche stavolta, ero ferma sul ciglio di una strada e, ovviamente, in ritardo.

PS: Stamattina (17/11) un altro lago improbabile me lo sono trovato davanti all'ufficio. Tubatura rotta e acqua che gorgogliava da sotto l'asfalto. Impressionante. Mi avrebbero fatto comodo gli stivali di plastica colorata che abbiamo adocchiato domenica al mercato, quando abbiamo giocato a immaginare di acquistare oggetti come scusa per viaggiare. Un maglione spesso due dita con fiocchi di neve fa ridere a Parma, ma è perfetto sulle vette del Trentino. Quanto al luogo dove vorrei testare la tenuta degli stivali di gomma di cui sopra ci arrivate da sole, vero?
Si accettano suggerimenti, invece, su quale capo di vestiario o accessorio potrebbe propiziare, finalmente, un weekend a Torino... giusto perché son due anni che ne parliamo e a Venaria c'è una mostra di Leonardo.
Saluti fugaci.

lunedì 7 novembre 2011

Una guancia di melograno

Dedico questa vignetta di "La casa dorata di Samarcanda" di Pratt a una cara amica che, ho fatto due conti, conosco da quasi vent'anni e imparo ad apprezzare di più ogni volta che abbiamo l'occasione di passare un po' di tempo assieme; alla guida, che ci ha regalato - di nuovo! - tre ore incantate; alla pioggia, che ha fatto danni ovunque ma ci ha miracolosamente risparmiati.
E a una città.
Tutti loro sanno il perché.

venerdì 4 novembre 2011

Galline al cinema


Visto che questo è un blog di ciose, cioè galline, mi è venuta la bizzarra idea di inserire qui le immagini di galline immortalate sul grande schermo.
Chissà perché, la prima che mi è venuta in mente è la povera gallinella che Rocky doveva rincorrere e acchiappare (mentre avrebbe preferito mangiarsela) durante il suo allenamento.
Chi vuole trovarne altre? Se non vi interessa il cinema, vanno bene anche galline in ambito artistico o letterario.

giovedì 3 novembre 2011

La casa del meleto e altre storie

Quando venerdì 28 ottobre il capo c'è piombato in ufficio domandando: "Ma voi avete intenzione di fare il ponte?", io e la mia collega ci siamo guardate in faccia e abbiamo risposto in coro: "Beh, se proprio ce lo chiedi...", ragione per cui nei ben quattro giorni di libera uscita - oltre a spender soldi per rimpinguare il guardaroba invernale con due paia di pantaloni di lana taglia 46 - mi è anche capitato di infilarmi, assieme alla mia auto, nello stretto cancello dello stretto cortile di una palazzina anni cinquanta affacciata sulla trafficatissima via Spezia. Era la prima volta che ci entravo. Non vi sto a spiegare il perché, ma vi assicuro che erano motivi più che leciti. Comunque, mentre misuravo quanto era piccolo il cortile e quante (tante) manovre mi sarebbero servite per uscirne, dentro un casottino di legno, rete e lamiera ho avvistato un crocchio di galline rosse e ben pasciute. Si stringevano tra loro e mi guardavano come solo loro sanno fare: dal sotto in su, piegando la testa da un lato e osservandoti con un solo occhietto tondo decisamente perlpesso. Le ho salutate, rassicurandole delle mie buone intenzioni e ho pensato che, dopotutto, in questi tempi di crisi un pollaio condominiale non sarebbe una cattiva idea. Ho pensato anche che non è la prima volta che mi capita di scovare galline urbane, per lo più in quelle case di campagna inglobate pian piano dalla città, che, anche grazie a loro, tentano una commovente difesa della propria diversità. Mi piacciono quelle case. Ce ne sono diverse dalle mie parti. Se ne stanno basse e scompagnate tra i condomini, circondate da un rimasuglio di giardino. In genere sono abitate da donne anziane rimaste sole, immagino attorniate da parenti che non vedono l'ora che se ne vadano per vendere la proprietà a carissimo prezzo al palazzinaro di turno. Inutile dire che faccio il tifo per loro. In un'altra sono entrata: quella dei proprietari del meleto che, vent'anni fa, vedevo dal balcone di casa, oltre i campi di grano che ora son diventati campi da baseball. Anche il meleto non c'è più. Gli ultimi ceppi contorti erano rimasti nel giardino di quella casa dalle scale strette e dai muri spessi. Pure lì c'era qualche gallina, e crisantemi che fiorivano di questa stagione. Un'altra se ne sta nascosta oltre un alto cancello e un bosco sorprendentemente incastonato tra un condominio e un supermercato. Darei non so cosa per metterci il naso. Un'altra ancora si è riservata un angolo davanti all'enorme mole bianca e imponente della nuova sede della facoltà di medicina; col suo disordine decadente e i gatti pigri nel cortile è quasi un monito per i futuri medici: "Anche se vi fanno studiare e lavorare in casermoni squadrati e asettici, che somigliano più a fabbriche che a ospedali, sappiate che la vita vera resta, dopotutto, un gran casino". Un'altra, anch'essa nascosta da una selva ormai irriconoscibile di alberi da frutto, sta proprio di fronte all'ingresso del cimitero, appena finisce la linea gotica dei chioschi dei fioristi. Deve avere un pollaio ben fornito perché capita - a qualunque ora del giorno - uscendo dopo un mesto giro a ritrovar parenti perduti, di essere accolti dal canto di un gallo: una sveglia potente e gioiosa, che ti riporta tra i vivi lasciandoti, però, il ricordo della terra.

mercoledì 26 ottobre 2011

Questione di sfumature

Due cose al volo.
Ieri sera ho ricevuto una mail inviata all'urbi et orbi da un'amica che non vedo da tempo, ma che non per questo mi è meno cara. A me è piaciuta tanto e non ho resistito alla voglia di condividerla col resto del pollaio. Dice così:
"Mi sono svegliata, ho alzato le braccia, ho piegato le ginocchia, ho girato il collo, e tutto ha fatto CROOOC... Allora sono giunta alla conclusione: non sono vecchia, sono croccante...!!!"
Non so voi, ma io approvo in pieno!

Qualche minuto prima mia madre, dopo aver finito di bere l'ennesima medicina, ha fatto una delle espressioni più schifate che io abbia mai visto; così m'è venuto da chiederle: "Com'è?" E lei, laconica: "Non è che sia proprio cattiva... è disgustosa". Quando si dice la precisione.

Vorrei anche raccontarvi di quella notte che abbiam tirato l'una e mezza chiacchierando e arrotolando... orecchini di carta; ma, se vorrà, lascerò questo piacere a Dani, anche perché è colpa sua!
Saluti piumati.

lunedì 17 ottobre 2011

Non so se veramente fu vissuto...

Ricordo o sogno? Fate voi.
Ci ho messo due giorni a scoprire che aveva gli occhi azzurri. Li teneva ben nascosti dietro un'onda di capelli neri e occhiali sottili, cerchiati di scuro. Me ne sono accorta quando me li ha piantati addosso, regalandomi uno degli sguardi più belli mai ricevuti: lungo, intenso, ma assolutamente privo di malizia. Perché credo che fin da allora la sua idea di affetto fosse inclusiva, non esclusiva. Era capace, con un'occhiata, di farti capire che di te gl'importava davvero, che davvero ti stava ascoltando e che eri, per lui, una cosa preziosa; ma era inutile farsi illusioni, perché ci voleva poco a capire che era in grado di fare lo stesso con chiunque: una dote ideale per la vita che si è scelto.
Anche la sua voce, strana, profonda, era un filo d'acqua chiara: facile da riconoscere anche in mezzo alla folla e maledettamente rassicurante, capace di dire con semplicità cose profonde.
Mi sono concessa d'ascoltarla a lungo, una volta, nella veranda torrida di un bar semideserto. Parlava con un'amica a me altrettanto cara e il sole scovava pagliuzze dorate negli occhi di entrambi. Io li guardavo in silenzio, felice della loro presenza e terrorizzata di perderli, come, infatti, è successo, per ragioni uguali e contrarie. Perché tutti trovano la loro strada, prima o poi. Quasi tutti. "Non essere triste per le cose passate, ma ringrazia per averle avute" era una frase che amava ripetere. E che io non ho imparato. Altre sue parole, invece, le ho fatte mie; e sentirmele in bocca è l'unico modo che ho per tentare di assomigliargli.
Nei pochi momenti della nostra amicizia gli è riuscito, senza saperlo e, certo, senza volerlo, di farmi vivere scene simili ad altre inventate nelle storie che mi raccontavo da bambina. Piccole cose perfette, assolutamente insignificanti per gli altri (e, forse, per lui), che a me, invece, hanno insegnato contemporaneamente due cose: che persone simili a quella con cui vorrei trascorrere la maggior parte della mia vita esistono (e saperlo rende difficile accontentarsi); e che, però, sono irraggiungibili. Allora non resta che rassegnarsi a sfiorarle e ricordarle o, almeno, immaginarle...
Lo so, lo so, è un po' delirante, ma è da tanto che ci penso a questo post. Ora mi ripiglio e prometto di non scriverne altri simili. Abbiate fiducia!

