mercoledì 24 agosto 2016

Quam minimum credula postero

Nel mio caso non è spensieratezza: semmai il suo esatto contrario.
E' quando ti fai la doccia alle due di notte anche se vorresti solo buttarti sul letto perché pensi che magari domani qualcuno dei tuoi starà male e non avrai tempo, e ti toccherà andare in giro coi capelli sporchi: cosa che ti fa sentire ancor più a disagio di quanto tu già normalmente non ti senta.
E' quando ricarichi il telefono anche se ancora ha due tacche anziché una, perché se dovesse servirti per un'emergenza e ce l'avessi scarico ti sentiresti maledettamente in colpa.
E' quando nemmeno ci provi a prenotare una vacanza per la paura di doverla mandare a monte all'ultimo momento per qualche guaio familiare - che non è una remota eventualità ma una quasi ovvia certezza: perché qui si vive in trincea nel corso di una tregua armata - sapendo che in quel caso la rabbia e la delusione sarebbero più devastanti del presunto svago.
E' quando ti mandi i lavori più urgenti alla mail di casa, che non è detto che il giorno dopo tu riesca ad andare in ufficio e, nel caso, puoi riuscire a combinare comunque qualcosa e a limitare i danni.
E' quando arrivi a pensare che grazie al cielo non hai né un figlio né un marito a cui imporre senza volere la sofferenza di una qualche malattia per la quale sarebbero costretti ad assisterti per amore o per dovere... o per un'inscindibile mescolanza tra i due, divenuti ormai indistinguibili l'uno dall'altro, ed entrambi svuotati di senso.
 E' allora che smetti di cogliere l'attimo e sai che, in realtà, è lui a cogliere te, come vuole e quando gli pare, e, di solito, con inopportuna malagrazia.
E anche Orazio lo sapeva. Il motto che da tempo viene usato in contesti motivazionali per spingere le persone a prendere in mano la propria vita, in realtà, cala come un epitaffio al termine di una poesia in cui si parla di futuro incerto e inverni impietosi; e che invita a confidare di più in un bicchiere di vino che nei propri progetti.
Disgraziatamente io sono pure astemia...

martedì 8 marzo 2016

Lotto marzo

A volte nei venti minuti che mi portano al lavoro succedono molte cose, piccole, ma dannatamente significative, che raccontano meglio di un approfondimento serale su qualche canale tv il mondo in cui viviamo.
Oggi, ad esempio, ho perso l'autobus. E questa non è una novità. Mentre arrancavo imbacuccata e rassegnata per prenderne un'altro la cui fermata dista qualche centinaio di metri in più da casa mia, vedo un'anziana coppia di coniugi attraversare traballando la strada.
Apro una parentesi: qualcuno mi spiega per quale motivo la maggior parte dei vecchi attraversano le strade di sbieco, guardando sistematicamente dalla parte sbagliata e percorrendo più spazio e impiegando più tempo per mettersi al sicuro sul marciapiede opposto?
Comunque, dicevo, li guardo con un misto di tenerezza e apprensione finché non raggiungono l'altro lato della strada, ma non faccio in tempo a sospirare di sollievo che vedo con la coda dell'occhio - ormai li ho quasi superati, camminando al mio solito passo da bersagliera per evitare di perdere anche l'altro autobus - che l'uomo fa dietro front, ritorna in strada e, proprio sulla linea di mezzeria, si china pericolosamente a raccogliere qualcosa. Capisco che è un rametto di mimosa, caduto probabilmente alla signora mentre si reggeva al suo braccio nel periglioso attraversamento.
Il recupero ha qualcosa di eroico e cavalleresco e mi vengono in mente scene da film o da romanzo: dame che gettano candidi fazzolettini dalle torri per farli raccogliere dagli amati in calzamaglia e cappello piumato.
Quando vedo una macchina avvicinarsi al vecchietto piegato in due in mezzo alla strada tremo; ma per fortuna la macchina si ferma. Non solo: il finestrino si abbassa e ne escono la faccia e la mano di un giovane, armato di smarphone che dice al vecchietto, il quale si sta lentamente rialzando dalla scomoda posizione: "No, no, aspetti che le faccio una foto!"
Allibisco. Anche il vecchietto è così spiazzato da obbedire: posa il rametto di mimosa a terra e compie di nuovo il gesto di raccoglierlo, col giovane che si premura di improvvisarsi regista e dargli indicazioni sulla posizione migliore per l'inquadratura.
Non ho tempo per assistere al finale della scena, ma spero di cuore che tutti gli involontari protagonisti ne siano usciti illesi. E mentre riprendo a macinare a testa bassa e sciarpa sul naso la distanza che mi separa dalla sospirata fermata del bus, penso che non so se vorrei insultarlo o abbracciarlo l'autista-fotografo. Certo lo insulterei perché di fatto ha messo a rischio l'anziano signore, bloccandolo in mezzo alla strada e facendolo chinare di nuovo - il colpo della strega è dietro l'angolo! - solo per una foto, che, oltretutto, è un falso, perché pretende di immortalare un gesto già passato. D'altra parte lo capisco, perché anch'io sono rimasta colpita dalla scena tenera e gentile, tanto da provare a raccontarla. E anche il mio racconto, in qualche modo, è un falso: perché tutto s'è svolto in una manciata di secondi, io l'ho visto camminando in fretta e, per quanto abbia cercato di riportarlo fedelmente, qualcosa per forza m'è sfuggito e l'ho ricostruito a senso. E a scriverlo come a leggerlo occorre più tempo che a vederlo e si perde molto dell'immediatezza e dello stupore del momento; ma tant'è: mi sembrava giusto provarci.
Alla fine quel benedetto autobus l'ho preso, compiendo anch'io un periglioso attraversamento di strada a filo di macchine, mentre l'enorme bestia rossa era già prossima alla fermata.
Non ho fatto in tempo a sedermi e a sfoderare l'immancabile libro, compagno indispensabile alla mia sopravvivenza sui mezzi pubblici, che ho assistito a un altro paio di piccole perle di umanità.
Una donna di colore ha aiutato una giovane e magrissima mamma dagli occhi a mandorla a caricare sull'autobus il passeggino col suo bimbo. Poco dopo, quando già le porte stavano per chiudersi, è etrata una signora con un mazzo di fiori - rose e mimose mi pare di ricordare - che, dopo essersi seduta nel primo posto libero, s'è subito alzata per lasciar posto a una elegante ottantenne che sfoggiava una sfavillante e candida permanente.
Vedere donne di varie razze e varie età che si aiutano così, semplicemente e spontaneamente, senza stare a guardare le differenze, ma solo perché è la cosa giusta da fare, proprio l'8 marzo è indubbiamente una cosa che rincuora.
Poi arrivo in ufficio, mi collego ai vari social che uso "anche" per lavoro e pubblico i miei personali controauguri per la festa della donna. Il succo del messagio era questo: è inutile parlare di emancipazione femminile finché anche gli uomini non impareranno ad emanciparsi dal ruolo di potere e privilegio nel quale si crogiolano da millenni. E' durissima, lo so, ma molti potrebbero scoprire di sentirsi più liberi e felici una volta usciti dagli stereotipi. O forse no?
Infatti, appena pubblicata questa cosa su Twitter, un perfetto sconosciuto, che aveva cominciato a seguirmi qualche giorno fa, si è immediatamente cancellato dai miei follower. E l'entusiasmo collezionato nel tempo di una passeggiata e di un viaggio in autobus è mestamente tramontato.
Auguri, eh!


