22. Sempre stata una frana con i numeri: li dimentico, li inverto, non so maneggiarli se non scrivendoli o aiutandomi con le dita come e peggio dei bambini. Però con il 22 ho un paio di conti in sospeso.
22 sono gli anni che avevo nel 2000 e, per una curiosa coincidenza - se così vogliamo chiamarla - 22 erano gli anni che, da piccola, avevo appioppato, chissà perché, al mio migliore amico immaginario, il quale a quell'età, secondo la mia fervida fantasia, era già laureato, lavorava in un museo e, occasionalmente, insegnava pure: beata innocenza!
22, infine, sono le estati passate in campagna nella casa gialla di cui anche qui più volte vi ho parlato.
E 22 resteranno, visto che ora sul cancello compare la scritta "vendesi", bianca su sfondo rosso, come neve sulla carne viva dei miei più cari ricordi.
Molte persone sono già venute a vederla: vicini di casa in processione con tutta la famiglia, parmigiani in fuga dalla città per la gioia del loro cane, persino un'aspirante artista in cerca di uno studio suggestivo, il quale, ovviamente, ha puntato subito il balconcino di sassi d'angolo, con la sua scala sbilenca e l'edera, che fa tanto Romeo & Giulietta.
Grazie al cielo, finora, non ne ho incontrato quasi nessuno. Quel che vi ho appena descritto, infatti, proviene dai resoconti di mia madre che, al contrario di me, è brava a raccontare a voce qualunque cosa - da un film alla tormentata telefonata con qualche amica in cerca di consigli - con una precisione e una vividezza davvero notevoli.
Grazie al cielo, dicevo, perché davvero non avrei saputo come comportarmi.
Buonsenso vorrebbe che io accompagnassi in giro per le stanze i potenziali acquirenti a mo' di guida turistica, magnificandone con un sorriso a 30 denti (+ un ponte!) le caratteristiche, utilizzando il pacchetto standard di aggettivi che ci si aspetta in queste occasioni: ampio, abitabile, accogliente, funzionale. E forse ci riuscirei anche (ci sono quasi riuscita una volta); ma quel che vorrei davvero dire a chi abiterà la mia casa dopo di me - perché è giusto che le case siano abitate - sarebbe qualcosa del tipo: guardatevi intorno e pensate quel che volete di queste quattro mura, ma sappiate che qui dentro ci sono 22 estati della mia vita più qualche rara ma memorabile giornata d'inverno; che avevo 14 anni la prima volta che ho messo piede in questo cortile, e ricordo ancora la canzone che suonava nel mio walkman, perché diceva "E i giardini con le rose come sognavamo noi": la presi come una profezia, alla quale mi sono aggrappata per 22 anni. Poi basta.
Vorrei dire che tra questi tavoli e queste poltrone sono passata dai compiti per le vacanze agli esami d'università; che, per quanto vi parrà incredibile, sono persino riuscita a incastrare un computer con lo schermo enorme e una stampante in quel loculo colorato che ho chiamato per 22 anni la mia camera, e ci ho scritto alcuni capitoli della mia tesi; che oltre le creste magnificamente incastrate di questa valle ho visto, letteralmente, sorgere l'alba del nuovo millennio in compagnia di un manipolo di amici che ora si sono dispersi, ma non per questo mi sono meno cari. Ed ero qui anche l'anno dopo, mentre crollavano le Torri Gemelle. E, anche se immagino non vi importi, è in questo cortile che ho parcheggiato per la prima volta la mia prima automobile. Pioveva, ovviamente, ma non ha importanza: non avete idea di quanto si delizioso il rumore della pioggia sui coppi; e quanto sia bella la luna che ti entra in camera dall'alto nelle notti serene.
Ci ho festeggiato anche un paio di compleanni quassù, in primvera, con i residui di una nevicata tardiva aggrappati ai versanti in ombra; e, in autunno, ho imparato a mie spese (e a quelle dei miei sventurati ospiti) che le caldarroste stentano a cuocere sul barbecue.
Nella terrazza oltre il portico ho passato innumerevoli 10 d'agosto a farmi venire il torcicollo contando stelle cadenti, storpiando i versi del Pascoli ed esprimendo desideri irrealizzabili.
E ho cantato tanto, sia assieme alle amiche dotate di chitarra (benedette loro!) sia in solitaria, con o senza lo stereo di sottofondo, facendo le pulizie, asciugandomi i capelli al sole - la sedia precariamente piantata nel ghiaino e una vecchia copia di Topolino aperta sulle ginocchia. Il fatto che tra i vicini di casa io per anni abbia avuto un cantante d'opera e due insegnanti di conservatorio non bastava a scoraggiarmi. Ora non canto quasi più nemmeno sotto la doccia.
Ci ho preso il sole e la grandine. Ho acceso il camino e la stufa anche in pieno agosto - termosifoni nemmeno a parlarne nella casetta delle vacanze - imparando a riconoscere addosso a me e agli altri l'esatto odore che lascia un buon fuoco di legna sugli abiti (biancheria compresa) e sui capelli.
E' grazie a questa casa che so esattamente che sapore hanno i pomodori mangiati appena colti, ancora tiepidi di sole e che ho imparato a impastellare e friggere larghe foglie di salvia e fiori di zucchina.
Ok, è grazie (o a causa) a questa casa che ho scoperto che le mamme scorpione trasportano sul dorso i loro figlioletti appena nati: una visione tenera e raccapricciante insieme, difficile da dimenticare; e ho scoperto quando possono diventare grossi e corpulenti i ragnacci di cantina; ma mi è anche capitato di ritrovarmi un pavone in cortile, che ci guardava assiso su un mucchio di ghiaia con aria supponente. Un'altra volta è toccato a un coniglio color nocciola comparire all'improvviso, sgranocchiare con discrezione un paio di foglie di lattuga e poi andarsene senza ringraziare, per non dire delle innumerevoli generazioni di gatti più o meno domestici, semistanziali o di passaggio, tra cui l'indimenticabile Milk: un incrocio di siamese biondo dagli occhi blu, bello come un divo del cinema e altrettanto espressivo e capriccioso.
Da qui sono partita le poche volte che gli amici sono riusciti a trascinarmi in discoteca; da qui sono partita per un paio di epici concerti, da uno dei quali sono tornata alle sei di mattina...
In questa casa ho avuto il permesso di dipingere su muri, cuscini e copricamini e ho passato ore a disegnare, a leggere e ad annoiarmi; ma anche a cimentarmi in ogni sorta di lavoro faticoso e sporchevole. E ancora non ho finito: ora è tempo di guardarsi attorno, svuotare cassetti e riempire scatoloni. Decidere cosa salvare e cosa abbandonare ad un incerto destino.
E contando che quasi tutto quello che c'è in questa casa è arrivato qui da altre case e da altri traslochi (le precedenti abitazioni che affittavamo in campagna, gli appartamenti dei nonni e delle prozie svuotati dopo la loro dipartita), quasi ogni pezzo - già scampato ad altre dolorose selezioni - è già di per sè un distillato di storie e di ricordi: i quadri di mamma e dello zio, la credenza e il tavolo della nonna, le ciotoline acquistate dai miei da giovani, i miei quaderni delle elementari e persino la ricevuta del pagamento della quota d'iscrizione alla prima settimana teologica di Camaldoli del 2003, spuntata a sorpresa da un album da disegno.
Questo e molto altro ci sarebbe da raccontare a chi si prenderà la mia casa. Perché ogni casa è un mondo, e nessun mondo può essere descritto da un rogito e da una manciata di planimetrie, nè tantomeno essere rinchiuso in una decina di scatoloni sigillati con un groppo in gola.
Per fortuna ho ancora sufficiente buonsenso per non dire tutte queste cose ai potenziali acquirenti; ma, evidentemente, non non ne ho abbastanza per evitare di scriverne qui.
Forse perché le parole, dopotutto, sono molto più capienti degli scatoloni.
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mercoledì 24 giugno 2015
Scatoloni
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mercoledì 27 maggio 2015
Le lampade dello scrittore
Con i suoi tavoli massicci e le larghe sedie in legno chiaro, il perlinato a mezza parete, le vecchie stampe e gli specchi dietro il bancone deserto, il vecchio bar ha un'aria indecisa tra la birreria tedesca, l'osteria emiliana e il circolo di paese. E' chiuso solo dallo scorso autunno, ma, non fosse per il calendario del 2014 alla parete e la foto di Papa Francesco, potrebbe essere benissimo un cimelio degli anni '50-'60 nel quale io e il mio capo entriamo con circospezione, seguendo un nostro cliente, che ha acquisito la licenza per riaprirlo a breve, e un altro signore che non ho ben capito che ci stia a fare: un architetto? un giornalista? un esperto di storia locale? Comunque sia si guarda attorno con aria degna di un Vittorio Sgarbi particolarmente maldisposto, additando muri da ridipingere e discutendo del potenziale colore di cuscini e tovaglie; ma il suo palese disgusto, che trova concordi anche gli altri due uomini, riguarda soprattutto le lampade che pendono dalle travi del salone principale ai lati di un grosso mastello di legno appeso proprio al centro.
Evito di dirlo ad alta voce, però quelle lampade sono la prima cosa che ho notato entrando e a me piacciono molto. Sono un po' grevi e non c'entrano nulla con il resto dell'arredo, d'accordo, ma sono clamorosamente liberty e sia il vaso in ceramica sia i tiranti in metallo sono uno diverso dall'altro, decorati a fiori e frutti su un fondo che varia dal verde salvia al petrolio.
Capitemi, fanno troppo D'Annunzio e Gozzano per non piacermi: sembrano uscite dal salotto di nonna Speranza, nate per illuminare pappagalli impagliati e campane di vetro.
Non so dire se siano davvero un cimelio della Belle Epoque o siano stati rifatti in stile chissà quando da qualche artigiano per assecondare i gusti di qualcuno dei precedenti gestori o forse, addirittura, del primo proprietario, che era un famoso scrittore il quale tentò, con scarsa fortuna, di mettersi a fare anche l'oste in un paese perso nelle bassure del Parmense, a pochi chilometri da dove era nato.
Le mura del bar sono ancora dei figli, custodi gelosi della memoria del padre, tanto che l'oste teme possano mettergli i bastoni tra le ruote nel caso voglia fare cambiamenti radicali: spera di attirare i giovani eliminando un po' di vecchiume. Da una parte glielo auguro, e me lo auguro: dato che, essendo un nostro cliente, se gli affari gli vanno bene è prevedibile avrà più bisogno di noi; dall'altra, non posso non pensare che l'unica cosa che può attirare qualcuno in questo piccolo baretto perduto è proprio il fascino della memoria: non quella immobile dei cimeli che prendono polvere o dei monumenti, ma quella dei luoghi che, per chissà quale miracolo, si conservano appena in disparte dallo scorrere del tempo.
Questo posto è bellissimo proprio perché inattuale: è un'osteria da briscole e vino nero in quartini di vetro spesso, o addirittura in scodelle, non da spritz ed happy hour; e piacerà, credo, solo a chi saprà capirlo.
E non basterà aggiungere tovaglie e cuscini e mettere asettici neon al posto delle infelici lampade liberty per ridargli vita. Perché il suo spirito risplende anche in quelle lampade.
E se anche nessuno dopo di noi, che per caso abbiamo fatto in tempo a vederle, saprà che c'erano, ne sentirà, in qualche modo, la mancanza.
Mentre continuiamo a esplorare le stanze facendo progetti per il futuro, un uccellino entrato dal tubo della stufa ci svolazza disperato sulla testa per poi abbattersi per l'ennesima volta sulle grandi vetrate in cerca di una via di fuga. Quando finisce a zampe all'aria su una panca, poco lontano da un suo compagno già stecchito, l'oste lo acchiappa e lo libera in cortile: chissà se sopravvivrà alla brutta esperienza.
Esco anch'io in cortile, calpestando lastroni di cemento sconnessi tra i quali cresce un'erba umida e grassa di primavera. Faccio il giro della casa in cerca delle rose che s'affacciavano prepotenti dalle finestre dentro il locale in penombra. Le trovo a far compagnia a una siepe fiorita di ligustro: insieme fanno l'aria dolcissima. E penso che l'anima di questo luogo somiglia un poco a quell'uccellino confuso, fragile e ferito: c'è il rischio concreto che muoia e a nessuno pare che importi; ma io l'ho vista e non la potrò dimenticare: è fatta di nebbia e uomini intabarrati dai lunghi baffi neri che imprecano forte in dialetto, di preti dalle grosse scarpe infangate e sindaci con il fazzoletto rosso; ma, soprattutto, è fatta di parole: quelle con cui lo scrittore famoso ha descritto questi luoghi e che da questi luoghi vengono e ritornano e trovano casa, se c'è qualcuno disposto ad ascoltarle.
Comunque sia, una di quelle strane lampade io me la sarei portata volentieri a casa, così, giusto per salvarla dall'imminente naufragio. Le avrei trovato un angolino tra un mobile Ikea e uno ereditato dalle prozie, tra un vaso del Mercatone e una sedia imbottita della nonna: non sarebbe stata l'unica cosa incongrua e spaiata nel mio economico arredamento per metà fai da te e per metà di recupero; e, forse, non ci sarebbe stata neppure male, il che, come direbbe il suo probabile primo proprietario "è bello e istruttivo".
Saluti vintage!
Evito di dirlo ad alta voce, però quelle lampade sono la prima cosa che ho notato entrando e a me piacciono molto. Sono un po' grevi e non c'entrano nulla con il resto dell'arredo, d'accordo, ma sono clamorosamente liberty e sia il vaso in ceramica sia i tiranti in metallo sono uno diverso dall'altro, decorati a fiori e frutti su un fondo che varia dal verde salvia al petrolio.
Capitemi, fanno troppo D'Annunzio e Gozzano per non piacermi: sembrano uscite dal salotto di nonna Speranza, nate per illuminare pappagalli impagliati e campane di vetro.
Non so dire se siano davvero un cimelio della Belle Epoque o siano stati rifatti in stile chissà quando da qualche artigiano per assecondare i gusti di qualcuno dei precedenti gestori o forse, addirittura, del primo proprietario, che era un famoso scrittore il quale tentò, con scarsa fortuna, di mettersi a fare anche l'oste in un paese perso nelle bassure del Parmense, a pochi chilometri da dove era nato.
Le mura del bar sono ancora dei figli, custodi gelosi della memoria del padre, tanto che l'oste teme possano mettergli i bastoni tra le ruote nel caso voglia fare cambiamenti radicali: spera di attirare i giovani eliminando un po' di vecchiume. Da una parte glielo auguro, e me lo auguro: dato che, essendo un nostro cliente, se gli affari gli vanno bene è prevedibile avrà più bisogno di noi; dall'altra, non posso non pensare che l'unica cosa che può attirare qualcuno in questo piccolo baretto perduto è proprio il fascino della memoria: non quella immobile dei cimeli che prendono polvere o dei monumenti, ma quella dei luoghi che, per chissà quale miracolo, si conservano appena in disparte dallo scorrere del tempo.
Questo posto è bellissimo proprio perché inattuale: è un'osteria da briscole e vino nero in quartini di vetro spesso, o addirittura in scodelle, non da spritz ed happy hour; e piacerà, credo, solo a chi saprà capirlo.
E non basterà aggiungere tovaglie e cuscini e mettere asettici neon al posto delle infelici lampade liberty per ridargli vita. Perché il suo spirito risplende anche in quelle lampade.
E se anche nessuno dopo di noi, che per caso abbiamo fatto in tempo a vederle, saprà che c'erano, ne sentirà, in qualche modo, la mancanza.
Mentre continuiamo a esplorare le stanze facendo progetti per il futuro, un uccellino entrato dal tubo della stufa ci svolazza disperato sulla testa per poi abbattersi per l'ennesima volta sulle grandi vetrate in cerca di una via di fuga. Quando finisce a zampe all'aria su una panca, poco lontano da un suo compagno già stecchito, l'oste lo acchiappa e lo libera in cortile: chissà se sopravvivrà alla brutta esperienza.
