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venerdì 2 maggio 2014

La belle e-coque!

G. Kienerk: Il dolore, il silenzio, il piacere.
E così, dopo Campigli e Klimt, la nostra immersione nel ribollire dei movimenti artistici tra Ottocento e Novecento si è conclusa alla mostra del Liberty a Forlì.
Immersione nel vero senso della parola, vista l'acqua che veniva mentre si passeggiava per il centro semideserto della cittadina emiliana, inzuppandoci d'umidità almeno quanto ci siamo inzuppate di cultura. Ma va bene così: pioggia, gita e ciose è un trittico consueto e accettabile, visto che, se c'impegniamo, possiamo far venire anche la grandine!
Temevamo la coda e invece, benché le sale più piccole fossero piuttosto gremite, siamo riuscite ad entrare subito e a girare per bene la mostra, che si apriva, con mia grande gioia, con un quadro di Edward Burne-Jones e due citazioni poetiche: D'Annunzio - inevitabile, vista l'epoca dei quadri e la loro sottile sensualità, insieme elegante e inquietante - e il "mio" Guido Gozzano, con il suo ritratto della "preraffaellita", serio, sì, ma fino a un certo punto. E di Guido e Gabriele (sic) erano in mostra anche alcune prime edizioni dei libri, con illustrazioni fatte dai migliori artisti italiani che abbracciarono il nuovo stile. Stile che, complice l'espandersi di una società industriale, non è rimasto confinato negli atelier, ma ha riguardato la letteratura, l'architettura, l'arredamento (mobili e suppellettili, ceramiche, pizzi e vetrate), la moda e la pubblicità. Che meraviglia le locandine delle opere di Verdi e Puccini, i manifesti di località turistiche, lampade a gas e prodotti di bellezza: "novissime cose" di un tempo che faceva di tutto per essere moderno.
E, ancora una volta, donne: tante, maggiormente consapevoli del loro ruolo nella società e, forse proprio per questo, viste dai pittori con un misto di timore e reverenza: non più - o non solo - angeli o demoni, ma... entrambe le cose. Ocio!
E tanta mitologia, giusto per gradire, classica e persino nordica, in omaggio alle radici decisamente europee di questa tendenza dell'arte.
E natura, che da sfondo quasi realistico della figura umana tende a diventare protagonista dell'opera col suo rigoglio decorativo contorto e trabordante, elegante come pizzo, soffocante come edera.
Curiosamente ci siamo ritrovate, noi tre donne ad ammirare due trittici composti da tre donne con significati simbolici: quello di Kienerk e quello del "nostro" Amedeo Bocchi. Sulla figura centrale del primo, che è stato scelto per le locandine della mostra, abbiamo cominciato a sproloquiare fin da quando ci ha accolto all'uscita dalla stazione in un vistoso manifesto: "Mmmmh, perché tiene le mani davanti alla bocca? Non è molto rassicurante..." "Già, forse sta trattenendo un insulto a noi visitatori". "No, secondo me ha mal di denti". "No, secondo me è costipata...". E avanti di questo passo, finché non abbiamo scoperto che la fanciulla in blu notte era "Il silenzio", mentre le sue vicine di cornice erano "Il dolore" e "Il piacere". Nelle tre tele di Bocchi, invece, le tre donne sono "La colta", "La saggia" e "La folle" e ci è sorta spontanea la domanda: "Ma io... con quale mi identifico?" Dopo essere state tentate dirispondere all'unanimità "Con la terza!", abbiamo convenuto che c'è un po' di tutte loro in ognuna di noi. O viceversa?"
A. Bocchi: La colta, la saggia, la folle.
Dopo tre ore di lenta e dolce cottura, e rimpiangendo un poco di non avere il tempo e la pecunia necessarie per partecipare al laboratorio di ricamo, siamo riemerse affamate e ci siamo rifugiate (a un'ora inconfessabile) in un bar-trattoria dove, pur fuori tempo massimo, ci hanno sfamate a suon di crostini, pasta ben condita e fumante, dolce e caffè.
Nell'attesa, con ancora negli occhi un turbinio di forme sinuose, spirali, fiori e piume, e davanti al naso un'innocente tovaglietta di carta giallastra, mi sono messa a disegnarci sopra con la biro, imitando con scarso successo le chiome infinite e corpose delle fanciulle (che invidia!), e le ricche decorazioni dei fondali, fingendo di avere 6 anni anziché 36.
Dopo aver deciso a malincuore di abbandonare il rifugio caldino del bar, siamo tornate in centro, dove siamo riuscite a visitare l'abbazia di San Mercuriale, in un angolo della grande piazza, e il Duomo, leggermente defilato, alle spalle del Municipio. Entrambe le chiese passate - come tante altre - per innumerevoli vicissitudini e ricostruzioni; ma se, per la prima, ci sono andati con mano più leggera e l'impianto antico resta leggibile nel pavimento in cocciopesto, che digrada verso l'altare, e nella penombra spoglia delle arcate; con la seconda, invece, ci sono andati più pesanti e il guazzabuglio di forme e stili si armonizza solo per (ehm)... Grazia di Dio?!
Abbiamo rinunciato alla visita alla Rocca per raggiunti limiti di stanchezza e di umidità e per non rischiare di perdere il treno del ritorno. Il problema è che, arrivate in stazione, abbiamo scoperto che il treno si era perso non si sa bene dove e perché. E i minuti di ritardo si sono andati accumulando, annunciati un po' per volta con sadica profusione di scuse, e sono arrivati a 50! Ci siamo consolate con un tè bollente. Quando il convoglio, figlio di buona locomotiva, si è deciso a comparire era, ovviamente, gremito. Siamo riuscite a sederci soltanto a Bologna e, toccato finalmente il suolo parmigiano, ci ha accolto un clima assai poco primaverile, e siamo rincasate invidiando le nostre colleghe dipinte che se ne stanno al calduccio di sfondi dorati ed eterne primavere...
Saluti floreali!

mercoledì 23 aprile 2014

Icone, anfore, clessidre, angeli pallidi e inquieti: le donne di Klimt e Campigli

Carte scoperte, per cominciare: fino due settimane fa del pittore Massimo Campigli ignoravo l'esistenza. Da domenica scorsa, dopo la visita alla mostra a lui dedicata alla Magnani Rocca, devo dire che mi è simpatico, ammesso che il termine, più adatto a indicare il rapporto con un amico, possa essere usato per descrivere l'apprezzamento per un artista.
Però, come sapete, io amo le curiose coincidenze e appena ho appreso che questo tedesco-fiorentino, che fu anche soldato e giornalista, cominciò a pensare di darsi alla pittura folgorato da una visita al museo etrusco di Villa Giulia a Roma non potevo non rimanerne colpita.
Anch'io ho amato quel museo, visto all'ora di chiusura una settimana dopo aver compiuto venticinque anni (la bigliettaia mi fece ugualmente lo sconto riservato ai giovani: è stata l'ultima volta!). E' una bellissima villa rinascimentale che un eccentrico collezionista, nell'Ottocento, allestì a museo in un angolo defilato del parco di Villa Borghese, ricolma di vasi greci, sarcofagi etruschi, ori antichi e altre meraviglie. Eravamo praticamente sole allora, io e mia cugina, e ricordo i custodi che ci chiudevano le porte alle spalle in silenzio, appena ci decidevamo ad uscire da una stanza. E ricordo i sorrisi indecifrabili - tipici dell'arte etrusca - sulle labbra di dei e defunti, accomunati da una strana eleganza di forme essenziali e geometrizzate, antiche ed eterne.
Anche le donne di Campigli sono così: stilizzate, geometriche, innaturali, eppure eleganti. Un curioso riassunto di epoche e stili che vanno dalle civiltà arcaiche (minoici, egizi, etruschi) alle arti tradizionali africane fino ad arrivare ai suoi contemporanei: Picasso, De Chirico, De Pisis. Con quest'ultimo condivide i colori chiari e polverosi, che paiono visti attraverso una tenda in un giorno particolarmente assolato.
Dipinge quasi esclusivamente donne, Campigli. I critici dicono che sia per via della sua curiosa biografia: figlio di una ragazza madre tedesca, che lo affidò ai nonni in Italia per evitare scandali e lo andava a trovare di tanto in tanto facendosi chiamare zia. Le sue donne, dunque, sarebbero dee madri, inafferrabili eppure (e proprio per questo) adorate.
Hanno petti e fianchi larghi e vitini innaturalmente sottili, ma sono quanto di più lontano possibile dalle pin-up o dalle donne grottesche e discinte disegnate, che so, da Fellini, che mi sta anche per questo un po' antipatico (chiedo scusa ai cinefili).
Le donne di Campigli, mi pare, non sono oggetto di desiderio, non in maniera esplicita almeno, piuttosto di ammirazione curiosa e un poco timorosa: sono anfore e clessidre che contengono misteri insondabili; attraggono, ma, allo stesso tempo, con la loro rigidità e la profonda fissità degli sguardi, mettono in guardia dall'avvicinarsi troppo, dal pretendere di capire e giudicare.
E così anche un'adolescente dei suoi tempi, pur somigliante all'originale, diviene una dea senza tempo, che ti guarda con occhi fissi e sgranati come le steli del Fayum: il caschetto, pur perfettamente riconoscibile, diviene un'aureola quasi bizantina e il vestito dalle geometrie optical anni '60-'70 diviene un'armatura degna di una divinità precolombiana, dipinta, però, con colori chiari e gessosi, da affresco medievale.
Ben diverse sono le donne di Klimt, viste a Palazzo Reale Milano dopo una lunga coda sotto l'acqua (e ti pareva!), affrontata da me e Dani con quieta rassegnazione e il conforto di due bomboloni abbondantemente zuccherati. Neppure in loro mancano i riferimenti al passato, perlopiù biblico o mitologico: c'è Eva, che con la sua pelle bianchissima, gli occhi felini e i lunghissimi capelli dorati (che invidia!) ruba la scena a un Adamo che emerge, terreo, dallo sfondo; c'è Giuditta, elegantissima e sfuggente, che regge la testa del povero Oloferne come fosse una pochette (fa un po' Daverio detta così...); ci sono sinuose ninfe di fiume dalle chiome improbabili e ammalianti figure non meglio definite, circondate da fuochi fatui. Sono anch'esse figure divine, in un certo senso, ma in un modo del tutto diverso: sono inquiete e inquietanti, un poco perverse e pericolose; creature da cui sarebbe bene stare alla larga, se non fossero dannatamente affascinanti. Anche in questo caso, forse, centra qualcosa la compagna del pittore: una stilista assai moderna e anticonformista.
Comunque sia, si va dalle donne angelo di Campigli alle tentatrici di Klimt: un classico anche in letteratura da cui ancora fatichiamo a staccarci. Forse perché, infondo, un po' ci piace. Ammettiamolo: una volta nella vita anche a noi, arruffate e prosaiche donne del ventunesimo secolo, piacerebbe essere guardate con gli occhi di questi due pittori e sentirci antiche, inafferrabili e affascinanti, deliziosamente pericolose; poi, per fortuna, ci passa, e ci godiamo la visione di queste nostre sorelle bidimensionali appese alle pareti con la consapevolezza di possedere, almeno, tutto un altro spessore. E non sto parlando dei chili di troppo!

