lunedì 21 maggio 2012

Io (non) ho paura

"La chiamano speranza/ ma a volte è un modo per dire illusione."
(Io non ho paura, Bungaro/Fiorella Mannoia)
Scoprire alle 4.05 di notte che non è un'idea brillante avere sopra il letto una mensola colma di fumetti, cd, foto con relative cornici e numerosi soprammobili variamente contundenti pronti a caderti in testa al primo scrollone.
Realizzare, un istante dopo (la scossa è lunga e ti dà il tempo di pensare), che questo è l'ultimo dei tuoi problemi, perché stai al quarto piano e hai una madre gravemente disabile che, anche volendo, non potrebbe fuggire da nessuna parte.
E che nemmeno tu, sinceramente, avresti voglia di lasciare la tua casa e le tue cose per sopravvivere, perché la tua casa e le tue cose, alcune, almeno, sospetti abbiano più senso di te.
Aspettare che passi e cercare di riprendere sonno leggendo un libro.
Insultarti perché, tra tutti i libri mezzo cominciati che hai sul comodino, proprio uno sulla guerra in Bosnia dovevi andare a scegliere?
Ripeterti che se vivessi in Giappone sarebbe peggio e che, comunque, non puoi farci niente.
Constatare che, dopotutto, morire in un terremoto è una delle cose migliori che ti può capitare in futuro, perché ce ne sono altre che t'aspettano, più dolorose e statisticamente più probabili.
Sì, anche questo lunedì sono di buonumore...

mercoledì 16 maggio 2012

Non aprite quell'armadio!

Sabato, mentre m'aggiravo per le vie del centro per l'addio al nubilato di un'amica, vergognandomi un po', c'erano 30 gradi; domenica, al battesimo del figlio della nostra Chiara (profano e sacro allegramente mescolati in un unico weekend: interessante...), ce n'erano 15: con questi sbalzi termici ogni giorno occorrono abiti adatti a un clima diverso e nel mio armadio ormai regna la confusione più totale e accadono cose che voi umani...
Le braghe di lino s'affollano attorno all'unico pantalone di lana rimasto indenne dalla lavanderia e gli chiedono cosa si prova ad avere gli orli pieni di neve. I calzini colorati fan la rivoluzione nel cassetto cercando di scacciare sul fondo i collant neri 120 denari. Il foulard di seta (vera o presunta) e la pashmina di cachemire (assolutamente presunto!), incontratisi per caso su un ripiano, prima si studiano, poi si piacciono e s'allacciano in un inestricabile tango di frange e motivi jacquard. Il piumino, già incelofanato, guarda con sufficienza il k-way che gli sta provvisoriamente appeso accanto. Il maglione di lana, capitato non si sa come spalla a spallina con il ncostume da bagno, lo mette in guardia circa i chili di troppo che ho accumulato quest'inverno; mentre la camicia di cotone incrocia le maniche e minaccia sciopero, perché anche lei, buona per ogni tempo, vorrebbe farsi un giro nei piani alti dell'armadio e riposare qualche mese.
Ma non c'è bisogno di scomodare la fantascienza. Come sempre gli antichi avevano già capito tutto: "In principio era il caos" dice Esiodo nel primo libro della sua Teogonia. "Dal caos nasce una stella", ama ripetere la nostra Costi, decisamente meno antica ma altrettanto saggia.
Guardate un po' fin dove sono andata a parare pur di non ammettere che detesto fare il cambio di stagione!

lunedì 7 maggio 2012

Dopo domenica è lunedì...

"Non è da tutti catturare la vita/ non disprezzate chi non ce la fa"
(A. Branduardi, Domenica e lunedì)