Esco anch'io in cortile, calpestando lastroni di cemento sconnessi tra i quali cresce un'erba umida e grassa di primavera. Faccio il giro della casa in cerca delle rose che s'affacciavano prepotenti dalle finestre dentro il locale in penombra. Le trovo a far compagnia a una siepe fiorita di ligustro: insieme fanno l'aria dolcissima. E penso che l'anima di questo luogo somiglia un poco a quell'uccellino confuso, fragile e ferito: c'è il rischio concreto che muoia e a nessuno pare che importi; ma io l'ho vista e non la potrò dimenticare: è fatta di nebbia e uomini intabarrati dai lunghi baffi neri che imprecano forte in dialetto, di preti dalle grosse scarpe infangate e sindaci con il fazzoletto rosso; ma, soprattutto, è fatta di parole: quelle con cui lo scrittore famoso ha descritto questi luoghi e che da questi luoghi vengono e ritornano e trovano casa, se c'è qualcuno disposto ad ascoltarle.
Comunque sia, una di quelle strane lampade io me la sarei portata volentieri a casa, così, giusto per salvarla dall'imminente naufragio. Le avrei trovato un angolino tra un mobile Ikea e uno ereditato dalle prozie, tra un vaso del Mercatone e una sedia imbottita della nonna: non sarebbe stata l'unica cosa incongrua e spaiata nel mio economico arredamento per metà fai da te e per metà di recupero; e, forse, non ci sarebbe stata neppure male, il che, come direbbe il suo probabile primo proprietario "è bello e istruttivo".
Saluti vintage!
martedì 14 ottobre 2014
La piena dei ricordi
Ad ogni pioggia più preoccupante delle altre il pensiero dei miei corre sempre ai primi anni Ottanta, quando tracimò il canale che ci scorre a un paio di isolati e l’ondata di piena si bevve in un sorso melmoso garage e cantine.
Mio padre ricorda con una punta di divertimento la visione surreale della schiuma bianca fuoriuscita dalla scorta di detersivi stivata in garage; mia madre ricorda, invece, con un poco di condivisibile rammarico, il lungo e strano quadro di un Cristo che, regalato loro da amici per le nozze, non aveva trovato posto sopra il letto della casa nuova e, deposto ingloriosamente in cantina, finì sbiadito nel fango.
Io, nata da poco, non ho memoria di quel fatto, se non quella che mi è stata trasmessa dai miei ed è andata assumendo, nel tempo, come tutti i racconti, contorni quasi mitici.
Ci ho pensato anche ieri mentre, chiusa in ufficio, mi arrivavano, pure quelle a ondate, notizie della fuga del Baganza, di ponti e sottopassi chiusi e relativo caos dei trasporti, prima che saltasse la centralina della Telecom facendoci piombare tutti in un isolamento telematico che, se possibile, ci ha impensierito più della piena.
Poi, rincasando, l’ho vista con i miei occhi, ieri sera, l’acqua torbida che passava a una spanna dal colmo degli archi del Ponte di Mezzo. E l’ho anche attraversato il ponte, schivando i curiosi assiepati lungo le balaustre, sentendo un brivido salirmi per le gambe al pensiero di affidare la mia vita alla resistenza di una manciata di eroici piloni di pietra e ringraziando mentalmente l’abilità dei costruttori, gente d’altri tempi, per fortuna!
Ho guardato anch’io nell’acqua inquietante – impossibile non farlo – ma la cosa che più mi ha impressionato è stato l’odore.
M’immaginavo qualcosa greve e torbido, visto il rimescolarsi di ogni sorta di detriti strappati dalle rive dall’Appennino fino in città. Invece, sorprendentemente, dalla corrente grigio-marrone salivano ventate umide e fresche di sottobosco e, non so perché, di timo.
Timo? Sul serio? Beh, me lo sono chiesta anch’io, abituata da una vita di raffreddori allergici e non a fare molto poco affidamento sul mio olfatto. Eppure l’ho sentito, stupendomene parecchio. E ho respirato a fondo, a occhi socchiusi, per esserne certa.
Non so voi, ma a me l’idea che un’onda di piena profumi di buono ha sconvolto più dell’onda stessa e mi ha portato via buona parte dell’apprensione, che è ritornata, ovviamente, vedendo in tv le immagini spaventose dei container alla deriva che sbattevano contro il ponte di via Po, i gorghi nelle strade e i negozianti allibiti col fango a mezza gamba; ma, come la piena per mio padre continuerà ad essere popolata di schiuma bianca di detersivo e per mia madre di quadri che si disfano; la mia, appena smetterà d’essere cronaca comune e diventerà ricordo privato e piccola mitologia domestica, saprà sempre di timo. E farà meno paura.
Mio padre ricorda con una punta di divertimento la visione surreale della schiuma bianca fuoriuscita dalla scorta di detersivi stivata in garage; mia madre ricorda, invece, con un poco di condivisibile rammarico, il lungo e strano quadro di un Cristo che, regalato loro da amici per le nozze, non aveva trovato posto sopra il letto della casa nuova e, deposto ingloriosamente in cantina, finì sbiadito nel fango.
Io, nata da poco, non ho memoria di quel fatto, se non quella che mi è stata trasmessa dai miei ed è andata assumendo, nel tempo, come tutti i racconti, contorni quasi mitici.
Ci ho pensato anche ieri mentre, chiusa in ufficio, mi arrivavano, pure quelle a ondate, notizie della fuga del Baganza, di ponti e sottopassi chiusi e relativo caos dei trasporti, prima che saltasse la centralina della Telecom facendoci piombare tutti in un isolamento telematico che, se possibile, ci ha impensierito più della piena.
Poi, rincasando, l’ho vista con i miei occhi, ieri sera, l’acqua torbida che passava a una spanna dal colmo degli archi del Ponte di Mezzo. E l’ho anche attraversato il ponte, schivando i curiosi assiepati lungo le balaustre, sentendo un brivido salirmi per le gambe al pensiero di affidare la mia vita alla resistenza di una manciata di eroici piloni di pietra e ringraziando mentalmente l’abilità dei costruttori, gente d’altri tempi, per fortuna!
Ho guardato anch’io nell’acqua inquietante – impossibile non farlo – ma la cosa che più mi ha impressionato è stato l’odore.
M’immaginavo qualcosa greve e torbido, visto il rimescolarsi di ogni sorta di detriti strappati dalle rive dall’Appennino fino in città. Invece, sorprendentemente, dalla corrente grigio-marrone salivano ventate umide e fresche di sottobosco e, non so perché, di timo.
Timo? Sul serio? Beh, me lo sono chiesta anch’io, abituata da una vita di raffreddori allergici e non a fare molto poco affidamento sul mio olfatto. Eppure l’ho sentito, stupendomene parecchio. E ho respirato a fondo, a occhi socchiusi, per esserne certa.
Non so voi, ma a me l’idea che un’onda di piena profumi di buono ha sconvolto più dell’onda stessa e mi ha portato via buona parte dell’apprensione, che è ritornata, ovviamente, vedendo in tv le immagini spaventose dei container alla deriva che sbattevano contro il ponte di via Po, i gorghi nelle strade e i negozianti allibiti col fango a mezza gamba; ma, come la piena per mio padre continuerà ad essere popolata di schiuma bianca di detersivo e per mia madre di quadri che si disfano; la mia, appena smetterà d’essere cronaca comune e diventerà ricordo privato e piccola mitologia domestica, saprà sempre di timo. E farà meno paura.
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mercoledì 10 settembre 2014
Porta dell'altrove
Mi fa strano dover raccontare di una vacanza senza ciose.
Poi ci penso e capisco che no, in realtà, questi tre giorni a Venezia (sì, ancora!) strappati al caos di impegni, acciacchi e maltempo di questa anomala estate, e condivisi con l'inedita - e piacevole - coppia Sara & Elisa, hanno radici vecchie di anni, che con le ciose hanno molto a che fare.
Nel marzo del 2011, quando io Dani & Costi passammo il nostro primo weekend a Venezia, ci concedemmo il lusso di un tour alternativo della città assieme a Walter, il fotografo-blogger-cuoco-filosofo-musicista-guida turistica (ho dimenticato qualcosa?) che, quando non è lui stesso in giro per il mondo, è impegnato ad accompagnare gente di tutto il mondo a scoprire gli angoli nascosti della sua città.
Ricordo che ci fermammo in un campo arioso, sufficientemente ampio perché i bambini ci si radunassero a giocare a calcio, sul quale si affacciavano l'imponente, barocca e bianchissima chiesa dei gesuiti e l'annesso enorme convento, già dei Crociferi, poi trasformato in caserma e quindi abbandonato. "Che peccato!" commentammo osservando le finestre vuote, oltre i ponteggi.
Immaginatevi il mio stupore quando, alzati gli occhi dalla cartina e sospirando di sollievo per aver finalmente raggiunto, con minime divagazioni, la residenza universitaria-hotel in cui lavora Elisa e presso la
quale avremmo alloggiato, mi sono resa conto che era lo stesso palazzo!
Entrando nel chiostro pieno di luce, restaurato con rispetto, e osservando la vera da pozzo, l'alloro altissimo in un angolo, le sedie di metallo bianco del bar e il lato b degli angeli svettanti sul timpano della chiesa, abbiamo capito che già dormire lì dentro, tra mura vecchie di secoli, sarebbe stato un piccolo privilegio. E, di nuovo, Venezia ha fatto la magia.
In attesa che Elisa finisse il turno al lavoro, siamo uscite per dedicarci allo sport ufficiale dei turisti non occasionali: perdersi per calli, campi, salizade, sotoporteghi ed altri ghiribizzi della toponomastica cittadina. Quando ci siamo decise per sfinimento a sederci al tavolo di un ristorante per recuperare energie, Sara ha realizzato di avere già fatto un sorprendente numero di foto a palazzi, altane, terrazze fiorite incastrate in luoghi improbabili, ponti, patere, lampioni e persino campanelli fuori ordinanza ed altre fantasie architettoniche. Realizzare di essersi lei pure innamorata - o reinnamorata - della città è stato il passo immediatamente successivo.
Ritornate all'albergo e recuperata Elisa, riuscita finalmente a liberarsi dall'orda di turisti in attesa di check-in, abbiamo deciso di puntare sulla Ca d'Oro.
Che sia uno scrigno di meraviglie è abbastanza ovvio già guardandola da fuori, ma affacciarsi sul Canal Grande dalle elaborate cornici di pietra dei suoi balconi, che disegnano merletti di luce sul pavimento, dopo aver ammirato Mantegna, Guardi, Tiziano, e quel che resta degli affreschi di Giorgione al Fondaco dei Tedeschi (no, ma ci pensate che quei mercanti venuti dal freddo trattavano i loro affari tra capolavori!), è meglio di ogni aspettativa.
Alcune sale, in teoria, sarebbero chiuse per l'allestimento di una mostra, ma siamo pressoché sole e l'orario di chiusura è vicino, così i custodi decidono che, anche se ridiamo come quindicenni e ci facciamo pure i selfie, abbiamo un'aria sufficientemente civile ed educata da permetterci di dare una sbirciatina.
Ritornando su Strada Nova, Elisa ci blocca: una signora sta aprendo la porta di Santa Sofia, chiesina antichissima e quasi invisibile se non per il campanile, che spunta di sbieco tra le facciate delle case. Da quando abita a Venezia non l'ha mai vista aperta. C'infiliamo dentro al volo a recitare i vespri con uno sparuto gruppetto di fedeli, tra cui una ragazza con flauto e chitarra. Respiriamo un angolo di pace e intimità nella città più turistica del mondo, ed è un regalo che non dimenticheremo.
Concludiamo la serata in un'osteria defilata che Elisa conosce. Quasi tutti gli avventori parlano veneto e nell'attesa di una sacrosanta frittura di pesce e con gli occhi pieni di meraviglie, ho la malaugurata idea di mettermi a disegnare sulla tovaglina di cartapaglia; l'oste sorride comprensivo e, più tardi, andando in bagno, scopriamo che alcune di quelle stesse tovagliette sono state incorniciate e appese, perché sopra ci ha disegnato Mauro Corona: quanto basta per vergognarsi all'istante.
L'indomani chiedo a Sara di andare all'Arsenale. Lungo la strada inciampiamo nei giardini della Biennale (prima o poi si farà anche quella!) e nella relativa Serra: elegante struttura ottocentesca di vetro e metallo, recentemente recuperata e affidata ad una cooperativa, ospita uno sfizioso bar che serve prodotti biologici in deliziose confezioni, spazi per mostre ed esposizione di oggetti d'artigianato artistico, piante, ovviamente, e... Meringa: un gatto grigio-beige acciambellato su un lungo tavolo, talmente bello e immobile da parere un soprammobile; poi apre un occhio e si lascia coccolare e fotografare con l'elegante distacco di una diva del cinema.
All'Arsenale, inutile dirlo, vado con uno scopo preciso: vedere i leoni! Sono greci, sono antichi, sono belli e un poco misteriosi e tanto basterebbe, ma il più grande, un energumeno di tre metri elegantemente accucciato sulle zampe posteriori, è addirittura leggendario e sono anni che voglio guardarlo negli occhi. Viene dal Pireo e, con un po' di fantasia, sui suoi fianchi s'intravvedono davvero le rune scolpite dai mercenari scandinavi nell'XI secolo: a conferma che Corto Maltese non dice bugie!
Toltami questa piccola personale e leggermente delirante soddisfazione, passeggiamo un poco nel quartiere - pardon, sestiere! - vicino, e finiamo nella chiesa di San Giuseppe in Castello. Anche qui siamo quasi sole, e il giovane custode-guida-bigliettaio non si fa pregare a raccontarci qualcosa.
E' un classico: prendete una città sommersa di turisti a vari gradi di fretta e maleducazione che si accalcano lungo gli stessi percorsi e provate a sconfinare appena e a comportarvi civilmente, vi si apriranno porte che nemmeno immaginate...
Decidiamo di concludere la vagabondante mattinata prendendo un traghetto per il Lido. Per la seconda volta ci capito una settimana prima dell'apertura del Festival del Cinema, in pieno cantiere.
Passeggiamo a braghe arrotolate, piedi scalzi e scarpe in mano sulla spiaggia, e, quando decidiamo di risalire - dopo equilibristici, e vani, tentativi di toglierci la sabbia dai piedi - pensiamo bene di farlo nei pressi dell'Excelsior, vergognandoci come ladre di mescolarci ai vacanzieri stilosi tra le cabinette che fanno tanto primi del Novecento.
Abbiamo appuntamento con Elisa in Piazza San Marco: "Dove?" "Dai Tetrarchi?" propongo io. "Dove?" Ritento: "Ehm, sotto la colonna con il leone?!" "Va bene!". Direi che con un riferimento del genere perdersi è impossibile persino per me.
Approfittiamo dei venti minuti che mancano per portare a termine un'altra missione: acquistare la mia dose di sopravvivenza di tè alla rosa e bergamotto del caffè Florian, da centellinare nelle occasioni speciali.
Avendo speso più di 10 euro per una scatolina da 100 g ci guadagniamo il diritto di considerarci clienti, il che comporta un chicco di caffè ricoperto di cioccolato in omaggio e l'uso del bagno, che dobbiamo però contenderci con una comitiva di corpulente e aggressive signore dell'est. Intercettiamo gli sguardi sconsolati del personale e sorridiamo comprensive.
Con Elisa puntiamo dritte a Torcello: altra meta a lungo sognata. Dritte, oddio, si fa per dire: a Venezia è impossibile andare dritti. Pertanto ci fermiamo accanto ad una vera da pozzo a chiedere ad un signore dal palese accento locale consiglio su dove prendere il vaporetto. Lui ci risponde, cordiale, ma poi, sventurato, si premura di aggiungere: "Ma che ci andate a fare a Torcello? Non c'è niente da vedere". Mi trattengo a stento dal pestargli un piede.
Attraversiamo una laguna color ambra. Peccato che indichi che l'ora è tarda e chiese e museo son già chiusi quando li raggiungiamo; ma pazienza: c'è una tale pace lungo la strada che si snoda tra un canale dalle acque immobili, color smeraldo, e case e ville dietro le quali si apre una campagna selvaggia; le cicale si sgolano nella calura e le pietre dei monumenti hanno un che di tiepido e dorato, accogliente, nella sera.