giovedì 6 marzo 2014

Angry chickens!

Un'altra gallina letteraria, fanciulle piumate, da aggiungere alla nostra personale collezione di "colleghe" immortalate in libri, film, quadri e canzoni. In realtà si tratta di un pollo, ma non stiamo qui a cercare il pelo nell'uovo, su!
Scusate se ultimamente latito (ma potreste sempre rimediare anche voi, vero?!) e quando non latito mi do ai titoli anglofoni, millantando conoscenze che non ho; ma stavolta non ho resistito alla tentazione di parafrasare il famoso videogioco.
Basta con le premesse. Ecco la citazione.

"Era nervosa, aveva bevuto troppo, e i suoi occhi avevano la fissità un po' irosa di quelli di un pollo".
(John Fante, Chiedi alla polvere)

Siete mai state guardate da una gallina? Immagino di sì. A me è capitato spesso, soprattutto quand'ero bambina, e devo dire che la descrizione di Fante è perfetta: c'è qualcosa di buffo, infatti, in quell'occhiata dal sotto in su con il capo piegato un po' da un lato; ma c'è anche una certa fierezza, tanto che vien facile immaginare che, mentre tu guardi incuriosita lei ("Toh, una gallina!"), lei faccia più o meno lo stesso con te ("Toh, un essere umano"), ma viene anche il sospetto che lei, in realtà, stia pensando: "Va bene, sei grande e grossa, ma non credere di potermi fregare: non sono un'oca io, dopotutto!"
Tornando al libro, diciamolo: il protagonista, nonché narratore interno della storia, mi sta cordialmente antipatico, con le sue frustrazioni da aspirante scrittore squattrinato e nullafacente e, ancor di più, con il suo modo di interagire con le donne che, non si sa bene come, hanno la strana abitudine di entrargli in camera di notte senza nemmeno che lui glielo chieda, salvo poi essere trattate con qualcosa che sta tra l'idealizzazione sensual-letteraria e il più becero maschilismo.
Ok, mi rendo conto che è una recensione molto parziale e limitata di una delle opere più celebri della letteratura americana e ammetto che leggerlo mi ha incuriosito; ma a parità di amori strampalati, devo dire che preferisco molto di più (e capisco assai più facilmente) quello assoluto, poetico e distruttivo del povero Jay Gatsby di Fitzgerald, la cui sfolgorante e contraddittoria New York anni Venti è, a tutti gli effetti, coprotagonista del racconto.
Chissà perché ma gli amori impossibili finiscono sempre per attrarmi di più di quelli reali, forse perché sono gli unici in grado di restare immuni dall'abitudine e dalla disillusione. Purtroppo.
Saluti in punta di penna!

venerdì 31 gennaio 2014

To sleep, perchance to dream

Mi chiedo se sia sensato tirare per l'ennesima volta le due (le due abbondanti, a dire il vero), alla mia veneranda età, con la bieca minaccia della sveglia puntata alle 7.30 e di un lavoro che mi aspetta e pretenderebbe un minimo di lucidità. Stavolta, per lo meno, il motivo era più nobile: non un film o un'interminabile e saltabeccante navigazione sul web in cerca di curiosità, ma una full immersion nell'Amleto, proiettato al cinema in lingua originale (grazie al cielo con i sottotitoli in italiano!) in diretta da un teatro di Londra (vedi locandina).
Ammettiamolo, l'idea balzana di assistere a una cosa del genere m'è venuta per motivi assai frivoli: cercando nel web notizie su un attore inglese per il quale, di recente, ho avuto una sbandata decisamente adolescenziale, l'ho visto alle prese con il Coriolano di Shakespeare e ne sono rimasta totalmente incantata. E non solo, ve l'assicuro, perché il suddetto è bravo e bello: alto, flessuoso, elegante, capelli ramati, belle mani, begli occhi e bella voce; ma perché c'era una forza e una musica in quelle parole  che avevo dimenticato da tempo e, dunque, perché non tentare un ripasso?
Così, ci siamo ritrovate in un giorno feriale, io, Dani e Simo (piazzata strategicamente nel mezzo in quanto più anglofona tra noi), sedute nella sala semideserta, un po' curiose e un po' intimidite da quel che ci sarebbe toccato.
Alla fine, devo dire, il bilancio dell'esperienza è stato assai positivo: attori bravi, ambientazione in un non meglio definito regime totalitario del XX secolo subito un po' straniante (vedere Ofelia sul palco con lo stereo o il carrello della spesa, fa un po' impressione), ma con una sua logica.
Però, che faticaccia!
Eh già, perché non è roba da poco passare quattro ore immobili a fare quattro cose contemporaneamente, ovvero: leggere i sottotitoli cercando di capire però anche le corrispondenti (e a volte non tanto corrispondenti) parole in inglese; cercare di cogliere anche la musica di quelle parole, perché, non dimentichiamolo, Shakespeare, e tanti altri tragediografi fino alle soglie del Novecento, scrivono in versi, e il valore delle testo è dato non solo dal senso, ma anche dal suono; e poiché, dopotutto, di un opera teatrale si tratta, occorreva prestare attenzione anche agli attori, perché è nel qui e ora del loro corpo in movimento, nella consapevolezza dei gesti, degli sguardi, dei cambi improvvisi di ritmo e di tono, che vive la magia del teatro.
Così, inevitabilmente, verso la fine, quando Dani, con la consueta arguzia, ha espresso il parere di tutte invitando caldamente Amleto a sbrigarsi a morire che ormai s'era fatto tardi… il comune attacco di ridarella nel momento più drammatico del dramma era il minimo che si potesse fare!
Però che meraviglia constatare che, nonostante il linguaggio inconsueto e ridondante e i tempi dilatati, nei quali noi postmoderni facciamo sempre più fatica ad entrare (ma anche questo piccolo sforzo fa parte del gioco!), la maggior parte dei discorsi, dei pensieri, dei sentimenti espressi, ci sono perfettamente comprensibili; non solo: riescono ancora a commuoverci. E le critiche alla società, la presa in giro dei potenti, le riflessioni sull'arte e sul teatro (perché nell'Amleto c'è anche questo: una rappresentazione all'interno di un'altra, che si smascherano a vicenda), sono ancora, in qualche modo, attuali e interessanti.
Ecco, diciamo che questo è uno dei casi nei quali viene abbastanza facile capire cosa si intenda per "classico" e anche perché sarebbe importante che per qualche secolo ancora qualcuno si preoccupi di tramandare questa come tante altre cose. Perché è una pia illusione pensare che a qualche giovane nativo digitale venga in mente di passare il tempo in compagnia di Shakespeare, se nessuno - la scuola, ad esempio - lo costringe cortesemente a leggere qualcosa di un pochino più impegnativo di Geronimo Stilton o Twilight (che, peraltro, ho letto anch'io…). O meglio, qualcuno forse ci sarà, ma saranno molti, molti meno di quanti potrebbero, dopo essere stati obbligati a mettere il naso nella Letteratura, scoprire che, infondo, gli piace e continuare a frequentarla liberamente.
Per questo sono grata a tutti gli insegnanti che mi hanno costretto in passato a leggere libri. E sono grata alle amiche del circolo di lettura che, oggi, mi costringono - sia pure senza lo spauracchio del voto - a leggere cose che non mi sarebbe mai venuto in mente di piluccare dallo scaffale di una libreria. Alcune mi sono piaciute, altre meno, ma non l'avrei saputo se non le avessi assaggiate.
E, badate, anche se mi rendo conto che pare anacronistico e forse un po' snob, credo che attraverso la poesia, i romanzi, il teatro (anche la musica?), non passino solo pensieri ed emozioni, ma anche, non so come dire, una certa capacità di guardare se stessi e il mondo "dall'esterno", vedendoli in modo un po' più obiettivo e distaccato, cosa che aiuta parecchio a prendere decisioni migliori. Un senso etico, insomma, oltreché estetico, condiviso, di cui già i Greci erano perfettamente consapevoli, e del quale mi pare si senta un pochino la mancanza.
"Lo scopo del teatro, agli inizi come ora, è stato sempre ed è di porgere, diciamo, uno specchio alla natura; di mostrare alla virtù il suo volto, al vizio la sua immagine, all'epoca stessa, alla sostanza del tempo, la loro forma e impronta". 
E se lo dice Amleto!
Buona notte, dolci principesse...