martedì 8 dicembre 2015

Grovigli

E' l'Immacolata e fare il presepe è praticamente inevitabile, anche se l'umore non è dei migliori e la mia dotazione di speranza gioca da tempo una serrata partita a carte con le preoccupazioni, che, ultimamente, calano carichi pesanti sul tavolo. Comunque sia, ho fissato la base di legno sulla cassapanca, l'albero sull'asse, e posizionato a grandi linee la carta verde-marrone stropicciata e le casette.
Adesso me ne sto, piantata davanti a quello che è, di fatto, un piccolo mondo in costruzione, con in mano un lungo filo di lucine, ovviamente aggrovigliato. Le lucine sono accese, perché non c'è niente di peggio che scoprire che non funzionano una volta finito di districarle, e perché così è un po' più facile distribuirle tra albero e presepe cercando di non lasciare buchi d'ombra troppo estesi.
Le lucine mi brillano tiepide nelle mani, spuntando in ogni direzione dal grosso filo scuro e ritorto. Se le guardo troppo a lungo e chiudo gli occhi, me le ritrovo identiche e persistenti dietro le palpepre.
Questa è la parte del lavoro che detesto di più. Perciò mi fermo sempre un momento a valutare attentamente la faccenda prima di cominciare; perché capite bene che mettersi a imprecare come un camionista mentre si fa il presepe è assai poco raccomandabile...
Quindi prendo un bel respiro, mi accoscio di nuovo di fronte al costruendo paesaggio e mi accingo a districare la matassa. E ogni volta che il filo sfida le leggi della fisica, producendosi in nodi impossibili, o una lucina non ne vuol sapere di starsene buona a illuminare una casetta, ma s'infila sotto una zolla di muschio, o mi ritrovo un lumino blu, anziché giallo o rosso, là dove intendevo piazzare un fuoco per gli sventurati pastori, per non dir parolacce penso.
Penso che sto maneggiando luce. E che quel groviglio di lampadine di cui è difficile trovare un senso, potrebbe essere un modo come un altro di immaginarsi l'anima: punti di bene luminoso che spuntano dopo lunghi tratti di buio-male o buio-sofferenza, strettamente interconnessi gli uni agli altri, incomprensibili e inestricabili; ma è solo con questo intrico che, con infinita pazienza, si può provare ad illuminare quel mondo in miniatura che è la nostra stessa vita.
Buone feste!

martedì 27 ottobre 2015

Nani, giganti e... farfalle

Avete mai provato la sensazione, di fronte ad un testo o a un'opera d'arte, di essere presi e trafitti con uno spillo come le proverbiali farfalle da collezione?
Non saprei come altro spiegare la sensazione di stupore quasi doloroso che ho provato leggendo questo pezzo di Calvino, che parla delle opere di Melotti (e non solo di quelle, evidentemente...).
E il titolo di una delle opere dell'artista a cui lo scrittore si riferiva - cercata sul web per curiosità - mi ha definitivamente inchiodato.
Questo sanno fare i grandi.
Questo non saprò mai fare io; ma grazie a loro sopravvivere è un po' meno faticoso.
E mi basta. Spero.

Saluti latitanti, ma, credetemi, è meglio così!