Ci concediamo, ridendo, un'inevitabile sessione di foto in pose poco signorili sul cosiddetto "Trono di Attila" e sul "Ponte del Diavolo", in compagnia di un gatto piuttosto nero e scontroso, spuntato dal nulla, che fa molto atmosfera…
Rientriamo al tramonto e abbiamo tempo di ripulirci e riassestarci prima di andare a cena in un altro posticino delizioso, sempre suggerito dalla nostra tutor-receptionist preferita.
L'ultimo giorno Venezia ci dà la sveglia con raffiche di vento che fanno vibrare finestre e altane e sbandare pericolosamente i gabbiani più temerari, che s'alzano ugualmente in volo fendendo l'aria di sbieco, con le piume arruffate. Prepariamo meste le valigie e aggiungiamo strati di vestiario prima di avventurarci all'aperto.
Prima tappa: l'antro caotico e creativo di uno stampatore a due passi dall'albergo, che avevamo adocchiato fin dal primo giorno. Porto a casa una stampa, ovviamente, e il proprietario sparisce cinque minuti buoni per incartarmela con certosina precisione: cartoncino rigido tagliato di misura perché non si pieghi, carta da pacco ben stesa, ripiegata e fermata con lo scotch perché non si rovini. Peccato che, nel frattempo, sia entrata altra gente che comincia a sbuffare chiedendosi che diamine di fine abbia fatto lo stampatore. E io non so se sentirmi un po' in colpa per l'attesa o lusingata per la cura che sta riservando al mio acquisto.
Seconda tappa: Ca' Pesaro, collezione d'arte moderna e d'arte orientale, curioso ma godibilissimo insieme di Rodin e katane, Wharol e scacchiere di giada, Medardo Rosso e… cestini da picnic in legno laccato vecchi di secoli. No, chiariamo, il museo d'arte orientale è separato dal resto, ma è un attimo far confusione, soprattutto dopo due giorni in cui non ci siano risparmiate chilometri e con addosso un temibile mix di stanchezza e mestizia per la partenza. Mentre ci aggiriamo per le sale, fuori si scatena una vera e propria tempesta: cielo livido, pioggia quasi orizzontale, i doccioni che vomitano cascate d'acqua grigia dai tetti sui quali si aggrappano piccioni inzuppati.
Spiove in tempo per andare a pranzo in un take away arabo-indiano, dal quale usciamo sazie e profumate di spezie per un ultimo giro di shopping, equamente diviso tra souvenir non troppo pacchiani e alimenti zuccherini, alcuni dei quali non vivranno abbastanza da raggiungere Parma.
Torniamo a riprendere le valigie, salutiamo Elisa (grazie, grazie, grazie!) e speriamo vivamente che il vaporetto non se la prenda troppo placida, perché, come da copione, rischiamo di perdere il treno. Sia chiaro: restare un altro paio d'ore (o un altro paio di mesi…) a Venezia non dispiacerebbe né a me né a Sara, ma decidiamo di fare le brave bambine; mentre una estrae i biglietti l'altra controlla il numero del binario e ci imbarchiamo sane e salve con giusto un minimo di fiatone.
E, come da copione, appena ci siamo lasciate alle spalle la striscia di asfalto, binari e laguna del Ponte della Libertà, già ci prende la voglia di ritornare.
Qualche giorno dopo, Sara mi racconta che, mostrando a un'amica il mezzo migliaio di foto fatte in soli tre giorni, questa le ha fatto notare che per la maggior parte si trattava di porte e finestre. Sorrido, ma, a pensarci, la cosa non mi stupisce troppo: a parte il fatto che le finestre dei palazzi veneziani sono quanto meno pittoresche, la città stessa è una porta: porta d'oriente nei secoli passati, porta d'Italia, ora, per milioni di turisti d'ogni dove, e, ovviamente, con la sua natura unica, diversa da ogni altra città, è un covo di storie e una porta per l'altrove. E se siete particolarmente fortunati da bussare alla porta giusta, potrebbe persino capitarvi di ritrovarvi in compagnia di una stregonessa nera di nome Bocca Dorata e del suo amico marinaio, ironico e affascinante come solo le creature di carta e inchiostro possono essere. Chissà, io ci spero ogni volta...
Poi ci penso e capisco che no, in realtà, questi tre giorni a Venezia (sì, ancora!) strappati al caos di impegni, acciacchi e maltempo di questa anomala estate, e condivisi con l'inedita - e piacevole - coppia Sara & Elisa, hanno radici vecchie di anni, che con le ciose hanno molto a che fare.
Nel marzo del 2011, quando io Dani & Costi passammo il nostro primo weekend a Venezia, ci concedemmo il lusso di un tour alternativo della città assieme a Walter, il fotografo-blogger-cuoco-filosofo-musicista-guida turistica (ho dimenticato qualcosa?) che, quando non è lui stesso in giro per il mondo, è impegnato ad accompagnare gente di tutto il mondo a scoprire gli angoli nascosti della sua città.
Ricordo che ci fermammo in un campo arioso, sufficientemente ampio perché i bambini ci si radunassero a giocare a calcio, sul quale si affacciavano l'imponente, barocca e bianchissima chiesa dei gesuiti e l'annesso enorme convento, già dei Crociferi, poi trasformato in caserma e quindi abbandonato. "Che peccato!" commentammo osservando le finestre vuote, oltre i ponteggi.
Immaginatevi il mio stupore quando, alzati gli occhi dalla cartina e sospirando di sollievo per aver finalmente raggiunto, con minime divagazioni, la residenza universitaria-hotel in cui lavora Elisa e presso la
quale avremmo alloggiato, mi sono resa conto che era lo stesso palazzo!
Entrando nel chiostro pieno di luce, restaurato con rispetto, e osservando la vera da pozzo, l'alloro altissimo in un angolo, le sedie di metallo bianco del bar e il lato b degli angeli svettanti sul timpano della chiesa, abbiamo capito che già dormire lì dentro, tra mura vecchie di secoli, sarebbe stato un piccolo privilegio. E, di nuovo, Venezia ha fatto la magia.
In attesa che Elisa finisse il turno al lavoro, siamo uscite per dedicarci allo sport ufficiale dei turisti non occasionali: perdersi per calli, campi, salizade, sotoporteghi ed altri ghiribizzi della toponomastica cittadina. Quando ci siamo decise per sfinimento a sederci al tavolo di un ristorante per recuperare energie, Sara ha realizzato di avere già fatto un sorprendente numero di foto a palazzi, altane, terrazze fiorite incastrate in luoghi improbabili, ponti, patere, lampioni e persino campanelli fuori ordinanza ed altre fantasie architettoniche. Realizzare di essersi lei pure innamorata - o reinnamorata - della città è stato il passo immediatamente successivo.
Che sia uno scrigno di meraviglie è abbastanza ovvio già guardandola da fuori, ma affacciarsi sul Canal Grande dalle elaborate cornici di pietra dei suoi balconi, che disegnano merletti di luce sul pavimento, dopo aver ammirato Mantegna, Guardi, Tiziano, e quel che resta degli affreschi di Giorgione al Fondaco dei Tedeschi (no, ma ci pensate che quei mercanti venuti dal freddo trattavano i loro affari tra capolavori!), è meglio di ogni aspettativa.
Alcune sale, in teoria, sarebbero chiuse per l'allestimento di una mostra, ma siamo pressoché sole e l'orario di chiusura è vicino, così i custodi decidono che, anche se ridiamo come quindicenni e ci facciamo pure i selfie, abbiamo un'aria sufficientemente civile ed educata da permetterci di dare una sbirciatina.
Ritornando su Strada Nova, Elisa ci blocca: una signora sta aprendo la porta di Santa Sofia, chiesina antichissima e quasi invisibile se non per il campanile, che spunta di sbieco tra le facciate delle case. Da quando abita a Venezia non l'ha mai vista aperta. C'infiliamo dentro al volo a recitare i vespri con uno sparuto gruppetto di fedeli, tra cui una ragazza con flauto e chitarra. Respiriamo un angolo di pace e intimità nella città più turistica del mondo, ed è un regalo che non dimenticheremo.
Concludiamo la serata in un'osteria defilata che Elisa conosce. Quasi tutti gli avventori parlano veneto e nell'attesa di una sacrosanta frittura di pesce e con gli occhi pieni di meraviglie, ho la malaugurata idea di mettermi a disegnare sulla tovaglina di cartapaglia; l'oste sorride comprensivo e, più tardi, andando in bagno, scopriamo che alcune di quelle stesse tovagliette sono state incorniciate e appese, perché sopra ci ha disegnato Mauro Corona: quanto basta per vergognarsi all'istante.
L'indomani chiedo a Sara di andare all'Arsenale. Lungo la strada inciampiamo nei giardini della Biennale (prima o poi si farà anche quella!) e nella relativa Serra: elegante struttura ottocentesca di vetro e metallo, recentemente recuperata e affidata ad una cooperativa, ospita uno sfizioso bar che serve prodotti biologici in deliziose confezioni, spazi per mostre ed esposizione di oggetti d'artigianato artistico, piante, ovviamente, e... Meringa: un gatto grigio-beige acciambellato su un lungo tavolo, talmente bello e immobile da parere un soprammobile; poi apre un occhio e si lascia coccolare e fotografare con l'elegante distacco di una diva del cinema.
Toltami questa piccola personale e leggermente delirante soddisfazione, passeggiamo un poco nel quartiere - pardon, sestiere! - vicino, e finiamo nella chiesa di San Giuseppe in Castello. Anche qui siamo quasi sole, e il giovane custode-guida-bigliettaio non si fa pregare a raccontarci qualcosa.
E' un classico: prendete una città sommersa di turisti a vari gradi di fretta e maleducazione che si accalcano lungo gli stessi percorsi e provate a sconfinare appena e a comportarvi civilmente, vi si apriranno porte che nemmeno immaginate...
Decidiamo di concludere la vagabondante mattinata prendendo un traghetto per il Lido. Per la seconda volta ci capito una settimana prima dell'apertura del Festival del Cinema, in pieno cantiere.
Passeggiamo a braghe arrotolate, piedi scalzi e scarpe in mano sulla spiaggia, e, quando decidiamo di risalire - dopo equilibristici, e vani, tentativi di toglierci la sabbia dai piedi - pensiamo bene di farlo nei pressi dell'Excelsior, vergognandoci come ladre di mescolarci ai vacanzieri stilosi tra le cabinette che fanno tanto primi del Novecento.
Abbiamo appuntamento con Elisa in Piazza San Marco: "Dove?" "Dai Tetrarchi?" propongo io. "Dove?" Ritento: "Ehm, sotto la colonna con il leone?!" "Va bene!". Direi che con un riferimento del genere perdersi è impossibile persino per me.
Avendo speso più di 10 euro per una scatolina da 100 g ci guadagniamo il diritto di considerarci clienti, il che comporta un chicco di caffè ricoperto di cioccolato in omaggio e l'uso del bagno, che dobbiamo però contenderci con una comitiva di corpulente e aggressive signore dell'est. Intercettiamo gli sguardi sconsolati del personale e sorridiamo comprensive.
Con Elisa puntiamo dritte a Torcello: altra meta a lungo sognata. Dritte, oddio, si fa per dire: a Venezia è impossibile andare dritti. Pertanto ci fermiamo accanto ad una vera da pozzo a chiedere ad un signore dal palese accento locale consiglio su dove prendere il vaporetto. Lui ci risponde, cordiale, ma poi, sventurato, si premura di aggiungere: "Ma che ci andate a fare a Torcello? Non c'è niente da vedere". Mi trattengo a stento dal pestargli un piede.
Attraversiamo una laguna color ambra. Peccato che indichi che l'ora è tarda e chiese e museo son già chiusi quando li raggiungiamo; ma pazienza: c'è una tale pace lungo la strada che si snoda tra un canale dalle acque immobili, color smeraldo, e case e ville dietro le quali si apre una campagna selvaggia; le cicale si sgolano nella calura e le pietre dei monumenti hanno un che di tiepido e dorato, accogliente, nella sera.
Ci concediamo, ridendo, un'inevitabile sessione di foto in pose poco signorili sul cosiddetto "Trono di Attila" e sul "Ponte del Diavolo", in compagnia di un gatto piuttosto nero e scontroso, spuntato dal nulla, che fa molto atmosfera…
Rientriamo al tramonto e abbiamo tempo di ripulirci e riassestarci prima di andare a cena in un altro posticino delizioso, sempre suggerito dalla nostra tutor-receptionist preferita.
L'ultimo giorno Venezia ci dà la sveglia con raffiche di vento che fanno vibrare finestre e altane e sbandare pericolosamente i gabbiani più temerari, che s'alzano ugualmente in volo fendendo l'aria di sbieco, con le piume arruffate. Prepariamo meste le valigie e aggiungiamo strati di vestiario prima di avventurarci all'aperto.
Prima tappa: l'antro caotico e creativo di uno stampatore a due passi dall'albergo, che avevamo adocchiato fin dal primo giorno. Porto a casa una stampa, ovviamente, e il proprietario sparisce cinque minuti buoni per incartarmela con certosina precisione: cartoncino rigido tagliato di misura perché non si pieghi, carta da pacco ben stesa, ripiegata e fermata con lo scotch perché non si rovini. Peccato che, nel frattempo, sia entrata altra gente che comincia a sbuffare chiedendosi che diamine di fine abbia fatto lo stampatore. E io non so se sentirmi un po' in colpa per l'attesa o lusingata per la cura che sta riservando al mio acquisto.
Spiove in tempo per andare a pranzo in un take away arabo-indiano, dal quale usciamo sazie e profumate di spezie per un ultimo giro di shopping, equamente diviso tra souvenir non troppo pacchiani e alimenti zuccherini, alcuni dei quali non vivranno abbastanza da raggiungere Parma.
Torniamo a riprendere le valigie, salutiamo Elisa (grazie, grazie, grazie!) e speriamo vivamente che il vaporetto non se la prenda troppo placida, perché, come da copione, rischiamo di perdere il treno. Sia chiaro: restare un altro paio d'ore (o un altro paio di mesi…) a Venezia non dispiacerebbe né a me né a Sara, ma decidiamo di fare le brave bambine; mentre una estrae i biglietti l'altra controlla il numero del binario e ci imbarchiamo sane e salve con giusto un minimo di fiatone.
E, come da copione, appena ci siamo lasciate alle spalle la striscia di asfalto, binari e laguna del Ponte della Libertà, già ci prende la voglia di ritornare.
Qualche giorno dopo, Sara mi racconta che, mostrando a un'amica il mezzo migliaio di foto fatte in soli tre giorni, questa le ha fatto notare che per la maggior parte si trattava di porte e finestre. Sorrido, ma, a pensarci, la cosa non mi stupisce troppo: a parte il fatto che le finestre dei palazzi veneziani sono quanto meno pittoresche, la città stessa è una porta: porta d'oriente nei secoli passati, porta d'Italia, ora, per milioni di turisti d'ogni dove, e, ovviamente, con la sua natura unica, diversa da ogni altra città, è un covo di storie e una porta per l'altrove. E se siete particolarmente fortunati da bussare alla porta giusta, potrebbe persino capitarvi di ritrovarvi in compagnia di una stregonessa nera di nome Bocca Dorata e del suo amico marinaio, ironico e affascinante come solo le creature di carta e inchiostro possono essere. Chissà, io ci spero ogni volta...
mercoledì 20 agosto 2014
A Cremona senza violini e senza torrone
Che a noi ci piace essere originali e distinguerci dalla massa dei turisti intruppati a percorrere gli itinerari stabiliti infarciti di luoghi comuni.
Ehm, no, in realtà non è andata proprio così...
Nonostante quest'anno pare sia più facile organizzare un G8 che far coincidere i rispettivi giorni di ferie e farne uscire una vacanza, almeno al gitino di ferragosto non si poteva rinunciare.
Scoraggiate da previsioni meteo più variabili del mio umore nei giorni peggiori, abbiamo abdicato all'idea di un picnic sperso in Appennino e abbiamo ripiegato per la classica città d'arte, vicina ma a noi pressoché sconosciuta: Cremona. Con le opportune divagazioni, ovviamente.
Imbarco Dani alle 8.15, pensando a quanto starà gongolando nel frattempo Costi che, per una volta, non dovrà calare verso Parma per ritrovarci e partire, ma, vista la meta, verrà recuperata direttamente sulla sua nuova soglia di casa, ammesso e non concesso di ricordare come arrivarci!