mercoledì 3 luglio 2013

La migliore (s)offerta

Meraviglioso e terribile. Se non ricordo male i greci avevano un termine che significava entrambe le cose e che aveva a che fare con la stessa radice di luce/splendore: qualcosa che abbaglia e incenerisce, insomma.
Un po' così ci siamo sentite ieri sera uscendo stordite dalla visione di "La migliore offerta", in una tiepida serata all'arena dell'Astra, che con i suoi magnifici oleandri e scomode sedie è un must dell'estate parmigiana.
Che non sarebbe andato a finire bene lo sospettavamo: io, forse, costituzionalmente pessimista, un po' più di Dani e Antonella, l'amica palermitana "acquistata" al corso di ginnastica posturale.
Che sarebbe finito come è finito ci siamo arrivate forse pochi istanti prima che succedesse, perché anche noi, dopotutto, ci eravamo lasciate trasportare nell'inganno e c'eravamo cadute con tutti e due i piedi, come il "povero" Virgil.
E bravo Tornatore, che, dopo averci lasciato molto perplesse con Baarìa (anche allora le ciose presenti erano uscite dal cinema un tantino sconvolte, ma in una maniera del tutto diversa), qui mette in piedi un meccanismo intricato e intrigante, come l'automa la cui costruzione prosegue per tutto il film.
Eh sì, perché chi di noi, gentili fanciulle, poteva restare indifferente alla storia del vecchio battitore d'aste misantropo, che affronta il mondo in punta di guanti, tocca a mani nude soltanto le opere d'arte e ama solo le donne dipinte il quale, pian piano, si trasforma in una specie di improbabile cavaliere che cerca di stanare la principessa misteriosa rinchiusa nella sua villa-torre d'avorio?
Villa che è anche labirinto, prigione, museo con le sue stanze affrescate, mobili e quadri antichi, soffitte, solai e inevitabili passaggi segreti: inquietante e affascinante nella sua polverosa decadenza.
Accanto ai due protagonisti, dalle vite decisamente fuori dal comune, ruotano quelli che potrebbero essere gli amici "normali": il meccanico-orologiaio-restauratore donnaiolo con bella fidanzata al seguito, che gli dà lezioni di seduzione, e il vecchio compare, pittore fallito, che acquista per Virgil alle sue stesse aste i quadri per la sua collezione. Potrebbero essere, ma non sono...
E tutto precipita verso il dolorosissimo inganno finale che, inevitabilmente, porta alla follia e proprio da una piccola folle-sapiente viene alla fine svelato.
Perché tutto si può fingere, anche l'amore.
Grazie, lo sapevo già. E non so se averne avuto anche una conferma cinematografica sia un bene o un male...
Però nel falso resta sempre qualcosa di vero.
Ecco, questo è bello crederlo, anche se, purtroppo, non basta.

domenica 23 giugno 2013

Zute dunje

E' la seconda volta che do a un post un titolo in una lingua che non conosco. La prima era colpa di un fumetto e di una città, stavolta è colpa di un libro e ancora di una città.
Là erano arabo e Venezia, qui sono bosniaco e Sarajevo. Significa "cotogne gialle" ed è il titolo di una canzone, ma anche di un libro "La cotogna di Istambul" e di uno spettacolo.
Dell'autore, invece, vi ho già parlato a sfinimento, è il solito Paolo Rumiz, ascoltato giovedì sera assieme alle rondini che planavano basse sfiorando la facciata di San Francesco del Prato, la chiesa che fu carcere, ed ora è un luogo perduto, affascinante come quelli che a lui piace raccontare.
Ho ancora il dubbio che questa non sia, dal punto di vista letterario, la sua cosa migliore, ma è senza dubbio la "sua" storia, in gran parte - chissà quanta? - autobiografica. Una storia che, davvero, gli "mangia l'anima" e non finirà mai di ripetere. Infatti, dopo averla detta molte volte a voce agli amici, l'ha scritta, ma non in prosa, perché non gli sembrava rispettosa del ritmo e del fascino del racconto, ma in endecasillabi sciolti. Poi l'ha riscritta, correggendo gli errori, limando versi, per renderla sempre più simile al suo ricordo; e infine, di nuovo, s'è messo a narrarla nelle piazze, accompagnato da un manipolo di bravi musicisti, e lo fa con "occhi di ghiaccio e voce di fuoco, capace d'incantare ogni persona", che, tecnicamente, sarebbero quelli del protagonista del racconto, ma sono, evidentemente, anche i suoi, che qui si mette in gioco come autore, narratore e personaggio. E dunque merita rispetto e, mi viene da dire, compassione.
Perché la sua è una storia dolorosa che riprende il più classico e tragico dei binomi: "amore e morte". Parte da una leggenda, quella descritta nella canzone, che parla di una donna malata che chiede all'amato, per farla guarire, di portarle una cotogna da Istambul, ma il giovane non tornerà in tempo; poi si incarna nella realtà, dove accade qualcosa di simile, e di nuovo, diventa racconto.
L'amore di Max e Masa "dai femori lunghi ed occhi di ciliegia", si muove tra città che conosce e ama: Sarajevo ai tempi dell'"inganno sanguinoso" che qui chiamammo guerra, Istambul porta d'oriente e incrocio di razze e di storie, e una Vienna molto triestina col cielo attraversato da nubi-bastimenti cariche di voci dei trapassati. E anche i canti seguono lo stesso itinerario: slavi, greci, turchi, austroungarici.
Come sempre Paolo è un maestro a descrivere i luoghi per impressioni, che scavano dentro e mettono voglia di viaggiare solo per ritrovarle o poterle confrontare con le proprie provate nello stesso posto.
E alla fine, esattamente come in alcuni poemi medievali, ce la consegna la sua storia a patto che anche noi proviamo a riraccontarla, perché le parole non sono fatte soltanto per stare appiccicate ad un foglio, ma sono fatte anch'esse per viaggiare, perché nascono "dal ritmo del cuore, dal respiro e dal cammino": non sono solo uno strumento, sono, in qualche modo, la parte migliore della nostra anima.
Capirete che non fatico ad essere d'accordo con lui.
E oltretutto, lo devo ringraziare, non solo per le due ore di meraviglia che mi ha regalato, ma perché d'ora un avanti, ogni volta che mi capiterà di incappare in una cotogna, questa sarà per me molto più di un frutto: sarà il ricordo di una storia. Esattamente come a tutti noi viene facile con una mela in mano, partire per la tangente e arrivare da Adamo ed Eva (anche se il frutto, in realtà, in quel caso non è specificato) fino a Biancaneve passando per Paride ed Elena; così come non riesco a guardare un melograno con occhi neutri dopo aver letto il mito di Persefone e la bella tavola di La casa dorata di Samarcanda.
Perché siamo tutti affamati di senso, almeno quanto lo siamo d'amore.

mercoledì 8 maggio 2013

L'assenza

"Piovono petali di girasole, sulla ferocia dell'assenza" 
(P. Fabrizi - F. Mannoia, L'assenza)