lunedì 10 ottobre 2011

Autunni, moribonde dolcezze

Ieri, a chi abbia avuto la fortuna di passare sul crinale che porta da Langhirano a Traversetolo, l'autunno ha offerto uno spettacolo notevole. Forse lo ha fatto per farsi perdonare la malagrazia con cui ci è piombato addosso, precipitandoci da 28 a 14 gradi nel giro di un giorno.
A destra il rincorrersi delle creste verdeoro degli Appennini. A sinistra l'intera pianura Padana e, oltre, le Alpi azzurre con le cime più estreme già coperte di neve. Sopra un cielo turchese e piccole nuvole-giocattolo bianche e immobili. Attorno un'aria di vetro.
Se poi capita anche di viaggiare in compagnia di un enorme mazzo di lavanda e di un cartoccio di caldarroste tiepide, l'incanto è perfetto e il freddo quasi sopportabile.
Questo post è dedicato a Costi. Il titolo è il solito Ungaretti.
Saluti imbacuccati.

venerdì 30 settembre 2011

Sulla bellezza

Non penso sia semplicemente "bello ciò che piace" ma che quello della bellezza sia un concetto universale non necessariamente legato all'estetica. L'autoritratto di Rembrandt (Londra, National Gallery), per fare un esempio, non è bello perchè il soggetto rispecchia i nostri (?!) canoni estetici ma perchè trasmette un'emozione facilmente percepibile da chi l'osserva.
Più in generale, grazie ad una tecnica eccellente l'Artista riesce a trasferire nella sua opera una parte di quel Sentimento che ci accumuna: l'impatto con questa emozione all'inizio ci turba, poi ci disorienta e infine ci riconcilia con noi stessi (... e il naufragar m'è dolce in questo mare...) così che alla fine quando esclamiamo "che bello", in realtà non ci stiamo riferendo al quadro ma piuttosto a quella parte di noi stessi che grazie ad esso è affiorata.
Questa voleva essere solo una piccola riflessione, lo so bene che sul tema del bello si potrebbero scrivere miliardi di tesi di laurea!

lunedì 26 settembre 2011

L'abitudine alla bellezza

Un paio di settimane fa, a Roma, immobile davanti alla Fornarina di Raffaello, con un principio d'occhi lucidi, ho pensato alla malasorte capitata ai quadri appesi nella stessa stanza di lei - pudica e maliziosa, ironica e sensuale, insomma bellissima - destinati loro malgrado a essere osservati distrattamente o neppure degnati d'uno sguardo da turisti affamati di capolavori. Poverini. Non sono brutti e, se fossero altrove, in un museo di provincia, sull'altare di una chiesa di paese o sul muro d'una collezione privata catalizzerebbero gli sguardi e sarebbero, giustamente, valutati quel che meritano. Il fatto è - riflettevo sabato saltabeccando per i musei di Ferrara con Valentina, rivista dopo due anni - che noi italiani siamo abituati alla bellezza. Persino una piccola città come Parma offre almeno una decina di chiese degne di nota e altrettanti musei, per non parlare di piazze, monumenti e singoli scorci perlomeno pittoreschi.
Siamo così abituati da esser costretti a scegliere cosa guardare e cosa ignorare, in base a canoni estetici che ci son stati trasmessi da altri e abbiamo fatto nostri, magari arricchendoli con un poco d'esperienza e gusto personale. Siamo così abituati che, infondo, non ce ne importa più di tanto. Forse è per questo che siamo in grado di tollerare le orribili periferie che circondano le città, le aree industriali, i centri abitati senza centro: fatti soltanto di case, negozi e capannoni allineati lungo le strade. Perché sappiamo che a un certo punto finiscono e che, volendo, abbiamo mille possibilità per rifarci gli occhi.
Ne abbiamo visti di orribili, attraversando la provincia torinese dirette verso la Sacra di San Michele: ancora più straordinaria dopo l'anonimato di questi luoghi senz'anima. E guardando la Val di Susa dalla terrazza del "culmine vertiginosamente santo" ci è venuto naturale pensare che, se l'avessero costruita oggi, magari affidandola a qualche "archistar", di sicuro sarebbe costata di più, sarebbe stata più brutta e avrebbe resistito di meno. Eh già perché è evidente che anche quando i nostri amministratori si riempiono la bocca di grandi nomi e fingono di progettare la città del futuro i risultati, il più delle volte, ci lasciano delusi e non reggono il confronto, non dico con una cattedrale medievale o un palazzo neoclassico, ma nemmeno con una casuccia di pietra tirata su a suon di esperienza dai contadini o con qualche bella fabbrica liberty dei primi del '900.
E' solo questione di prospettiva? Abbiamo succhiato col latte il culto per l'antico e il nuovo, anche se ben fatto, ci appare sempre un po' squallido; mentre tra qualche secolo, magari, le comitive si fermeranno a naso in su ad ammirare i resti di un outlet.
E' possibile ma non mi convince. Sospetto, invece, che la mancanza di bellezza viaggi di pari passo con la mancanza di lungimiranza di un'intera classe di politici e imprenditori di cui abbiamo, proprio nella nostra città, parecchi esempi emblematici.
Certo, anche il patrizio romano che pagava a sue spese un mosaico nella basilica della sua città - e ci faceva mettere la targa col suo nome - lo faceva per dimostrare la sua potenza e la sua ricchezza e per racimolare consensi per farsi eleggere a qualche magistratura superiore; ma, visto che le sue pietre, spesso, sono giunte fino a noi, di sicuro non lesinava in qualità dei materiali e della manodopera. Badava alla sostanza, non solo all'apparenza e aveva, diremmo oggi, una visione di lungo periodo: voleva che i suoi pronipoti potessero passeggiare sul suo mosaico, non che durasse entro e non oltre le prossime elezioni. Univa, insomma, all'utile e al bello un'idea d'eternità. Anche il contadino che tirava su la casa ad occhio e ad esperienza la faceva non solo per sé, ma per crescerci i suoi figli e i suoi nipoti. Chissà, forse è proprio da quest'idea che nasce una bellezza capace di andar oltre il valore economico e superare le mode.
D'altronde guardatela bene la Fornarina: ha un bel nasone, le spalle cadenti, i seni piccoli ed è, di sicuro, più grassa di me. A Miss Italia non l'avrebbero presa, ma sfido chiunque, dopo 500 anni, a dire che è brutta!

venerdì 16 settembre 2011

Corrispondenze

"Le parole non dette
rimangono attaccate ai muri
non più abitati
dallo sguardo degli uomini."

(Paolo Rumiz, Le dimore del vento)

Sarò breve. Ci credete?
Non so voi, ma a me, quando capita di trovare curiose corrispondenze di pensieri, parole, sentimenti con persone lontane e diverse da me per età, origine, mestiere, esperienze, quasi quasi mi commuovo...
La foto è l'edificio accanto alla tomba di Cecilia Metella lungo l'Appia antica a Roma, scattata tre anni fa in un meraviglioso pomeriggio di cicale.
Son stata breve, visto?

giovedì 8 settembre 2011

Martedì 11 settembre 2001,


nel primo pomeriggio, mi sono rintanata nello studio di mio padre per cominciare a correggere delle bozze ritirate in mattinata dallo studio editoriale con cui collaboro tutt'oggi.

Si trattava di un saggio sulla jihad islamica, la guerra santa dell'Islam contro l'Occidente: argomento molto complesso e da far tremare i polsi, infatti io, che ero all'inizio della mia attività di correttrice di bozze, ho pensato bene di isolarmi per concentrarmi meglio.

Intanto al piano di sotto mia madre e mia sorella, davanti alla TV, assistevano in diretta alla drammatica dimostrazione delle teorie di cui io, ignara di tutto, stavo leggendo.

Loro mi hanno poi detto di non avere avuto il coraggio di venirmi a chiamare perché sapevano bene della fascinazione che io ho subito fin da piccola per l'America e per New York in particolare. Un legame che si nutriva di romanzi letti, telefilm guardati, del poster con lo skyline appeso in camera, e della passione per il cinema di Woody Allen, tanto che ad ogni compleanno il mio desiderio espresso davanti alla candelina era: "Voglio andare a New York!"

E alla fine ci sono andata, grazie all'ospitalità di conoscenti, nell'autunno successivo al mio esame di maturità, e ho voluto vedere tutti quei posti per cui New York è New York, salendo anche fino in cima alla Torre Sud del WTC.

Che cosa si prova quando si realizza un sogno? Senz'altro gioia e soddisfazione, ma poi anche un certo senso di vuoto perché un sogno realizzato è un sogno in meno da sognare, scusate il gioco di parole, e da quando ci sono stata l'America ha smesso per me di essere un mito, si è "normalizzata".