Sapete quelle giornate che cominciano male? Sì, proprio quelle.
Oggi mi hanno svegliato alle 6.45 per consegnarci a casa un concentratore d'ossigeno (se non sapete cos'è, beati voi, io non ho intenzione di spiegarvelo), che dovevano portarci venerdì.
E' assai probabile che abbia preso una multa non del tutto meritata, ma lo saprò solo tra tre o quattro mesi, e questo, se possibile, mi fa inca...volare più della multa stessa.
Ho rotto per la seconda volta nel giro di un anno lo specchietto retrovisore destro dell'auto andando a prendere 10 risme di carta da fotocopie per l'ufficio (14 anni di sf...ortuna?).
Non oso nemmeno pensare cos'altro mi capiterà andare a sera.
E dire che oggi volevo pubblicare un post per dire quanto è stato bello, sabato sera, farsi insegnare a costruire rane salterine con l'origami da un'amica ricercatrice universitaria con due lauree e un paio d'anni più di me, sedute con altri amici al tavolo di un'enoteca (perfettamente sobrie, sia chiaro): basta veramente poco per divertirsi, ma purtroppo, ancor meno per rovinarsi la giornata!
Non ce la posso fare...
Incrociate le dita, grazie.
PS: aggiornamento del mercoledì. Ho ritirato l'auto dal meccanico: bollino blu e revisione. Quattrocentotrentacinque euro.
E ho detto tutto!

venerdì 4 maggio 2012

La metafisica del tortello di zucca

O, se preferite "Per le terre basse 2", ovvero la risposta alla domanda che chiudeva il post precedente.
Vi garantisco che ha detto proprio così la guida che ci ha accompagnato in giro per Sabbioneta, disquisendo delle differenze tra la ricetta locale e quella mantovana e propendendo palesemente a favore della prima, preparata solo con zucca dolce e mostarda di frutta, e non con gli amaretti, e condita con sugo di pomodoro, e non con burro e salvia. L'abbiamo ascoltata sedute in compagnia di ferraresi, modenesi e qualche veneto sui gradini dello splendido Teatro all'antica. E anche se dall'alto della loggia, sopravvissuta miracolosamente ai guasti napoleonici, un intero pantheon di statue vi guarda corrucciato, non chiamatelo Teatro olimpico, come quello di Vicenza, per carità, o rischiate che vi ci chiuda dentro! Già perché nonostante abbia l'aspetto e la voce di una fatina della Melevisione, la nostra guida si rivela una campionessa del campanilismo più feroce, soprattutto contro Mantova, il capoluogo che da sempre ruba la scena alla città voluta da Vespasiano Gonzaga a metà del Cinquecento. Però lo ammette tranquillamente e questo le fa onore: è passionale, ironica, un po' filosofa e ci divertiamo a seguirla tra gli affreschi del Palazzo Giardino e della Galleria, mentre su per le ripide scale che portano alla sinagoga lei non sale. Ci intima di entrare non più di quindici alla volta e di non fermarci troppo: "Perché sapete com'è, dopo l'ultimo terremoto...". Non è rassicurante, ma ne usciamo illese. Del resto anche noi non brilliamo di ottimismo se, durante il viaggio, decidendo di metterci a cantare per ravvivare l'atmosfera (ve l'ho già detto, vero, che non ho l'autoradio?), cominciamo con un medley composto da: Canzone per un'amica, Ballo in fa diesis minore e La Canzone di Marinella. Poi, grazie al cielo, passiamo con disinvoltura dalla Mannoia alle sigle dei cartoni animati. Sabbioneta (e non Simonetta, come sosteneva al telefono una turista spiaggiatasi ai piedi del monumento nella piazza centrale) è un'utopia rinascimentale, una piccola meraviglia che spunta senza preavviso in quella pianura senza orizzonte che, chissà perché, da qualche tempo ci attrae.
Sabbioneta è un microcosmo nato dalla sabbia che, in questa stagione, profuma di fiori di ligustro. A passeggiare sui suoi ciottoli pare di stare in un altro tempo, dove ancora abita un conte che forse non è conte ma tutti lo chiamano così e possiede una bottega antiquaria che pare l'antro dei Quaranta ladroni; e mentre noi incappiamo, purtroppo, in una trattoria rimasta ferma agli anni '70, i baristi dove la mattina ci siamo prese un caffè, si staranno gustando il barbecue che avevano cominciato a preparare nel retrobottega. Al pomeriggio arriviamo fino a Mantova, ma piove. Scrosci violenti si abbattono su piazza Sordello, li osserviamo dalle porte del Duomo nel quale ci siamo rifugiate. Cominciamo ad essere stanche: Co ha mal di pancia, il mio ginocchio mi rimprovera per averlo strapazzato. Decidiamo di evitare i musei, anche se Dani è fortemente attratta da quello dedicato a Nuvolari. Entriamo, invece, in tutte le chiese del centro, compresa Sant'Andrea, dove è sepolto il Mantegna, in una cappellina affrescata, tra gli altri, dal "nostro" Correggio, suo allievo. Nella minuscola rotonda di San Lorenzo irrompe un'intera comitiva. Speriamo di scroccare una visita guidata, ma l'accompagnatrice comincia a parlare in una lingua dell'est, tanto bella quanto incomprensibile. Ci consoliamo puntando decise verso un bar, dove, davanti ad un tè e due cioccolate debitamente bollenti, ci asciughiamo i pantaloni bagnati e ci prepariamo al ritorno. E anche il 1° maggio è finito. Il 2 giugno niente gite, perché Co e Meg hanno un impegno danzereccio e noi saremo in prima fila a prenderle in gi... cioè, volevo dire, ad applaudirle.
La prossima volta, però, riusciremo a farcela una crociera sul Mincio, magari non pochi giorni dopo aver (ri)visto Titanic al cinema!
E comunque mio padre i tortelli di zucca li fa con gli amaretti...