Ormai lo sapete quanto m'intrigano gli strani incroci che saltano fuori quando si leggono cose molto diverse nello stesso periodo, dunque, portate pazienza.
Dice Safran Foer, nel suo tanto strampalato quanto fortunato (forse le due cose sono collegate?) "Ogni cosa è illuminata",  che "scrivere è una seconda occasione" e che "l'origine di una storia è sempre un'assenza".
Mentre la Tamaro, nella sua autobiografia alquanto ansiogena "Ogni angelo è tremendo", afferma che "tutti i miei libri perlustrano i territori dell'inquietudine e dello smarrimento"; e che "soltanto nel momento in cui si accetta l'inquietudine come dato fondante, si entra davvero nell'umanità".
Entrambi i libri, ovviamente diversissimi, sono, infondo, dolorosi viaggi nella memoria, alla ricerca delle origini, l'uno condito di ironia e surrealismo a tratti un po' fastidiosi (almeno per me), l'altro purtroppo, si prende fin troppo sul serio.
Entrambi gli autori, diversissimi (se si fa eccezione per la comune tradizione ebraica), hanno, però, un'idea non troppo dissimile della scrittura (e della lettura), che da una parte scava e dall'altra colma, che nasce da un disagio e ne è, in qualche modo, anche una possibile cura.
Non è, insomma, puro esercizio di stile ma, in un certo senso, un modo per sopravvivere.
Sarà per quello che a me piace tanto?

mercoledì 3 aprile 2013

Macchine immaginarie e città ideali

Lo sapete, vero, che Leonardo da Vinci era mancino ed è nato in aprile?
Va bene, il primo particolare tira palesemente acqua al mio mulino, ma il secondo può riempire d'orgoglio almeno tre ciose, una delle quali, quest'anno, ha azzeccato un'invidiabile tripletta: pasquetta, compleanno e pesce d'aprile in un solo giorno. Vero, Moki?
Per celebrare l'evento ha optato per un giretto a Milano in pennuta compagnia.
Le previsioni tendevano al diluvio universale, ma, come ormai sapete, Milano ci vuole un po' di bene - e noi a lei - e le due gocce che ci siam prese erano il minimo che potevamo aspettarci. Così abbiamo passeggiato un po' per il centro, sfiorando il Quadrilatero della moda e buttando occhiate perplesse alle vetrine di arredamento e abiti di design, chiedendoci come diavolo ci si possa sedere su sedie ergonomiche quanto un puntaspilli e facendo scommesse sul numero di vesciche che possono venirti indossando ballerine fluo di pura plastica.
Costi, che appena scesa dal treno ha cominciato a pensare a dove si poteva andare a pranzo, ha trovato una nutrita - anzi, affamata - schiera di sostenitrici; però, dopo la pausa ristoratrice, e visto che il tempo, sorprendentemente, reggeva, è stata costretta a un'altra passeggiatina digestiva e anti-senso di colpa fino al Castello Sforzesco, attorno al quale alberi ancora invernali facevano ombra a timide violette.
Poi eccoci nella Galleria gremita di turisti che fotografavano, per par condicio, sia i mosaici del pavimento che le ardite coperture del soffitto (ok, l'ho fatto anch'io, come vedete...). La nostra meta era la mostra delle macchine di Leonardo, ricostruite in legno e corredate di copie dei manoscritti da cui sono state tratte e di percorsi esplicativi multimediali e interattivi.
A parte il fatto che ci siam trovate a litigarci l'uso dei touch screen con bimbetti d'età prescolare assai più abili di noi, tutte quante siamo rimaste molto colpite dal fatto che più della metà delle opere esposte non avevano, di fatto, alcuna utilità pratica: Leonardo le ha descritte nei dettagli, ma, molto probabilmente, aveva ben chiara l'idea che non avrebbero mai funzionato, almeno non nella sua epoca, con i materiali e le conoscenze che aveva a disposizione. Dunque non sono altro che studi teorici, esercizi di stile e di intelligenza? E' possibile, e già così avrebbero comunque un loro valore; ma forse no. Mi piace pensare che Leonardo sapesse e sperasse che, prima o poi, le sue intuizioni sarebbero state realizzate con altri mezzi e altri materiali. Mi piace credere che avesse - a differenza di tanti politici e ricercatori di oggi - uno sguardo più libero, ampio e lungimirante, benché vivesse in un mondo molto meno interconnesso del nostro. Queste invenzioni impossibili sono state il suo mezzo per mettere un piede nel futuro in modo creativo e propositivo, dicendo alle generazioni che sarebbero venute dopo di lui: "Guardate un po': io sono arrivato fin qui. Ora tocca a voi!" E il fatto che abbia progettato una città ideale basata su una viabilità perfettamente organizzata e con l'acqua corrente nelle case dà la misura di quanto fosse "avanti".
Fra, la nostra scienziata, si è cimentata con successo nella costruzione del ponte autoportante, mentre alla cinefila Dani è venuto in mente il Leonardo di "Non ci resta che piangere" che, frastornato dai racconti dei protagonisti giunti dal futuro, alla fine inventa il treno a vapore.
Prima di rientrare, abbiamo fatto il solito giro beneaugurante attorno e dentro il Duomo, sovrastato da un cielo grigio, ma sempre fascinoso.
Dopotutto un bel modo per festeggiare il compleanno, no?
A proposito... e a me dove mi portate?!
Se continuo a stare come sto, propongo la più vicina discarica!
Ma questa è un'altra storia...


martedì 5 febbraio 2013

Fare un fuoco

"Confine e fuoco / questa è la direzione dello sguardo"
(Roberto Mussapi)

Fatemela prendere alla lontana, che me la voglio godere un po'.
Ai tempi quasi felici nei quali noi si faceva la rivista di cucina, mi capitò di accompagnare in auto una bambina che, assieme ad alcune amiche, avrebbe preparato i biscotti per un servizio fotografico. Ad un certo punto raccontò con emozione di aver imparato da poco ad accendere il fuoco. Il fuoco "serio", quello con la legna, non, ovviamente, il fornello a gas.
Ci siamo capite al volo, perché anch'io avevo bene in mente quella particolare emozione che, credo, ci venga da molto, molto lontano.
E anch'io di fuochi ne ricordo tanti, dai più classici, come quelli dei bivacchi scout da bambina, ai più recenti anche se, devo ammettere, ho perso un po' la mano.
A capodanno 1999-2000 tenni a bada, oltre ad un manipolo d'amici, anche un caminetto e una vecchia, deliziosa, stufa Becchi. A quest'ultima avevo imparato a chiudere lo sportellino leggermente sbilenco con un solo colpo di tacco ben assestato. Tacco da tre centimetri, s'intende.
Qualche anno prima, nella casa di campagna di un'amica, nel mezzo di una cospicua nevicata, mentre lei si divideva tra gli altri ospiti e l'attesa di un improbabile principe azzurro scoraggiato dalla tormenta, mi ritrovai a gestire una cucina economica e una stufa in ghisa, perché nessun altro aveva tempo e voglia di occuparsi del fuoco.
E vado molto fiera della foto che Dani mi ha fatto l'autunno scorso, quella in cui brandisco con aria tra il divertito e il minaccioso un attizzatoio accanto al barbecue: sono stata tentata di metterla nel mio profilo di Linkedin, ma ho pensato che non era molto rassicurante per i potenziali clienti della società per cui lavoro...
Accendere, anzi, fare un fuoco (perché "Un fuoco, all'inizio, va curato, nutrito e vestito..." accenderlo non basta), infatti, è uno dei gesti simbolici più antichi e universali che esistono.
E' discrimine tra civiltà e barbarie, dono divino e dannazione: Vesta, Prometeo, Efesto... E anche se oggi la definizione della donna come "angelo del focolare" ci fa sorridere o arrabbiare, a seconda dei contesti, c'è dietro il ricordo del tempo in cui nei documenti, per indicare il numero di famiglie presenti in un determinato territorio, si contavano semplicemente i "fuochi": luce, calore, cibo e, chiaramente, storie...
Tre anni fa ci provammo ad ascoltare una storia che s'intitolava, appunto, "Fare un fuoco", scritta da Jack London, ritradotta di recente e ripubblicata da Mattioli, animata da Simone Massi e raccontata dal solito Paolini.
Forse ricorderete che l'avventura non era finita benissimo e che a me soprattutto la cosa era rimasta parecchio sullo stomaco. E' vero che, nel frattempo, il racconto me lo sono letto e Paolini dal vivo ce lo siamo goduto in Itis Galileo e nel Milione, ma giovedì scorso, finalmente, abbiamo regolato i conti con quella storia. E ne sono felice.
Niente grandine stavolta, e niente montagne, ma nebbia fitta e incroci infidi fino a Reggio Emilia. A guidarci F., che tre anni fa ci smarrì per bellissimi boschi trentini, mentre tentavamo invano di riuscire a vedere almeno la replica. Direi che s'è fatto perdonare e lo ringrazio.
Il Valli è bellissimo e gremito. Per un paio d'ore, al calduccio del loggione, ci beviamo racconti di "Uomini e cani" persi nel grande nord.
Cani, soprattutto: Macchia, furbo fino all'esasperazione (dei padroni), Bastardo (un nome, un destino...), l'husky che assiste alla semplice e spietata fine del suo padrone, custode del fuoco. E uomini che tentano con le unghie e i denti, come cani, d'afferrare un'altra vita, fuori dalle regole: il vagabondo clandestino sul treno (toh, strano, Paolini che parla di treni...) e l'immigrato nascosto sotto un camion che trova la morte a Venezia.
Belle anche le canzoni, originali o tradizionali, interpretate dalla voce intrigante di Lorenzo Monguzzi; ma la parola stessa, a tratti, diventa ritmo incalzante e musica tra le mani di questo attore quasi cinquantasettenne che si sceglie ogni volta le storie giuste da raccontare e il modo migliore di raccontarle.