Superata la prima prova, ci dirigiamo da lei guidate, verso Busseto e, da lì, sconfiniamo nel piacentino in cerca di Sant'Agata: la dimora più amata da Verdi, spirito romantico e anima concreta di contadino.
Quando la troviamo siamo le sole a turbare la passeggiatina della distinta signora che, scopriremo di lì a poco, ci farà da guida, e la sacrosanta pigrizia ferragostana di un giovanissimo bigliettaio riccioluto, che ci accoglie comunque sorridendo. E sempre da sole ci godiamo la visita guidata alle poche stanze aperte al pubblico (nella villa ancora abitano gli eredi del Maestro) e al grande giardino con tanto di laghetto, sormontato da un ponticello orientaleggiante degno di un quadro di Monet, grotta finta, boschetto di banani ed eleganti sedie in ferro smaltate di bianco, anch'esse d'epoca.
Nelle stanze ci colpiscono, a parte la rigogliosa collezione d'acari che mette alla prova me e Dani, i libri in lingua originale, i dagherrotipi e le statuine napoletane racchiuse in campane di vetro, talmente gozzaniane da commuovermi; la scrivania strategicamente disposta di fronte al letto nella camera di Verdi, in caso di ispirazioni notturne, le valigie e le cappelliere di cuoio con le sbiadite etichette degli hotel, una lettera di Cavour e un cappello pieghevole da viaggio. Invidiamo anche i set di ceramica in dotazione agli hotel, confrontandoli con la prosaicità delle saponettine e cuffiette da doccia dei tempi nostri, salvo realizzare che gli oggetti in ceramica sarebbero un po' più scomodi da ficcarsi in valigia...
Entriamo in Cremona dalla parte del Po e ci concediamo un necessario caffè e una passeggiata nel parco lungo il fiume, rapido e grigio per le piogge di questa assurda estate. È mezzogiorno e ci sono già famigliole impegnate in succulenti picnic. Tra il verde aleggia un vago sentore di grigliata, di cui ci tratteniamo a stento dall'individuare la fonte. Arriviamo, invece, fino alle ex Colonie Padane, ennesimo esempio di "luogo perduto": architettura palesemente fascista, ma con un che di morbido e marino, che rende bella persino l'architrave monumentale che separava l'edificio principale da quelle che un tempo erano piscine. Ci aggiriamo nell'italico abbandono, condividendo la solitudine con enormi oche, tartarughe e un paio di gatti, unici abitanti del luogo ai quali una coppia di attempati sposini porta da mangiare. E anche noi pensiamo che è ora di raggiungere il centro e, magari, trovare un ristorante.
La città è piacevolmente semideserta e, dopo un paio di tentativi, adocchiamo in un borghetto che dà sulla piazza principale i promettenti tendoni di una trattoria. Ci va bene e, quando decidiamo di rimetterci in moto, pensiamo che è il caso di posticipare la salita dei 502 gradini del Torrazzo, l'altissimo campanile, simbolo di Cremona, a una fase digestiva più avanzata ed entriamo nel Battistero. La forma ottagonale e il marmo rosa lo rendono assai famigliare a noi parmigiane. Lo stesso vale per il Duomo, con i suoi echi romanici all'esterno, i leoni rosati a sostenere le colonnine del protiro e le decorazioni cinquecentesche all'interno.
Alla fine ci decidiamo ad annaspare in cima al campanile, dove ci accoglie una vista della città e della piana verde che la circonda. Un'ansa del Po luccica tra gli alberi e, mentre riprendiamo fiato, assistiamo al siparietto di una allegra famigliola nella quale, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, è la madre che insiste: "Dai, su, facciamoci un altro 'selfie'!" mentre il figlio cerca invano di dissuaderla.
Discendiamo mettendo a dura prova i nostri polpacci: mai sentito il detto "Bisogna mettere il freno alle galline" per indicare un percorso particolarmente ripido? Ecco, qualcosa del genere...
Abbandoniamo la splendida piazza, che nel frattempo si va riempiendo di turisti e famigliole cremonesi, e puntiamo, finalmente, al museo del violino. E qui cominciano i problemi. Le nostre cartine, vecchie di qualche anno, nominano un "Museo stradivariano", mentre i cartelli turistici lungo le strade parlano di un "Museo del violino", ovviamente in due direzioni diverse.
Ci fermiamo a riflettere sulla panchina di un bel parco, vicino alla fermata del trenino che porta a spasso i bambini. Per un attimo meditiamo di dirottare il suddetto trenino e farci portare là dove vorremmo andare; poi, per fortuna, il buonsenso ha la meglio e abbordiamo una panchina di vecchiette ciarliere chiedendo lumi. La più anziana ci dà, convinta, indicazioni precise; seguendole ci ritroviamo in effetti davanti a un museo musicale, peccato che abbia appena chiuso. Dal portone accostato se ne esce uno smilzo custode in bicicletta, che ci spedisce più o meno da dove siamo venute.
Ed eccolo, finalmente, il Museo del violino! L'edificio ha l'aria di essere stato restaurato di fresco e ci si presenta con un'ampia piazza, un enorme violino-scultura e un altrettanto enorme uomo fatto tutto di note, entrambi metallici. Peccato che il museo non sia altrettanto accogliente: quello pure è in chiusura e non c'è tempo nemmeno per una visita veloce.
Ci coglie un attacco di mestizia e pensiamo di consolarci nella più pura tradizione ciosesca: ovvero, torniamo in piazza e ci prendiamo un solenne coppone di gelato in un locale con i tavolini all'ombra del Torrazzo, che avevamo adocchiato fin dal mattino.
Però, almeno un torrone a mo' di souvenir riusciremo a portarcelo a casa?
Pare di no: le sfiziose gastronomie e pasticcerie che incontriamo per la strada, infatti, hanno giustamente deciso di festeggiare il Ferragosto e l'unico negozietto aperto è un bazar ad uso turistico che vende di tutto e di più, compresi torroni al prezzo di tartufi d'Alba o giù di lì.
Pazienza. Sono quasi certa che se frugo in ripostiglio dovrei riuscire a trovare uno Sperlari rimasto dalle passate festività ancora in ottime condizioni. D'altronde, come dice Costi, e come ormai tutti voi lettori di questo blog sapete bene... dopo ferragosto è già Natale!
Saluti croccanti e mandorlati.
Ehm, no, in realtà non è andata proprio così...
Nonostante quest'anno pare sia più facile organizzare un G8 che far coincidere i rispettivi giorni di ferie e farne uscire una vacanza, almeno al gitino di ferragosto non si poteva rinunciare.
Scoraggiate da previsioni meteo più variabili del mio umore nei giorni peggiori, abbiamo abdicato all'idea di un picnic sperso in Appennino e abbiamo ripiegato per la classica città d'arte, vicina ma a noi pressoché sconosciuta: Cremona. Con le opportune divagazioni, ovviamente.
Imbarco Dani alle 8.15, pensando a quanto starà gongolando nel frattempo Costi che, per una volta, non dovrà calare verso Parma per ritrovarci e partire, ma, vista la meta, verrà recuperata direttamente sulla sua nuova soglia di casa, ammesso e non concesso di ricordare come arrivarci!
Superata la prima prova, ci dirigiamo da lei guidate, verso Busseto e, da lì, sconfiniamo nel piacentino in cerca di Sant'Agata: la dimora più amata da Verdi, spirito romantico e anima concreta di contadino.
Quando la troviamo siamo le sole a turbare la passeggiatina della distinta signora che, scopriremo di lì a poco, ci farà da guida, e la sacrosanta pigrizia ferragostana di un giovanissimo bigliettaio riccioluto, che ci accoglie comunque sorridendo. E sempre da sole ci godiamo la visita guidata alle poche stanze aperte al pubblico (nella villa ancora abitano gli eredi del Maestro) e al grande giardino con tanto di laghetto, sormontato da un ponticello orientaleggiante degno di un quadro di Monet, grotta finta, boschetto di banani ed eleganti sedie in ferro smaltate di bianco, anch'esse d'epoca.
Nelle stanze ci colpiscono, a parte la rigogliosa collezione d'acari che mette alla prova me e Dani, i libri in lingua originale, i dagherrotipi e le statuine napoletane racchiuse in campane di vetro, talmente gozzaniane da commuovermi; la scrivania strategicamente disposta di fronte al letto nella camera di Verdi, in caso di ispirazioni notturne, le valigie e le cappelliere di cuoio con le sbiadite etichette degli hotel, una lettera di Cavour e un cappello pieghevole da viaggio. Invidiamo anche i set di ceramica in dotazione agli hotel, confrontandoli con la prosaicità delle saponettine e cuffiette da doccia dei tempi nostri, salvo realizzare che gli oggetti in ceramica sarebbero un po' più scomodi da ficcarsi in valigia...
La città è piacevolmente semideserta e, dopo un paio di tentativi, adocchiamo in un borghetto che dà sulla piazza principale i promettenti tendoni di una trattoria. Ci va bene e, quando decidiamo di rimetterci in moto, pensiamo che è il caso di posticipare la salita dei 502 gradini del Torrazzo, l'altissimo campanile, simbolo di Cremona, a una fase digestiva più avanzata ed entriamo nel Battistero. La forma ottagonale e il marmo rosa lo rendono assai famigliare a noi parmigiane. Lo stesso vale per il Duomo, con i suoi echi romanici all'esterno, i leoni rosati a sostenere le colonnine del protiro e le decorazioni cinquecentesche all'interno.
Alla fine ci decidiamo ad annaspare in cima al campanile, dove ci accoglie una vista della città e della piana verde che la circonda. Un'ansa del Po luccica tra gli alberi e, mentre riprendiamo fiato, assistiamo al siparietto di una allegra famigliola nella quale, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, è la madre che insiste: "Dai, su, facciamoci un altro 'selfie'!" mentre il figlio cerca invano di dissuaderla.
Discendiamo mettendo a dura prova i nostri polpacci: mai sentito il detto "Bisogna mettere il freno alle galline" per indicare un percorso particolarmente ripido? Ecco, qualcosa del genere...
Ci fermiamo a riflettere sulla panchina di un bel parco, vicino alla fermata del trenino che porta a spasso i bambini. Per un attimo meditiamo di dirottare il suddetto trenino e farci portare là dove vorremmo andare; poi, per fortuna, il buonsenso ha la meglio e abbordiamo una panchina di vecchiette ciarliere chiedendo lumi. La più anziana ci dà, convinta, indicazioni precise; seguendole ci ritroviamo in effetti davanti a un museo musicale, peccato che abbia appena chiuso. Dal portone accostato se ne esce uno smilzo custode in bicicletta, che ci spedisce più o meno da dove siamo venute.
Ed eccolo, finalmente, il Museo del violino! L'edificio ha l'aria di essere stato restaurato di fresco e ci si presenta con un'ampia piazza, un enorme violino-scultura e un altrettanto enorme uomo fatto tutto di note, entrambi metallici. Peccato che il museo non sia altrettanto accogliente: quello pure è in chiusura e non c'è tempo nemmeno per una visita veloce.
Ci coglie un attacco di mestizia e pensiamo di consolarci nella più pura tradizione ciosesca: ovvero, torniamo in piazza e ci prendiamo un solenne coppone di gelato in un locale con i tavolini all'ombra del Torrazzo, che avevamo adocchiato fin dal mattino.
Però, almeno un torrone a mo' di souvenir riusciremo a portarcelo a casa?
Pare di no: le sfiziose gastronomie e pasticcerie che incontriamo per la strada, infatti, hanno giustamente deciso di festeggiare il Ferragosto e l'unico negozietto aperto è un bazar ad uso turistico che vende di tutto e di più, compresi torroni al prezzo di tartufi d'Alba o giù di lì.
Pazienza. Sono quasi certa che se frugo in ripostiglio dovrei riuscire a trovare uno Sperlari rimasto dalle passate festività ancora in ottime condizioni. D'altronde, come dice Costi, e come ormai tutti voi lettori di questo blog sapete bene... dopo ferragosto è già Natale!
Saluti croccanti e mandorlati.
sabato 24 maggio 2014
Motori & sentimento
Poi, è chiaro, se mi venite a dire che collezionate tarantole non aspettatevi grandi slanci d'entusiasmo…
Tutto questo pippone era solo per raccontarvi, con vergognoso ritardo, quel che mi è capitato lo scorso primo maggio, quando Dani ha proposto all'urbi et orbi un "pellegrinaggio" a Imola in occasione dei vent'anni dalla morte di Ayrton Senna e io ho risposto all'appello, anche se in vita mia ho guardato mezzo gran premio solamente perché costretta, e non ho la più pallida idea di cosa sia una chicane...
Attraversiamo un buon tratto di pianura padana in una giornata di nuvole e sole. Arrivate a Imola raggiungiamo a piedi l'autodromo. Dani ricorda la strada: sempre dritto oltre il (grazioso) centro della città e poi lungo un viale alberato fiancheggiato da casette vagamente liberty alternate a palazzine moderne, con gruppi di vecchietti seduti a conversare sulle panchine: una bella immagine della migliore provincia italiana.
Annusiamo la vicinanza dell'autodromo dall'infittirsi della gente, spesso rossovestita e/o sfoggiante bandiere brasiliane, e dal rumore di motori. Non ho mai messo piede in un autodromo e confesso di essere un tantino intimidita, ma l'impatto è positivo: c'è il monumento alla Ferrari, ovviamente, che, ad essere sinceri, col suo cumulo d'auto, pare più l'insegna di uno sfasciacarrozze, e l'alta torre grigia e rossa che sovrasta la pista con l'immancabile cavallino sul terrazzo. Tutto attorno c'è un parco lungo il fiume, dove si mescolano imolesi che portano a passeggio cani e/o bambini e preparano il picnic sulla riva e persone che, come noi, si concedono un giro largo per visitare da fuori la curva maledetta e il monumento al pilota. In entrambi i luoghi, appesi alla recinzione ci sono fiori, bandiere, poster, pensieri in tutte le lingue. Anche Dani, giustamente, lascia il suo.
La statua di Ayrton è bella: se ne sta seduto su un plinto di bronzo, arruffato e malinconico come appare in molte fotografie, guarda la pista oltre gli alberi e sembra quietamente rassegnato all'entusiasmo dei fan che gli si raccolgono attorno. C'è persino un tizio in tuta e casco da pilota che pretende, con scarso successo, di essere un suo sosia, ma è talmente convinto che nessuno oserebbe infrangere il suo sogno…
Entriamo. La folla è varia e colorata: ci sono famiglie con bambini, giovani e anziani, italiani e stranieri.
Attendiamo il momento il cui è prevista una specie di cerimonia sul luogo e all'ora dell'incidente addentando una molto romagnola piadina con salsiccia sulle gradinate della pista; da lì vediamo passare ex piloti e giornalisti, che Dani riconosce. Passa anche la banda e quella che ha tutta l'aria di essere una "processione laica" può iniziare. Le auto si fermano e percorriamo qualche centinaio di metri a piedi lungo la pista: è strano vederla così, piena di gente che procede lenta anziché di macchine.
L'erba ai lati della striscia d'asfalto è morbida, tagliata di fresco, le recinzioni e i muretti di confine hanno un che di minaccioso, quasi quanto i nuvoloni che ci incombono sulla testa mentre si tengono i discorsi ufficiali in un turbinio di flash e di tablet e smartphone levati altri sopra le teste. L'atmosfera è mesta - nessuno dimentica che si tratta di ricordare una vita ad alta velocità finita a 34 anni - ma anche gioiosa, da festa di paese.
Finita la cerimonia, torniamo ad aggirarci tra i paddock (mai entrata in un paddock prima: era già tanto che sapessi come si chiamava!) e il museo, visitando tutto il visitabile: auto e cimeli del campione e soprattutto tante, tantissime fotografie. E tanto le auto sono tirate a lucido, tanto Ayrton nelle foto ha un che di stropicciato e vagamente dolente persino quando sorride sul podio. Al di là del talento e della brutta fine che lo hanno reso un eroe, basterebbero quelle immagini, così disarmanti, a spiegare perché, dopo vent'anni, sia rimasto nel cuore di tante persone. Mettiamo anche noi la firma su uno dei pannelli della mostra, accanto a parecchie centinaia d'altre, prima di andarcene.
Rifacciamo all'inverso la lunga passeggiata per la stazione, fermandoci però a fare un giro attorno al duomo e alla rocca, trovando tempo anche per un sacrosanto gelato.