Però quel pomeriggio quando poi son scesa e mia madre mi ha detto criptica: "C'è del brutto…", e tutto si era già compiuto, le Torri già crollate, ricordo che, dopo aver pensato che era fantascienza, mi sono sentita ferita e offesa in prima persona, ma soprattutto piena di rabbia, di paura e di odio verso i responsabili e verso la cultura che li aveva formati…

Mi ci è voluto del tempo per capire che quella era la reazione auspicata dai terroristi, che la risposta migliore invece era coltivare un atteggiamento di apertura verso gli altri, di integrazione degli immigrati e di tutti coloro che per qualche motivo sono diversi da noi. New York, in fondo, e anche il WTC erano un bellissimo esempio di convivenza pacifica, e tra i pompieri che quel giorno andarono controcorrente rispetto alla gente in fuga dalle Torri c'erano anche numerosi islamici.

lunedì 29 agosto 2011

La città delle parole che cantano

"Le parole prima cantano, poi dicono qualcosa" (Marco Paolini, Il milione, Campo S. Trovaso, 25 agosto 2011)

Ormai è inutile negarlo: questo per me, Dani e Costi è l'anno di Venezia. E di Paolini, d'accordo, ma stavolta non è tutta colpa mia. Ammetto di aver sobbalzato quando ho letto che avrebbe rifatto, dopo 13 anni, il mio spettacolo preferito nei luoghi ai quali è dedicato; e ammetto anche di aver inoltrato immediatamente la notizia. Ma solo quando mi sono sentita rispondere "perché no?" anziché esser mandata a quel paese, ho cominciato a crederci anch'io. Dani ha preso i biglietti, Costi ha fermato una stanza dalle sue suorine, e io mi sono limitata a trovare un bed & breakfast che ci permettesse di trasformare la fuga in qualcosa di simile a una vacanza. Poi le cose, come pare inevitabile ogni volta che ci muoviamo, si sono maledettamente complicate, tanto che, fino a poche ore prima del treno non sapevamo in quante saremmo partite e quando tornate. Poi per fortuna siamo state tre per tutti e quattro i giorni previsti.
Arrivate nel tardo pomeriggio del 25, oltre allo spettacolo, siamo persino state ammesse alla "conversazione" precedente, tra artigiani che disquisivano della forma delle forcole, noi, che a malapena abbiamo guidato un pedalò! Ci hanno invitato (e aiutato) a sedere sulle barche ormeggiate di fronte allo squero ombroso e silenzioso: io e Costi su una caorlina, l'avventurosa Dani su un sandolo. E' deliziosamente bello imparare i nomi di questa città, che parla una lingua sua anche quando non usa il dialetto. Nella sera caldissima, sedute sui masegni del campo (a seguito, sospettiamo, di un raro caso di overbooking teatrale), queste parole ce le siamo lasciate dire volentieri e, nei giorni successivi, ci siamo scoperte a ripetercele (non solo io, vi giuro), nel nostro vagabondare e a trovarle vere. Anche noi - come ha affermato il nostro durante la conversazione, perdendo per un attimo la sua aria torva (ma fascinosa: l'ha detto Costi!) - abbiamo vissuto a lungo sull'onda di un'emozione; perché è inutile: al di là della loro bellezza, che può anche essere oggettiva, siamo noi che diamo senso alle cose, caricandole di ricordi e aspettative. Così abbiamo sorriso a ogni barca da trasporto che incontravamo, ricordandoci del Gatto e del suo "mototopo", abbiamo letto su un campanello il cognome "Sambo", proprio come il misterioso personaggio che guida Marco nella sua "Odissea in Iliade", e sentito due anziani cantare la stessa serenata cantata da lui.
Il giorno dopo abbiamo deciso d'andar per isole, vergognandoci un poco d'intrupparci nel "triangolo delle bermuda del turismo mondiale". Forse è per questo che a Murano non siamo riuscite a vedere la classica dimostrazione della lavorazione del vetro; in compenso a Burano, dove Dani non era mai stata e io e Costi siamo tornate volentieri, siamo riuscite a cogliere il momento in cui, terminata l'orda amata-odiata, gli abitanti, pian piano, si riappropriano della città. Vecchietti uscivano sostenendosi a coppie per la loro passeggiatina, robuste signore piazzavano sedie nei campielli per conversare al fresco.
Sabato abbiamo passato una mezza giornata a prenderci in giro pensando che, tra le nostre mete, era previsto un pellegrinaggio alla chiesa delle Zitelle alla Giudecca. L'abbiamo trovata chiusa. Dite che è un buon segno? Forse sì, visto che, a San Giorgio Maggiore, appena entrate a visitare una mostra d'arazzi antichi e moderni, collaterale alla Biennale, una guida ci chiesto da dove venivamo e ci ha detto - testuale - che avevamo dei visi dolcissimi (a me è venuto in mente Tiziano Scarpa quando parla dell'espressione dei "serenissimi" veneziani, storditi dalla bellezza che li circonda ogni giorno: forse basta un giorno a ridursi così); mentre al piano di sopra un'altro ci ha permesso di camminare a piedi nudi sulle opere d'arte...
Il Lido, che all'inizio ci era parso quasi romagnolo, ci ha regalato scenari oceanici e letterari: la spiaggia poco affollata era spazzata da un vento caldo, che sollevava nuvole di sabbia dorata oltre le file delle cabine dal sapore primonovecentesco, fino a lambire lo scheletro del Grand hotel des bains, quello di "Morte a Venezia". Abbiamo attraversato controvento il cantiere della mostra del cinema che s'aprirà tra pochissimo, tra operai indaffarati e bagnanti, in un'atmosfera vagamente surreale. A sera, alla Giudecca, ci siamo dovute "accontentare" della chiesa del Redentore, sbirciata con discrezione durante un matrimonio, e di una messa in Sant'Eufemia, abbassando di colpo la media d'età dei partecipanti. Osservando enormi navi da crociera di ogni parte del mondo attraversare lentissime il bacino, abbiamo scoperto di non invidiarne troppo i passeggeri. Ci siamo concesse una passeggiata notturna in una piazza San Marco poco affollata e con un principio d'acqua alta. Nelle pozzanghere nere si riflettevano lampioni e marmi dei palazzi, mentre una coppia elegantissima di stranieri improvvisava un tango davanti al Florian.
Ci siamo tornate la mattina dopo e pareva un altro mondo. Ma noi siamo entrate in Palazzo Ducale dall'uscita, dove una mostra di Monika Bulaj (fotografa innamorata dell'oriente che, guardacaso, ha lavorato anche con Paolini) ci ha riportato subito altrove. A farci tornare coi piedi per terra c'ha pensato l'ansia del ritorno, che ci ha tolto energia e ha reso più complessa la digestione del nostro pranzo a base di "cicchetti". Abbiamo provato a perderci per strade nuove, per vedere ancora qualche angolino da ricordare e ci siamo infilate in tutte le chiese che incontravamo lungo il percorso incappando in Tiziani e Tintoretti. Poi, strette con le valigie sul vaporetto affollato di tutte le lingue, abbiamo ascoltato emergere a tratti, morbida e invitante, quella di chi rimane. Sul treno eravamo silenziose: stanche certo, ma anche svuotate e malinconiche.
E stanotte io, piantata di nuovo in mezzo alla pianura padana, nella mia città che amo e in cui mi riconosco, ho sentito che mi mancava l'acqua sotto i piedi. Certo non basta questo a farci promuovere da turiste a viaggiatrici, ma è comunque una bella illusione...