martedì 11 dicembre 2012

La gallina in giallo

Per la serie "galline famose" nel cinema, nell'arte e nella letteratura, ecco come inizia l'ultimo romanzo di Marco Malvaldi:

"Per capire bene che posto sia Montesodi Marittimo, la cosa migliore è riportare alcuni numeri.
Ottocentododici: è il numero degli abitanti del paese, il che mette gli esseri umani in netta minoranza rispetto al numero di galline (millesettecentoventisei) regolarmente censite in paese. E' una fortuna che, con l'eccezione della signorina Conticini, le galline non abbiano diritto di voto, altrimenti in paese molte cose cambierebbero."

S'intitola "Milioni di milioni" e, come i precedenti, è un giallo: protagonisti sono un genetista e un'archivista, spediti nel paesino toscano di cui sopra che, a dispetto del nome, è inerpicato su per una montagna, per scoprire come mai gli abitanti siano particolarmente forzuti. Nel bel mezzo di una eccezionale nevicata, che isola per alcuni giorni il villaggio, accoppano una vecchia maestra, che ospitava il genetista il quale, un po' per curiosità, un po' per evitare d'essere incolpato, s'improvviserà detective assieme alla collega di studi.
Il libro è piacevole, si legge in un pomeriggio e in alcuni punti fa ridere di gusto; leggero finché si vuole, ma non banale. Qua e là, Malvaldi si diverte a seminare qualche citazione letteraria e qualche riflessione spesso condivisibile, senza calcare la mano. E' un toscanaccio irriverente ed è pure uno scienziato, un chimico per la precisione, e non perde mai l'occasione per far fare pessime figure a preti e credenti in generale: a volte ci va giù pesante, a volte non gli si può dar torto; ma questo fa parte della sacrosanta libertà di un autore di inserire nelle sue storie ciò che pensa e ciò che gli piace ed è chiaro che se la gode parecchio a farlo. E lo capisco, anche quando non mi garba quel che dice.
L'abbiamo anche ascoltato dal vivo a Torino due anni fa, ricordate? E anche allora ci era piaciuto; io l'ho anche incrociato quest'estate a Langhirano al Festival del prosciutto, ma aveva appena finito di parlare (sigh): pare infatti che sia un estimatore della buona cucina, e anche questo si vede dai suoi libri, non solo in quello che ha dedicato all'Artusi. Una ragione di più per apprezzarlo, no?
Ve ne lascio un altro paio di spezzoni.

Margherita (la filologa) a Piergiorgio (il genetista) al termine di una accesa discussione: "La scienza trova la verità, va bene, ma devi ammettere che la letteratura aiuta a sopportarla".

Dialogo tra Piergiorgio e il sindaco di Montesodi: "Lei ha un vizio da cittadino. Dice sempre 'la gente'." Piergiorgio tacque, non sapendo cosa dire. "Sa cosa diceva un mio amico di Livorno? 'La gente, son persone'. Ecco, accetti un consiglio da politico: smetta di dire 'la gente'. Dica 'le persone'. Può sembrare una questione dialettica, ma non lo è, mi creda." "No, non credo che lo sia..." "La gente è stupida, le persone ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano, ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente..."

Sì, proprio un bel librino.

lunedì 22 ottobre 2012

Ritorni di fiamma. Parte seconda: il poeta

"Gli spettri delle cose sono più terribili degli spettri delle persone"
(Guido Gozzano, Torino d'altri tempi)

Alle superiori avevo un'amica che sul diario alternava il nome di Roberto Baggio con quello di un certo "Leo", circondandoli entrambi di cuoricini. Non si trattava di un fidanzatino - quello sarebbe arrivato poco dopo con effetti piuttosto devastanti - bensì dell'affettuoso soprannome da lei affibbiato a Giacomo Leopardi!
Studiandolo ne era rimasta folgorata e ne parlava non come di un personaggio della letteratura, ma come di un amico un po' sfigato ma tanto caro, a cui confidare i suoi tormenti adolescenziali certa d'essere compresa.
A me capitò qualcosa del genere, più o meno negli stessi anni, con un altro poeta, ma poiché ero (e sono tuttora) non so se più pudica o maldestra, evitai di esternare la faccenda in termini così plateali. Lui era (ed è), ovviamente, Guido Gozzano.
Il "colpo di fulmine" scoccò l'ultimo giorno di scuola di quinta ginnasio. Dopo avermi interrogato in storia (sic!), la prof, che l'anno successivo, passando al liceo, non avremmo più avuto, pensò di congedarci leggendoci alcune poesie di un autore relativamente poco conosciuto, che però le piaceva tanto. Credo non ci sia regalo migliore che un insegnante può fare ai suoi alunni che comunicare loro con semplicità e sincerità una sua passione: fa capire che, al di là delle rigidità imposte da programmi, voti e interrogazioni, quel che si impara a scuola può dare anche un po' di gioia e accompagnarti per un tratto più o meno lungo di vita.
Ci lesse "Le golose" e "Cocotte", con il ben noto finale ("Non amo che le rose che non colsi...") che è mi è diventato, purtroppo, molto familiare, e forse qualcos'altro che non ricordo più.
Qualche giorno dopo mi comprai l'edizione completa delle poesie della BUR, dotata di note, commenti e stralci di lettere, la lessi d'un fiato e da allora staziona regolarmente sul mio comodino assieme a un'altra manciata di libri.
Spiegare come e perché nascono gli amori letterari è difficile e forse inutile quasi quanto spiegare la nascita di quelli reali.
L'unica cosa che mi sento di dire è che, credo, possano anche prescindere dal valore dell'opera e abbiano, invece, a che fare con lo stupore di ritrovare nelle parole di uno sconosciuto - vissuto in un altro luogo e in un altro tempo - qualcosa che ci appartiene profondamente: un pensiero che ci ronzava in testa e non sapevamo come formulare, un sentimento che non sapevamo che nome avesse prima di leggerlo in un testo o in una poesia, o anche solo un'immagine o una frase che diventa immediatamente nostra perché in qualche modo ci risulta particolarmente familiare.
Guido (sì, mi diverto anch'io a chiamarlo per nome!) era un ragazzetto sparuto e nasuto, pieno zeppo di contraddizioni: si definiva "avvocato", ma pare che alle aule d'università preferisse i ritrovi fumosi dei goliardi; si scagliava contro D'Annuzio e poi lo citava a piene mani, invidiandolo un po'; faceva il "poeta minore" defilato e disinteressato alla fama, poi, nelle lettere alla Guglielminetti, musa, amante, amica e poetessa lei pure, si dava arie da spirito eletto; non giocava a fare il malato, come altri del suo tempo e come pare a leggere le sue poesie, lo era sul serio: morì a 33 anni non ancora compiuti di tisi; ma questo non gli impedì di viaggiare, frequentare il bel mondo e beh, di non lasciarsi scappare attrici, letterate e "fan" più o meno occasionali.
A dirla in questi termini, un personaggio del genere dovrebbe starmi antipatico, eppure così non è: forse anche con gli amori letterari capita che ci affascinino le persone sbagliate?
Comunque sia, recentemente mi sono capitate tra le mani le sue prose: alcuni racconti recuperati in internet e gli scritti dall'India raccolti in "Verso la cuna del mondo" (le favole e le lettere d'amore le avevo già lette anni fa).
Ho ritrovato anche in quelle il giovane ironico, amaro, disincantato, ma desideroso di lasciarsi incantare, perfettamente immerso nei suoi tempi (pregiudizi compresi), ma desideroso di sfuggirne in un passato bello solo perché non vissuto, che un po' mi irrita ma mi fa anche tanta tenerezza.
Ho ritrovato immagini e situazioni a lui evidentemente care che trasporta - autocitandosi - dalla prosa ai versi; mi sono bevuta con immenso piacere descrizioni di paesaggi di una musicalità incantevole, ho riso di cuore alle sue osservazioni pettegole e allusive e ho scoperto anche qualche altra consonanza tra me e lui, cosa che mi ha fatto, ovviamente, un gran piacere.
Sì, perché, gli amori letterari, frutto solitamente, ma non esclusivamente, per fortuna, dell'adolescenza (chissà se ne nascono ancora?), non sono soltanto autori che ci piacciono o ci dicono qualcosa di noi e ci aiutano a decifrare il mondo, diventano proprio persone che ci pare di conoscere da sempre e con cui vorremmo poter conversare a lungo, nel mio caso, magari, tra il ciarpame del solaio di una villa nobiliare in disarmo, sperando di fare una figura migliore di quell'oca di Felicita e temendo, ovviamente, di fare di peggio, ma immersi per lo meno in quella "perplessità crepuscolare" che entrambi, credo, sappiamo bene cos'è...

venerdì 12 ottobre 2012

Ritorni di fiamma. Prima parte: il film

«Con rischi indicibili e traversie innumerevoli io ho superato la strada per questo castello oltre la città dei Goblin, per riprendere il bambino che tu hai rapito. La mia volontà è forte come la tua e il mio regno altrettanto grande. Non hai alcun potere su di me!»