mercoledì 24 giugno 2015

Scatoloni

22. Sempre stata una frana con i numeri: li dimentico, li inverto, non so maneggiarli se non scrivendoli o aiutandomi con le dita come e peggio dei bambini. Però con il 22 ho un paio di conti in sospeso.
22 sono gli anni che avevo nel 2000 e, per una curiosa coincidenza - se così vogliamo chiamarla - 22 erano gli anni che, da piccola, avevo appioppato, chissà perché, al mio migliore amico immaginario, il quale a quell'età, secondo la mia fervida fantasia, era già laureato, lavorava in un museo e, occasionalmente, insegnava pure: beata innocenza!
22, infine, sono le estati passate in campagna nella casa gialla di cui anche qui più volte vi ho parlato.
E 22 resteranno, visto che ora sul cancello compare la scritta "vendesi", bianca su sfondo rosso, come neve sulla carne viva dei miei più cari ricordi.
Molte persone sono già venute a vederla: vicini di casa in processione con tutta la famiglia, parmigiani in fuga dalla città per la gioia del loro cane, persino un'aspirante artista in cerca di uno studio suggestivo, il quale, ovviamente, ha puntato subito il balconcino di sassi d'angolo, con la sua scala sbilenca e l'edera, che fa tanto Romeo & Giulietta.
Grazie al cielo, finora, non ne ho incontrato quasi nessuno. Quel che vi ho appena descritto, infatti, proviene dai resoconti di mia madre che, al contrario di me, è brava a raccontare a voce qualunque cosa - da un film alla tormentata telefonata con qualche amica in cerca di consigli - con una precisione e una vividezza davvero notevoli.
Grazie al cielo, dicevo, perché davvero non avrei saputo come comportarmi.
Buonsenso vorrebbe che io accompagnassi in giro per le stanze i potenziali acquirenti a mo' di guida turistica, magnificandone con un sorriso a 30 denti (+ un ponte!) le caratteristiche, utilizzando il pacchetto standard di aggettivi che ci si aspetta in queste occasioni: ampio, abitabile, accogliente, funzionale. E forse ci riuscirei anche (ci sono quasi riuscita una volta); ma quel che vorrei davvero dire a chi abiterà la mia casa dopo di me - perché è giusto che le case siano abitate - sarebbe qualcosa del tipo: guardatevi intorno e pensate quel che volete di queste quattro mura, ma sappiate che qui dentro ci sono 22 estati della mia vita più qualche rara ma memorabile giornata d'inverno; che avevo 14 anni la prima volta che ho messo piede in questo cortile, e ricordo ancora la canzone che suonava nel mio walkman, perché diceva "E i giardini con le rose come sognavamo noi": la presi come una profezia, alla quale mi sono aggrappata per 22 anni. Poi basta.
Vorrei dire che tra questi tavoli e queste poltrone sono passata dai compiti per le vacanze agli esami d'università; che, per quanto vi parrà incredibile, sono persino riuscita a incastrare un computer con lo schermo enorme e una stampante in quel loculo colorato che ho chiamato per 22 anni la mia camera, e ci ho scritto alcuni capitoli della mia tesi; che oltre le creste magnificamente incastrate di questa valle ho visto, letteralmente, sorgere l'alba del nuovo millennio in compagnia di un manipolo di amici che ora si sono dispersi, ma non per questo mi sono meno cari. Ed ero qui anche l'anno dopo, mentre crollavano le Torri Gemelle. E, anche se immagino non vi importi, è in questo cortile che ho parcheggiato per la prima volta la mia prima automobile. Pioveva, ovviamente, ma non ha importanza: non avete idea di quanto si delizioso il rumore della pioggia sui coppi; e quanto sia bella la luna che ti entra in camera dall'alto nelle notti serene.
Ci ho festeggiato anche un paio di compleanni quassù, in primvera, con i residui di una nevicata tardiva aggrappati ai versanti in ombra; e, in autunno, ho imparato a mie spese (e a quelle dei miei sventurati ospiti) che le caldarroste stentano a cuocere sul barbecue.
Nella terrazza oltre il portico ho passato innumerevoli 10 d'agosto a farmi venire il torcicollo contando stelle cadenti, storpiando i versi del Pascoli ed esprimendo desideri irrealizzabili.
E ho cantato tanto, sia assieme alle amiche dotate di chitarra (benedette loro!) sia in solitaria, con o senza lo stereo di sottofondo, facendo le pulizie, asciugandomi i capelli al sole - la sedia precariamente piantata nel ghiaino e una vecchia copia di Topolino aperta sulle ginocchia. Il fatto che tra i vicini di casa io per anni abbia avuto un cantante d'opera e due insegnanti di conservatorio non bastava a scoraggiarmi. Ora non canto quasi più nemmeno sotto la doccia.
Ci ho preso il sole e la grandine. Ho acceso il camino e la stufa anche in pieno agosto - termosifoni nemmeno a parlarne nella casetta delle vacanze - imparando a riconoscere addosso a me e agli altri l'esatto odore che lascia un buon fuoco di legna sugli abiti (biancheria compresa) e sui capelli.
E' grazie a questa casa che so esattamente che sapore hanno i pomodori mangiati appena colti, ancora tiepidi di sole e che ho imparato a impastellare e friggere larghe foglie di salvia e fiori di zucchina.
Ok, è grazie (o a causa) a questa casa che ho scoperto che le mamme scorpione trasportano sul dorso i loro figlioletti appena nati: una visione tenera e raccapricciante insieme, difficile da dimenticare; e ho scoperto quando possono diventare grossi e corpulenti i ragnacci di cantina; ma mi è anche capitato di ritrovarmi un pavone in cortile, che ci guardava assiso su un mucchio di ghiaia con aria supponente. Un'altra volta è toccato a un coniglio color nocciola comparire all'improvviso, sgranocchiare con discrezione un paio di foglie di lattuga e poi andarsene senza ringraziare, per non dire delle innumerevoli generazioni di gatti più o meno domestici, semistanziali o di passaggio, tra cui l'indimenticabile Milk: un incrocio di siamese biondo dagli occhi blu, bello come un divo del cinema e altrettanto espressivo e capriccioso.
Da qui sono partita le poche volte che gli amici sono riusciti a trascinarmi in discoteca; da qui sono partita per un paio di epici concerti, da uno dei quali sono tornata alle sei di mattina...
In questa casa ho avuto il permesso di dipingere su muri, cuscini e copricamini e ho passato ore a disegnare, a leggere e ad annoiarmi; ma anche a cimentarmi in ogni sorta di lavoro faticoso e sporchevole. E ancora non ho finito: ora è tempo di guardarsi attorno, svuotare cassetti e riempire scatoloni. Decidere cosa salvare e cosa abbandonare ad un incerto destino.
E contando che quasi tutto quello che c'è in questa casa è arrivato qui da altre case e da altri traslochi (le precedenti abitazioni che affittavamo in campagna, gli appartamenti dei nonni e delle prozie svuotati dopo la loro dipartita), quasi ogni pezzo - già scampato ad altre dolorose selezioni - è già di per sè un distillato di storie e di ricordi: i quadri di mamma e dello zio, la credenza e il tavolo della nonna, le ciotoline acquistate dai miei da giovani, i miei quaderni delle elementari e persino la ricevuta del pagamento della quota d'iscrizione alla prima settimana teologica di Camaldoli del 2003, spuntata a sorpresa da un album da disegno.
Questo e molto altro ci sarebbe da raccontare a chi si prenderà la mia casa. Perché ogni casa è un mondo, e nessun mondo può essere descritto da un rogito e da una manciata di planimetrie, nè tantomeno essere rinchiuso in una decina di scatoloni sigillati con un groppo in gola.
Per fortuna ho ancora sufficiente buonsenso per non dire tutte queste cose ai potenziali acquirenti; ma, evidentemente, non non ne ho abbastanza per evitare di scriverne qui.
Forse perché le parole, dopotutto, sono molto più capienti degli scatoloni.