giovedì 18 agosto 2011

Quattro a Sesta in prima


Sì, dai, quest'anno per ferragosto diamo i numeri! Non si spiegherebbe altrimenti con che coraggio mi sia fatta 10 km di sterrato con la mia auto, che non è esattamente un fuoristrada, con tre persone consenzienti a bordo.
Ma procediamo con ordine (sparso). Per la tradizionale gitina del 15 abbiamo deciso di fare un percorso artistico-letterario nei nostri Appennini.
A Sesta, il rifugio-atelier di Walter Madoi, si arriva con una svolta secca poco prima di Bosco di Corniglio, su per una stradina stretta e ripida da percorrere rigorosamente in prima - come ha osservato Dani - soprattutto se in macchina ci sono tre ciose e un'amica (Antonella) con tutto l'occorrente per un lauto picnic.
Il paesino è un grumo di case piccole con finestre piccole, d'alta montagna, affacciate su viuzze piccole, cortili stretti o orticelli ben curati. Sui muri quel che resta degli affreschi coi quali, negli anni '60, il pittore cercò di far diventare famoso il suo paese d'elezione. Alcuni sono andati perduti, altri sono stati restaurati l'anno scorso, ma i più impressionanti sono, senza dubbio, quelli della chiesa: una crocefissione colta nell'attimo in cui il cielo si oscura e si scatena la tempesta. Tutti i personaggi hanno i volti dei paesani, tranne Cristo (per rispetto) e i due ladroni (per vergogna). Maria, ai piedi della croce, è un'anziana donna livida, in fin di vita. Posati nel transetto ci sono alcuni cartoni a carboncino, molto belli. A sinistra, seminascosto, il ritratto del pittore, avvolto in un mantello come nell'affresco del Corpus Domini. Nel praticello della chiesa una comitiva di villeggianti ha installato un tavolo e si prepara al pranzo, così anche noi decidiamo che è ora di trovare un posticino comodo. Ci sistemiamo in un campo falciato da poco, appena fuori dal paese, e ci mettiamo un po' a estrarre dalle borse le vettovaglie... Un plauso particolare va alle torte salate di Costi e alla torta Susanna di Dani. Dopo una pennichella en plein air, mi tolgo una piccola soddisfazione: risalire, dopo anni, in cima a un ballone di fieno. E' comodo e profumato come lo ricordavo.
Raccattato tutto quello che avevamo sparso decidiamo di andare a prendere il caffé sui laghi. Arrivate ai Lagdei, pareva d'essere a Rimini. Proseguiamo per i Lagoni: la strada è invitante: tutta immersa nel bosco, peccato sia sterrata! Ma ormai che siamo in ballo... balliamo. Letteralmente: visto che la Opel non abbonda in sistemi d'ammortizzazione. Mi tranquillizzo vedendo che, parcheggiate lungo il percorso, oltre a jeep e suv, si vedono anche modeste utilitarie: se sono arrivate fin qui, posso farlo anch'io! Mi tranquillizzano un po' meno i discorsi di Dani e Co, assidue dei "Giardini della paura" (vedi post del 15 luglio 2010), che non fanno altro che rievocare truculente scene di un film horror ambientato, ovviamente, in un bosco. Raggiungiamo polverose la meta. C'è meno gente (chissà perché) e al rifugio troviamo una vignetta di Fogliazza e un murales di Madoi (toh, chi si rivede!).
Vogliamo raggiungere la Casarola di Bertolucci, e la via più breve prevede altro sterrato. Lo affrontiamo impavide, shakerando il caffé. Valichiamo persino un passo a 1100 metri e arriviamo sotto la pioggia, immancabile nelle nostre gite, ma, per fortuna, passeggera. Casarola e Sesta si somigliano: case antiche, di sasso, in salita, legna già accatastata nei cortili. Qui, però, sui muri, al posto dei dipinti, versi di poesia.
Una signora esce di casa per attingere acqua alla fontana col tetto d'ardesia. Da una stalla una vecchia con il fazzoletto in testa e un forcone in mano ci chiama: ha voglia di fare due chiacchiere e ci indica la casa di Attilio. Spiove. Dal recinto della sua stalletta spunta il muso di un asino smunto. Troviamo la casa e ci giriamo intorno, calpestando susine bianche e nere cadute dagli alberi. C'è un senso d'abbandono ordinato. Pare d'essere in un altro tempo. Torniamo nel nostro al solito modo: facendo merenda sedute nella pensilina delle corriere. Non è una pensilina qualunque: è in legno e pietra e c'è persino una piccola fioriera. Scendiamo a valle in controluce, osservando con piacere che la montagna è ancora viva: schiviamo ciclisti della domenica (anche se è lunedì), famigliole a passeggio e anziani intenti a conversare sulle soglie di casa, pericolosamente in mezzo alla strada: le intruse, dopotutto, siamo noi. Le paline per la neve ci parlano di lunghi inverni. Poi spariscono e comincia, inesorabile, la linea dei salumifici: è Langhirano. Siamo arrivate. Anche ferragosto è passato e, come dice Costi, "Dopo è già Natale"... Accidentaccio!
PS: Scusate, ma quando pubblico più foto ho problemi d'impaginazione...

lunedì 8 agosto 2011

Metafore

Avete presente la faccia di Massimo Troisi nel Postino quando Noiret-Neruda gli comunica che ha fatto una metafora. Ecco, quella.

Domenica mattina. Esco dalla mia camera con addosso un'informe tuta lilla riadattata a pigiama, un occhio chiuso e uno aperto e la vitalità di uno zucchino, e questo è ciò che mi capita di sentire appena sveglia.
Mamma: "Che tempo fa?"
Papà, appena rientrato: "C'è un cielo musulmano."
Mamma, lievemente perplessa: "Come, scusa?"
Papà, convinto: "Eh, sì: è VELATO!"
Che faccio? Lo bacio in fronte o me ne torno a letto?

PS: Aggiungo una postilla che non c'entra nulla, o quasi. Venerdì sera sono andata per l'ennesima volta alla festa del paesuccio di campagna, quello dove sta la casa evocata nel post del 14 luglio. Finito di cenare sono andata a sbirciare in cucina, dove ho visto facce note di cuochi-volontari troppo indaffarati per riconoscermi e facce ignote di giovani camerieri-volontari che non erano nemmeno nati quando io stavo esattamente al loro posto. E ho provato la fortissima tentazione di infilarmi anch'io una maglietta rossa dello staff, imbracciare un vassoio e ricominciare a girare tra tavoli e panche a distribuire tortelli, grigliate e le inafferrabili patatine fritte ("guardi, c'è da aspettare qualche minuto..."); sorridere e scambiar battute con perfetti sconosciuti ritrovando una leggerezza che mi stupiva allora e che oggi temo di non possedere più. Neppure d'estate.

giovedì 4 agosto 2011

Amarcord...

Dove eravamo 10 anni fa? Forse ai piedi della Presanella, stordite di fatica e di meraviglia; o dall'Ortensia, a consolarci con uno strudel "king size" del tempo incerto; o forse, più probabile, a trasformare in un salotto ciarliero i letti a castello della scuolina di Ortisé, riadattata a casa per vacanze. Purtroppo non ricordo le date precise. Non le ho segnate nemmeno nel retro delle fotografie, tirate fuori per l'occasione dal fondo di un cassetto. Sarebbe bello sapere esattamente il giorno e l'ora in cui Francesca, nel mezzo dell'ennesima sessione di chiacchiere, buttò lì la fatidica frase "Siamo proprio delle ciose!" che fu, di fatto, la nostra data di nascita. Ma va bene così, anche perché qualcuna s'è aggiunta dopo, con qualcuna ci conoscevamo già da prima e non è il caso di andare a cercare... il pelo nell'uovo. Di sicuro erano i primi d'agosto del 2001 e quelle chiacchiere, condite, ammettiamolo, da qualche pettegolezzo, ci hanno permesso di conoscerci e di riconoscerci simili, di scoprire passioni e valori in comune, che, una volta tornate, abbiamo approfondito nel modo migliore: ovvero ritrovandoci a tavola, in una lunga serie di "cene delle ciose". Poi sono venute le vacanze al mare, a chiederci che ci facevamo noi tra la folla di vamp e discotecare d'assalto, ma nonostante tutto, a divertirci. E poi gite, compleanni, matrimoni, battesimi e tanti altri momenti condivisi, non solo di felicità, ovviamente, ma anche di amarezza e solitudine. Se no le amiche che ci stanno a fare?
Oggi che abbiamo 10 anni di più sulle piume, e molti più impegni sulle spalle, si sono purtroppo diradate le occasioni per stare insieme, strappate con becco ed artigli agli impegni di lavoro, alla famiglia, ai mariti e morosi più o meno rassegnati e consenzienti. Eppure siamo ancora qui, faticosamente e gioiosamente, a celebrare il nostro primo decennale...
AUGURI!

mercoledì 27 luglio 2011

Come uccidere la fantasia (prima lezione)

Eviterò di lamentarmi del freddo anomalo. Dirò soltanto che se becco un altro meteorologo che mi parla di "giornata interlocutoria", lo strozzo. Vi racconterò, invece, una scenetta capitata un paio di giorni fa nel parcheggio di fronte all'ufficio.
Saranno state le 19.30. Mentre andavo a riprendere la macchina per tornare a casa, sotto il solito cielo bigio, incrocio una donna che passeggia con un bimbetto per mano, piccolo ma non troppo.
Proprio quando passo loro accanto il bimbetto si ferma, punta un dito verso terra ed esclama: "Mamma, guarda, ci sono tanti diamantini!". La mamma butta un occhio e si trascina dietro il figlio replicando apprensiva: "Ma no, non vedi che sono solo vetri rotti? Non toccare che ti fai male!".
Se la signora si fosse fermata a guardare si sarebbe accorta che erano vetri d'automobile, piccoli e squadrati, fatti apposta per fare meno danno possibile quando si rompono. Quindi, se il pargolo avesse allungato una mano, difficilmente si sarebbe tagliato. E avrebbe visto anche che, effettivamente, erano belli: un mucchietto azzurrino e luccicante sul grigio dell'asfalto.
Mi sarebbe molto piaciuto, allora, se avesse detto al figlio: "In realtà sono pezzi di vetro, forse di un automobile; però hai ragione, sai: sono belli, sembrano proprio pietre preziose". Se poi si fosse addirittura chinata a raccoglierne uno con circospezione, per insegnare al bambino come toccarli senza danni, forse avrebbe potuto, con poche parole, spiegargli diverse cosette: anzitutto che si può distinguere tra realtà e fantasia senza sminuire né l'una né l'altra; poi che le cose belle possono nascondersi dappertutto, anche tra gli scarti, e restano comunque belle, persino se non hanno alcun valore economico o utilità pratica; infine, persino che molte cose belle vanno trattate con cautela per evitare di fare o farsi del male. Vi pare poco?
Intendiamoci, io la capisco la signora, che di certo avrà avuto il suo daffare e non aveva la benché minima intenzione di trascorrere la serata al pronto soccorso. Comunque li avevo visti anch'io quei vetri rotti. E ammetto di aver pensato esattamente la stessa cosa che ha detto il suo bambino. Soltanto che ho 33 anni! E' grave?

mercoledì 20 luglio 2011

Cerco l'estate tutto l'anno...