No, Dani, no, davvero, non mi sono affatto annoiata come tu premurosamente temevi, anzi: ho visto cose nuove e interessanti, ho imparato qualcosa e ho trascorso decisamente una bella giornata. E questo mi pare sia già più che sufficiente. Ah, no, dimenticato: mi hai permesso di condividere con te un ricordo importante, uno dei tuoi miti e questo, se possibile, è ancor meglio di tutto il resto. Grazie.
Saluti rombanti!
venerdì 2 maggio 2014
La belle e-coque!
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| G. Kienerk: Il dolore, il silenzio, il piacere. |
Immersione nel vero senso della parola, vista l'acqua che veniva mentre si passeggiava per il centro semideserto della cittadina emiliana, inzuppandoci d'umidità almeno quanto ci siamo inzuppate di cultura. Ma va bene così: pioggia, gita e ciose è un trittico consueto e accettabile, visto che, se c'impegniamo, possiamo far venire anche la grandine!
Temevamo la coda e invece, benché le sale più piccole fossero piuttosto gremite, siamo riuscite ad entrare subito e a girare per bene la mostra, che si apriva, con mia grande gioia, con un quadro di Edward Burne-Jones e due citazioni poetiche: D'Annunzio - inevitabile, vista l'epoca dei quadri e la loro sottile sensualità, insieme elegante e inquietante - e il "mio" Guido Gozzano, con il suo ritratto della "preraffaellita", serio, sì, ma fino a un certo punto. E di Guido e Gabriele (sic) erano in mostra anche alcune prime edizioni dei libri, con illustrazioni fatte dai migliori artisti italiani che abbracciarono il nuovo stile. Stile che, complice l'espandersi di una società industriale, non è rimasto confinato negli atelier, ma ha riguardato la letteratura, l'architettura, l'arredamento (mobili e suppellettili, ceramiche, pizzi e vetrate), la moda e la pubblicità. Che meraviglia le locandine delle opere di Verdi e Puccini, i manifesti di località turistiche, lampade a gas e prodotti di bellezza: "novissime cose" di un tempo che faceva di tutto per essere moderno.
E, ancora una volta, donne: tante, maggiormente consapevoli del loro ruolo nella società e, forse proprio per questo, viste dai pittori con un misto di timore e reverenza: non più - o non solo - angeli o demoni, ma... entrambe le cose. Ocio!
E tanta mitologia, giusto per gradire, classica e persino nordica, in omaggio alle radici decisamente europee di questa tendenza dell'arte.
E natura, che da sfondo quasi realistico della figura umana tende a diventare protagonista dell'opera col suo rigoglio decorativo contorto e trabordante, elegante come pizzo, soffocante come edera.
Curiosamente ci siamo ritrovate, noi tre donne ad ammirare due trittici composti da tre donne con significati simbolici: quello di Kienerk e quello del "nostro" Amedeo Bocchi. Sulla figura centrale del primo, che è stato scelto per le locandine della mostra, abbiamo cominciato a sproloquiare fin da quando ci ha accolto all'uscita dalla stazione in un vistoso manifesto: "Mmmmh, perché tiene le mani davanti alla bocca? Non è molto rassicurante..." "Già, forse sta trattenendo un insulto a noi visitatori". "No, secondo me ha mal di denti". "No, secondo me è costipata...". E avanti di questo passo, finché non abbiamo scoperto che la fanciulla in blu notte era "Il silenzio", mentre le sue vicine di cornice erano "Il dolore" e "Il piacere". Nelle tre tele di Bocchi, invece, le tre donne sono "La colta", "La saggia" e "La folle" e ci è sorta spontanea la domanda: "Ma io... con quale mi identifico?" Dopo essere state tentate dirispondere all'unanimità "Con la terza!", abbiamo convenuto che c'è un po' di tutte loro in ognuna di noi. O viceversa?"
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| A. Bocchi: La colta, la saggia, la folle. |
Nell'attesa, con ancora negli occhi un turbinio di forme sinuose, spirali, fiori e piume, e davanti al naso un'innocente tovaglietta di carta giallastra, mi sono messa a disegnarci sopra con la biro, imitando con scarso successo le chiome infinite e corpose delle fanciulle (che invidia!), e le ricche decorazioni dei fondali, fingendo di avere 6 anni anziché 36.
Dopo aver deciso a malincuore di abbandonare il rifugio caldino del bar, siamo tornate in centro, dove siamo riuscite a visitare l'abbazia di San Mercuriale, in un angolo della grande piazza, e il Duomo, leggermente defilato, alle spalle del Municipio. Entrambe le chiese passate - come tante altre - per innumerevoli vicissitudini e ricostruzioni; ma se, per la prima, ci sono andati con mano più leggera e l'impianto antico resta leggibile nel pavimento in cocciopesto, che digrada verso l'altare, e nella penombra spoglia delle arcate; con la seconda, invece, ci sono andati più pesanti e il guazzabuglio di forme e stili si armonizza solo per (ehm)... Grazia di Dio?!
Abbiamo rinunciato alla visita alla Rocca per raggiunti limiti di stanchezza e di umidità e per non rischiare di perdere il treno del ritorno. Il problema è che, arrivate in stazione, abbiamo scoperto che il treno si era perso non si sa bene dove e perché. E i minuti di ritardo si sono andati accumulando, annunciati un po' per volta con sadica profusione di scuse, e sono arrivati a 50! Ci siamo consolate con un tè bollente. Quando il convoglio, figlio di buona locomotiva, si è deciso a comparire era, ovviamente, gremito. Siamo riuscite a sederci soltanto a Bologna e, toccato finalmente il suolo parmigiano, ci ha accolto un clima assai poco primaverile, e siamo rincasate invidiando le nostre colleghe dipinte che se ne stanno al calduccio di sfondi dorati ed eterne primavere...
Saluti floreali!
lunedì 14 ottobre 2013
L'antro dell'ombrellaio e altre botteghe magiche
Fino a qualche anno fa, a Parma, a Barriera Bixio, sotto i portici neoclassici che segnavano l'ingresso alla città ottocentesca, c'era ancora la botteguccia di un ombrellaio-cappellaio che vendeva anche bastoni e bauli e chissà quali altri residuati di un altro tempo. L'ho sempre visto vecchio, sia quando uscivo da scuola e sbirciavo dentro la vetrina dagli infissi in legno scolorito in attesa dell'autobus, sia l'ultima delle tre-quattro volte che sono entrata in negozio.
Nei giorni buoni si piazzava con una seggiolina di legno vecchia quanto lui di fronte alla bottega ad osservare il passaggio.
Commisi l'errore di portargli due ombrelli che mi avevano regalato e che, non so come, ero riuscita a rompere entrambi nel giro di quindici giorni. Ovviamente la cosa mi seccava e gli chiesi se poteva ripararli. Lui li osservò un istante con aria scettica, poi emise sentenza inappellabile: "E' roba cinese e io non l'aggiusto!". Me ne uscii un po' seccata, dando l'addio agli ombrelli nel primo cestino; ma quando ho letto che aveva chiuso m'è dispiaciuto, perché il suo negozio era diverso da tutti gli altri: aveva una storia, un carattere e vendeva oggetti fatti per durare a lungo ed essere riparati.
Fino allo scorso anno, nel paese dove passo le mie estati, c'era una bottegaia che, senza saperlo, aveva preso sul serio il motto di Harrods "Dallo spillo all'elefante", concentrandolo però in due anguste stanzette colme d'ogni cosa fino al soffitto: dai biscotti ai detersivi, dai salumi ai mutandoni della nonna, dai cioccolatini alle trappole per topi. Se ci capitavi di mattina aveva anche il pane fresco e qualche copia della Gazzetta. Se ci andavi di pomeriggio ti faceva il panino per la merenda e te lo allungava sporgendosi a fatica dal bancone, piccola e olivastra, proveniente da un paesino sperso dell'estremo sud e capitata in un paesino di poco meno sperso del nord. Ci ha cresciuto due figlie in quelle due stanze ed era un punto di riferimento per i ragazzini troppo giovani per andare a comprarsi il gelato o la cioccolata fino al paese più grande giù in valle e per i vecchi, che raggiungevano la bottega passin passino armati di sporta e bastone e, intanto, facevano anche due chiacchiere.
Quando ha chiuso ho avuto l'impressione che il paese fosse diventato più anonimo e inospitale: periferia estrema della città e dei suoi supermercati. E mi è spiaciuto quasi come quando hanno trasferito il prete, lasciando chiesa e canonica in balia di celebranti last-minute.
Ora che son costretta a bazzicare per il centro, infilando borghetti a caso un po' per sbaglio e un po' per curiosità, mi diverto un mondo a scovare bar e negozietti old stile nei quali si respira un'aria decisamente diversa da quella (condizionata... e condizionante?) dei centri commerciali, che comunque frequento e non contesto a priori.
A parte la storica cappelleria a due passi dal Regio, con gli scaffali di legno, odore di lana e cera e i vecchi manifesti di Borsalino, dove di tanto in tanto acquisto una coppola per papà, quando ne perde una o la rovina con un lavaggio incauto, e la caotica merceria con il bancone stinto dall'uso e torri di scatole di bottoni tra cui emergono piume di struzzo anni '30 e scampoli di finte pellicce anni '90, di recente sono incappata in un barino dall'arredamento sobrio e stagionato, e proprietari altrettanto stagionati. Ho chiesto l'inevitabile caffè e la signora, sorriso d'ordinanza, se n'è uscita con un "ma certo, tesoro, ti faccio un supercaffè! E peccato che ho la mia Faema del '61 in riparazione, se no era ancora più buono" e poi ha proseguito: "m'hanno offerto tante volte di cambiarla, ma io ho detto no: macchine così non ne fanno più al giorno d'oggi" e ha concluso orgogliosa, mano sul cuore: "La Jole morirà con la sua macchina per il caffè!". Nel frattempo era entrato il "ragazzo di bottega", forse il marito, grigio e dignitoso nel suo panciotto ricamato. E a me s'è spalancato un mondo.
A parte il fatto che Jole è il nome della memorabile barista - ex prostituta ed ex partigiana - che compare in alcuni spettacoli di Paolini e che il caffè era buono, mi son trovata ad anni luce dall'asettica nave spaziale della Nespresso, distante pochi metri, dove il caffè te lo fanno assaggiare solo se acquisti una delle loro supertecnologiche macchinette. E mi sono chiesta se, oltre al fatto non secondario che tutti abbiam poco da spendere, la crisi del commercio non sia, almeno in parte dovuta anche all'omologazione che vuole i centri storici colmi di negozi tutti uguali con commesse tutte uguali (giovani e mediamente scoglionate e impreparate, per via del lavoro precario), che vendono cose molto simili di qualità mediocre (a meno di non spendere capitali) tra cui ci illudiamo soltanto di poter scegliere.
Non credo che la Jole e il suo collega (o marito) si siano fatti i miliardi nella loro vita dietro il bancone di legno; o forse sì, ma è chiaro che, dopotutto, non è quello lo scopo per cui hanno fatto per anni e continuano a fare il loro mestiere: c'è l'orgoglio del proprio lavoro e la consapevolezza che, facendolo bene, si fa anche un servizio agli altri, non soltanto al proprio portafogli: si creano legami, punti di riferimento, si anima un paese o un angolo di città, che diventano un poco più umani.
Vi pare poco?
E comunque, lo sapete, prima o poi le ciose apriranno la loro libreria-pasticceria-centro culturale: temo fallirebbe in pochi mesi, ma sarebbe un posticino decisamente accogliente...
PS: la foto l'ho rubata al sito della libreria antiquaria "Credula postero", il cui nome da solo ha tutta la mia ammirazione.
Saluti imprenditoriali!
Nei giorni buoni si piazzava con una seggiolina di legno vecchia quanto lui di fronte alla bottega ad osservare il passaggio.
Commisi l'errore di portargli due ombrelli che mi avevano regalato e che, non so come, ero riuscita a rompere entrambi nel giro di quindici giorni. Ovviamente la cosa mi seccava e gli chiesi se poteva ripararli. Lui li osservò un istante con aria scettica, poi emise sentenza inappellabile: "E' roba cinese e io non l'aggiusto!". Me ne uscii un po' seccata, dando l'addio agli ombrelli nel primo cestino; ma quando ho letto che aveva chiuso m'è dispiaciuto, perché il suo negozio era diverso da tutti gli altri: aveva una storia, un carattere e vendeva oggetti fatti per durare a lungo ed essere riparati.
Fino allo scorso anno, nel paese dove passo le mie estati, c'era una bottegaia che, senza saperlo, aveva preso sul serio il motto di Harrods "Dallo spillo all'elefante", concentrandolo però in due anguste stanzette colme d'ogni cosa fino al soffitto: dai biscotti ai detersivi, dai salumi ai mutandoni della nonna, dai cioccolatini alle trappole per topi. Se ci capitavi di mattina aveva anche il pane fresco e qualche copia della Gazzetta. Se ci andavi di pomeriggio ti faceva il panino per la merenda e te lo allungava sporgendosi a fatica dal bancone, piccola e olivastra, proveniente da un paesino sperso dell'estremo sud e capitata in un paesino di poco meno sperso del nord. Ci ha cresciuto due figlie in quelle due stanze ed era un punto di riferimento per i ragazzini troppo giovani per andare a comprarsi il gelato o la cioccolata fino al paese più grande giù in valle e per i vecchi, che raggiungevano la bottega passin passino armati di sporta e bastone e, intanto, facevano anche due chiacchiere.
Quando ha chiuso ho avuto l'impressione che il paese fosse diventato più anonimo e inospitale: periferia estrema della città e dei suoi supermercati. E mi è spiaciuto quasi come quando hanno trasferito il prete, lasciando chiesa e canonica in balia di celebranti last-minute.
Ora che son costretta a bazzicare per il centro, infilando borghetti a caso un po' per sbaglio e un po' per curiosità, mi diverto un mondo a scovare bar e negozietti old stile nei quali si respira un'aria decisamente diversa da quella (condizionata... e condizionante?) dei centri commerciali, che comunque frequento e non contesto a priori.
A parte la storica cappelleria a due passi dal Regio, con gli scaffali di legno, odore di lana e cera e i vecchi manifesti di Borsalino, dove di tanto in tanto acquisto una coppola per papà, quando ne perde una o la rovina con un lavaggio incauto, e la caotica merceria con il bancone stinto dall'uso e torri di scatole di bottoni tra cui emergono piume di struzzo anni '30 e scampoli di finte pellicce anni '90, di recente sono incappata in un barino dall'arredamento sobrio e stagionato, e proprietari altrettanto stagionati. Ho chiesto l'inevitabile caffè e la signora, sorriso d'ordinanza, se n'è uscita con un "ma certo, tesoro, ti faccio un supercaffè! E peccato che ho la mia Faema del '61 in riparazione, se no era ancora più buono" e poi ha proseguito: "m'hanno offerto tante volte di cambiarla, ma io ho detto no: macchine così non ne fanno più al giorno d'oggi" e ha concluso orgogliosa, mano sul cuore: "La Jole morirà con la sua macchina per il caffè!". Nel frattempo era entrato il "ragazzo di bottega", forse il marito, grigio e dignitoso nel suo panciotto ricamato. E a me s'è spalancato un mondo.
A parte il fatto che Jole è il nome della memorabile barista - ex prostituta ed ex partigiana - che compare in alcuni spettacoli di Paolini e che il caffè era buono, mi son trovata ad anni luce dall'asettica nave spaziale della Nespresso, distante pochi metri, dove il caffè te lo fanno assaggiare solo se acquisti una delle loro supertecnologiche macchinette. E mi sono chiesta se, oltre al fatto non secondario che tutti abbiam poco da spendere, la crisi del commercio non sia, almeno in parte dovuta anche all'omologazione che vuole i centri storici colmi di negozi tutti uguali con commesse tutte uguali (giovani e mediamente scoglionate e impreparate, per via del lavoro precario), che vendono cose molto simili di qualità mediocre (a meno di non spendere capitali) tra cui ci illudiamo soltanto di poter scegliere.