mercoledì 27 maggio 2015

Le lampade dello scrittore

Con i suoi tavoli massicci e le larghe sedie in legno chiaro, il perlinato a mezza parete, le vecchie stampe e gli specchi dietro il bancone deserto, il vecchio bar ha un'aria indecisa tra la birreria tedesca, l'osteria emiliana e il circolo di paese. E' chiuso solo dallo scorso autunno, ma, non fosse per il calendario del 2014 alla parete e la foto di Papa Francesco, potrebbe essere benissimo un cimelio degli anni '50-'60 nel quale io e il mio capo entriamo con circospezione, seguendo un nostro cliente, che ha acquisito la licenza per riaprirlo a breve, e un altro signore che non ho ben capito che ci stia a fare: un architetto? un giornalista? un esperto di storia locale? Comunque sia si guarda attorno con aria degna di un Vittorio Sgarbi particolarmente maldisposto, additando muri da ridipingere e discutendo del potenziale colore di cuscini e tovaglie; ma il suo palese disgusto, che trova concordi anche gli altri due uomini, riguarda soprattutto le lampade che pendono dalle travi del salone principale ai lati di un grosso mastello di legno appeso proprio al centro.
Evito di dirlo ad alta voce, però quelle lampade sono la prima cosa che ho notato entrando e a me piacciono molto. Sono un po' grevi e non c'entrano nulla con il resto dell'arredo, d'accordo, ma sono clamorosamente liberty e sia il vaso in ceramica sia i tiranti in metallo sono uno diverso dall'altro, decorati a fiori e frutti su un fondo che varia dal verde salvia al petrolio.
Capitemi, fanno troppo D'Annunzio e Gozzano per non piacermi: sembrano uscite dal salotto di nonna Speranza, nate per illuminare pappagalli impagliati e campane di vetro.
 Non so dire se siano davvero un cimelio della Belle Epoque o siano stati rifatti in stile chissà quando da qualche artigiano per assecondare i gusti di qualcuno dei precedenti gestori o forse, addirittura, del primo proprietario, che era un famoso scrittore il quale tentò, con scarsa fortuna, di mettersi a fare anche l'oste in un paese perso nelle bassure del Parmense, a pochi chilometri da dove era nato.
Le mura del bar sono ancora dei figli, custodi gelosi della memoria del padre, tanto che l'oste teme possano mettergli i bastoni tra le ruote nel caso voglia fare cambiamenti radicali: spera di attirare i giovani eliminando un po' di vecchiume. Da una parte glielo auguro, e me lo auguro: dato che, essendo un nostro cliente, se gli affari gli vanno bene è prevedibile avrà più bisogno di noi; dall'altra, non posso non pensare che l'unica cosa che può attirare qualcuno in questo piccolo baretto perduto è proprio il fascino della memoria: non quella immobile dei cimeli che prendono polvere o dei monumenti, ma quella dei luoghi che, per chissà quale miracolo, si conservano appena in disparte dallo scorrere del tempo.
Questo posto è bellissimo proprio perché inattuale: è un'osteria da briscole e vino nero in quartini di vetro spesso, o addirittura in scodelle, non da spritz ed happy hour; e piacerà, credo, solo a chi saprà capirlo.
E non basterà aggiungere tovaglie e cuscini e mettere asettici neon al posto delle infelici lampade liberty per ridargli vita. Perché il suo spirito risplende anche in quelle lampade.
E se anche nessuno dopo di noi, che per caso abbiamo fatto in tempo a vederle, saprà che c'erano, ne sentirà, in qualche modo, la mancanza.
Mentre continuiamo a esplorare le stanze facendo progetti per il futuro, un uccellino entrato dal tubo della stufa ci svolazza disperato sulla testa per poi abbattersi per l'ennesima volta sulle grandi vetrate in cerca di una via di fuga. Quando finisce a zampe all'aria su una panca, poco lontano da un suo compagno già stecchito, l'oste lo acchiappa e lo libera in cortile: chissà se sopravvivrà alla brutta esperienza.
Esco anch'io in cortile, calpestando lastroni di cemento sconnessi tra i quali cresce un'erba umida e grassa di primavera. Faccio il giro della casa in cerca delle rose che s'affacciavano prepotenti dalle finestre dentro il locale in penombra. Le trovo a far compagnia a una siepe fiorita di ligustro: insieme fanno l'aria dolcissima. E penso che l'anima di questo luogo somiglia un poco a quell'uccellino confuso, fragile e ferito: c'è il rischio concreto che muoia e a nessuno pare che importi; ma io l'ho vista e non la potrò dimenticare: è fatta di nebbia e uomini intabarrati dai lunghi baffi neri che imprecano forte in dialetto, di preti dalle grosse scarpe infangate e sindaci con il fazzoletto rosso; ma, soprattutto, è fatta di parole: quelle con cui lo scrittore famoso ha descritto questi luoghi e che da questi luoghi vengono e ritornano e trovano casa, se c'è qualcuno disposto ad ascoltarle.
Comunque sia, una di quelle strane lampade io me la sarei portata volentieri a casa, così, giusto per salvarla dall'imminente naufragio. Le avrei trovato un angolino tra un mobile Ikea e uno ereditato dalle prozie, tra un vaso del Mercatone e una sedia imbottita della nonna: non sarebbe stata l'unica cosa incongrua e spaiata nel mio economico arredamento per metà fai da te e per metà di recupero; e, forse, non ci sarebbe stata neppure male, il che, come direbbe il suo probabile primo proprietario "è bello e istruttivo".
Saluti vintage!

mercoledì 13 maggio 2015

Fare storie

"We're all stories in the end. Just make it a good one!"
(Doctor Who)
“Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia, e qualcuno a cui raccontarla”
(A. Baricco, Novecento)

Non amo particolarmente Baricco, ma Novecento è uno di quei libri che ogni tanto riprendo in mano e del quale, ogni tanto, assicurandomi d'esser sola in casa, mi concedo di leggere brani ad alta voce.
Ho scoperto di amare molto il Dottor Who: folle alieno millenario che viaggia nello spazio e nel tempo a bordo di un'astronave che, come un essere umano, è assai più grande all'interno. Il Dottore ha due cuori, è armato di un cacciavite col quale non uccide, ma apre porte vere e immaginarie ed è solito affermare che, nei suoi duemila anni di vita e milioni di incontri, non ha mai conosciuto nessuno che non fosse importante...
Amo le storie, ovviamente; ma questo già lo sapevate.
Riflettevo ieri notte, mentre mi aggiravo goffamente per il bagno preparandomi per andare finalmente a dormire, che ci sono due espressioni contenenti la parola "storie" che usiamo in contesti apparentemente diversissimi, ma che, a guardar bene, hanno qualcosa in comune.
Pronti per l'ennesimo delirio? Allora, via!
"Non fare storie!"
Si dice ai bambini che fanno i capricci e accampano scuse per non fare, o almeno rimandare, qualcosa di sgradito. Temo mi sia stato detto molte volte in passato, ma l'accusa mi calzerebbe a pennello anche adesso, perché è esattamente ciò che sto facendo ora...
Sarebbe un rimprovero, certo, ma, in fin dei conti riconosce ai bambini la capacità (e il diritto!), di costruirsi a suon di bugie più o meno creative, una realtà alternativa migliore di quella in cui stanno imparando faticosamente a vivere e in cui ci sono regole che, benché siano necessarie per rapportarsi agli altri in modo corretto e per crescere bene, sono sentite in qualche modo come limitanti e coercitive. E ubbidire va bene, è giusto, ma vediamo almeno di opporre un minimo di resistenza: quel tanto che basta per mantenere intatta la nostra combattiva dignità di esseri umani, piccoli finché si vuole, ma oscuramente consapevoli fin dall'inizio della nostra unicità.
Inutile dire che ero piuttosto brava ad accampare storie, soprattutto quando si trattava di andare a mangiare (ora il problema non si pone più, purtroppo...) o a dormire (in questo caso, invece, il problema persiste), e che ho dato del filo da torcere ai miei genitori e me ne dispiace.
"Ho una storia con...".
A differenza della precedente, questa frase non mi ha mai riguardato di persona, ma mi piace molto, perché credo che chi la usa senta, in qualche modo, che il suo legame con una persona ha raggiunto un livello ben diverso da "Esco/mi vedo con..." o altre espressioni del genere assai più prosaiche.
Avere una storia implica l'intenzione di raccontarsi l'un l'altro il passato e percorrere assieme il presente per costruire momenti degni di essere ricordati in futuro.
E se è vero che le storie finiscono, chiunque abbia una certa dimestichezza con i libri, sa che anche dopo la parola "fine", dopo averli riposti - con sollievo o con rammarico - su un ripiano più o meno remoto della libreria, non saremo mai più le stesse persone che eravamo prima di leggerli.
Perché la "storia" va al di là del piano fisico ed anche di quello mentale (o sentimentale?) e diventa - perdonate l'azzardo - qualcosa di esistenziale: noi siamo il nostro stesso libro sul quale scriviamo, ma altre persone hanno il diritto di aggiungerne capitoli più o meno lunghi; che questi siano scritti a matita o con l'inchiostro indelebile non importa, perché da qualche parte c'è qualcuno che sa decifrare anche i più intricati palinsesti...
Noi siamo storie, dunque: innocenti, creative e imprevedibili come le bugie dei bambini; profonde e struggenti come i racconti degli amanti; violente, dolorose, intricate e incomprensibili come "la storia", materia temibile che, in teoria, si dovrebbe imparare a scuola e servire per farci un'idea un po' più chiara del mondo in cui siamo capitati.
Già, la Storia, quella che andrebbe scritta con la s maiuscola per distinguerla dalle nostre singole storie, ma che di esse, di fatto è formata, come sapeva bene la Morante quando diede al suo romanzo più celebre un titolo talmente banale da essere vero e, dunque, indimenticabile.
Storie, come quelle che cerco di scrivere per lavoro tentando di rendere interessante un prodotto, spiegare l'uso di uno strumento scientifico o invogliare a leggere il resoconto di un convegno, invitare a partecipare a un evento, a visitare una mostra o ad andare a mangiare proprio in quel ristorante sperso in un remoto paesino di campagna.
Storie, come quelle che tento di imbastire da sei anni quassù parlando fin troppo di me, ma sapendo che c'è dietro tutto questo c'è un noi.
Chi scrive spera sempre che qualcuno legga.  Non è questione di mancanza di pudore o modestia, ma una semplice necessità.
Chi sa di essere una storia, infondo, spera la stessa cosa.
Grazie, allora, a chiunque c'è già entrato e a chi vorrà far parte dei prossimi capitoli!