…e all’improvviso eccola qua!! Stavolta la citazione della canzone c’è, volutamente. Siccome non riesco, ahimè, a commentare gli ultimi post pubblicati su questo blog, tenterò di fare un po’ un resoconto, in pratica, dato che non sono un genio in scrittura, un "megasproloquio" che raccolga le impressioni che avrei voluto esprimere attraverso brevi, quindi meno invasivi, commenti. Abbiate pazienza…
Innanzitutto volevo ringraziare in modo particolare la Cri e tutti gli amici del pollaio che in qualche modo hanno reso “pubblico” il mio lieto evento (anche se forse per scaramanzia dovrei aspettare a parlarne..) e mi sono stati vicini con consigli, domande, proposte in questi primi quattro mesi.
Devo dire anche che, nonostante la nausea non mi abbia ancora abbandonata, non ho perso del tutto l’appetito quindi potrei tornare presto alla carica con nuove ricette, magari quelle che mi sono inventata per adeguare i piatti della tradizione alle esigenze del carico gravidico..
Intanto, per riallacciarmi al titolo del post, anche quest’anno è arrivata l’estate. Un’estate, per fortuna, anomala dal punto di vista climatico, dato che stamattina sono uscita di casa con sciarpa e golfino. Meglio così; quest’anno più che mai temevo l’arrivo di questa stagione, soprattutto, proprio perché sono diventata più sensibile, temevo in egual misura tanto il caldo torrido quanto gli sbalzi di temperatura causati dall’abuso di condizionatori non appena si entra in un negozio, supermercato o sala d’attesa di un ambulatorio… E pensare che l’estate mi è sempre piaciuta, complici le vacanze, da scuola e dal lavoro, anche adesso, per fortuna. Forse perché ho in mente anch’io, come ricordava Cri recentemente, certi pomeriggi lunghi e soleggiati passati a leggere un libro, a guardare un vecchio film alla tv (d’estate ogni tanto ne fanno vedere ancora) o a sfogliare un album di vecchie fotografie e perdersi nella nostalgia di quei ricordi… In fondo posso ritenermi fortunata perché, dopotutto, sto rivivendo, seppur in maniera diversa, la magia di quei pomeriggi, dopo anni in cui anche d’estate mi costringevo a star chiusa in casa per studiare e preparare gli esami di settembre, oppure a correre in piscina per un’ora di acquagym ((?)neanche mi ricordo come si scrive!) nel tentativo di inseguire una forma fisica a cui ho rinunciato comunque da anni… Quest’anno più che mai, gioco forza, anche se un po’ di movimento non farebbe male, me ne sto volentieri in casa a leggere quei libri che durante l’anno non ho avuto tempo di leggere, a svuotare armadi, a sistemare fotografie, disegni, vestiti, oggetti che fanno parte di una vita e ne immortalano il ricordo. E se si tornerà a sudare un po’, pazienza! Mi rifugerò presto in montagna a respirare (spero) un po’ d’aria fresca.
Auguro a tutte di trascorrere una bella estate, perché vale la pena di viverla e gustarla come tutte le stagioni del nostro vivere!

giovedì 14 luglio 2011

Case chiuse

Che avete capito?! Non ho intenzione di parlare di luoghi di (presunto) piacere, né di mondane d'altri tempi; ma, letteralmente, di quelle case che restano chiuse per molti mesi all'anno e, in genere, vengono riaperte d'estate. Seconde case, insomma. Al mare, in montagna, in collina: ereditate dai nonni o acquistate con pochi risparmi per garantirsi una solida via di fuga dalla città. Chiuse sì, ma non disabitate, perché durante l'assenza degli inquilini umani, diventano rifugio accogliente per muffe variopinte, che chiedono asilo politico agli angoli dei muri, e per una varia accolita di bestiole che vanno dalla blatta al millepiedi, passando per inquietanti scorpioni e ragni fuori ordinanza; per non parlare degli acari, che costruiscono popolose metropoli nell'umido dei materassi di lana, e dei condomini di tarli. Persino la casa, quando è chiusa, si prende delle libertà: appena ve ne andate tira un sospiro di sollievo e ovunque fioriscono crepe e nevicano fiocchi di vernice e intonaco. E tutta questa vitalità non si dilegua al primo sole: va scacciata con metodo e pazienza, per renderla di nuovo abitabile, e ne resta sempre un poco nascosta da qualche parte. Eppure queste case hanno fascino. Sospetto sia merito del mobilio spaiato, che viene da altre case e da altre epoche. Facendo lo stemma codicum di ogni frammento si può ricostruire la storia di una famiglia: l'armadio del nonno, il letto che mamma acquistò col suo primo stipendio, il baule coi libri delle prozie. Insomma, queste case sono per gli oggetti (e i ricordi) un'ancora di salvezza prima del diluvio.
Per questo mi piacciono, anche se, a prima vista, paiono scomode e poco eleganti; anche se "sanno di vecchio". Perché questo odore dimesso e sconosciuto ai figli della "generazione ikea" è stato, da sempre, parte della mia estate. E vorrei che continuasse ad esserlo ancora per un po', per quanto sia difficile. Incrociate le dita, per favore.

venerdì 8 luglio 2011

(Sacre?) Scritture

Gran bella cosa le rassegne estive degli ultimi cinema indipendenti rimasti! Si può recuperare quel che si è perso e, magari, con la scusa degli sconti, concedersi anche qualche film che non saresti andata a vedere e poi goderti, più del film, l'annesso incontro con l'autore, l'attore o il regista di turno. E' capitato la scorsa settimana con "La donna della mia vita" e "Notizie degli scavi".
Nel primo caso a parlare c'era il regista, Luca Lucini, milanese, rilassato, informale; nel secondo l'attore, Giuseppe Battiston, friulano, arguto, meno pacioso di quanto il suo aspetto faccia pensare.
Immagino non abbiano molto in comune. Lucini ha fatto anni di videoclip e pubblicità, prima di passare ai lungometraggi con il famigerato "Tre metri sopra il cielo"; Battiston si è - parole sue - "fatto un mazzo così" col teatro e, nonostante i recenti successi, ci tiene a sottolineare la sua distanza dall'orda di giovani attori (alcuni anche bravi, però) usciti dai talent show e dalla fiction.
Eppure, senza saperlo, parlando da due punti di vista diversi di due film diversi, hanno detto una cosa uguale. Entrambi, infatti, hanno sottolineato l'importanza della scrittura come elemento fondamentale per fare un buon film.
Lucini ha affermato che si fida poco dei registi che fanno anche gli sceneggiatori, perché è giusto rispettare i ruoli e le capacità di ciascuno. Battiston ha osservato quanto è stato utile per lui poter contare su una sceneggiatura fedele al testo da cui è stato tratto il film (un racconto di Lucentini), anche per distaccarsene...
Di film m'intendo poco ma di scrittura un po' mi occupo, per lavoro e per passione. E non è certo una novità notare quanta sciatteria e quanta omologazione s'incontra oggi in molto di ciò che si legge (e si ascolta). La maggior parte dei testi che girano in internet, ad esempio, sono frutto di copia-incolla, talvolta talmente palesi che i "ladri" nemmeno si preoccupano di cambiare qualche parola. Della quantità di refusi che girano persino nei libri e sui quotidiani ho sproloquiato altrove; ma anche nei telegiornali mi pare non si faccia nessuno sforzo per dare il giusto tono ad ogni notizia ed evitare frasi fatte, banalità e ripetizioni.
Il fatto è che il lavoro di scrittura è ritenuto, dopotutto, una cosa di scarso valore. Non sto parlando, per carità, di arte, nemmeno di giornalismo romanticamente inteso, ma di artigianato, che va dai volantini pubblicitari ai comunicati stampa, passando per i ghost writer che danno una forma accettabile ai discorsi dei politici e ai libri dei calciatori. Autori anonimi (ai quali più o meno anch'io appartengo) che, però, scrivono l'80% di ciò che leggiamo e sentiamo ogni giorno e, spesso, si fanno un mazzo così... O forse no, visto che, infondo, una penna vale l'altra: quel che importa è che sia veloce, economica, non chieda troppe spiegazioni e se ne stia nascosta nell'affollato dietro le quinte della comunicazione.
Giusto ieri sera, a Superquark, il caro Piero (Angela) ha intervistato Tullio de Mauro, il quale ha dichiarato che in Italia ci sono ancora 2 milioni e mezzo di analfabeti e un buon 50% della popolazione è al di sotto dello standard minimo per quanto riguarda le capacità di scrittura e comprensione di un testo. Come è possibile, se quasi tutti pare abbiano un libro nel cassetto e spuntano da ogni parte case editrici telematiche disposte a pubblicarlo?
Credo che le cose siano collegate: più quel che si legge è sciatto,tutto uguale, privo di profondità, più ci si sente autorizzati a scrivere ciascuno il proprio capolavoro; più il livello della scrittura "quotidiana" si abbassa, più finisce col perdere di valore e di interesse e alla fine, passata l'euforia, si smette di leggere e di scrivere e ci si dimentica come si fa. Esagero? Certo, è un mio difetto, e nemmeno il peggiore...
Eppure, pensandoci, proprio noi italiani, analfabeti di ritorno, siamo figli di una delle religioni chiamate religioni del libro, nelle quali la scrittura ha sempre avuto un valore fondamentale, sacro, perché ha permesso di fissare e tramandare la parola di Dio. Non so a voi, ma a me fa abbastanza impressione quando penso che nella Bibbia - "ta Biblia": i libri, semplicemente - si racconta che Dio crea il mondo con la parola (è egli stesso parola, dice Giovanni), dà all'uomo il potere di dare un nome alle cose e, persino, si prende la briga di incidere di suo pugno sulla pietra i comandamenti.
Mi pare fosse Tolkien che affermava che l'uomo, inventando e scrivendo storie, infondo, continua l'opera creatrice di Dio. Ora, capisco che è difficile pensare a tutto questo mentre si scrivono dieci righe di resoconto sulla sagra della torta fritta a Vattelapesca, o si sintetizza un'ordinanza comunale, però avere almeno ogni tanto un brividino lungo la schiena, un sussulto di dignità, farebbe a tanti mestieranti delle (profane) scritture, un gran bene.
Basta adesso, se no rischio un fulmine per le probabili eresie e un cazziatone da voi per avervi annoiate a morte. Scusate!