giovedì 26 aprile 2012

Per le terre basse

Vi garantisco che non l'ho fatto apposta. E' soltanto la prima cosa interessante trovata su internet alla ricerca di una meta adatta a una gita del 25 aprile: Casa Cervi a Gattatico. Nessuna di noi c'era mai stata e, in occasione della ricorrenza, eran previste anche mostre, musica e bancarelle. Poiché è piuttosto vicina e noi s'intendeva starcene in giro più o meno per tutta la giornata, abbiamo pensato di spingerci prima fino al Po. E' stato allora che, sempre scorrazzando in internet, è saltato fuori che a Boretto c'era sagra per il patrono, San Marco, ma v'assicuro che l'unica cosa che ho pensato leggendolo è stata: "Toh, lo stesso santo a cui è intitolata la mia parrocchia". Il dubbio mi è venuto soltanto quando, parcheggiando a tre metri dal porto fluviale, ho visto i nomi dei due pontili: "San Marco" (normale: è il patrono del paese!) e... "Giudecca"! Ho sobbalzato, ma non ho detto niente. E' stata Dani, allora, ad esclamare: "Hai visto? Come a Venezia!". Ho visto sì. Quei nomi paiono un tantino surreali lì, sulla sponda limacciosa del Grande Fiume, con alle spalle l'argine coperto d'erba grassa che nasconde alla vista un paesino che più nostrano non si può. Però, nella piazza su cui s'affacciano sia la chiesa, tanto imponente quanto male in arnese, dedicata, chiaramente, a San Marco, sia il Municipio (un classico da queste parti), sta piantata anche un'alta colonna con sulla cima, udite udite, un leone alato con il Vangelo tra le zampe. Eh no, adesso basta! La questione va approfondita! M'avvicino al basamento e leggo: "Venezia a Boretto tra il giubilo di tutto il popolo, 21 settembre 1958". Siamo sempre più stupite. Ci soccorre un cartellone turistico sul muro del Municipio, che spiega come, nei secoli passati, la città che tanto amiamo e il paesino della bassa fossero legati da stretti rapporti commerciali: fin lì arrivavano le navi della Serenissima a sbarcare le merci da vendere a una larga fetta di pianura padana. E i veneti vi abitarono anche, probabilmente già prima dell'anno mille. Il "giubilo" cui si fa cenno nell'iscrizione, pare si debba al fatto che nel 1958 il paese divenne Comune e festeggiò, ricordando le sue origini, l'indipendenza da Brescello. Già, Brescello. E' da quando abbiamo visto il Po che ci siamo messe a canticchiare la colonna sonora dei film di don Camillo e a immaginarci il prete d'assalto che l'attraversa a nuoto (in realtà la scena fu girata da una controfigura di
Fernandel, che aveva paura dell'acqua). Quindi, considerato che la sagra a Boretto si rivela costituita soltanto da due bancarelle e quattro baracconi, decidiamo di fermarci anche lì. Non è la prima volta che ci andiamo, ma ci aggiriamo ugualmente felici alla ricerca delle atmosfere dei libri e dei film di cui, come tanti in tutta Italia, conosciamo parecchie battute a memoria. Ci facciamo le foto di rito con le statue di Peppone e don Camillo che si salutano ai due lati della piazza; passiamo a salutare il crocefisso parlante (eh, magari!) nella cappellina laterale della chiesa e ci infiliamo nei due musei (sic) dedicati a un'epopea cinematografica durata più di vent'anni. Pranziamo a suon di gnocco fritto (e questo ci ricorda che abbiamo sconfinato in territorio reggiano) e salume in una rosticceria-panetteria-pizzeria-trattoria che più alla buona non si può, conversando con i vicini di tavolino: una coppia di motociclisti pavesi ferratissimi in "doncamillologia". Infine, per strade basse e strette, fiancheggiate ora da argini, ora da campi, ora dal binario unico di quel magnifico treno-giocattolo che è la Parma-Suzzara, raggiungiamo fortunosamente la nostra meta iniziale. O meglio, il parcheggio del Fuori Orario a Taneto, da cui partono i bus navetta per Casa Cervi. Vedendo che non sono pulmini ma corriere da cinquanta posti, cominciamo a sospettare che la faccenda sia più seria di quel che ci aspettavamo. All'arrivo troviamo una marea di gente, spesso accompagnata da bambini, cani e armamentario da pic-nic in piena regola, che bazzica tra gli stand gastronomici e quelli di chincaglieria varia, che affolla i tavoli, l'area attorno al palco e la casa museo con la storia e i cimeli di questa famiglia simbolo della Resistenza. Certo che se prendi in affitto un podere che si chiama "Campi Rossi" ti verrà più difficile fare il fascista! Illuminante più di tante parole la ricostruzione della camera da letto del padre e della madre dei sette (che, per la cronaca, avevano anche due sorelle): sul muro accanto al letto alto, stretto e massicio, da una parte il crocefisso, dall'altra la foto di Togliatti. Avete presente quel verso della canzone di Gaber "Qualcuno era comunista" dove si dice che "il papà, il nonno, lo zio... la mamma no!"?
Devo dire, però, che la cosa che ha mi fatto più impressione è stata una mostra collaterale, dedicata all'educazione nel Ventennio: pagine di sussidiari del tempo in cui s'insegnava la matematica facendo contare i fasci littori e calcolare il costo complessivo di una divisa da balilla. Semplice e agghiacciante, ma non così remoto nel tempo né irripetibile, come ricordava un'opera di un artista contemporaneo di cui non ho fissato il nome, che raffigurava l'ex ministro dell'istruzione circondata da un gruppetto di alunni inebetiti con addosso occhiali per il 3D. Eccessivo, certo, ma interessante come accostamento. Il ritorno è lungo e complicato per via della folla che ha preso d'assalto le navette. A parte quello, la defezione di Costi all'ultimo momento, il solito mio mal di ginocchio e una bieca spia luminosa che ha pensato bene d'accendersi sul cruscotto dell'auto appena partite, direi che è stata una bella giornata. Inutile dirvi che l'ho conclusa bevendomi d'un fiato le tre ore abbondanti di "Itis Galileo" e successivo approfondimento in diretta dai laboratori del Gran Sasso, durante le quali, tra l'altro, s'è parlato di un esperimento di nanotecnologie applicate alle onde radio svoltosi tra San Marco e la Giudecca, quelli veri, stavolta! Che si fa il 1° maggio?