Non credo che la Jole e il suo collega (o marito) si siano fatti i miliardi nella loro vita dietro il bancone di legno; o forse sì, ma è chiaro che, dopotutto, non è quello lo scopo per cui hanno fatto per anni e continuano a fare il loro mestiere: c'è l'orgoglio del proprio lavoro e la consapevolezza che, facendolo bene, si fa anche un servizio agli altri, non soltanto al proprio portafogli: si creano legami, punti di riferimento, si anima un paese o un angolo di città, che diventano un poco più umani.
Vi pare poco?
E comunque, lo sapete, prima o poi le ciose apriranno la loro libreria-pasticceria-centro culturale: temo fallirebbe in pochi mesi, ma sarebbe un posticino decisamente accogliente...
PS: la foto l'ho rubata al sito della libreria antiquaria "Credula postero", il cui nome da solo ha tutta la mia ammirazione.
Saluti imprenditoriali!
lunedì 26 agosto 2013
Tre galline a Senigallia
"Tre galline a Senigallia
fan pollaio, non si sbaglia:
tra il castello e il lungomare
stanno sempre a chiacchierare..."
(da una cartolina)
Perché Senigallia? Beh, a parte l’assonanza, perché ne avevamo sentito parlar bene anni fa, perché non c’eravamo mai state e ci si arriva in treno senza cambi; e perché è una città antica, con tanto di castello e, quindi, ha un’anima, nascosta dietro i chilometri di lungomare affacciati sulla sua “spiaggia di velluto”. Chilometri che ci siamo fatte per lo più a piedi, visto che la pensioncina che ci ha ospitato per l’annuale settimana di vacanze era, secondo la felice definizione di Costi, “lontana nel tempo e nello spazio”.
Nel tempo perché, inaugurata negli anni ’50, conservava ancora, oltre a qualche mobile d’epoca frammisto all'arredamento moderno, anche una cert’aria vintage: gestione famigliare, foto in bianco e nero alle pareti, niente bancomat né ascensore, menu unico (ben cucinato, a dire il vero), e a chiedere se, per favore, poteva dare un’occhiata a internet per motivi di lavoro, sempre Costi s’è sentita rispondere: “Va bene, ma fai presto e non disturbare mia mamma che dorme qui a fianco”.
fan pollaio, non si sbaglia:
tra il castello e il lungomare
stanno sempre a chiacchierare..."
(da una cartolina)
Perché Senigallia? Beh, a parte l’assonanza, perché ne avevamo sentito parlar bene anni fa, perché non c’eravamo mai state e ci si arriva in treno senza cambi; e perché è una città antica, con tanto di castello e, quindi, ha un’anima, nascosta dietro i chilometri di lungomare affacciati sulla sua “spiaggia di velluto”. Chilometri che ci siamo fatte per lo più a piedi, visto che la pensioncina che ci ha ospitato per l’annuale settimana di vacanze era, secondo la felice definizione di Costi, “lontana nel tempo e nello spazio”.
Nel tempo perché, inaugurata negli anni ’50, conservava ancora, oltre a qualche mobile d’epoca frammisto all'arredamento moderno, anche una cert’aria vintage: gestione famigliare, foto in bianco e nero alle pareti, niente bancomat né ascensore, menu unico (ben cucinato, a dire il vero), e a chiedere se, per favore, poteva dare un’occhiata a internet per motivi di lavoro, sempre Costi s’è sentita rispondere: “Va bene, ma fai presto e non disturbare mia mamma che dorme qui a fianco”.
Nello spazio perché distante tre chilometri abbondanti dal
centro storico e dalla stazione. In compenso, però, era vicinissima alla
ferrovia, i cui binari correvano lieti, dopo una fascia d’orti e giardini colmi
di farfalle, a venti metri dal balcone della nostra stanza…
I proprietari, lui marchigiano con un’espressione tra il
gentile e l’inquietante, rasserenata da rari sorrisi, lei francese, con un
delizioso accento e abbigliamento casual-sportivo indossato con una strana
eleganza, hanno cercato di venirci incontro. Prima ci hanno fornito di un
abbonamento all’autobus. Poi, quando abbiamo fatto loro notare che gli orari
dei suddetti, oltre ad essere più difficili da decifrare di un codice del kgb,
erano anche assolutamente aleatori, ci hanno dotato di biciclette. Vintage
anche quelle, ovviamente: tre deliziose “Grazielle” grigie con sedili
tutt’altro che ergonomici, una senza luci, l’altra con la sola luce davanti e
la terza con la sola luce di dietro funzionanti e un solo lucchetto per chiuderle.
Un po’ con queste, un po’ acchiappando autobus a sentimento,
ma più spesso a piedi sul lungomare (“Ma quanto è lungo 'sto lungomare!?” “Dai,
pensate a quanto rassoda!”), abbiamo raggiunto la celebre “Rotonda”, bianca e protesa sul mare come nella canzone, e da
lì, poi, il paese. Abbiamo visitato la Rocca roveresca, attraversandone scale e
saloni in quasi perfetta solitudine, il Foro annonario con i portici occupati da localini sfiziosi, i Portici ercolani, il Palazzo del duca, dove c’era una bella
mostra di foto, e persino una scuola, nella quale un paio di sale sono
allestite a museo dove sono conservati banchi, libri, registri, sillabari e altri oggetti del tempo che fu. Una sera abbiamo dato la caccia a una
mostra di Diabolik, sfuggente quasi quanto lui, perché sul volantino che la
pubblicizzava, molto furbescamente, non era indicato il luogo…
Oltre a goderci un po' di mare ("Mmmh, è un po' insipido", ho commentato annaspando con la consueta malagrazia), una mattina bigia abbiamo preso due treni e raggiunto Genga,
da cui partono le visite guidate alle grotte di Frasassi. Peccato che la stessa
idea fosse venuta anche a metà dei bagnanti in vacanza sulle coste marchigiane
e romagnole, e la fila per i biglietti formasse un lungo serpentone che si
snodava entro il cerchio di bancarelle di cibo e chincaglieria varia più o meno
a tema con il luogo.
Le quasi due ore d’attesa, però, sono ricompensate dall’incredibile
bellezza: cascate di pietra d’un bianco scintillante, colonnati, guglie,
candelabri, forme d’un eleganza surreale che nemmeno il più visionario artista della Biennale di Venezia sarebbe capace d’immaginarsi, create nei millenni, immense
eppure fragilissime, tanto che la guida, che fende la folla fuori ordinanza
come una vigilessa (“Fermi! Avanti! A destra! Lasciate passare…”), non fa che
ripeterci allo sfinimento di non toccare niente, perché basta il minimo strato
di grasso presente sulla pelle delle dita per impedire all’acqua calcarea di
continuare il suo lavoro e per far “morire” una concrezione. I laghetti sotterranei hanno una trasparenza mai vista altrove. La maggior parte delle formazioni hanno
nomi simpatici: le stalattiti giovani si chiamano “bucatini”, le stalagmiti
“candele” o “giganti”, ma la punta di pietra lunga svariati metri e pesante
parecchie tonnellate che pende dall’alto di una volta è stata battezzata dagli speleologi “Spada di
Damocle” e, in effetti, è molto meno rassicurante…
La rivalutiamo anche quando, al penultimo giorno di permanenza, mentre ci convinciamo a vicenda ad alzarci per fare colazione ("Dai che se no ci mangiano tutte le brioches!"), l'armadio e i letti si mettono a ballare: non è l'ennesimo treno, ma un terremoto; però, dopo tutti quelli che ci siamo sorbite l'anno scorso dalle nostre parti, non ci turbiamo nemmeno troppo e pensiamo che, infondo, siamo solo al secondo piano.
Come d'abitudine, ci siamo date ai consueti sport vacanzieri cioseschi. Dimenticate beach volley e racchettoni, sto parlando di lettura di libri più o meno seri (la povera Dani s'era portata anche delle bozze da correggere), cruciverba, sudoku, passeggiatine con i piedi a mollo in cerca di conchiglie, sassolini e altri oggetti ("Toh, guarda, una collanina di perline!" "To, guarda, un nastro per capelli" "Toh, guarda, un pupo meraviglioso che gioca con la sabbia... no, quello però non possiamo raccoglierlo e portarcelo a casa!"), oltre a un pochino di shopping (mia madre mi ha vietato di indossare in pubblico i leggins a rigoni bianchi e neri: li abbinerò a una maglietta e ne farò un pigiama) e a tanti gelati.
E così anche le vacanze 2013 sono state archiviate. Restano un poco di sabbia sul fondo delle valigie, lavatrici da fare e una manciata di foto e ricordi da condividere, se vorrete, con voi.
mercoledì 17 luglio 2013
A naso
Giovedì scorso sapevo di stalla, sudore e vernice: un mix poco attraente, me ne rendo conto, ma io sono sempre poco attraente, anche in abito da sera, dunque non è un grosso problema, e poi ne valeva la pena.
Di stalla per lavoro, perché ogni tanto capita anche questo: dover andare a parlare con un'allevatrice per aggiungere una pagina a un sito; e che l'allevatrice abiti in un posto spersissimo d'Appennino di cui ignoravo l'esistenza, raggiungibile dopo un'ora d'auto e 800 metri di passione per una strada che, in teoria, doveva essere asfaltata, in pratica era una striscia minuscola di brandelli d'asfalto, sassi, fanghiglia e buche profonde tra la boscaglia; e il pensiero mio e di Dani, reclutata al volo come fotoreporter (grazie!) era uno solo: "E se incontriamo un'altra macchina?", sussurrato a mezza voce mentre io tentavo di convincere la mia di macchine a fingere ancora una volta di essere un fuoristrada.
Il pericolo d'incontro, in realtà, era piuttosto remoto, per fortuna, perché lassù, oltre alla stalla, c'erano giusto tre case abitate solo d'estate e un pugno di ruderi di edifici di pietra dal tetto d'ardesia, struggenti nella loro desolazione. E l'allevatrice era davvero una di quelle persone degne di essere incontrate, per le quali sono grata alla sorte o a chi per essa (e anche a Dani, ovviamente), di poter fare il lavoro che faccio e mi auguro vivamente che, nonostante la crisi feroce e i cambiamenti dolorosi (dietro il trasloco d'ufficio di cui vi parlavo, infatti, c'è una storia spiacevole che non me la sento di raccontare), io possa continuare a farlo ancora per un po'...
Comunque sia, la donna ci accoglie con una gonna a fiori, una canotta grigio-azzura sporca e sudata, ma in tinta con le scarpe e un largo bracciale di filigrana d'argento. Il tutto, posato su un fisico asciutto e abbronzato, occhi azzurri e capelli grigi tagliati cortissimi, le dà un aspetto sorprendentemente elegante. e anche il lungo rastrello di legno col quale porge il fieno alle sue vacche nelle sue mani ha qualcosa dello scettro o del pastorale. Ha uno strano accento e metà dei suoi animali hanno nomi francesi, così dopo un po' mi decido a chiederle da dove viene e scopro che è belga! Il nome però è italiano, allora la immagino figlia di emigranti che, ritornata al paese d'origine ha trovato l'amore e ha deciso di restare, ma lei chiude subito la parentesi e continua a parlare del suo lavoro e io non ho il coraggio di chieder conferma delle mie ipotesi.
E' dura esser timidi e pudichi quando si fa i giornalisti... per fortuna (o purtroppo?) io non faccio esattamente la giornalista!
Mentre ci aggiriamo per i recinti di vacche e vitellini, circumnavigando balloni e scavalcando cumuli di fieno che - dice la donna - il marito sa distinguere a occhio da quale campo vengano, pensiamo che spesso le persone più interessanti si nascondono nei luoghi più impensati. E ce ne andiamo felici di aver collezionato, noi che bene o male viviamo di parole, un'altra bella storia da ricordare e raccontare.
Di sudore perché faceva un caldo afoso persino su per i monti, tanto che, al ritorno, dopo aver colto tra gli alberi una visione del castello di Bardi sfocato per la foschia, siamo state costrette a una sosta tecnica in un bar di Varano sorprendentemente popolato di soli under 25, gestori compresi, che, vedendoci entrare, ci hanno squadrato sospettosi prima di servirci acqua e gelato, che ci hanno consentito di ritornare sane e salve in città.
Inutile dire che io, che normalmente sono una lucertola, quel pomeriggio il caldo lo sentivo più del solito perché, come ogni donnina all'ascolto sa, più ti aspetta un giorno impegnativo, più è probabile che ti capiti in uno di quei giorni...
Poiché ero arrivata a casa mezz'ora prima del solito e già in condizioni pietose, ho pensato bene di completare la giornata indossando un paio di braghette inguardabili e la storica maglietta del liceo e darmi il colpo di grazia ridipingendo di giallo un paio di pareti.
Ed ecco spiegato anche l'odore di vernice.
L'inevitabile conclusione della giornata? Ovvio: una doccia!
Saluti odorosi...
Di stalla per lavoro, perché ogni tanto capita anche questo: dover andare a parlare con un'allevatrice per aggiungere una pagina a un sito; e che l'allevatrice abiti in un posto spersissimo d'Appennino di cui ignoravo l'esistenza, raggiungibile dopo un'ora d'auto e 800 metri di passione per una strada che, in teoria, doveva essere asfaltata, in pratica era una striscia minuscola di brandelli d'asfalto, sassi, fanghiglia e buche profonde tra la boscaglia; e il pensiero mio e di Dani, reclutata al volo come fotoreporter (grazie!) era uno solo: "E se incontriamo un'altra macchina?", sussurrato a mezza voce mentre io tentavo di convincere la mia di macchine a fingere ancora una volta di essere un fuoristrada.
Il pericolo d'incontro, in realtà, era piuttosto remoto, per fortuna, perché lassù, oltre alla stalla, c'erano giusto tre case abitate solo d'estate e un pugno di ruderi di edifici di pietra dal tetto d'ardesia, struggenti nella loro desolazione. E l'allevatrice era davvero una di quelle persone degne di essere incontrate, per le quali sono grata alla sorte o a chi per essa (e anche a Dani, ovviamente), di poter fare il lavoro che faccio e mi auguro vivamente che, nonostante la crisi feroce e i cambiamenti dolorosi (dietro il trasloco d'ufficio di cui vi parlavo, infatti, c'è una storia spiacevole che non me la sento di raccontare), io possa continuare a farlo ancora per un po'...
Comunque sia, la donna ci accoglie con una gonna a fiori, una canotta grigio-azzura sporca e sudata, ma in tinta con le scarpe e un largo bracciale di filigrana d'argento. Il tutto, posato su un fisico asciutto e abbronzato, occhi azzurri e capelli grigi tagliati cortissimi, le dà un aspetto sorprendentemente elegante. e anche il lungo rastrello di legno col quale porge il fieno alle sue vacche nelle sue mani ha qualcosa dello scettro o del pastorale. Ha uno strano accento e metà dei suoi animali hanno nomi francesi, così dopo un po' mi decido a chiederle da dove viene e scopro che è belga! Il nome però è italiano, allora la immagino figlia di emigranti che, ritornata al paese d'origine ha trovato l'amore e ha deciso di restare, ma lei chiude subito la parentesi e continua a parlare del suo lavoro e io non ho il coraggio di chieder conferma delle mie ipotesi.
E' dura esser timidi e pudichi quando si fa i giornalisti... per fortuna (o purtroppo?) io non faccio esattamente la giornalista!
Mentre ci aggiriamo per i recinti di vacche e vitellini, circumnavigando balloni e scavalcando cumuli di fieno che - dice la donna - il marito sa distinguere a occhio da quale campo vengano, pensiamo che spesso le persone più interessanti si nascondono nei luoghi più impensati. E ce ne andiamo felici di aver collezionato, noi che bene o male viviamo di parole, un'altra bella storia da ricordare e raccontare.
Di sudore perché faceva un caldo afoso persino su per i monti, tanto che, al ritorno, dopo aver colto tra gli alberi una visione del castello di Bardi sfocato per la foschia, siamo state costrette a una sosta tecnica in un bar di Varano sorprendentemente popolato di soli under 25, gestori compresi, che, vedendoci entrare, ci hanno squadrato sospettosi prima di servirci acqua e gelato, che ci hanno consentito di ritornare sane e salve in città.
Inutile dire che io, che normalmente sono una lucertola, quel pomeriggio il caldo lo sentivo più del solito perché, come ogni donnina all'ascolto sa, più ti aspetta un giorno impegnativo, più è probabile che ti capiti in uno di quei giorni...