giovedì 30 giugno 2011

Una lunga estate calda, per favore!

E' cominciata anche quest'anno, alla prima ondata di caldo - interrotta solo ieri sera da un pietoso temporale - la guerra dei condizionatori. La combatto da circa due anni a casa e in ufficio, da quando, cioè abbiamo installato l'arnese infernale a casa e ci siam trasferiti in un ufficio dotato del suddetto. Contro di me ho due fieri avversari: mio padre e il mio capo.
Il primo, ai primi accenni di canicola, me lo trovo davanti in bermuda e canottiera (sic!) che armeggia disperato col telecomando del condizionatore: ovviamente, essendo passati mesi dall'ultimo utilizzo, non si ricorda più come funziona e mi tocca pure aiutarlo ad accenderlo (salvo poi spegnerlo appena si allontana...); il secondo si affaccia alla porta del mio ufficio con aria tra il mesto e il ricattatorio e mi chiede: "posso attaccarlo?": domanda retorica alla quale io, per non dargli soddisfazione, rispondo allargando le braccia e dicendo "se proprio vuoi...". Quando è tornato dal mare la scorsa settimana, esibendo un colorito aragosta e sandali da turista tedesco, prima mi ha salutato (perché è pur sempre una brava persona...), poi mi ha chiesto: "perché non hai acceso il condizionatore?"
Se proprio volete ve lo spiego il perché, anche se so che mi creerò numerose inimicizie, per ragioni uguali e contrarie a quelle che mi sono creata con il post del 1 dicembre 2010: perché io, d'estate, VOGLIO AVERE CALDO!
Lo aspetto per 10 mesi all'anno il caldo; lo desidero ardentemente quando esco di casa con minimo tre strati di roba di lana addosso escluso il cappotto; lo sospiro nei restanti periodi in cui, pur osando canottiera e maglietta, sono pronta a sfoderare dalla borsa, al primo alito di vento, foulard e golfino per tentare, a volte inutilmente, di evitarmi un mal di gola.
E quando, finalmente, arriva, non mi par vero di uscire la mattina in bicicletta senza rabbrividire e sentirmi i capelli che svolazzano sulle braccia nude e di rincasare a mezzogiorno fendendo un'aria densa e calda come un brodo.
Quando riesco a passare un'intera giornata con addosso un abitino leggero senza dover riesumare dalla solita borsa (non si sa mai) nemmeno un coprispalle, quasi quasi mi commuovo.
Non che non mi dia fastidio sentirmi appiccicosa e sudaticcia dieci minuti dopo essere uscita dalla doccia, correre il rischio di salutare qualcuno con l'ascella pezzata e sentirmi le gambe pesanti e i piedi gonfi (fino a qualche anno fa non mi capitava: sarà la vecchiaia?); ma ci sto a sopportare qualche disagio pur di liberarmi, per un breve ma intenso periodo, di qualche strato di abiti, anche se così è più difficile nascondere i chili di troppo.
Perciò, rinchiudere me in una stanza in compagnia di un condizionatore equivale a una tortura, che sopporto a malincuore per amor di pace - domestica e lavorativa - ma da cui fuggo appena possibile.
Lo so che lavorare col caldo è faticoso, lo so che sudare non è elegante, ma l'estate dura un attimo. Perché costringermi a passarla in frigorifero come un sofficino?
Non vi ho convinto? Vabbé, allora buttiamola sul risparmio energetico! Volete mettere quanta elettricità si risparmia tenendo spenti i condizionatori? Non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di fare un referendum sul nucleare...
Calorosi (finalmente) saluti a tutti!

martedì 28 giugno 2011

Sono ancora qua

Uno, due, tre prova, prova..uno, due, tre... Funziona?! Beh, se funziona, sono ancora qua! Non è il titolo di una canzone, ma sono sempre io, ciosa Chiara, letteralmente e inspiegabilmente buttata fuori dalla rete telematica, ma ora, spero, rientrata grazie all'aiuto della Cri. Con una nuova identità, si fa per dire! Ero tentata di camuffarmi, ma tanto dai miei sproloqui mi si riconosce sempre! Quindi, sono sempre io!
Ai prossimi "cioseschi" sproloqui!!

lunedì 20 giugno 2011

Crostata anarchica di lamponi

Passare dall'influenza all'insolazione nel giro di una settimana non era facile. Eppure ci sono riuscita! L'influenza era quasi inevitabile, visto il clima di questi ultimi 15 giorni: è stata breve ma intensa e mi ha lasciato ossa rotte e voce di naso. Per quanto riguarda l'insolazione, non pensate che io, con la scusa della convalescenza, mi sia concessa un weekend al mare: troppo banale; me la sono guadagnata ieri, in cortile, lavando ENTRAMBE le auto di famiglia in un impeto di masochismo.
Risultato? Oggi sono bicolore: bianco crema davanti e rosso lampone dietro. In pratica somiglio alla crostata che mi sono inventata qualche giorno fa, quando ho scoperto che in frigo c'era una tazza di lamponi raccolti in campagna. Come tutte le mie ricette è tendenzialmente anarchica: fatta a occhio e a caso. Alla faccia degli chef che ho conosciuto per lavoro e mi hanno giurato che la pasticceria è una scienza esatta...
La base è la mia pasta frolla multiuso, ovvero: 250 g di farina, 150 g di zucchero, 100 g di burro, 1 uovo, mezza bustina di lievito vanigliato, 1 cucchiaio d'olio d'oliva, 1 pizzico di sale. Lo so che le ciose più cuoche di me inorridiranno, ma io mescolo insieme zucchero, farina, lievito e sale, poi aggiungo l'uovo, il burro a tocchetti e l'olio e lavoro con le mani finché non viene una pasta liscia e compatta. Poi lascio riposare. La copertura è composta da una crema pasticcera fatta in economia: 250 ml di latte, 50 g di zucchero, 1 cucchiaio abbondante di farina, 1 tuorlo, 2-3 scorzette di limone. Ho messo a scaldare il latte con le scorzette di limone e l'ho spento prima che bollisse; ho mescolato zucchero e tuorlo e aggiunto la farina, poi ho incorporato il latte e messo tutto sul fuoco, mescolando con pazienza finché la crema si è addensata. L'ho lasciata raffreddare un po'. Ho foderato la tortiera con la carta forno. Steso sopra la pasta frolla come per la crostata, bucherellandola con la forchetta. Poi ho messo uno strato sottile di crema pasticcera e mi son divertita a tuffarci uno ad uno i lamponi, semplicemente lavati e scolati. Poi ho infornato a 170°C per 40 minuti circa.
Poiché non sta bene giudicare da sé le proprie opere, dirò solo che è sparita in due giorni... vedete voi!

martedì 14 giugno 2011

Il pomeriggio è troppo lungo e azzurro...

"Le cose belle sono lente"
(Pane e Tulipani)
Care ciose maestre. E' finita la scuola! Non c'è bisogno che ve lo dica io. Lo so che ve ne siete accorte e avrete tirato un sospirone di sollievo. E so anche che, in realtà, non è proprio finita: ne avrete almeno fino a fine mese di riunioni, scrutini e compagnia cantando; e il 1° settembre sarete di nuovo in ballo. Quindi, a chi (me compresa) invidia alle maestre i tre mesi di ferie occorre dire, anzitutto, che sono due e, subito dopo: provate voi a passare 6 mattine a settimana per 10 mesi l'anno attorniati da 25 pargoli, poi ne riparliamo...
Comunque. Sarà perché dopo settimane novembrine, finalmente è tornato il sole, sarà perché quando giro per Parma non incontro più folle di ragazzini raggrumati attorno alle fermate dei bus, ma li vedo in ordine sparso coi palloni nei cestini delle bici diretti ai campetti, o fuori dalle gelaterie con un cono fuori ordinanza, che mi è presa una botta di nostalgia feroce per le mie estati da studente. Sembra strano ma mi mancano soprattutto certi pomeriggi vuoti, in bilico sull'orlo della noia. Quelli in cui non c'erano feste, piscine, gite, genitori da accompagnare a fare qualche commissione. A volte nemmeno amici. Giusto una bicicletta con cui aggirarsi per il cortile; oppure un libro con il quale rintanarsi in un cantuccio fresco di casa.
In uno di questi pomeriggi ho letto per la prima volta Il piccolo principe, nascosta tra i mobili della sala accatastati, causa rifacimento della tappezzeria, in quella che sarebbe diventata la mia camera. In un altro ho imparato a pattinare da sola, avvinghiandomi alle ringhiere dei garages. Non c'ero mai riuscita prima, intimidita, forse, dai troppi consigli e dalle troppe paure di mio padre, che aveva tentato di insegnarmi.
Li ricordo questi pomeriggi, che certamente avrete avuto anche voi, perché credo che sia grazie a queste ore vuote, a questo tempo solo nostro da inventare - o anche, perché no, da sprecare - siamo diventate grandi: abbiamo imparato a fare i conti con noi stesse, a raccontarci storie e coltivare ricordi. O, almeno, per me è stato così. E provo una gran pena per certi piccoli che, appena suonata l'ultima campanella, vengono incasellati in un grest, spediti a un campo estivo o altro e sono privati del lusso di annoiarsi, che da grandi non capita più.
Lo so, lo so che i tempi son cambiati, che i genitori lavorano entrambi e non sanno dove lasciarli e che anche loro, come tutti, troveranno il loro modo di crescere e imparare a conoscersi; ma penso che un po' di tempo veramente libero farebbe anche a loro un gran bene, più che una vacanza studio all'estero...

lunedì 6 giugno 2011

Quei quaderni di una volta


Ciao ciose, finalmente faccio progressi: a quasi un anno dalla creazione del blog, son riuscita a caricare un'immagine!
Qui voglio rendere omaggio a Sarah Kay, personaggio creato da una disegnatrice australiana, che negli anni '80, quando ero alle elementari, abbelliva la copertina dei quaderni di ogni brava bambina che si rispetti.
Quelle spudorate preferivano Lady Oscar o Georgie.
Sarah Kay vive probabilmente a fine '800 in un ambiente bucolico, a contatto con dolci animaletti, ignara della tivù e dei cellulari. Predilige gli abitini in patchwork e le grandi cuffie di stoffa modello Laura Ingalls. Ha molte amiche con cui organizza picnic sull'erba o ricevimenti per il tè; bambole e peluche che si ostina un po' ottusamente a imboccare... poi ha anche qualche amichetto a cui dispensa bacini oscurati dall'enorme (e strategica) cuffia. Il suo è un mondo magico, romantico e incantato che da piccola io adoravo, tanto da collezionare tutti i suoi quaderni... oggi, complici la mia attuale passione per il patchwork e quella perenne per il passato, mi sono imbattuta nel suo sito, e Sarah mi ha risvegliato tanti bei ricordi, manco fosse la madeleine di Proust.

giovedì 26 maggio 2011

Viulenzaaaa!

Scena: interno sera. Una donna - fianchi larghi e capelli lunghi - lava i piatti dando le spalle al tavolo di cucina al quale è seduta sua madre, che le sta allargando un paio di pantaloni.
Ad un tratto la donna si accorge che una zanzara le sta azzannando un braccio con notevole soddisfazione e, di scatto, mette il braccio sotto l'acqua del rubinetto.
Figlia: "Ahhh! una zanzara!
Madre: "L'hai spiaccicata?"
Figlia: "No, l'ho annegata."
Madre: "Prima dovevi strozzarla."
Figlia: "..."

Se ogni tanto mi capita di dire robe strane, insomma, non è solo colpa mia.

PS: non so di chi sia l'illustrazione della zanzara desolata che ho rubato. Se l'autore se la ritrova qui a sua insaputa, prima mi scuso e poi gli faccio i complimenti!
PPS: sia chiaro, mia madre è una persona pacifica.

lunedì 23 maggio 2011

L'ospite atteso

Ci sono, a volte, pensieri così alati da ripercorrere il sentiero della creazione.
Ci sono, a volte, desideri così profondi che si addensano, fino a farsi bambino.

A Chiara, che, negli anni in cui giravamo l'Italia per convegni, è stata la sorella che non ho mai avuto; poi, per sua fortuna, ha trovato una strada migliore. E a Filippo: la sua strada.
Auguri!

lunedì 16 maggio 2011

Tre donne tra i libri (per non parlare del trolley)


"Le librerie mi fanno da ansiolitico e anche da antidepressivo"
(G. Carofiglio, Ragionevoli dubbi)

Le motivazione che ci hanno spinto a visitare, anche quest'anno, il Salone del libro erano serie e profonde. Non si trattava tanto di tener fede al punto 2 del nostro decalogo, né di trovare un passatempo intelligente per una domenica diversa. Il vero motivo per cui siamo andate a Torino era dar modo a Costi di utilizzare il trolley rosa shocking, che si è fatta regalare "ad uso fiere". Così un inedito terzetto, formato da me e Costi in compagnia di Simo, che si è ormai guadagnata la tessera di ciosa onoraria, è partito all'alba su un treno pieno di pendolari assonnati e, inseguito da nuvoloni neri e scrosci di pioggia (strano, vero?), è sceso alla stazione Lingotto con il sole (strano, davvero!). Qui abbiamo cercato di imbucarci sulla navetta, che credevamo gratuita e non lo era. Scese al volo, siamo risalite con il biglietto quando stava già per partire. Davanti agli ingressi della fiera c'era una bella fila, ma Costi era agguerrita (sarà per il trolley?) e si è diretta decisa all'ingresso riservato agli insegnanti per avere il biglietto scontato. Io e Simo ci siamo messe buone buone ad aspettare. Il sole era caldo e l'aria fredda e limpida: arrivava fin lì dalle Alpi ancora innevate intraviste dal treno. Non è male stare così, in compagnia di persone disposte a perder tempo per i libri. Dopo poco Costi riappare. "Già fatto?" No. E' che all'ingresso riservato non c'è nessuno e la cosa la lascia basita. Poveri insegnanti: li hanno maltrattati tanto nelle ultime finanziarie che non hanno nemmeno la forza di venire al Salone del libro?! La convinciamo a ritentare e ci ritroviamo all'interno dopo il consueto attimo di disorientamento: "Sono all'altro ingresso" "Ehm, quale?". Facciamo un rapido piano d'azione: "Bene. Allora, andiamo dritte e poi proseguiamo per file". A metà della prima fila di stand stiamo già divagando, attratte dal nome sfizioso di una casa editrice, dalle copertine colorate dei libri per ragazzi o da quelle fosche dei romanzi gotici (vero, Simo?). Decidiamo che non è un problema. Tanto è impossibile vedere tutto e, comunque, non ci perderemo: basterà tener d'occhio il trolley rosa shocking. Il metodo è empirico, ma funziona.
Ci eravamo segnate alcuni incontri con scrittori che ci interessavano, poi, anche in questo caso, ci siamo fatte prendere dall'anarchia e ne abbiamo visti altri che a malapena avevamo sentito nominare. Confesso: ci siamo fermate soltanto quando avevamo bisogno di sederci e li abbiamo ascoltati addentando panini e merendine, ma, alla fine, abbiamo scoperto persone interessanti. C'era il giallista arguto (Malvaldi) rammaricato della mancanza di ironia e leggerezza dei nostri tempi; gli scrittori lombardi (Biondillo e Vitali) e napoletani (De Silva e Starnone) che si confrontavano sui temi dell'identità locale. Parlavano bene con intelligenza, eleganza e una certa modestia, piuttosto rara oggi. E' stato bello ascoltarli così, un po' per caso...
Ci siamo incantate a guardare sconosciuti fumettisti disegnare sconosciuti personaggi (ma i poster di Pratt e le tavole di Cavazzano li ho puntati da lontano ...). Siamo state fermate da un poeta che perorava la sua opera prima, da un venditore di programmi per lavagne interattive alla disperata ricerca di maestre, da un giovanissimo editore che realizza libri a basso costo, a cui faceva gli occhi dolci una attempata scrittrice, e da un altrettanto giovane artista che stampava col torchio immagini liberty.
Siamo rientrate cariche di cataloghi ("Avete visto che il trolley serviva!") e con un acquisto di libri relativamente scarso: da uno a tre a testa; perché, come ha osservato giustamente Simo, quando se ne vedono troppi assieme, subito si vorrebbe prenderli tutti, poi, visto che non si sa quale scegliere, si tende a rinunciare. La verità è che a tutte e tre piace stare tra i libri, ma il nostro sogno resta sempre la botteguccia con gli scaffali di legno e un/una libraio/a simpatico/a con cui chiacchierare: avete presente "C'è posta per te"?
Ah, sì, abbiamo anche arraffato qualche gadget (segnalibri, penne, cartoline ecc.), ma il bottino è stato scarso. Sarà la crisi, che ha imposto agli editori di limitare i regali e di dare le ambite borsine di tela soltanto a chi acquistava minimo due libri? O non sarà piuttosto che ci mancava Dani, maestra assoluta nell'arte del gratuito? Ai posteri l'ardua sentenza!
A noi è rimasta una bella stanchezza, un chilo e mezzo di carta in più, la voglia di tornare l'anno prossimo e, beh, un trolley rosa shocking!

lunedì 9 maggio 2011

Ho fatto un... Giro

Ieri ho fatto un giro al Giro. Non accade tutti i giorni che il traguardo del Giro d'Italia ti capiti in città, lungo la strada che fai ogni mattina per andare a lavorare. Metti poi che passi di domenica, in una giornata di sole e che tu abbia trascorso mezza giornata a lavare golf, per terminare, una buona volta, il cambio di stagione e abbia assoluto bisogno di staccare un po'. Che fai? Vai a dare un'occhiata, anche se sei tra le persone meno sportive dell'orbe terracqueo. E come vai a vedere il Giro se metà delle strade sono bloccate? Ovvio: in bicicletta. Anche se hai una vecchia pseudolandese senza cambio che, dopo il frontale fatto l'anno scorso con un ragazzotto in bici elettrica, ogni tanto cigola e spernacchia perché la ruota dietro non è più tanto rotonda. E provate entrambe - tu e la bicicletta - un po' di vergogna incrociando amatori azzimati a bordo di due ruote luccicanti e auto d'appoggio colme di tecnologici pezzi di ricambio.
Essendo poco esperte di manifestazioni sportive, vi potrebbe anche capitare di arrivare quando i ciclisti sono ancora a 20 km dal traguardo e il pubblico è rado; e di riuscire, perciò, ad avventurarvi fin davanti alla tribuna delle premiazioni e piazzarvi lì, parcheggiando la bici alle vostre spalle, contro il muro del convento delle Carmelitane, così anche lei, poverina, può godersi lo spettacolo. Peccato che nel giro di pochi minuti tra te e la bicicletta si materializzino file di curiosi pigiati tra il muro e le transenne e la tua bici scompaia alla vista. E' un momento di apprensione, ma i corridori, che viaggiano all'inverosimile velocità di 50 km all'ora, sono già entrati in città e persino tu ti fai prendere dall'entusiasmo. Ci sono papà con bambini sulle spalle, ragazzi che spiegano alle morose il significato delle maglie, rispettabili signore di mezza età con maglietta e cappellino rosa e... occhiali da sole a forma di bicicletta! In effetti il sole picchia e anche tu ti attrezzi con occhiali da sole e, visto che non hai un cappellino, ricicli il foulard che hai al collo. Così finisci per assomigliare alla Dama Bianca con il naso di Coppi. Devi ammettere che è divertente. Cominciano ad arrivare le auto e le moto di scorta e ti rendi conto che, fino a quel momento, stavi guardando nella direzione sbagliata. Finalmente vedi i ciclisti. E' un lampo. Non ne conosci nemmeno uno e non sai se applaudirli o fotografarli. Fai le due cose insieme e il risultato è che solo una delle foto è da salvare. Solo quando salgono sul palco per le premiazioni, assieme alle solite inutili modelle e al sindaco più abbronzato di loro (sia dei ciclisti sia delle modelle), scopri che ha vinto un italiano. Applaudi di nuovo e speri che lo schizzo dello champagne non ti raggiunga. Bene. E' finita: puoi tornare a casa. No, non puoi. La tua bicicletta è incastrata in mezzo alla folla e fatichi a raggiungerla. Quando ci riesci ti rendi conto che non puoi spostarla di un millimetro. Ti ci siedi sopra rassegnata e ti sfiorano le maledizioni di chi cerca di passare e si ritrova il manubrio nel diaframma (o più giù, a seconda dell'altezza). Rimpiangi di non esserti messa una maglietta giallo Parma per mimetizzarti con il muro. Aspetti che la folla si diradi. Appena si apre un varco ti ci infili. Inforchi il tuo mezzo di locomozione e decidi di rincasare percorrendo a ritroso un pezzetto della strada che han fatto i ciclisti. Stanno già smantellando. Schivi un enorme camion che raccoglie transenne, ti chiedi come diavolo hanno fatto a non cadere sul pavé sconnesso di Via d'Azeglio e ti accorgi che stai pedalando liscia, leggera e più velocemente del solito. Bella cosa l'autosuggestione!

giovedì 5 maggio 2011

Bambini

"Quando i grandi
sanno vivere da adulti,
i piccoli possono finalmente
vivere da bambini."

(Tonino Milite)

Non dirò dei figli delle ciose, che crescono belli e simpatici, ma di quelli che bambini non sono, almeno anagraficamente, ma tendono a comportarsi come tali. Mi è capitato di averne parecchi attorno negli ultimi tempi, soprattutto sul lavoro, tanto che giusto ieri, parlando con la mia collega, abbiamo concluso che a fare il nostro mestiere, più che una laurea in comunicazione o in materie letterarie, ne occorrerebbe una in psicologia.
C'è quella che si preoccupa di correggere e ricorreggere minuzie nell'ultima pagina di un giornalino che avrebbe dovuto uscire due mesi fa, bloccandolo per qualche altro giorno ancora; quella che, dopo aver avuto in mano per un mese la scaletta di un altro giornale, si accorge che, forse, uno dei finanziatori avrebbe potuto richiedere una pagina tutta per sé e dunque occorre chiamarlo e reimpostare tutto il giornale (già scritto per metà) perché non si sa mai... Ah, e c'è quell'altro che vuole che si invitino i lettori a una bella vacanza nel deserto. Sì, certo, dove? Libia? Egitto? Tunisia? Non c'è che l'imbarazzo della scelta!
Queste e altre perle sono frutto di gente che ha minimo dieci anni più di me, lavora da molto più tempo di me e, diciamolo, guadagna almeno il triplo. E non si tratta di inesperienza. Temo invece che siano entrati con entrambi i piedi nell'ottica molto italica della marchetta: devono rendere conto agli sponsor, ai finanziatori, al direttore, al sindaco o a chiunque stia un gradino sopra di loro. E hanno paura. Sarà la crisi, con teste che saltano anche dove non ti aspetteresti, ma temo che oggi il primo pensiero di molti professionisti non sia fare un lavoro ben fatto, ma non scontentare nessuno, non turbare equilibri e, magari, dare anche un'incensata qua e là, prima ancora che venga richiesta, in una sorta di preventiva rinuncia a fare delle scelte e a prendersi quelle responsabilità per le quali, dopotutto, vengono pagati. Non sto parlando di incapaci, ma di "brave persone"; gente normale che, forse per non rodersi il fegato (come faccio io) o forse per disillusione, regredisce pian piano allo stadio di bambini. Si bevono in modo acritico quel che viene dall'alto e lo riversano sulle malcapitate ultime ruote del carro, a cui, ovviamente, tocca fare i salti mortali per conciliare l'inconciliabile. Ad esempio: come si fa a trovare un modo elegante per parlare a dei bambini di quanto sono belli i campi estivi organizzati dal tale ente quando le iscrizioni sono già chiuse da un mese e i campi si faranno tra un mese. Che ne faccio? Un invito? Ovviamente no. Una cronaca? Nemmeno. Però bisogna parlarne. Perché? Eh, bisogna!
Mi consolano due cose: che, grazie al cielo, ancora si incontra gente capace di portare avanti un progetto con serietà ed entusiasmo, e il fatto che, per fortuna, io mi occupo di piccole cose e - anche quando son costretta a lavorare male - non faccio un gran danno. Mi preoccupa un po' di più l'idea che lo stesso sistema lo applichino, che so, un medico o un politico. E li vediamo ogni giorno questi amministratori pubblici che litigano come bambini per spartirsi l'ultima fetta di torta; che mettono giù il muso, negano persino l'evidenza e rispondono "ma io non credevo, ma io non intendevo...", purtroppo senza il candore con cui lo fanno i bambini.
Intendiamoci, anch'io non mi ritengo immune da questa tendenza. Sono anch'io tra quei "bambini" a cui ha dato una bella strigliata il solito Paolini (scusate...) a Padova per il 1° Maggio: incapaci di stare zitti per un solo intero minuto di silenzio, di decidere e organizzarsi da soli, e così diversi dagli "adulti", che, a suo tempo, scrissero la Costituzione.
E ci sarebbe un gran bisogno di adulti oggi. Non gente seriosa e inibita, ma responsabile, che, per esempio, sappia dare il giusto peso ai rapporti di lavoro, d'amicizia, d'amore, senza gettarseli dietro le spalle da un giorno all'altro come fanno i bambini con un giocattolo con il quale si sono stancati di giocare. Ma questa è un'altra storia.
Eh, Cri, come sei pesa oggi! Lo so, lo so. Ho preso quattro chili e una taglia. Abbiate pietà...