mercoledì 18 aprile 2012

Microcanederli (o maxipassatelli) d'emergenza

Ero quasi tentata d'imbarcarmi in un post celentanesco a proposito del merito di cui tanto oggi si parla, ma, per vostra fortuna, non sono dell'umore giusto. Dunque beccatevi una ricettina nata come al solito per caso domenica scorsa, quando il menu prevedeva brodino, però l'idea di mangiarci pastina non m'entusiasmava per niente. Sono riuscita a scacciare mio padre dalla cucina soltanto perché aveva l'influenza, ho aperto il frigo e ho incrociato gli emilianissimi passatelli con qualcosa di più alpino, forse perché avevo visto poco prima che è uscito il programma di Arte Sella. Il risultato è il seguente. Le dosi sono per tre persone. Quattro cucchiai colmi di pangrattato, quattro cucchiai rasi di Parmigiano Reggiano, mezzo spicchio d'aglio, un uovo, due pizzichi di spezie miste, una fetta di spalla cotta (beh, se avete lo speck sarebbe meglio, ma io quella avevo in casa...) e, ovviamente, un buon brodo. Scottate il pane con il brodo ben caldo, aggiungete il formaggio, l'aglio tritato fine fine, le spezie e l'uovo e mescolate bene. Tagliate a cubettini minuscoli la spalla cotta o chi per essa e aggiungete al composto, che deve risultare morbidino e un po' colloso. Poi, con due cucchiaini fate delle piccole quenelle (ho guardato su google come diavolo si scrive...) e tuffatele nel brodo bollente. Quando riemergono sono cotte. Poco primaverile ma gradevole.

venerdì 13 aprile 2012

E' nata prima la ciosa o...?

Eccolo, dunque, il "retroscena avicolo" di cui parlavo con Chiara nel post precedente. Loro sono Cleopatra e Chicca, mie compagne di giochi nell'estate dell'Ottantasette. Eh già, perché il bimbetto sparuto con le braghe larghe e la maglietta a righe, in realtà, sono io: magra come non lo sono mai più stata e con i capelli corti come non li ho mai più avuti, dunque sufficientemente irriconoscibile per permettermi di pubblicare questa foto sul blog.
Cleopatra si chiamava così perché aveva l'abitudine di dormire regalmente appollaiata sopra, anziché dentro, la casettina che mio padre aveva costruito per lei e la sua collega come riparo per la notte e nido per le uova. Sapeste che zabaioni a colazione! Ma niente problemi di linea: correvo e giocavo tutto il giorno su e giù per il borgo sperso di quattro case nel quale passavano cinque auto al giorno quando c'era traffico.
Ci sono tornata la scorsa settimana ed è stato piuttosto desolante, ma all'epoca a me pareva un paradiso.
Già allora, evidentemente, avevo simpatia per le galline. E la cosa era reciproca. Al di là delle facili battute, le bestiole non erano affatto sciocche: avevano capito benissimo che quella bambina molesta che le prendeva in braccio, propinava loro pranzetti di semi e foglie e dava loro lezioni di volo, dopotutto era innocua. E si sottoponevano con invidiabile aplomb alle mie coccole. Altri tempi, nei quali ancora riuscivo, proprio come le mie galline, ad acchiappare farfalle e cavallette... e non mi s'inceppavano le giunture!
Saluti piumati e mediamente nostalgici.

lunedì 9 aprile 2012

Galline benauguranti

Amici e amiche del pollaio! Finalmente ritorno a scrivere nel nostro blog, all'indomani della Pasqua! Spero che gli auguri siano ancora validi! Quelli di Natale non ho fatto in tempo a pubblicarli perché il bambino (con la b minuscola!) è nato un po' prima del tempo...ma ci ha pensato la Cri ad annunciare il suo arrivo! Grazie!!
I mesi sono volati da quella vigilia di Natale in cui siamo tornati a casa con il nostro piccolo Tom e ora per augurare, in ritardo, buona Pasqua, ricorro a una vecchia immagine che spero sia benaugurante per tutti! E' una gallina di cioccolato con uova annesse, sempre di cioccolato ricoperte di glassa. La cosa curiosa è che la gallina...ha 32 anni!! Di fianco a lei c'ero io, 32 anni fa, che soffiavo con il nasino per spegnere la mia prima candelina! Tra l'altro, infatti, oggi è anche il compleanno della sottoscritta! Gallina vecchia... Ricorrerò sempre alla Cri per inserirla nel post e anche nella galleria di immagini se vorrà!
Grazie e ancora auguri!
Al prossimo post!

domenica 1 aprile 2012

Un filo di pensieri

"Comincia sempre tutto in aprile, non so perché,
però per me aprile è speciale,
perché quando arriva aprile io trabocco, trabocco.
Voglio parlarvi di una stagione, e di un amore".
(Marco Paolini, Album)

Sì, anch'io trabocco, ma solo di malanni...