YouTube a volte è un diavolo tentatore, un buon diavolo, che fa riemergere ricordi e passioni perdute: basta incappare in uno spezzone ed ecco che ti ritrovi a otto anni a dondolarti sulla sedia della cucina di un compagno di classe con il papà sufficientemente ricco da permettersi uno dei primi videoregistratori (ogni cassetta costava, allora, 80.000 lire!) e guardare un film e restarne assolutamente incantata come capita solo ai bambini (forse).
Il film era Labyrinth: una meraviglia tecnologica dei tempi pre-computer grafica, anche se il barbagianni dei titoli di testa (a proposito, fan di Harry Potter, non vi ricorda qualcosa?) era uno dei primi esperimenti in quel senso. I pupazzi erano mossi in parte da attori, in parte da meccanismi meccanici e le sfere di cristallo maneggiate da un abilissimo giocoliere: ora fanno un po' sorridere, ma all'epoca (1986, di poco successivo a un'altra meraviglia: La storia infinita, che è del 1984) era una cosa strabiliante.
La storia è piuttosto semplice: una ragazzina parecchio sognatrice e appassionata di favole, costretta a fare la baby sitter al fratellastro urlante, invoca il re degli gnomi perché se lo porti via e lui, disgraziatamente, risponde. Così la ragazzina dovrà andarsi a riprendere il bambino attraversando il labirinto prima che il piccolo venga trasformato in un goblin. Nel labirinto, ovviamente, le accade di ogni: incontra fate mordaci, batacchi delle porte che parlano, vecchi gnomi che indossano un cappello parlante e petulante (il "Coprisaggio") e persino un pozzo fatto di mani, pure queste parlanti, e una specie di scoiattolo-cavaliere peloso che cavalca un cane altrettanto peloso e usa uno strepitoso linguaggio aulico e medievaleggiante (Sir Didymus)...
Jareth, il re degli gnomi, pensate un po', è David Bowie, ma all'epoca io ascoltavo ancora le canzoni dello Zecchino d'oro e non avevo idea di chi fosse, ma ricordo che anche la colonna sonora mi aveva colpito parecchio. La ragazzina, Sarah, invece, è una giovanissima Jennifer Connely e il regista è il creatore dei Muppets, e questo spiega molte cose.
Sarei curiosa di farlo guardare a qualche pargolo di oggi, per vedere l'effetto che fa. A me ha spalancato mondi e mi ha dato lo spunto per infiniti giochi ("facciamo che io ero...") per questo lo ricordo ancora con estremo affetto, quasi fosse un amico d'infanzia, quasi come l'amico d'infanzia che me l'ha fatto scoprire e che ora è sposato ha due bambini e fa l'allenatore di basket...

Ve ne lascio una scena molto intrigante, ispirata alle scale di Escher. Sul famigerato YouTube di cui sopra trovate anche un po' di backstage.

E comunque... "Niuno vuol misurarsi con me a Scarabeo?!"
Saluti fantasy!

Aggiornamenti (lunedì 15/10): è finita come doveva finire! Mi sono riguardata tutto il film, scoprendo che mi piace ancora un sacco e che mi ricordavo ancora molte battute, godendomi i particolari che avevo dimenticato (come la pianticina con gli occhietti...) e di cui il film e zeppo; e notando che, tuttosommato, la storia ha anche un risvolto femminista: Sarah non accetta la proposta di Jareth, che le offre di esaudire tutti i suoi desideri a patto che lei si lasci dominare da lui. Alla faccia delle "50 sfumature" che ora vanno tanto di moda! Ma non per questo rinuncia ai suoi sogni, che continueranno a farle compagnia anche nel modo reale.
Come la capisco!

lunedì 18 aprile 2011

chuao


Dopo essermi seduta comoda sul divano, appena le note di Bach hanno iniziato ad allargare le pareti della mia stanzetta viola e con il sole di questo strano caldo aprile che stava calando, ho aperto una tavoletta di chuao di Pierre Hermé.
Ne sento la dolcezza e il calore e mi sembra di essere tra le persone più fortunate al mondo. Potere delle endorfine? Ma cosa importa… godedetevi con me questo strepitoso cioccolato e questa musica e per un attimo facciamo finta che la vita sia un morbido velluto di cacao e nient’altro.
Adesso che l’attimo è passato e il retrogusto è così tondo e pieno che sembra non attenuarsi mai, ritorno al mio vivere normale e una folla di pensieri iniziano ad alternarsi nella mia testa. Per fortuna le galline vanno a letto presto e io non faccio eccezione, quindi adesso prenderò un bel libro (di ricette, ovvio) e leggerò qualcosa: chissà che complice il cioccolato e qualche foto il sogno non mi porti a Parigi, su una panchina davanti a Saint Sulplice con in mano il pain au chocolat più buono al mondo …

lunedì 28 febbraio 2011

Voto di vastità...

Diciamo subito che il titolo non è un refuso. E' semplicemente il tema principale dell'ultimo spettacolo di Alessandro Bergonzoni ("Urge") che io, Co, Dani e sua sorella abbiamo visto venerdì al Due. Ne siamo uscite ridendo e abbiamo continuato fino a casa di Dani, cercando di ricordarci a vicenda le battute migliori. Ovviamente ci venivano in mente solo le peggiori, quelle più semplici, quasi da barzelletta: il geco che chiede al tordo "Guarda dove vado" e il tordo risponde "Scusa, cosa hai detto?"; o la merla in mezzo al marciapiede che esclama convinta "Voglio vedere se qualcuno mi pesta"; ma vi assicuro che questo saltimbanco delle parole (forse anche un po' dell'anima, per dirla con Palazzeschi), sa fare ben altro, procedendo per associazioni di idee, scambi di lettere, forzature di proverbi e tutto l'armamentario dell'enigmistica (e della poesia), per far sorridere e anche un po' pensare. Come dargli torto, ad esempio, quando ha invitato tutti (anche gli uomini?!) a "rifarsi il senno" o a "scavare il fosse" per vedere se viene fuori qualche idea nuova? Ho il forte sospetto che, al di là di un tema o di un filo, per quanto sottile, che leghi tra loro le varie parti dello spettacolo, quello che interessa al bolognese folle e scapigliato sia proprio la parola in sé: il puro piacere di usarla come vuole, per creare qualcosa di nuovo. Non è un caso, credo, che sia anche un artista, come lo furono, ad esempio, Buzzati e il padre di Michael Ende: saper maneggiare il colore e la materia, probabilmente, aiuta a fare lo stesso con le parole. Però, anche nei voli più surreali, nelle forzature più ardite, mi pare rimanga un rispetto di fondo: le usa per sorprendere, divertire e stuzzicare l'intelligenza, non per convincere, nascondere o ingannare. Insomma, il suo è un esercizio di libertà, o, appunto, un "voto di vastità" che non può che far bene al cuore.
Dopotutto è una prova di vastità anche quella che ho visto domenica pomeriggio, assistendo a una gara di wheelchair hockey, cioè hockey giocato in carrozzina, tra la squadra di Parma e quella di Modena. Chi di voi si immagina una partitella tra persone variamente malmesse che han trovato un modo per passare il tempo sbaglia: sono sportivi veri, accaniti e leali, capaci di dare più di una lezione ai blasonati e strapagati calciatori. Sui loro mezzi elettrici, con tanto di rostro da Ben Hur per acchiappare la pallina (in realtà si chiama stick), incutono anche un po' di timore e molta ammirazione, per la loro capacità di superare con intelligenza e dignità i limiti imposti da una natura matrigna. Alla fine c'è anche il terzo tempo, come a rugby, nel quale la squadra di casa eccelle sempre, indipendentemente dai risultati in campo. Vero Moki?
A proposito di parmigiani. Ne approfitto per fare un appello agli sceneggiatori che ambientano spot pubblicitari o fiction dalle nostre parti. Ma santo cielo! Cosa vi costa mandare gli attori a fare un corso accelerato alla "Famija Pramzana" o noleggiare un coach da una qualsiasi delle compagnie dialettali cittadine? Va bene che nel resto d'Italia nessuno ci farà caso, ma per noi è una tortura sentire sorci appassionati di formaggio con una cadenza che riassume il peggio dei dialetti locali senza assomigliare a nessuno o le sorelle Fontana (da Traversetolo) parlare in bolognese.
Arvedros, galline, e... non pestate merle, anche se, pare, portino fortuna!

giovedì 10 febbraio 2011

Adrianaaaaa!!!!