giovedì 2 aprile 2015

Lassù

Salgo al volo sull'autobus ed evito per un pelo di sedermi su un aeroplano.
Ok. Non sono impazzita. Non del tutto, almeno.
L'eroplano era, ovviamente, un giocattolo di proprietà di un bimbetto bellissimo che, dopo avermi fulminato con un'occhiata, mi ha puntato addosso un ditino perentorio affermando che no, accanto a lui non potevo sedermi, però, se proprio volevo, c'era un posto libero di fronte, vicino a sua madre, lei pure giovane e bella.
Ho obbedito senza fiatare, sorridendo ad entrambi, e già sapevo che qualcosa sarebbe accaduto.
Gli antichi davano un valore sacrale agli incontri fatti per strada. E io li ho studiati abbastanza a lungo da sapere che, spesso, avevano ragione.
Quando il lungo e nuovissimo filobus doppio ha scavalcato il ponte di Mezzo, infilandosi per via D'Azeglio, infatti, il bambino, con lo stesso ditino appiccicato al vetro ha indicato un grosso edificio in mattoni pieno di archi e spigoli e ha chiesto: "Chi ci abita lassù?"
Io e sua madre ci siamo girate entrambe e abbiamo visto che stavamo passando accanto alla chiesa dell'Annunziata.
E' successo qualche giorno fa, e, come sapete, la mia memoria è alquanto inaffidabile, ma vi garantisco che il bambino ha detto proprio "lassù".
"Beh, ci abita un signore" ha tentato la madre, "anzi, Il Signore" ha proseguito, voltandosi verso di me con un'occhiata complice.
"E abita tutto da solo in una casa così grande?" ha replicato, implacabile, il bambino.
"Sì e no" ha risposto, ineccepibile, la madre: "ci sono tante persone che lo vanno a trovare..."
"Anche le femmine?" ha chiesto il bambino.
Ho rivolto alla madre uno sguardo talmente stupito che lei s'è sentita in dovere di spiegare a me, perfetta sconosciuta, che: "Sai com'è: abbiamo abitato per un anno in Iran", spalancandomi così, con una sola frase, un'insapettata finestra sulle loro vite (perché sono andati laggiù? lavoro? coppia mista? dei parenti?) e, in generale, sulle "vite degli altri": infatti, se un bambino così piccolo ha assimilato e ricorda con vividezza le differenze tra maschi e femmine in vigore in alcuni Paesi, significa che queste sono decisamente palesi e radicate e che, al di là di ogni giudizio - o pregiudizio - dobbiamo tenerne conto.
In generale, io non so dare l'età alle persone, e ancor meno ci riesco con i bambini; ma so per certo che quello che mi sedeva di fronte era in età prescolare, ma era entrato con entrambi i piedi nella temibile fase dei "perché". Quindi, assimilata con un minimo di perplessità l'idea che anche le bambine potessero entrare in chiesa, ci ha rovesciato addosso un'altra perla inaspettata: "E, quel signore, possono andare a trovarlo solo le persone buone?"
Altro sguardo complice tra me e la madre, che ha risposto, convinta: "No, in realtà, proprio tutti possono entrare: anche le persone cattive, anzi, soprattutto loro!"
"Perché?"
"Beh, perché, così, magari, diventano un po' meno cattive..."
E fu così che un bambino, dotato di quella curiosità quasi preveggente che solo i piccoli e i folli possiedono, e sua madre, provenienti da chissà dove, con chissà quale credo e quale storia alle spalle, nel giro di poche fermate mi hanno regalato una perfetta lezione di teologia.
Non dovrei dirlo, lo so, ma è per momenti come questi che, nonostante dubbi, delusioni, paure, e un'ormai cronica, e davvero poco cristiana, mancanza di speranza, mi ostino a credere ancora.
Mi auguro sia sufficiente.
E, già che ci siamo, Buona Pasqua a tutti!

martedì 10 febbraio 2015

Eredità

"Buttare i libri di chi muore in qualche modo è cancellare tutti i sentieri che quella persona ha percorso. A Bari è successo. Buttati nei cassonetti, ma molte persone hanno iniziato a rovistare per prenderne qualcuno. Per donare a quelle parole nuova vita. 
Immagine malinconica ma al contempo vitale, perché i libri sono preziosi e vanno salvati dalla monnezza. Perché i libri non si buttano. Si regalano, si donano, si vendono... a pensarci bene, se un giorno dovessero buttar via la mia personale biblioteca, significherà aver buttato via tutto ciò che sono stato." (Roberto Saviano)

L'ho voluto in casa mia il cofanetto di legno scuro con i pochi libri ereditati dalle prozie. Alcuni sono dei mattonazzi di autori ormai dimenticati editi negli anni Trenta; altri hanno nei risvolti di copertina le note critiche scritte di pugno dal prozio Luigi (vizio del gioco, ma penna ineccepibile...) o dal nonno: mi basta passare un dito sull'inchiostro sbiadito della loro scrittura elegante per commuovermi fino alle lacrime.
Tempo fa l'ho salvata anch'io la biblioteca di un morto - buona parte, almeno - mentre altri, giustamente, si preoccupavano dei mobili d'epoca e dei gioielli: c'erano cataloghi di mostre e musei, guide di luoghi del mondo dove non metterò mai piede, classici assortiti, qualcosa di Biagi, l'antologia di Spoon River (profetica…), parecchia roba della Allende. Ed è stata un'esperienza intima e devastante come poche altre nella mia vita.
E non importa il fatto che, probabilmente, non avrò il tempo né la volontà di leggere tutti i libri che ho ereditato. Non so nemmeno se riuscirò a leggere quelli che ho comprato io stessa e riposto senza aprirli sullo scaffale in attesa di tempi migliori che difficilmente arriveranno.
Importa il fatto che il primo mobile della mia casa a cui ho pensato sia stata la libreria. E che, pur non essendo, ovviamente, come me l'ero immaginata, dopo un anno sia già quasi piena.
Non è snobismo, per carità! La libreria non è uno status symbol; ma è esattamente quel che dice sopra Saviano: è la vita, il suo senso, i suoi desideri e i suoi sogni messi in fila pazienti in attesa di non si sa cosa sugli scaffali dei giorni. 
E' la migliore metafora con cui posso raccontare ciò che sono: un'accozzaglia di generi e stili messi a caso e spolverati raramente. Scuola, svago, lavoro, educazione al sentimento e all'immaginazione, evasione, droga leggera e antidoto alla mancanza d'amore. C'è molto in quegli scaffali. Non tutto, ovvio, solo quanto basta per raccontare l'ennesima storia che non interessa a nessuno.
E sapete che c'è? Che anch'io, come Saviano (quasi coetanei, e diversissimi), mi sono posta il problema di che fine faranno i miei libri dopo di me. 
I libri. Non l'auto, non la casa, non i pochi soldi e la bigiotteria maleassortita. I libri. E i quadri. E - se vogliamo dirla tutta - anche queste boiate che scrivo qui e altrove. 
Perché sono la cosa migliore di me e vorrei che potessero piacere e servire a qualcuno.
Vorrei solo che non andassero persi. Perché di persa ci sono già io.
E basta e avanza.