PS. Scusate, pubblico un'altra citazione appena trovata in rete:
"Competenza non è sapienza.
Sapienza è anche quello che ci passiamo l'uno con l'altro.
E' quello che passano le terre e l'acqua"
(MP)

E, visto che ci sono, avviso anche che il 25 aprile su La7, daranno Itis Galileo, che alcune ciose han visto nell'inverno del 2011.
Che dite: il "ritorno di fiamma" sarà un effetto collaterale dell'aprile?

Ah, toh, ho trovato il video. Se volete, ecco il link: http://www.youtube.com/watch?v=Om1e8M1eM6c

martedì 27 marzo 2012

Niente di nuovo sul fronte occidentale

"Le immagini
che sono
dentro la parola
sono infinite"

(Tonino Guerra)

Confesso, a parte lo spot-tormentone e quel minimo sindacale che ne sapevano tutti, l'unico rapporto con il poeta-scultore-sceneggiatore romagnolo è stato quando, per lavoro, mi son trovata spersa nelle paludi ferraresi a guardare una strana scultura all'ingresso di un ristorante e, mentre stavo decidendo se mi piaceva o no, lo chef ha detto che era di Tonino Guerra e che quel giorno era il suo compleanno e l'avrebbe chiamato per fargli gli auguri perché era un suo amico.
La frase che ho citato sopra l'ho orecchiata ieri sera in tv, facendo zapping selvaggio (ogni tanto è ammesso). E' abbastanza ovvio che mi piaccia.

Scrivo questo post sconclusionato dopo una mattinata al pronto soccorso, così, tanto per gradire. Ne sono uscita con la prescrizione per una risonanza e visita ortopedica, che, spero, serviranno a scoprire perché il mio ginocchio destro ogni tanto fa sciopero selvaggio e violento, lanciandomi fitte da lacrime agli occhi. E stasera ha cominciato a farmi male anche l'altro, per par condicio, immagino.
Ma io un malanno normale mai?
Ma perché 'ste sfighe sempre di primavera?
Vabbé, basta. Il mugugno telematico è finito.
Ora, per consolarmi, ci vorrebbe la torta di panna e fragole di Meg e Co. Se non dal vero, perlomeno qui sul blog. Vi assicuro che è una mano santa!
Beh, anche la tisana ai frutti di bosco non è male, soprattutto se, mentre aspetti che l'acqua si scaldi, chiedi a tuo padre che è in cucina: "Bolle?" e ti viene in mente che quello che hai pronunciato non è solo un verbo, ma anche un cognome.
Ecco, dopotutto aveva ragione Tonino...

lunedì 19 marzo 2012

We are the world

Ieri ho fatto un giro alla fiera di San Giuseppe: un classico della tradizione parmigiana, l'appuntamento che sancisce, con bancarelle e baracconi, l'arrivo della bella stagione.
Oltre all'ennesima pashmina acquistata da un banchetto di peruviani, ho comprato una fetta di strudel trentino da una ragazza pugliese e un arancino siciliano da un nordafricano.
Devo ammettere che, subito, sono rimasta un po' perplessa. Poi mi son detta: perché no?
E tornando a casa ho pensato che in dispensa ho ancora un pugno di farina di ceci per preparare una farinata ligure; e forse m'è rimasto anche un po' di cous cous... Non lo farò mai buono come il primo che ho assaggiato (vedi foto), preparato da una tunisina che aveva la mia stessa età e tre figli, ma ci si può accontentare.
Saluti multietnici.

lunedì 12 marzo 2012

Giacomo, Guido e le galline

Ed ecco a voi la terza puntata del nostro viaggio artistico letterario tra i pennuti.
Poiché l'idea è venuta a Dani, mi sembra giusto pubblicare oggi questo post e dedicarglielo, nel giorno del suo compleanno.

Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.

(Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta, 1829)

"Una cocotte!..."
"Che vuol dire, mammina?"
"Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!"
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'ovo e di gallina...