Poiché ero arrivata a casa mezz'ora prima del solito e già in condizioni pietose, ho pensato bene di completare la giornata indossando un paio di braghette inguardabili e la storica maglietta del liceo e darmi il colpo di grazia ridipingendo di giallo un paio di pareti.
Ed ecco spiegato anche l'odore di vernice.
L'inevitabile conclusione della giornata? Ovvio: una doccia!
Saluti odorosi...
domenica 23 giugno 2013
Zute dunje
E' la seconda volta che do a un post un titolo in una lingua che non conosco. La prima era colpa di un fumetto e di una città, stavolta è colpa di un libro e ancora di una città.
Là erano arabo e Venezia, qui sono bosniaco e Sarajevo. Significa "cotogne gialle" ed è il titolo di una canzone, ma anche di un libro "La cotogna di Istambul" e di uno spettacolo.
Dell'autore, invece, vi ho già parlato a sfinimento, è il solito Paolo Rumiz, ascoltato giovedì sera assieme alle rondini che planavano basse sfiorando la facciata di San Francesco del Prato, la chiesa che fu carcere, ed ora è un luogo perduto, affascinante come quelli che a lui piace raccontare.
Ho ancora il dubbio che questa non sia, dal punto di vista letterario, la sua cosa migliore, ma è senza dubbio la "sua" storia, in gran parte - chissà quanta? - autobiografica. Una storia che, davvero, gli "mangia l'anima" e non finirà mai di ripetere. Infatti, dopo averla detta molte volte a voce agli amici, l'ha scritta, ma non in prosa, perché non gli sembrava rispettosa del ritmo e del fascino del racconto, ma in endecasillabi sciolti. Poi l'ha riscritta, correggendo gli errori, limando versi, per renderla sempre più simile al suo ricordo; e infine, di nuovo, s'è messo a narrarla nelle piazze, accompagnato da un manipolo di bravi musicisti, e lo fa con "occhi di ghiaccio e voce di fuoco, capace d'incantare ogni persona", che, tecnicamente, sarebbero quelli del protagonista del racconto, ma sono, evidentemente, anche i suoi, che qui si mette in gioco come autore, narratore e personaggio. E dunque merita rispetto e, mi viene da dire, compassione.
Perché la sua è una storia dolorosa che riprende il più classico e tragico dei binomi: "amore e morte". Parte da una leggenda, quella descritta nella canzone, che parla di una donna malata che chiede all'amato, per farla guarire, di portarle una cotogna da Istambul, ma il giovane non tornerà in tempo; poi si incarna nella realtà, dove accade qualcosa di simile, e di nuovo, diventa racconto.
L'amore di Max e Masa "dai femori lunghi ed occhi di ciliegia", si muove tra città che conosce e ama: Sarajevo ai tempi dell'"inganno sanguinoso" che qui chiamammo guerra, Istambul porta d'oriente e incrocio di razze e di storie, e una Vienna molto triestina col cielo attraversato da nubi-bastimenti cariche di voci dei trapassati. E anche i canti seguono lo stesso itinerario: slavi, greci, turchi, austroungarici.
Come sempre Paolo è un maestro a descrivere i luoghi per impressioni, che scavano dentro e mettono voglia di viaggiare solo per ritrovarle o poterle confrontare con le proprie provate nello stesso posto.
E alla fine, esattamente come in alcuni poemi medievali, ce la consegna la sua storia a patto che anche noi proviamo a riraccontarla, perché le parole non sono fatte soltanto per stare appiccicate ad un foglio, ma sono fatte anch'esse per viaggiare, perché nascono "dal ritmo del cuore, dal respiro e dal cammino": non sono solo uno strumento, sono, in qualche modo, la parte migliore della nostra anima.
Capirete che non fatico ad essere d'accordo con lui.
E oltretutto, lo devo ringraziare, non solo per le due ore di meraviglia che mi ha regalato, ma perché d'ora un avanti, ogni volta che mi capiterà di incappare in una cotogna, questa sarà per me molto più di un frutto: sarà il ricordo di una storia. Esattamente come a tutti noi viene facile con una mela in mano, partire per la tangente e arrivare da Adamo ed Eva (anche se il frutto, in realtà, in quel caso non è specificato) fino a Biancaneve passando per Paride ed Elena; così come non riesco a guardare un melograno con occhi neutri dopo aver letto il mito di Persefone e la bella tavola di La casa dorata di Samarcanda.
Perché siamo tutti affamati di senso, almeno quanto lo siamo d'amore.
Là erano arabo e Venezia, qui sono bosniaco e Sarajevo. Significa "cotogne gialle" ed è il titolo di una canzone, ma anche di un libro "La cotogna di Istambul" e di uno spettacolo.
Dell'autore, invece, vi ho già parlato a sfinimento, è il solito Paolo Rumiz, ascoltato giovedì sera assieme alle rondini che planavano basse sfiorando la facciata di San Francesco del Prato, la chiesa che fu carcere, ed ora è un luogo perduto, affascinante come quelli che a lui piace raccontare.
Ho ancora il dubbio che questa non sia, dal punto di vista letterario, la sua cosa migliore, ma è senza dubbio la "sua" storia, in gran parte - chissà quanta? - autobiografica. Una storia che, davvero, gli "mangia l'anima" e non finirà mai di ripetere. Infatti, dopo averla detta molte volte a voce agli amici, l'ha scritta, ma non in prosa, perché non gli sembrava rispettosa del ritmo e del fascino del racconto, ma in endecasillabi sciolti. Poi l'ha riscritta, correggendo gli errori, limando versi, per renderla sempre più simile al suo ricordo; e infine, di nuovo, s'è messo a narrarla nelle piazze, accompagnato da un manipolo di bravi musicisti, e lo fa con "occhi di ghiaccio e voce di fuoco, capace d'incantare ogni persona", che, tecnicamente, sarebbero quelli del protagonista del racconto, ma sono, evidentemente, anche i suoi, che qui si mette in gioco come autore, narratore e personaggio. E dunque merita rispetto e, mi viene da dire, compassione.
Perché la sua è una storia dolorosa che riprende il più classico e tragico dei binomi: "amore e morte". Parte da una leggenda, quella descritta nella canzone, che parla di una donna malata che chiede all'amato, per farla guarire, di portarle una cotogna da Istambul, ma il giovane non tornerà in tempo; poi si incarna nella realtà, dove accade qualcosa di simile, e di nuovo, diventa racconto.
L'amore di Max e Masa "dai femori lunghi ed occhi di ciliegia", si muove tra città che conosce e ama: Sarajevo ai tempi dell'"inganno sanguinoso" che qui chiamammo guerra, Istambul porta d'oriente e incrocio di razze e di storie, e una Vienna molto triestina col cielo attraversato da nubi-bastimenti cariche di voci dei trapassati. E anche i canti seguono lo stesso itinerario: slavi, greci, turchi, austroungarici.
Come sempre Paolo è un maestro a descrivere i luoghi per impressioni, che scavano dentro e mettono voglia di viaggiare solo per ritrovarle o poterle confrontare con le proprie provate nello stesso posto.
E alla fine, esattamente come in alcuni poemi medievali, ce la consegna la sua storia a patto che anche noi proviamo a riraccontarla, perché le parole non sono fatte soltanto per stare appiccicate ad un foglio, ma sono fatte anch'esse per viaggiare, perché nascono "dal ritmo del cuore, dal respiro e dal cammino": non sono solo uno strumento, sono, in qualche modo, la parte migliore della nostra anima.
Capirete che non fatico ad essere d'accordo con lui.
E oltretutto, lo devo ringraziare, non solo per le due ore di meraviglia che mi ha regalato, ma perché d'ora un avanti, ogni volta che mi capiterà di incappare in una cotogna, questa sarà per me molto più di un frutto: sarà il ricordo di una storia. Esattamente come a tutti noi viene facile con una mela in mano, partire per la tangente e arrivare da Adamo ed Eva (anche se il frutto, in realtà, in quel caso non è specificato) fino a Biancaneve passando per Paride ed Elena; così come non riesco a guardare un melograno con occhi neutri dopo aver letto il mito di Persefone e la bella tavola di La casa dorata di Samarcanda.
Perché siamo tutti affamati di senso, almeno quanto lo siamo d'amore.
martedì 28 maggio 2013
Ritorni (2003-2013)
"Mai mancante neve di metà maggio
chi vuoi salvare?
Chi ti ostini a salvare?"
(Andrea Zanzotto)
L'ho già detto, lo so: alcuni luoghi ci chiamano e ci appartengono più di altri, per ragioni che a volte è difficile definire.
Camaldoli è uno di questi. E fa quest'effetto a molti, evidentemente, se un manipolo di ex fucini più giovani di noi si sono inventati d'organizzare un convegno per avere una scusa per ritornare; e se uno di questi ex fucini ha deciso addirittura di rimanerci, facendosi monaco.
Di Emanuele, incrociato matricola alle "settimane teologiche" del 2004 e rivisto a Pisa, quando stava per diventare presidente nazionale, avevo perso le tracce, come di altri compagni di cammino di quelli che sono stati tra i migliori anni della mia vita. Ritrovarmelo davanti sorridente all'ingresso del monastero è stata una bella sorpresa e, diciamolo, un segno che anch'io lì dopotutto avevo lasciato qualcosa, che la storia non era ancora finita. Se poi ci aggiungete che ora il responsabile della foresteria, nonché maestro dei novizi, è un parmense, capirete che tutto torna. E anch'io non potevo non ritornare.
Dieci anni fa, come sapete, qualcuno si prese la briga di scrivermi una lettera - una lettera vera, di carta e francobollo - e di stanarmi fino in campagna per invitarmi ad andare lassù; dieci anni dopo è bastata una mail; ma è stato molto più difficile partire: oltre agli anni (e ai chili), sono aumentati gli impegni e le ansie; ma, nonostante tutto (compreso un feroce mal di gola), sono riuscita ad andare.
Certo, lo sapevo che non sarebbe mai stata la stessa cosa; non lo fu nemmeno l'anno dopo, se è per questo, benché sia stata comunque una bella esperienza (vero, Meg?).
Non c'era Chiara a prendermi per un polso ogni volta che mi perdevo per i corridoi e le scale del labirintico (e millenario) edificio; non c'era Vale, grazie alla quale tornai a casa portandomi dietro, oltre a una nuova amica, anche un vago accento veneto, che mi accompagnò per qualche giorno, lasciando i miei un po' perplessi. Non c'erano i nostri cavalieri milanesi e la loro arguta conterranea valchiria bionda, né la dolce Maria (che pure voleva venire) e... non c'è più nemmeno il Laurus color Tantum verde: ora è giallino, perché si son decisi a togliere il colorante, ma pare il sapore sia lo stesso, anche se, ovviamente, io non posso testimoniarlo.
Ad accompagnarmi (e a invitarmi) è stata stavolta Claudia, nove anni più giovane di me, per la quale spero di essere stata una compagna di viaggio almeno decente. Era lei a conoscere le organizzatrici, sue coetanee ed ex presidentesse nazionali; ma qualcuna delle persone che hanno nominato, ritrovandosi e riallacciando il filo dei ricordi, io pure le conoscevo e questo mi ha aiutato a sentirmi meno estranea.
Così, ancora una volta, mi sono seduta sulle alte sedie impagliate della sala del Landino, osservando perplessa e intirizzita un'inedita neve di fine maggio; mi sono riscaldata a suon di tisane col miele (sì, compresa la mitica melissa!); e ho stonato paurosamente tentando di cantare le ore canoniche con i monaci. Ho anche saccheggiato l'antica farmacia dalla quale, per fortuna, hanno tolto lo scheletro di donna che aveva, allora, la mia altezza e la mia età.
E ho ritrovato un po' di pace?
Ci speravo, ma temo di no: mi ci vorrebbe ben altro in questo periodo!
Però sapere che Camaldoli è ancora, e sarà sempre, un luogo dove tornare non da sconosciuti, è comunque una consolazione...
chi vuoi salvare?
Chi ti ostini a salvare?"
(Andrea Zanzotto)
L'ho già detto, lo so: alcuni luoghi ci chiamano e ci appartengono più di altri, per ragioni che a volte è difficile definire.
Camaldoli è uno di questi. E fa quest'effetto a molti, evidentemente, se un manipolo di ex fucini più giovani di noi si sono inventati d'organizzare un convegno per avere una scusa per ritornare; e se uno di questi ex fucini ha deciso addirittura di rimanerci, facendosi monaco.
Di Emanuele, incrociato matricola alle "settimane teologiche" del 2004 e rivisto a Pisa, quando stava per diventare presidente nazionale, avevo perso le tracce, come di altri compagni di cammino di quelli che sono stati tra i migliori anni della mia vita. Ritrovarmelo davanti sorridente all'ingresso del monastero è stata una bella sorpresa e, diciamolo, un segno che anch'io lì dopotutto avevo lasciato qualcosa, che la storia non era ancora finita. Se poi ci aggiungete che ora il responsabile della foresteria, nonché maestro dei novizi, è un parmense, capirete che tutto torna. E anch'io non potevo non ritornare.
Dieci anni fa, come sapete, qualcuno si prese la briga di scrivermi una lettera - una lettera vera, di carta e francobollo - e di stanarmi fino in campagna per invitarmi ad andare lassù; dieci anni dopo è bastata una mail; ma è stato molto più difficile partire: oltre agli anni (e ai chili), sono aumentati gli impegni e le ansie; ma, nonostante tutto (compreso un feroce mal di gola), sono riuscita ad andare.
Certo, lo sapevo che non sarebbe mai stata la stessa cosa; non lo fu nemmeno l'anno dopo, se è per questo, benché sia stata comunque una bella esperienza (vero, Meg?).
Non c'era Chiara a prendermi per un polso ogni volta che mi perdevo per i corridoi e le scale del labirintico (e millenario) edificio; non c'era Vale, grazie alla quale tornai a casa portandomi dietro, oltre a una nuova amica, anche un vago accento veneto, che mi accompagnò per qualche giorno, lasciando i miei un po' perplessi. Non c'erano i nostri cavalieri milanesi e la loro arguta conterranea valchiria bionda, né la dolce Maria (che pure voleva venire) e... non c'è più nemmeno il Laurus color Tantum verde: ora è giallino, perché si son decisi a togliere il colorante, ma pare il sapore sia lo stesso, anche se, ovviamente, io non posso testimoniarlo.
Ad accompagnarmi (e a invitarmi) è stata stavolta Claudia, nove anni più giovane di me, per la quale spero di essere stata una compagna di viaggio almeno decente. Era lei a conoscere le organizzatrici, sue coetanee ed ex presidentesse nazionali; ma qualcuna delle persone che hanno nominato, ritrovandosi e riallacciando il filo dei ricordi, io pure le conoscevo e questo mi ha aiutato a sentirmi meno estranea.
Così, ancora una volta, mi sono seduta sulle alte sedie impagliate della sala del Landino, osservando perplessa e intirizzita un'inedita neve di fine maggio; mi sono riscaldata a suon di tisane col miele (sì, compresa la mitica melissa!); e ho stonato paurosamente tentando di cantare le ore canoniche con i monaci. Ho anche saccheggiato l'antica farmacia dalla quale, per fortuna, hanno tolto lo scheletro di donna che aveva, allora, la mia altezza e la mia età.
E ho ritrovato un po' di pace?
Ci speravo, ma temo di no: mi ci vorrebbe ben altro in questo periodo!
Però sapere che Camaldoli è ancora, e sarà sempre, un luogo dove tornare non da sconosciuti, è comunque una consolazione...
venerdì 4 gennaio 2013
Milan l'è un gran Milan
Milano con il sole è diventata ormai una nostra prerogativa. Dovremmo forse farci dare una percentuale, perché, mentre altrove, più di una volta, le nostre gite causano lo scatenarsi degli elementi, la capitale meneghina, finora, sia d'estate che d'inverno ci si concede al suo meglio.
Mattina luminosa, ammirata attraversando Parco Sempione, dove un'incredibile quantità di coppie di neosposi presumibilmente cinesi faceva le foto con i parenti sull'orlo del lago, e nell'anfiteatro semideserto dell'omonima piazza, mentre le mie compagne di viaggio, scendendo i quattro gradini di contorno, s'immaginavano una certa scalinata di Filadelfia...
La prima scusa ufficiale della gita era accompagnare Dani, che doveva andare a Milano per lavoro, la seconda era visitare al Castello sforzesco la mostra di illustrazioni di libri per ragazzi realizzata per celebrare i 150 anni della Salani, terza scusa: rivedere Elisa, che avevo promesso di andare a trovare per le feste. Bastano? Beh, le abbiamo fatte bastare!
E pazienza se, come spesso capita, poi si divaga per bancarelle rosso natalizio all'ombra benevola e arzigogolata del Duomo in una sera prima rosa, poi azzurra, scesa piano sulla piazza gremita.
La mostra è interessante e, tra un piccolo lord e una fata dai capelli turchini, abbiamo ritrovato un antenato del photoshop: la foto di una fanciulla inserita all'interno di un disegno fatto a mano, esperimento grafico innovativo datato 1912, ed anche i precursori di "Porta a Porta": librettucci che, già a fine Ottocento, narravano con dovizia di particolari macabri o scabrosetti fatti tratti dalla cronaca ed erano venduti a poco prezzo per la fame di grottesco che, evidentemente, non è così moderna.
Poi, ovviamente, incorniciate in oro, c'erano le copertine di Serena Riglietti per Harry Potter: sinuose e zeppe di simboli.
Il bookshop della mostra, poco abitato, era curato, guardacaso, dalla Libreria dei Ragazzi; ma anche la libreria a tema religioso nella quale ci siamo infilate lungo il tragitto, con notevoli presepi in legno d'ulivo e il libraio gentile, aveva un suo perché...
Elisa ci aspettava seduta sul bordo della fontana del castello, e anche se la prima cosa che le abbiamo chiesto, dopo i saluti, è stata di portarci a mangiare (erano quasi le due), sono pressoché certa che ci perdonerà, se non altro perché le abbiamo poi fatto da personal shopper per la scelta di una collana; e pazienza se avevamo pareri diversi e quelli di "Ma come ti vesti?", probabilmente, ci cestinerebbero buona parte del guardaroba.
In treno Costi aveva con sé il libro colpevole della magra figura raccontata in un altro post, che le ho sottratto e letto al volo, a parziale discolpa.
Attorno a noi, sia all'andata che al ritorno, tanti bambini tuttosommato quieti, a parte una piccola meraviglia color cioccolata che, diciamo così, ha manifestato con decisione la sua presenza. C'era il bimbetto biondino accompagnato da genitori in su con gli anni che gli stanno facendo scoprire, una ad una, le città. Tra quelle che ancora mancavano hanno nominato Trieste. Non ho potuto che approvare la scelta.
E c'erano quattro preadolescenti di ritorno dalla mostra di Picasso, che si sono sprofondate quasi con la stessa attenzione prima nel maxi catalogo acquistato dalle mamme, poi nei rispettivi videogiochi.
Bambini anche al parco: due, piccolini, che tentavano in tutti i modi di sabotare il papà intento a fare ginnastica (bravi, così si fa!) e uno più grande che, sollevato di peso dalla sua sedia a rotelle e posato su una panchina, si godeva il sole in faccia come il più prezioso dei tesori. Sullo sfondo, immobili e ancor più surreali, i bagnanti di De Chirico umidi di brina.
Eh sì, Milan l'è un gran Milan! Ma altre città, ormai, attendono il nostro ritorno: le scorte di tè alla rosa e bergamotto del Florian, infatti, sono agli sgoccioli...
Ah, e se fra due giorni vi occorre una befana, fatemi un fischio!
Saluti nasuti.
Mattina luminosa, ammirata attraversando Parco Sempione, dove un'incredibile quantità di coppie di neosposi presumibilmente cinesi faceva le foto con i parenti sull'orlo del lago, e nell'anfiteatro semideserto dell'omonima piazza, mentre le mie compagne di viaggio, scendendo i quattro gradini di contorno, s'immaginavano una certa scalinata di Filadelfia...
La prima scusa ufficiale della gita era accompagnare Dani, che doveva andare a Milano per lavoro, la seconda era visitare al Castello sforzesco la mostra di illustrazioni di libri per ragazzi realizzata per celebrare i 150 anni della Salani, terza scusa: rivedere Elisa, che avevo promesso di andare a trovare per le feste. Bastano? Beh, le abbiamo fatte bastare!
E pazienza se, come spesso capita, poi si divaga per bancarelle rosso natalizio all'ombra benevola e arzigogolata del Duomo in una sera prima rosa, poi azzurra, scesa piano sulla piazza gremita.
La mostra è interessante e, tra un piccolo lord e una fata dai capelli turchini, abbiamo ritrovato un antenato del photoshop: la foto di una fanciulla inserita all'interno di un disegno fatto a mano, esperimento grafico innovativo datato 1912, ed anche i precursori di "Porta a Porta": librettucci che, già a fine Ottocento, narravano con dovizia di particolari macabri o scabrosetti fatti tratti dalla cronaca ed erano venduti a poco prezzo per la fame di grottesco che, evidentemente, non è così moderna.
Poi, ovviamente, incorniciate in oro, c'erano le copertine di Serena Riglietti per Harry Potter: sinuose e zeppe di simboli.
Il bookshop della mostra, poco abitato, era curato, guardacaso, dalla Libreria dei Ragazzi; ma anche la libreria a tema religioso nella quale ci siamo infilate lungo il tragitto, con notevoli presepi in legno d'ulivo e il libraio gentile, aveva un suo perché...
Elisa ci aspettava seduta sul bordo della fontana del castello, e anche se la prima cosa che le abbiamo chiesto, dopo i saluti, è stata di portarci a mangiare (erano quasi le due), sono pressoché certa che ci perdonerà, se non altro perché le abbiamo poi fatto da personal shopper per la scelta di una collana; e pazienza se avevamo pareri diversi e quelli di "Ma come ti vesti?", probabilmente, ci cestinerebbero buona parte del guardaroba.
In treno Costi aveva con sé il libro colpevole della magra figura raccontata in un altro post, che le ho sottratto e letto al volo, a parziale discolpa.
Attorno a noi, sia all'andata che al ritorno, tanti bambini tuttosommato quieti, a parte una piccola meraviglia color cioccolata che, diciamo così, ha manifestato con decisione la sua presenza. C'era il bimbetto biondino accompagnato da genitori in su con gli anni che gli stanno facendo scoprire, una ad una, le città. Tra quelle che ancora mancavano hanno nominato Trieste. Non ho potuto che approvare la scelta.
E c'erano quattro preadolescenti di ritorno dalla mostra di Picasso, che si sono sprofondate quasi con la stessa attenzione prima nel maxi catalogo acquistato dalle mamme, poi nei rispettivi videogiochi.
Bambini anche al parco: due, piccolini, che tentavano in tutti i modi di sabotare il papà intento a fare ginnastica (bravi, così si fa!) e uno più grande che, sollevato di peso dalla sua sedia a rotelle e posato su una panchina, si godeva il sole in faccia come il più prezioso dei tesori. Sullo sfondo, immobili e ancor più surreali, i bagnanti di De Chirico umidi di brina.
Eh sì, Milan l'è un gran Milan! Ma altre città, ormai, attendono il nostro ritorno: le scorte di tè alla rosa e bergamotto del Florian, infatti, sono agli sgoccioli...
Ah, e se fra due giorni vi occorre una befana, fatemi un fischio!
Saluti nasuti.
lunedì 12 novembre 2012
Rosso smeraldo
Vi avviso: questo sarà un post sconclusionato, a cominciare dal titolo che però, per una volta, non è mio. Lo svarione cromatico, che, in realtà, ha qualcosa di poetico, è di Costi, che così ha descritto il colore intenso e luminoso di una pianta in veste autunnale avvistata in quel di Fontanellato.
Cercava di convincermi - mentre si assaggiavano con Dani, Moki e altra bella gente, pietanze multietniche a una cena di beneficenza - che, infondo, anche l'autunno ha il suo fascino, nonostante il freddo, la pioggia la nebbia e il buio che ti prende a tradimento a metà pomeriggio, ma, per una volta, non ne aveva bisogno: infatti ero reduce da un lungo giro in Valtaro per motivi di lavoro e, dopo 160 km tra boschi verdi, gialli, rossi e marroni, montagne con nuvole basse e squarci di sole abbagliante e fiume grigio azzurro e luccicante, me ne sono quasi convinta anch'io.
Finito il lavoro mi sono concessa una divagazione a Compiano, dove mi sono resa conto di non essere mai stata in vita mia. Era ora di pranzo e il paese era perfettamente deserto, fatta eccezione per un paio d'operai intenti a restaurare il castello e del prete che sgranava rosari facendo avanti e indietro per la sua chiesina in penombra. Ho passeggiato da sola per le stradette di ciottoli bianchi e neri in salita facendo finta di non avere mal di schiena, godendomi la luce di una strepitosa giornata novembrina, l'odore di legna bruciata, gli scorci di panorama tra le case e la bella sensazione di tempo altro e sospeso, che in Italia ti coglie appena esci dalle città (o anche dentro, a volte) e ti inoltri in luoghi sufficientemente antichi e silenziosi.
Vanno bene anche certi carrugi di Genova, sui quali si aprono a sorpresa vecchissimi antri polverosi di corniciai e restauratori, tra una bottega, un pub e un viavai vario e un filino equivoco.
"Hai idea di dove stiamo andando?" Mi ha chiesto a bruciapelo l'attore che mi accompagnava. Avevamo appena finito il primo dei tre laboratori che ci spettavano al Festival della Scienza ed eravamo in libera uscita. "Assolutamente no!" ho risposto. Tanto era la seconda volta che ci capitava di viaggiare insieme e già lo sapeva che sono in grado di perdermi ovunque.
"Laggiù c'è il mare". Ha indicato divertito, prima di ricominciare a zigzagare a sentimento con me al seguito per la città vecchia. Mi sono goduta la strana compagnia e il momento surreale, fingendo di non avere mal di gola.
Appartiene a quella categoria di persone con cui mi capita a volte di avere a che fare e con le quali so di non avere praticamente nulla in comune, ma poiché fanno mestieri interessanti e hanno molto letto, molto viaggiato e molto vissuto, starei volentieri ore a chiacchierare... se mi facessero un po' meno paura!
Prima della passeggiata (terminata al porto: aria gelida e tramonto rosazzurro dietro la Lanterna), siamo riusciti anche a visitare, in compagnia della fotografa che ha immortalato il nostro lavoro (il suo, più che altro...), la mostra di McCurry che, credo, meriti tutta la sua fama. Di fronte ai ritratti di vecchi e bambini scovati ai quattro angoli della terra (compresa la "celebre" ragazzina afgana dagli occhi verdissimi, ritrovata poi donna e rifotografata quasi vent'anni dopo), l'attore ha giustamente osservato che i visi più insignificanti e gli sguardi più inespressivi appartenevano a quelli dei pochi occidentali: segno che forse la nostra presunta civiltà non giova all'evoluzione della specie.
Retrocedendo a questo modo, dovrei anche raccontare della famigerata castagnata in campagna, accompagnata da chiacchiere, dolcetti e persino da una chitarra; ma è passato tanto tempo che ormai non vale la pena di dilungarci troppo.
Non mi resta che ammettere che aveva ragione Costi: era meglio far le caldarroste sul camino piuttosto che sul barbecue (vedi foto di Dani); ringraziare le partecipanti e dare a tutti la ricetta dei pattonini di papà, che hanno riscosso un discreto successo:
300g di farina di castagne;
3 o 4 cucchiai di zucchero;
la scorza grattugiata di un limone;
acqua tiepida q.b.
Sciogliete lo zucchero nell'acqua tiepida e mescolatelo alla farina di castagne quanto basta per ottenere una pastella liscia e piuttosto liquida, diciamo un po' meno di quella delle crepes. Se fa grumi, mettetevi il cuore in pace e passatela con un colino... Incorporate la scorza di limone e friggete a cucchiaiate in olio bollente.
Buon appetito, arrivederci e, visto che ci siamo, auguri a Simona!
Cercava di convincermi - mentre si assaggiavano con Dani, Moki e altra bella gente, pietanze multietniche a una cena di beneficenza - che, infondo, anche l'autunno ha il suo fascino, nonostante il freddo, la pioggia la nebbia e il buio che ti prende a tradimento a metà pomeriggio, ma, per una volta, non ne aveva bisogno: infatti ero reduce da un lungo giro in Valtaro per motivi di lavoro e, dopo 160 km tra boschi verdi, gialli, rossi e marroni, montagne con nuvole basse e squarci di sole abbagliante e fiume grigio azzurro e luccicante, me ne sono quasi convinta anch'io.
Finito il lavoro mi sono concessa una divagazione a Compiano, dove mi sono resa conto di non essere mai stata in vita mia. Era ora di pranzo e il paese era perfettamente deserto, fatta eccezione per un paio d'operai intenti a restaurare il castello e del prete che sgranava rosari facendo avanti e indietro per la sua chiesina in penombra. Ho passeggiato da sola per le stradette di ciottoli bianchi e neri in salita facendo finta di non avere mal di schiena, godendomi la luce di una strepitosa giornata novembrina, l'odore di legna bruciata, gli scorci di panorama tra le case e la bella sensazione di tempo altro e sospeso, che in Italia ti coglie appena esci dalle città (o anche dentro, a volte) e ti inoltri in luoghi sufficientemente antichi e silenziosi.
Vanno bene anche certi carrugi di Genova, sui quali si aprono a sorpresa vecchissimi antri polverosi di corniciai e restauratori, tra una bottega, un pub e un viavai vario e un filino equivoco.
"Hai idea di dove stiamo andando?" Mi ha chiesto a bruciapelo l'attore che mi accompagnava. Avevamo appena finito il primo dei tre laboratori che ci spettavano al Festival della Scienza ed eravamo in libera uscita. "Assolutamente no!" ho risposto. Tanto era la seconda volta che ci capitava di viaggiare insieme e già lo sapeva che sono in grado di perdermi ovunque.
"Laggiù c'è il mare". Ha indicato divertito, prima di ricominciare a zigzagare a sentimento con me al seguito per la città vecchia. Mi sono goduta la strana compagnia e il momento surreale, fingendo di non avere mal di gola.
Appartiene a quella categoria di persone con cui mi capita a volte di avere a che fare e con le quali so di non avere praticamente nulla in comune, ma poiché fanno mestieri interessanti e hanno molto letto, molto viaggiato e molto vissuto, starei volentieri ore a chiacchierare... se mi facessero un po' meno paura!
Prima della passeggiata (terminata al porto: aria gelida e tramonto rosazzurro dietro la Lanterna), siamo riusciti anche a visitare, in compagnia della fotografa che ha immortalato il nostro lavoro (il suo, più che altro...), la mostra di McCurry che, credo, meriti tutta la sua fama. Di fronte ai ritratti di vecchi e bambini scovati ai quattro angoli della terra (compresa la "celebre" ragazzina afgana dagli occhi verdissimi, ritrovata poi donna e rifotografata quasi vent'anni dopo), l'attore ha giustamente osservato che i visi più insignificanti e gli sguardi più inespressivi appartenevano a quelli dei pochi occidentali: segno che forse la nostra presunta civiltà non giova all'evoluzione della specie.
Retrocedendo a questo modo, dovrei anche raccontare della famigerata castagnata in campagna, accompagnata da chiacchiere, dolcetti e persino da una chitarra; ma è passato tanto tempo che ormai non vale la pena di dilungarci troppo.
Non mi resta che ammettere che aveva ragione Costi: era meglio far le caldarroste sul camino piuttosto che sul barbecue (vedi foto di Dani); ringraziare le partecipanti e dare a tutti la ricetta dei pattonini di papà, che hanno riscosso un discreto successo:
300g di farina di castagne;
3 o 4 cucchiai di zucchero;
la scorza grattugiata di un limone;
acqua tiepida q.b.
Sciogliete lo zucchero nell'acqua tiepida e mescolatelo alla farina di castagne quanto basta per ottenere una pastella liscia e piuttosto liquida, diciamo un po' meno di quella delle crepes. Se fa grumi, mettetevi il cuore in pace e passatela con un colino... Incorporate la scorza di limone e friggete a cucchiaiate in olio bollente.
Buon appetito, arrivederci e, visto che ci siamo, auguri a Simona!
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