giovedì 29 gennaio 2015

Opinioni di un clown

Più di una persona mi ha detto che, quando le piglia il malumore, va a leggersi quel che scrivo su Facebook per tirarsi su. La cosa, ovviamente, un po' mi stupisce, un po' mi lusinga, un po' mi impegna a continuare a fissare per iscritto le cose buffe e/o strane che mi capitano e condividerle con gli altri, perché, diamine, se questo serve per far sorridere qualcuno anche solo per un attimo a me pare sia incredibilmente bello…
A pensarci, anche in tempi pre-telematici, mi sono sempre divertita a mettere su carta il lato buffo degli avvenimenti: dai resoconti improbabili delle gite al diario che ho tenuto per anni d'estate in campagna. Per un tacito accordo preso con me stessa, le mie mestizie raramente sono finite tra le pagine di quei vecchi quaderni di scuola attaccati l'uno all'altro con lo scotch. Così, poiché ho una pessima memoria, rileggendoli pare che le mie estati dai 14 ai 30 anni siano state particolarmente felici e avventurose, perché anche accalcarsi in sei su una Fiat Uno per andare a pattinare o portare la pioggia ogni santa volta che si tentava di andare in piscina, prese per il verso giusto, possono trasformarsi in avventure...
Su quel diario non scrivo più dal 2008. E non è un caso. Pochi giorni fa l'ho portato via dalla casa ormai in disuso e l'ho ficcato tra i topolini e i fumetti della mia libreria: un gesto talmente definitivo da farmi ancora male.
Dal 2009 ho cominciato a sproloquiare qua dentro. In questo caso, il tono è stato assai più altalenante e ai tentativi (non so quanto riusciti) d'esser divertente o, perlomeno, piacevole, s'è alternata l'espressione del mio più sincero malumore; ma pur sempre intrappolato entro gli schemi - per me decisamente salvifici - delle convenzioni proprie della scrittura, che impongono di essere in grado di dare un'ordine razionale persino ai pensieri più malinconici e contorti: altrimenti si rischia l'incomprensibilità. Ora faccio fatica a scrivere anche qui. E non è un caso.
Nel 2008 mia madre si fece un mese d'ospedale, durante il quale la malattia progressiva che la assilla da trent'anni ha fatto passi da gigante, sbattendomi in faccia chiaramente quale sarebbe stato il mio futuro di figlia unica e single. Ora lo stesso concetto, che ho provato per anni ad ignorare, m'è stato ribadito con, se possibile, maggior chiarezza dal mese d'ospedale che s'è fatto mio padre prima di Natale. E, ogni volta, è più difficile uscirne, e ci vuole più tempo a tirarsi su per i capelli e convincersi, in qualche modo, che la tua vita stia andando da qualche altra parte che non sia solo a ramengo.
E anche la scrittura, che per me è sempre stata un'ancora di salvezza, una terapia al mio senso d'inutilità e d'impotenza, diventa ogni volta un po' più difficile.
Dal 2013 sproloquio anche su Facebook. Mi sono iscritta, volutamente, in giorno assurdo: quello in cui persino il Papa ha deciso che "grazie, scusate, ma per me può bastare così: avanti un altro!".
E, ancora una volta, su uno strumento in qualche modo più facile e immediato, mi è venuto naturale percorrere, per quanto possibile, la strada dell'ironia: sempre meglio far ridere che far piangere, dopotutto. Meglio questo del niente, finché mi riuscirà. Finché la vita non mi elargirà un'altra mazzata sufficientemente grossa da togliermi anche le forze di scrivere le tre righe di uno status, visto che le 30-40 righe di un post già mi riescono peggio del solito.
Ma pazienza. E benedetta sia ogni volta che riesco a indossare sopra il mio - già sufficientemente buffo e grosso - il naso rosso da clown e regalare a qualcuno (e anche un po' a me stessa) un momento di serenità: è l'unica preghiera che ancora riesco a fare.
Soltanto che è vero quello che si dice dei clown. E darei non so cosa per non esserlo.

sabato 20 dicembre 2014

Time warp

Piombo trafelata, arruffata e carica di mercanzie varie nell'erboristeria del centro commerciale vicino casa. Ho una missione da compiere: acquistare cinque pacchettini di tisana frutta&spezie da regalare alle amiche di mamma per Natale.
L'operazione è complessa: le tisane vanno preparate una per una, estratte da un bel barattolo di latta verde scuro e trasferite in un sacchettino trasparente pesandole sulla bilancia perché siano tutte uguali e della quantità richiesta. Per fortuna - mia, un po' meno dell'erborista - il negozio è deserto. Così, dopo aver deposto le borse ai piedi del bancone, ho tempo di guardarmi attorno, annusare campioncini e… ascoltare! Sì,  perché a un certo punto mi accorgo che c'è musica in sottofondo: non è la radio, è un cd, e mi pare pure di conoscerlo. Poi l'illuminazione: "Scusa, ma è The Rocky horror picture show?" chiedo. L'erborista s'illumina: "Oh, sì, che bello, finalmente qualcuno che lo conosce!"
Ci sorridiamo e ci attacchiamo reciprocamente un bottone coi fiocchi (d'altronde è quasi Natale…).
Comincio confessando che, in realtà, mi sono limitata a guardarlo in streaming meno di due anni fa, dopo averne sentito parlare e che l'ho trovato deliziosamente folle.
E lei, che scopro avere solo un anno più di me, racconta, invece, di averlo assieme a sua madre e ai suoi fratelli quando aveva sei-sette anni. Allibisco e lei si sente in dovere di spiegare che, beh, effettivamente non era uno spettacolo adatto a una bambina e che non c'aveva capito granché (meno male!), ma era rimasta molto affascinata dalla musica, dalle canzoni, dall'atmosfera luccicante e surreale; quindi racconta di avere una mamma di quindici anni più giovane della mia e decisamente "rock", che l'ha cresciuta a latte & Guns'n'Roses e la portava a musical e concerti. In un contesto del genere, ovviamente, anche il Rocky horror può diventare il fulcro di una tranquilla serata domestica; mentre io penso che se l'avessi visto solo un paio d'anni fa ne sarei stata inorridita, anziché divertita, e che non solo i miei - ammesso e non concesso che ne conoscessero l'esistenza - non me lo avrebbero mai fatto vedere; ma che io stessa, oggi, non oserei proporglielo. E, mentre con l'erborista andiamo avanti a disquisire di Queen, e altri "classici" del genere, raccontandoci pezzi delle reciproche vite, mi viene da ridere. E da pensare.
Penso che io ho sempre avuto tempi dannatamente lunghi per arrivare a comprendere le cose e adattarmi ad esse.
E' successo con la musica: ho impiegato una vita a passare dallo Zecchino d'oro al pop sanremese (con divagazioni spazianti dall'opera lirica ai cori alpini) al rock; fino a scoprire che riesco a digerire con piacere il Bowie più sperimentale di Outside e i persino i Placebo. No, l'heavy metal e il rap ancora non li reggo, ma non si sa mai...
E' successo con le mode: ho impiegato anni per decidermi a infilare le mie cosce prosciuttiformi in un paio di pantaloni a vita bassa (non troppo, ovviamente) o in un paio di leggins; ho avuto bisogno di vedermeli intorno addosso alle altre per anni prima di decidermi che non erano poi così strani e che non ero poi così grassa da non potermeli permettere. E ci sono voluti due anni di passaggi giornalieri davanti alle vetrine colorate di Kiko per andare al lavoro, uniti ai consigli gentili di amiche che, per una volta, non mi dicevano che "dovevo" ma che "se mi andava di farlo perché no…", e un bagno a mia completa disposizione e nessuno tra i piedi ad osservarmi, per osare un poco d'ombretto e un mascara (waterproof, che se no dopo cinque minuti, distratta come sono, me li ritrovo ovunque meno che sugli occhi!).
Succede con le persone: ho impiegato anni (e ancora, certo, non ho finito) a diventare aperta e tollerante nei confronti di chi ha fatto (o si è trovato a fare) scelte di vita completamente diverse dalle mie. Da adolescente, me ne rendo conto, ero decisamente talebana: c'erano il bianco e il nero, la via giusta e quella sbagliata e, benché di certo non mi sarei messa a far crociate contro nessuno, tendevo a dare giudizi taglienti su chi non si comportava non tanto come me (che non mi sono mai ritenuta un modello di virtù), quanto come a me era stato insegnato ci si dovesse comportare. Ora, con qualche anno di più addosso, e avendo avuto modo di frequentare - e apprezzare - un maggior numero di persone di ogni tipo, sono propensa a credere che ognuno faccia come può, come riesce, come crede di far meglio per acchiappare un minimo di felicità e raggiungere un equilibrio di sopravvivenza. Curiosamente, devo confessare che sono arrivata a questo non solo grazie agli incontri con persone reali; ma anche grazie all'incontro - non meno reale, dopotutto - con personaggi fittizi scoperti grazie a una televisione e un computer finalmente a mia completa disposizione, con nessuno lì a giudicare se mi mettevo a guardare cose strane. E' ridicolo, lo so, detto da una che ha passato buona parte dei suoi studi immersa nei classici (tra le cose migliori che mi siano capitate nella vita), ma anche appassionarsi a un paio di serie tv piene di caratteri decisamente fuori dall'ordinario, ma ben scritti da ottimi autori e ben recitati da attori che, a volte, ho scoperto essere più folli dei loro personaggi, è stata un'esperienza illuminante quasi quanto un corso di formazione alla "diversity", di quelli che oggi van di moda nelle aziende, e decisamente più divertente!
Detto questo, e considerando i miei tempi, che sono tanto più lunghi quanto più la cosa da affrontare è profonda e significativa, mi sorge il sospetto che per arrivare ad aprirmi e fidarmi di un'altra persona tanto da accoglierla nella mia vita come un possibile compagno, dovrò aspettare d'essere all'ospizio… E, altra cosa che ho capito solo di recente - e non senza fatica - credo sia molto meglio così.
Ok, ok, ora basta! E menomale che dovevo solo comprare cinque pacchettini di tisana!
Saluti logorroici (come ai vecchi tempi).


giovedì 18 dicembre 2014

Savage chickens


Lui disegna galline selvagge, ironiche e irriverenti, su post-it dal 2004: non siamo sole in questo spiumato universo!
Enjoy…
http://www.savagechickens.com




giovedì 20 novembre 2014

Galline spaventose

"Ygnacio aveva il terrore degli animali, meno che delle galline. Tuttavia, in campagna osservò da vicino una gallina viva, se la immagino cresciuta fino alla dimensione di una mucca, e si rese conto che era un drago molto più spaventoso di qualsiasi altro della terra o dell'acqua."
(Gabriel Garcia Marquez, Dell'amore e di altri demoni).

Letto nella sala d'attesa dell'ospedale. Perché avere un libro in borsa, a volte, è l'unico modo per sopravvivere…

Saluti latitanti.

martedì 14 ottobre 2014

La piena dei ricordi

Ad ogni pioggia più preoccupante delle altre il pensiero dei miei corre sempre ai primi anni Ottanta, quando tracimò il canale che ci scorre a un paio di isolati e l’ondata di piena si bevve in un sorso melmoso garage e cantine.
Mio padre ricorda con una punta di divertimento la visione surreale della schiuma bianca fuoriuscita dalla scorta di detersivi stivata in garage; mia madre ricorda, invece, con un poco di condivisibile rammarico, il lungo e strano quadro di un Cristo che, regalato loro da amici per le nozze, non aveva trovato posto sopra il letto della casa nuova e, deposto ingloriosamente in cantina, finì sbiadito nel fango.
Io, nata da poco, non ho memoria di quel fatto, se non quella che mi è stata trasmessa dai miei ed è andata assumendo, nel tempo, come tutti i racconti, contorni quasi mitici.
Ci ho pensato anche ieri mentre, chiusa in ufficio, mi arrivavano, pure quelle a ondate, notizie della fuga del Baganza, di ponti e sottopassi chiusi e relativo caos dei trasporti, prima che saltasse la centralina della Telecom facendoci piombare tutti in un isolamento telematico che, se possibile, ci ha impensierito più della piena.
Poi, rincasando, l’ho vista con i miei occhi, ieri sera, l’acqua torbida che passava a una spanna dal colmo degli archi del Ponte di Mezzo. E l’ho anche attraversato il ponte, schivando i curiosi assiepati lungo le balaustre, sentendo un brivido salirmi per le gambe al pensiero di affidare la mia vita alla resistenza di una manciata di eroici piloni di pietra e ringraziando mentalmente l’abilità dei costruttori, gente d’altri tempi, per fortuna!
Ho guardato anch’io nell’acqua inquietante – impossibile non farlo – ma la cosa che più mi ha impressionato è stato l’odore.
M’immaginavo qualcosa greve e torbido, visto il rimescolarsi di ogni sorta di detriti strappati dalle rive dall’Appennino fino in città. Invece, sorprendentemente, dalla corrente grigio-marrone salivano ventate umide e fresche di sottobosco e, non so perché, di timo.
Timo? Sul serio? Beh, me lo sono chiesta anch’io, abituata da una vita di raffreddori allergici e non a fare molto poco affidamento sul mio olfatto. Eppure l’ho sentito, stupendomene parecchio. E ho respirato a fondo, a occhi socchiusi, per esserne certa.
Non so voi, ma a me l’idea che un’onda di piena profumi di buono ha sconvolto più dell’onda stessa e mi ha portato via buona parte dell’apprensione, che è ritornata, ovviamente, vedendo in tv le immagini spaventose dei container alla deriva che sbattevano contro il ponte di via Po, i gorghi nelle strade e i negozianti allibiti col fango a mezza gamba; ma, come la piena per mio padre continuerà ad essere popolata di schiuma bianca di detersivo e per mia madre di quadri che si disfano; la mia, appena smetterà d’essere cronaca comune e diventerà ricordo privato e piccola mitologia domestica, saprà sempre di timo. E farà meno paura.

martedì 30 settembre 2014

Salutare inquietudine appesa

"L’han veduta alcuni/ lasciare il quadro; in certi noviluni/
s’ode il suo passo lungo i corridoi..."

(Guido Gozzano, La Signorina Felicita)

L'ho ripescata dal fondo di un armadio nel quale non mettevo il naso da alcuni anni, e che col mio naso se l'è presa, scatenandomi una bella reazione allergica come non mi capitava da tempo.
Così, con gli occhi lucidi di raffreddore - e anche di altro - tra vecchi quaderni di scuola, cimeli degli scout, scatole di minerali e conchiglie e una cospicua parte della mia collezione di Topolino, srotolando un largo foglio di carta ingiallita, me la sono ritrovata tra le mani: la ragazzina dagli occhi senza pupille.
Me la ricordo da quando avevo, forse, quattro anni. Stava appesa sulla parete opposta al letto nella prima camera in cui abbia mai dormito da sola in un vero letto, che mi sembrava, ovviamente, grandissimo. Anche la stanza mi sembrava grandissima, ma non lo era, visto che faceva parte di una casa minuscola, ricavata dal piano superiore di quello che un tempo era stato un mulino, dai muri spessi e con il bagno in cortile. Ci ho passato le prime estati della mia vita in quella casa e credo di avervene già parlato. Forse vi ho anche già detto che, chissà per quale motivo, a quella casa, nella quale ho passato a malapena un mese nelle estati da 0 a 5 anni, sono legati i miei primi e più vividi ricordi.
E finché campo continuerò a chiedermi come e quanto questi ricordi abbiano influito su quella che sono oggi o, al contrario, se mi siano rimasti così impressi proprio perché già si sposavano con il mio (pessimo) carattere: praticamente è come disquisire dell'uovo e della gallina.
Comunque sia, in quella stanza arredata di poco o niente, mia madre, anima d'artista, aveva pensato di appendere il poster di un quadro di Modigliani. E io non ebbi mai il coraggio di dirle che quella strana ragazzina, che mi guardava con le iridi completamente azzurre, senza pupille, mi faceva paura. Ed era pure in buona compagnia!
Esattamente sopra la mia testa, infatti, stava un altro quadretto più piccolo: profili di barche e scogli dipinti a china su uno spesso cartoncino oblungo.
Vi garantisco che nelle notti di temporale, coi bagliori dei lampi che filtravano tra gli scuri malchiusi, era un'attimo che quelle innocue barche si trasformassero in galeoni zeppi di pirati sull'orlo del naufragio: uno spettacolo che io osservavo rannicchiata nel letto lungo troppe volte più di me, consapevole dello sguardo freddo e inquisitore dell'altra inquilina della stanza che, benché fosse semplicemente stampata su carta e appesa al muro con un paio di chiodini (ci sono ancora i segni sul foglio), non era per questo meno reale.
Se però v'immaginate che quelle fossero solo notti di incubi ad occhi aperti e sciocche paure infantili, riflettendoci ora, a distanza di oltre trent'anni, credo che vi sbagliate.
Se davvero quei quadri, messi in camera mia con le migliori intenzioni, mi avessero fatto solo paura, penso non avrei esitato a chiedere a mia madre di toglierli. Evidentemente c'era in loro anche qualcosa che mi affascinava. La ragazzina, dopotutto, era bella, di una bellezza mai vista nella vita reale e, a guardar bene, i suoi occhi non erano così inespressivi; al contrario, erano due pozzi profondi spalancati su quella che forse già allora sarebbe diventata una delle mie più consuete e longeve compagne di vita: l'inquietudine. Anche le barche, perfettamente immobili nel loro mare di carta, ma pronte ad animarsi di notte, erano, infondo, le proverbiali due facce della stessa medaglia. E la paura non era soltanto una cosa da cui tenersi al sicuro - come insegnano oggi ai bambini genitori falsamente apprensivi - ma una battaglia da affrontare nella fantasia, per poi provare a conviverci nella realtà.
La ragazza dagli occhi vuoti non era un mostro, così come non lo sono quelli che abitano comunemente sotto i letti e negli armadi dei bambini: era, semplicemente, una creatura estranea, magica e misteriosa, come la maggior parte del mondo visto con gli occhi di un bambino (e, ahimè, non solo di un bambino); era un modo di dar voce alla visione decisamente vaga e fantastica che avevamo del nostro passato e del nostro futuro. Accettarne la presenza, nelle notti tranquille in cui ci si spiava sospettose, ma non ostili, dai due capi della stanza, come in quelle agitate, nelle quali appariva decisamente minacciosa, era una magnifica avventura: un'esperienza decisamente più varia e stimolante che se avessi avuto appeso al muro il sorridente faccione di Peppa Pig, la quale, peraltro, ha la stessa prospettiva impossibile di certi ritratti di Picasso e, dunque, a qualche bambino pure lei potrebbe sembrare inquietante nonostante tutte le precauzioni dei genitori.
Sarà perché sono costretta a conviverci da una vita, ma l'inquietudine, quando non si trasforma in panico, ovviamente, non è solo un male: è un'indecifrabile amalgama di timore e speranza che mi fa stare sempre all'erta e, talvolta, mi permette di notare e di sentire cose che, forse, se fossi un tipo calmo e pacifico mi lascerei scorrere addosso senza goderne.
Accettare l'inquietudine con il supporto di una buona dose di fantasia è, quindi, una delle migliori lezioni apprese nella mia primissima infanzia. E di questo devo rendere grazie anche a lei, alla ragazza dagli occhi aperti su qualcosa che io non potevo vedere… non ancora.
Per questo, ora che l'ho ritrovata, l'ho srotolata con cautela e le ho sorriso con circospezione, ma con altrettanta dolcezza. E le ho promesso che le comprerò una cornice e le troverò un posto in camera mia, nella mia casa, sulla parete di fronte al mio letto esattamente come allora. E torneremo a guardarci nelle notti insonni, occhi marroni un po' miopi e occhi completamente e intensamente azzurri: non vuoti, ma spalancati e pronti per essere riempiti, senza mai colmarsi, di vita e di memoria.