lunedì 18 giugno 2012

Famolo strano... il treno!

Nella luce inedita delle 6 di mattina, chiara, limpida, talmente bella da rendere plausibili persino le orride strutture della costruenda nuova stazione di Parma, osserviamo perplesse il vagone abbandonato sul binario sul quale tra poco dovrebbe arrivare il nostro treno; proprio quando lo annunciano, però, accade la magia: appaiono due giovani uomini che aprono le porte del vagone abbandonato, accendono le luci e avviano il motore. Scopriamo così che quello non era un vagone, ma il treno tutto intero, con tanto di minuscola cabina di guida e aria condizionata lanciata a palla. Più che un treno, il Parma-Brescia delle 6 e 22 è una corriera su rotaie che approda a stazioni di paesini dai nomi a noi perfettamente sconosciuti, salvatesi non si sa come dallo smantellamento delle linee locali che procede a grandi passi. Se manca la biglietteria, non è un problema: si chiede direttamente in cabina, ignorando serenamente il cartello "Vietato entrare", e i macchinisti-custodi-bigliettai provvedono senza scomporsi. Viaggiamo in compagnia di stranieri, gli unici ai quali, forse, importa ancora qualcosa dei mezzi pubblici in Italia. Due uomini di colore parlano fitto fitto tra loro ininterrottamente in una lingua incomprensibile ma piacevole da ascoltare. E poi dicono che le donne sono chiacchierone! Un loro conterraneo pisola ascoltando musica. Mentre il mezzo prende velocità per rivendicare la sua appartenenza, per quanto spuria, al genere ferroviario, anche noi ci assopiamo, pensando che, dopotutto, questo è un degno prologo alla nostra giornata.
A Brescia facciamo in tempo a intravederlo, il nostro prossimo treno: ci appare in un lampo attraverso i finestrini dei suoi fratelli più giovani che lo affiancano. Tutta la stazione è in subbuglio per la sua presenza, ma noi abbiamo bisogno di un caffè, prima di presentaci a lui come si deve. Uscendo dal bar non dobbiamo cercare a lungo: intercettiamo un ferroviere che va incontro a un collega con un sorriso a trentadue denti ed esclama: "L'hai visto il treno storico?" e ci instrada al binario 3.
Eccolo! I vagoni sono degli anni trenta, si chiamano "Centoporte" e sono marroni, con finestrini piccoli, interni e pedane in legno, spartani ma graziosi. I sedili, pure in legno, sono meno scomodi del previsto e, soprattutto, più puliti e più freschi di quelli imbottiti sui quali ci siamo sedute nella tratta precedente. Tre di loro hanno il mio nome sopra e la cosa, capirete, mi ispira parecchio. Prima di salire, però, andiamo a guardare in faccia la motrice. Nera e rossa, tirata a lucido, sfiata vapore con grazia e già ne esce un filo di fumo: è una 625 del 1913. Bellissima. Ci accomodiamo e scopriamo di essere capitate, assieme a una coppia di nonni con nipotina smilza al seguito, nella carrozza riservata al personale: sono un manipolo di volontari delle Ferrovie Turistiche Italiane, caciaroni e bergamaschi. Quando scivolano dall'italiano al dialetto se ne escono in certe consonanti aspirate che nemmeno i muezzin!
Partiamo in ritardo, probabilmente per invidia: le Frecce rosse e bianche e argento, nuove fiammanti, mal digeriscono che tutti le snobbino e si fermino, invece, a guardare la loro bisnonna a vapore. Sarà così per tutto il viaggio: ad ogni passaggio a livello e qua e là lungo la linea gente che saluta, sorride, scende dall'auto per fare una foto. Bambini incantati inchiodano le biciclettine e fanno ciao ciao ai loro coetanei (tanti) che li guardano dal finestrino. S'affacciano famigliole sorridenti persino dai balconi dei condominiacci vista ferrovia... per una volta contente che il treno gli passi così vicino a casa. La locomotiva a vapore semina gioia e stupore fuori e dentro i suoi vagoni, perché anche noi passeggeri siamo decisamente felici di far parte dello spettacolo. Ci spiace soltanto essere così poco in stile con quel che ci circonda, con le nostre braghe da battaglia, le magliette colorate, le scarpe da ginnastica e le macchinette digitali, con le quali sporgerci a fotografare le volute di fumo che a volte s'abbassano sui campi di grano e di mais e ci finiscono inevitabilmente negli occhi. Ma fa parte del gioco, no?