(Guido Gozzano, Cocotte, 1909)

Che dire? Come abbiamo fatto a dimenticarci Leopardi, il grandissimo, l'austero, il dolente, che non si fa problemi a infilare una gallina nei primi versi di una delle sue poesie più famose. E come ho fatto io a dimenticarmi questa deliziosa associazione di idee di Gozzano che, come sapete, mi piace?
Chissà, ma ora eccoli qua, in compagnia di un quadro di Sargent, ovviamente a tema, e dell'augurio a tutte/i quante/i di una buona settimana e un abbraccio particolare a T., il quarto pulcino, che finalmente abbiam visto in faccia: due mesi e mezzo di simpatia e guance rotonde. Auguri anche a lui!
E benvenuta a Castagna, che si è iscritta al blog.

lunedì 5 marzo 2012

Quasi un quadrifoglio

Venerdì mattina, quando la mia bicicletta mi ha visto affacciarmi dalla porta della rimessa, nella quale è stata confinata per quattro mesi con la sola compagnia delle sue colleghe appartenenti agli altri condomini, non poteva credere ai suoi raggi. Appena s'è accorta che avevo in mano la pompa per gonfiarle le ruote e, dunque, avevo intenzioni serie, le si è appannato il fanale dalla commozione.
E' cominciato più o meno così, quest'assaggio di primavera: con una corsa al lavoro in bicicletta. Oggi pare sia già tutto finito: cielo bigio e temperature in calo; ma non importa, perché li ho visti i bucaneve sulle rive dei fossi e le persone chine nei campi a raccogliere erbette (che in italiano credo si chiamino biete) per i tortelli omonimi. E lo so che mancano meno di 20 giorni all'inizio ufficiale della nuova, sospirata, stagione.
Oggi, poi, è il compleanno di Marco Paolini (sic!) e mi sono resa conto di aver cominciato a citarlo quassopra perché mi sarebbe piaciuto vederlo dal vivo e che effettivamente è successo. E la cosa ha funzionato anche con Venezia: poco più di due anni fa avevo espresso in un post il sogno di riuscire a starci più di un giorno di seguito e si è avverato. Così, per mera scaramanzia, provo a pubblicare oggi - in preda ai consueti desideri di fuga che mi colgono appena annuso un po' di tepore - una lista di posti da vedere, nella speranza che, ancora una volta, il blog mi/ci sia propizio.
Torino: ovvero, Venaria, il Museo egizio e... le pasticcerie!
Come corollario a questa meta, una capatina ad Agliè a vedere la villa di campagna di Guido Gozzano e il panorama del Canavese cantato in una manciata dei suoi versi a me più cari.
Barbiana: perché l'ho promesso a Costi anni fa e perché non è lontana da Firenze...
L'Altipiano di Asiago: perché dopo aver letto Rigoni Stern e Meneghello non si può non andare.
Il Carso, perché dopo aver letto Ungaretti...(vedi sopra) e perché così abbiamo una scusa per tornare in Friuli.
La Val di Sella (vedi foto): per ascoltare le sculture tra gli alberi e vedere qualche bel concerto all'aperto. No, forse era viceversa, ma funziona anche così!
Infine, vorrei portare a Camaldoli le ciose che non ci sono mai state, e salire all'eremo di giorno, perché va bene che di notte con le stelle sulla testa e le lucciole nel bosco è un incanto assoluto, ma non si riesce ad avere un'idea di come sia fatto.
E poi ricordo allo zoccolo duro delle galline viaggianti che ci manca ancora Torcello...
Sono sicura di aver dimenticato qualcosa, ma ora basta, che ho un sacco di lavoro da fare e questi discorsi non aiutano certo la concentrazione.
Saluti a dita incrociate.

mercoledì 29 febbraio 2012

Dire, fare... baciare

Questa è Salut, (Saluto) di Renzo Pezzani, da Bornisi, che mi ostino a non restituire a Dani...

J en bräz dal to fög,
l’è pan dla to tera,
j en storii contädi
a la nostra manera;
l’è cör dal to cör,
l’è un dì dla to smana.
Gh’è denter al sangov
dla genta pramzana.
Gh’è denter l’odor
dla campagna pu s’cetta,
la voza dla donna
ch’at däva la tetta.
- J en così – at dirè
ch’a säv’n anca primma…
Mo gh’ vreva qualcdon
ch’j a dziss con la rimma…


Ovvero: "Sono braci del tuo fuoco,/ è pane della tua terra,/ sono storie raccontate/ alla nostra maniera;/ è cuore del tuo cuore,/ è un giorno della tua settimana./ C'è dentro il sangue/ della gente parmigiana. C'è dentro l'odore/ della campagna più schietta,/ la voce della donna/ che ti dava la tetta./ Sono cose - dirai -/ che si sapevano anche prima.../ ma ci voleva qualcuno/ che le dicesse con la rima.../

Questi sono alcuni stralci da Filò di Andrea Zanzotto. La traduzione è tratta dell'antologia Poesie 1938-1986, che staziona da un po' sul mio comodino, perché, confesso, mi ci son piantata.

Vecio parlar che tu à inte ‘l tò saòr
Un s’cip del lat de la Eva...
Cioé: "Vecchio parlare, che hai nel tuo sapore/ un gocciolo del latte di Eva..."

None e mame le è ‘ndate, quele che te inventéa,
nòvo petèl par ogni fiòl in fasse...

"Nonne e mamme sono andate, loro che ti inventavano/ nuovo petél (ndr: il linguaggio con cui si parla agli infanti) per ogni figlio in fasce..."

Ma da ‘ste poche brònzhe de qua dò,
dai fià dei filò de qua dò,
si i fii, i fii
del insoniarse e rajonar tra lori se filarà,
là su, là par atorno del ventar de le stele
se inpizharà i nostri mili parlar e pensar nòvi
inte ‘n parlar che sarà un par tuti,
fondo come un basar...

"Ma dalle poche braci di quaggiù,/ dai fiati dei filò (ndr: le riunioni nelle stalle a filare e chiacchierare) di quaggiù,/ se i fili, i fili/ del sogno e della ragione tra loro si fileranno, / lassù, nei dintorni del tirar vento di stelle/ si accenderanno i nostri mille parlari e pensieri nuovi/ in un parlare che sarà uno per tutti,/ fondo come un baciare..."

Non so a voi, ma a me fa impressione (una bella impressione!) che due poeti parecchio diversi abbiano usato due immagini simili per parlare della loro lingua madre, quella che hanno imparato da piccoli: per loro è stata il dialetto, per noi, chiaramente, l'italiano.
L'uno usa l'immagine concretissima della "tetta", l'altro parte scomodando Eva, ma poche righe dopo, cita madri e nonne: la lingua è come il latte e sono le donne le sue prime custodi.
L'uno intitola la sua raccolta "bornisi": una parola stupenda, che indica le braci che restano sotto la cenere; l'altro spera che un giorno, dalle braci rimaste nei fuochi accesi per il filò, rinascano una lingua e un pensiero nuovi.
La lingua è un fuoco nascosto che, se conservato e ravvivato, illumina ricordi e pensieri. "Scrivere è una funzione del capire", dice Meneghello nelle note ai Piccoli maestri.
Lo so che sono monotona. E' che, quando conosco persone che parlano correntemente tre o quattro lingue un po' le invidio, ma mi verrebbe da chiedergli in che lingua pensano. E non so se è giusto - anche se certamente è un bene - che bambini piccolissimi apprendano più lingue contemporaneamente, senza averne una che possano dire propria.
Probabilmente sbaglio e anzi, proprio perché ogni lingua apre un mondo, più se ne sanno più il pensiero può spaziare, accogliere più sfumature e abbracciare la molteplicità, oggi imprescindibile alla vita.
Eppure non mancano i segnali di un impoverimento del linguaggio, che corrisponde a un impoverimento delle relazioni interpersonali. Ho letto, non ricordo più dove, che ricercatori hanno trovato una relazione diretta tra l'aggressività degli adolescenti e la loro incapacità di esprimere i loro sentimenti. Non solo per problemi emotivi, ma anche linguistici: conoscono poche parole e non sanno come usarle correttamente.
Insomma, ben venga lo studio delle lingue, ma forse almeno una bisognerebbe farla propria e approfondirla tanto che possa diventare, come dice Zanzotto con un'altra immagine bellissima, "profonda come un bacio". E per farlo non basta una vita!

Va bene, lo ammetto: potevo trovare una scusa meno balzana per giustificare il fatto che non mi iscrivo ai corsi d'inglese quando qualcuno me li propone, anche se me lo sto dimenticando. Vergogna!
Poi non volevo perdere l'occasione di pubblicare un post in questo giorno un po' speciale.
E questo m'è venuto in mente. Saluti bisestili!