"Non so cosa dire, perché non ho mai parlato con una porta" (Rocky)

Talvolta anche i cinema più commerciali fingono di avere un'anima e, dopo averti sommerso di pellicole rutilanti di effetti speciali, magari ti propongono la prima alla Scala su grande schermo, o, come in questo caso, una rassegna di vecchi film, che, a loro modo, hanno fatto epoca. Scordatevi Fellini, ma, se siete fortunati, potete incappare in Via col vento o Colazione da Tiffany. Se lo siete un po' meno, ma volete molto bene alle vostre amiche e dovete ancora farvi perdonare la scelta incauta di qualche pessimo film e una grandinata estiva, vi può capitare di trovarvi un mercoledì sera alle 20.00 senza nemmeno aver cenato, in una sala semivuota a vedere Rocky. Il primo della serie, quello del 1976, con un Sylvester Stallone trentenne doppiato, pensate un po', da Gigi Proietti. Tutte queste informazioni me le ha date Dani, seduta alla mia sinistra, che, assieme a Costi, seduta a destra (aiuto, sono circondata!), mi anticipavano metà delle battute del film: lo sanno a memoria e, anche se chi le conosce stenterà a crederlo, hanno persino il poster del nostro con tanto di canottiera lacera e ascella in vista. Ognuno ha i suoi gusti e le sue debolezze e io che trovo affascinante Alberto Angela forse è bene non dia giudizi. In ogni caso mi ha fatto piacere vederlo per due motivi: primo, perché in televisione non avrei resistito cinque minuti; secondo, perché così la prossima volta che qualcuno lo cita so di che cosa sta parlando. Di solito viene ricordato come un esempio del "sogno americano", grazie al quale anche a un signor nessuno viene data l'opportunità di diventare un grande. Certamente c'è questo elemento, ma quello che è rimasto più impresso a me è il senso di desolazione, trasandatezza, sudiciume, miseria, ignoranza che trasuda (la scelta del verbo non è casuale...) non solo il protagonista, ma buona parte della gente che lo circonda. Anche il pugile arricchito resta un perfetto cafone. Ovvio che sia voluto e che il sogno americano, soprattutto per questo sottobosco di immigrati, italiani o neri che siano, resti comunque solo parziale. Ed è ovvio che da questa desolazione emerga il protagonista che, dopotutto, ci prova a essere migliore senza montarsi la testa: è un antieroe assoluto, arruffato e solitario, con una sua morale spicciola, ma di buon senso, che tenta di fare lo spiritoso e non ci riesce (quasi peggio del nostro premier, ma almeno Rocky non si prende sul serio), che cerca in qualche modo l'amore (quando spiega che lui e Adriana hanno dei vuoti e se li riempiono a vicenda è triste, ma molto vero...) e alla fine fa tenerezza. Anche Adriana, che io chissà perché ricordavo riccia, quando ne dice quattro al fratello si riscatta un po' da una timidezza talmente eccessiva da risultare ridicola e da un ruolo molto sottomesso rispetto a quello degli uomini. Devo ammettere che ha un buono stomaco per abbracciarsi il nostro sudato e insanguinato. Certo che le scene in cui corre per le strade di Philadelphia all'alba con la ben nota colonna sonora sparata a palla danno la carica e sono l'ideale per trovare il coraggio di smettere di usare la cyclette parcheggiata in camera a mo' di attaccapanni e provare a pedalarci, ma una parte di me continuava a guardare quanto era sporca la tuta che indossava e sospirare una lavatrice. Scusate...

martedì 11 gennaio 2011

"Un minuto di rivoluzione", ovvero il pendolo di Paolini

Che a me quest’uomo piaccia penso ormai sia chiaro anche ai lettori più distratti capitati in questo pollaio virtuale. In questa foto poi, che è sicuramente d’autore (col quale mi scuso per averla "presa in prestito" dal web), mi pare sia venuto particolarmente bene: è meno torvo e si vedono gli occhi azzurri. Che con quest’uomo alcune di noi abbiano un conto in sospeso dalla scorsa estate è anch’essa cosa arcinota (nel caso non lo sia, vedi post del 6 luglio 2010). Ebbene, ieri sera quel conto l’abbiamo saldato, sotto lo sguardo serio delle superstiti statue del monumento a Verdi, all’Arena del sole di Roccabianca: uno strano teatro dal palco disassato nella piazza di un paesino che più guareschiano non si può. Lo spettacolo era “Itis Galileo”: certo non uno dei suoi lavori più facili. Non è lieve e giocoso come l’infanzia raccontata ne “La macchina del capo”, è meno denso e commovente di “Vajont”, meno ricco di quella specie di viaggio poetico-letterario-musicale che è “Bestiario italiano”: forse il mio preferito, perché ha qualcosa del teatro canzone di Gaber, che ho avuto l’immensa gioia di vedere, un po’ per caso, dal vivo. Eppure non credo sia da tutti riuscire a costruire un bello spettacolo parlando da solo per due ore della vita di Galileo Galilei e di altri scienziati a lui contemporanei, di astronomia (e astrologia), di fisica, storia e filosofia con l’aiuto di pochissimi elementi di scena tra cui, appunto, un pendolo: un attrezzo di metallo che diventa, di volta in volta, strumento dello scienziato, mina pronta ad esplodere – e far danni – come le idee nuove ("le idee vecchie fanno sempre ridere... dopo; ma mentre ci si è in mezzo è difficile cavarsene fuori"); poi sfera celeste entro cui ruotano i pianeti e, infine, scomoda altalena – o palla psichedelica – sulla quale pare vacillare, oltre a Paolini, anche la nostra presunta modernità. Notevole l'attacco: entra in scena concentrato, scende dal palco e dice soltanto: "Un minuto di rivoluzione". Silenzio, e poi "Bravi: avete percorso 1800 chilometri". Con quattro parole il nostro ha introdotto l'argomento della serata, scardinando una frase fatta (un minuto di silenzio) e trasformandola in qualcosa di nuovo: cos'è un minuto di rivoluzione? Un minuto del moto della Terra di cui non ci rendiamo conto, certo, ma rivoluzione è un termine quanto mai evocativo. Che si fa in un minuto di rivoluzione? Ci chiediamo noi spettatori, incerti su dove voglia andare a parare. E intanto ci ha già presi e forse proprio il silenzio, nella società della comunicazione, ha in sé qualcosa di rivoluzionario... Insomma, è difficile trovare qualcun'altro capace di avvincerti persino parlando di economia, di rugby o di scienza come riesce a fare lui. No, beh, io almeno un paio ne conosco e, come sapete, anche loro mi piacciono parecchio: Piero e Alberto Angela. Però non ce li vedo a recitare Shakespeare (contemporaneo di Galileo) e un brano del "Dialogo sopra i massimi sistemi" entrambi in lingua madre - la sua lingua madre: il dialetto veneto! - con la perizia consumata del teatrante, quale infondo Marco Paolini è e rimane. Per fortuna. Dunque un grazie, un applauso e, speriamo, alla prossima!
Ah, per la cronaca: stavolta pioveva, ma con garbo. E, visti i precedenti, direi che c’è andata di lusso…

martedì 23 novembre 2010

L'isola di Michela

Credo di aver deciso di leggere Accabadora dopo aver visto la scena memorabile in cui l'autrice, Michela Murgia, ne dice quattro a Vespa, che aveva invitato il pubblico ad ammirare non la bravura, ma la scollattura di Silvia Avallone, un'altra che leggerò.
Poi ho soprasseduto perché il mio comodino sta per cedere seppellito dai libri non letti; ma, sempre per gli strani casi di cui al post dell'11 ottobre, il libro è stato scelto per l'incontro di dicembre del circolo di lettura (di cui allo stesso post) e quindi è stato acquistato, letto in tre notti e riletto. E la naturale simpatia per questa sarda caparbia e arguta è andata crescendo. Quando poi ho messo il naso nel suo sito, dove raccoglie articoli e interventi su argomenti che vanno dalla politica alla religione, dalla sua isola alla condizione femminile, si è guadagnata, per quel che vale, la mia stima. Scrive bene, in una lingua asciutta e limpida con alle spalle la profondità del dialetto che, come dice "l'innominabile" (ma chissà di chi è la citazione), crea un legame più stretto tra le cose e le parole; e si è scelta una storia difficile, di solitudini che si incontrano, di malattia e morte, ma anche di crescita e scoperta di sè. Si parla, pensate un po', di scelte difficili, di giustizia e di verità; e non è poco, in un tempo che sparge banalità a piene mani. Ci sono personaggi ben costruiti e un finale geniale, che ha evitato di trasformare un bel romanzo in un'icona dell'eutanasia; e ci sono frasi illuminanti che, da sole, bastano a rendere memorabile il libro. Eccovene una breve, personalissima, antologia:
"Riemergere da se stessi è tanto più difficile quanto più si è profondi";
"Le colpe, come le persone, iniziano ad esistere se qualcuno se ne accorge";
"Bello come le sono a volte le cose cattive";
"Non tutte le cose si ascoltano per capirle subito";
"Nei primi anni di scuola, quando gli oggetti e il loro nome erano misteri non ancora separati dai misteri dell'analisi logica".
E poi una che a me ha divertito molto: "Il giorno del matrimonio di Bonacatta (Ndr: sorella maggiore della protagonista) successero due cose terribili, oltre alle nozze". Brava Michela, allora, e grazie.

lunedì 11 ottobre 2010

La strana solitudine dei matematici

Per una di quelle coincidenze che capitano ai lettori non occasionali, mi sono ritrovata ad affrontare, uno dopo l'altro, due libri che hanno a che fare con la matematica. Sto parlando de "La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano, prestatomi da Costi, e de "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Mark Haddon, frutto di uno scambio con la vulcanica presidentessa di quella specie di circolo di lettura che frequento da circa un anno. Come avrete notato quando ci tocca dividere il conto della pizzeria, io ho un pessimo rapporto con la matematica, mia bestia nera a scuola, tanto che il mio insegnante di scienze alle superiori voleva regalarmi un pallottoliere. Temo, però, che il problema sia endemico tra le ciose, sebbene tra noi compaiano un ingegnere, una biologa e un'economista (le ultime due, a dire il vero, hanno scelto di fare altro nella vita). Per non parlare dei mariti/fidanzati, tra i quali prevalgono gli studi scientifici. Con loro, in particolare, mi scuso per la faziosità di questo post. Tornando ai libri dirò che non sono niente male: originali e ben scritti. In entrambi la matematica diventa un pretesto per guardare il mondo con occhi nuovi, oltreché una fonte di esempi, immagini e metafore tutt'altro che scontate. In entrambi, in particolare, i numeri primi diventano simbolo dell'alterità dei protagonisti: ragazzi a dir poco problematici. Immagino che gli autori abbiano scelto volutamente dei personaggi "al limite" per rappresentare in maniera eclatante le difficoltà che tutti incontriamo nella vita, nei rapporti con gli altri, nell'accettazione di una realtà spesso dura e alienante, zeppa di finzioni e compromessi; credo anche che la matematica, almeno nelle intenzioni, sia stata scelta come portatrice di valori positivi di ordine e razionalità, che aiuta, in qualche modo, queste sventurate creature a crearsi faticosamente un equilibrio. Forse, però, non si sono resi conto che, essendo il protagonista (o meglio, coprotagonista) della "Solitudine", un giovane autolesionista e quello de "Lo strano caso" un ragazzino autistico, tutti e due geni della matematica, la materia, alla fine, non ne esce benissimo... Il primo, oltretutto, rinuncia al grande amore della vita (o alla cosa che più gli somiglia) per rituffarsi nel suo algido tran tran di professore alllietato, forse, da un'amica occasionale. Certo, non si pretendeva l'happy end: in un contesto simile sarebbe stato quasi ridicolo. Il secondo, almeno, riesce a risolvere il giallo del titolo con tanto di colpo di scena e a superare un test d'ammissione all'università, ma mi piacerebbe sapere che bisogno c'era di piazzare una bella bestemmia in corso di testo. Insomma, i libri sono belli, ma se gli autori avevano intenzione di utilizzarli, tra le altre cose, per suscitare la passione, o comunque la curiosità per la matematica, temo abbiano sbagliato i conti: infatti ne esce un ritratto desolante dei cultori di questa materia che devono essere, come minimo, dei disadattati con manie distruttive ed autodistruttive e una decisa propensione all'infelicità. Grazie al cielo so che non è così, ma d'ora in avanti, se permettete, mi vergonerò un po' meno di contare ancora sulle dita.

mercoledì 4 agosto 2010

La Cina è vicina...

Precisamente è a Milano; almeno fino al 5 settembre, quando chiuderà la mostra "I due imperi" a Palazzo Reale.
E' la seconda volta che vado a Milano in luglio e la trovo sorprendentemente luminosa: cielo blu con nuvolette bianche e una brezza quasi marina a spazzar via il torrido che sale dall'asfalto. La facciata del Duomo, appena restaurata, è di un bianco abbacinante che fa male agli occhi e bene al cuore.
Non so a voi, ma a me il capoluogo lombardo piace. Sospetto sia merito delle persone che me l'hanno fatta scoprire: i cavalieri milanesi dagli occhi chiari che trascinarono me e Dani sul tetto del Duomo, la filosofa bionda appassionata di libri, montagne e caffè e la coraggiosa "parigina" che ha accompagnato me e Costi in questa spedizione transpadana e che ringrazio di cuore. La nostra gita prevedeva un "pellegrinaggio" alla Libreria dei ragazzi, dove ero stata un paio d'anni fa per lavoro e dove avevo promesso fin da allora di accompagnare Costi. La libreria è un'isola fornita di ogni ben di Dio fatto di parole per bambini e insegnanti. La mia compagna d'avventura, previdente, si era portata uno zainetto e lo ha riempito. Io mi sono limitata ad acquistare le filastrocche di Rodari, amico e maestro di Roberto Denti, fondatore della libreria.
Seconda tappa alla mostra, che proponeva il confronto tra impero cinese ed impero romano. Bella. Anche se i reperti romani, almeno secondo me, non erano eccelsi e avremmo preferito un allestimento "in parallelo" e non due stanze di reperti romani, poi due di cinesi e così via. Comunque meritava una visita, non foss'altro per l'emozione di trovarsi di fronte una delegazione di guerrieri di terracotta. Sì, proprio quelli. Solenni e severi nelle loro forme stilizzate eppure così vivi. Bellissimo il gesto dell'ufficiale: un palmo rivolto a terra e l'altra mano che stringe il braccio un poco sopra il polso, lo sguardo dritto davanti a sé; struggente il balestriere inginocchiato con le mani a serrare un'arma che non c'è più. Ma ancora più incredibili sono gli oggetti della vita quotidiana, uguali attraverso i secoli e le civiltà a testimoniare un'umanità comune che a me sempre commuove. Saluti interculturali!

martedì 13 luglio 2010

E' complicato, fulgida stella!

Lo scorso weekend ho fatto il pieno di film romantici e, quel che è peggio, è che ho pure contribuito a sceglierli. Da entrambi, però, diversissimi tra loro per storia, ritmo e stile e ambientati in epoche lontane, sono uscita con lo stesso amaro in bocca. "Bright Star", della Champion è un drammone dalla confezione elegante, ma dalla storia inconsistente che racconta l'amore platonico e tragico tra il poeta John Keats e la sua musa agli inizi dell'Ottocento. "E' complicato", invece, è la classica commedia americana con protagonista la sempre brava Meryl Streep colta da un imprevisto ritorno di fiamma per l'ex marito. Da dove viene, allora, l'amaro in bocca? Soprattutto dal comportamento, molto tipico, di due personaggi maschili: l'amico di Keats che lo ospita, lo deride per la sua passione impossibile e poi... seduce e mette incinta la servetta (un classico!); e il marito della Streep (cioè del personaggio che lei interpreta), che non si fa problemi a ritornare con lei nonostante abbia sposato una donna più giovane perché, infondo, la considera sempre roba sua. E' questa idea dell'amore come possesso che non riesco proprio a tollerare: un'idea che pare valicare i secoli e che entra di prepotenza anche nella cronaca recente, zeppa di uomini che ammazzano le loro ex. Perché? Forse perché mentre le donne si sono evolute, si sono rese consapevoli del loro valore e della loro dignità di persone, che va oltre il ruolo di mogli e di madri, si ha spesso l'impressione che gli uomini, sotto sotto, siano rimasti fermi all'età della pietra; e che dietro il più elegante dei corteggiatori ci sia sempre il prode cacciatore, che nasconde tra le rose un nodoso bastone con cui tramortirti per bene, caricarti sulle spalle, rinchiuderti nella sua caverna e poi sussurrarti sensuale "Tu sei mia": un complimento che, dopotutto, è una minaccia. Sto esagerando? Lo spero di cuore! Ma se i film romantici mi fanno quest'effetto forse è meglio che mi decida ad accompagnare Dani a vedere un horror...

PS: Ieri sera una cassiera del supermercato mi ha chiesto se ero veneta. E no, basta! E' una persecuzione!