Nonostante l'età, la macchina fila via liscia e veloce con il minimo sindacale di sobbalzi. Si ferma e riparte con un garbo quasi sorprendente; in realtà me lo aspettavo, perché l'ho letto, ma ora posso confermarlo di persona.
Perdiamo un po' di precedenze lungo la linea e gli uomini del treno entrano in fibrillazione: le coincidenze con il traghetto sono saltate. Occorre rimediare. Telefonano, si riorganizzano, imprecano (in bergamasco stretto), contestano, insomma, fanno più pollaio di quanto avremmo potuto fare tutte noi ciose messe assieme impegnandoci molto, ma alla fine risolvono.
Il tempo da trascorrere su Monteisola, l'isola verdissima e puntuta del lago d'Iseo, nostra meta finale, si riduce, ma non è un grosso problema, perché, infondo, la parte più divertente della gita è il viaggio. Lo trascorriamo a pranzo in un bar-trattoria alto sopra il paese di Peschiera Miraglio, lontane dal caos del lungolago, e in una lunga e torrida passeggiata digestiva fino a Sensole, durante la quale rimpiangiamo di non esserci portate il costume.
Dopo un'altra traversata in battello, ritroviamo il nostro treno ad Iseo, dopo aver oltrepassato un mercatino che, però, per una volta, non ha tentato più di tanto nemmeno Dani, forse perché a Peschiera siamo già incappate in una pesca di beneficenza. La motrice montata al contrario per il ritorno è un po' buffa, ma funziona egregiamente lo stesso. Il macchinista se la gode un mondo a farsi fotografare in cabina, con un gomito poggiato al finestrino. Durante il viaggio gli uomini delle Ferrovie Turistiche Italiane vanno carrozza per carrozza a vendere bottiglie di vino e opuscoletti con la storia della loro associazione: sono volontari e devono autofinanziarsi. Con noi non ottengono granché, ma almeno un po' di pubblicità gliela facciamo volentieri. Ecco il loro sito: www.ferrovieturistiche.it. Tenetelo d'occhio e cominciate a pregustarvi un viaggio fuori ordinanza.
A Brescia, stanche, accaldate e con bricioline di fuliggine attaccate alla pelle, salutiamo l'amica 625 e acchiappiamo al volo un altro microtreno per Parma. Stavolta l'aria condizionata è rotta, ma non ci scomponiamo, anzi, coi finestrini abbassati e le tende blu che svolazzano nel controluce violento della sera, ci sembra d'essere ancora nella nostra carrozza anni trenta. Accanto a noi si siede un tizio un poco inquietante: faccia stropicciata, pochi capelli grigi, lunghi e scomposti; dormendo ciondola pericolosamente in direzione delle ginocchia di Costi, e dello zaino che ci sta appoggiato sopra, con dentro i sei bicchierini da sorbetto che ci ha regalato oggi la cameriera del ristorante, perché quelli che ritirano il vetro non li vogliono e lei non sa che farsene. Il tizio non lo sa, ma potrebbe avere un risveglio piuttosto traumatico. Per fortuna si ripiglia da solo appena in tempo, si riassesta e, mentre adocchiamo in una stazioncina un impianto per rifornire d'acqua le locomotive trasformato in un lampione, attacca bottone. E' molto meno scentrato di quanto sembra, anzi, è piuttosto simpatico. Scopriamo che anche lui, tempo fa, ha fatto il nostro stesso viaggio, chiede che giro abbiamo fatto e poi aggiunge: "Scusate la domanda difficile, ma era per caso una 740?" Gli sorrido. Lui non sa che è proprio per via di un (e di una) 740 che ho cominciato, anni fa, a sognare tutto questo e non è solo colpa di una canzone, sussurrata a mezza voce in galleria.

"Come i treni a vapore come i treni a vapore

di stazione in stazione di porta in porta

e di pioggia in pioggia

di dolore in dolore il dolore passerà".


Saluti affumicati.

Nessun commento: