A volte nei venti minuti che mi portano al lavoro succedono molte cose, piccole, ma dannatamente significative, che raccontano meglio di un approfondimento serale su qualche canale tv il mondo in cui viviamo.
Oggi, ad esempio, ho perso l'autobus. E questa non è una novità. Mentre arrancavo imbacuccata e rassegnata per prenderne un'altro la cui fermata dista qualche centinaio di metri in più da casa mia, vedo un'anziana coppia di coniugi attraversare traballando la strada.
Apro una parentesi: qualcuno mi spiega per quale motivo la maggior parte dei vecchi attraversano le strade di sbieco, guardando sistematicamente dalla parte sbagliata e percorrendo più spazio e impiegando più tempo per mettersi al sicuro sul marciapiede opposto?
Comunque, dicevo, li guardo con un misto di tenerezza e apprensione finché non raggiungono l'altro lato della strada, ma non faccio in tempo a sospirare di sollievo che vedo con la coda dell'occhio - ormai li ho quasi superati, camminando al mio solito passo da bersagliera per evitare di perdere anche l'altro autobus - che l'uomo fa dietro front, ritorna in strada e, proprio sulla linea di mezzeria, si china pericolosamente a raccogliere qualcosa. Capisco che è un rametto di mimosa, caduto probabilmente alla signora mentre si reggeva al suo braccio nel periglioso attraversamento.
Il recupero ha qualcosa di eroico e cavalleresco e mi vengono in mente scene da film o da romanzo: dame che gettano candidi fazzolettini dalle torri per farli raccogliere dagli amati in calzamaglia e cappello piumato.
Quando vedo una macchina avvicinarsi al vecchietto piegato in due in mezzo alla strada tremo; ma per fortuna la macchina si ferma. Non solo: il finestrino si abbassa e ne escono la faccia e la mano di un giovane, armato di smarphone che dice al vecchietto, il quale si sta lentamente rialzando dalla scomoda posizione: "No, no, aspetti che le faccio una foto!"
Allibisco. Anche il vecchietto è così spiazzato da obbedire: posa il rametto di mimosa a terra e compie di nuovo il gesto di raccoglierlo, col giovane che si premura di improvvisarsi regista e dargli indicazioni sulla posizione migliore per l'inquadratura.
Non ho tempo per assistere al finale della scena, ma spero di cuore che tutti gli involontari protagonisti ne siano usciti illesi. E mentre riprendo a macinare a testa bassa e sciarpa sul naso la distanza che mi separa dalla sospirata fermata del bus, penso che non so se vorrei insultarlo o abbracciarlo l'autista-fotografo. Certo lo insulterei perché di fatto ha messo a rischio l'anziano signore, bloccandolo in mezzo alla strada e facendolo chinare di nuovo - il colpo della strega è dietro l'angolo! - solo per una foto, che, oltretutto, è un falso, perché pretende di immortalare un gesto già passato. D'altra parte lo capisco, perché anch'io sono rimasta colpita dalla scena tenera e gentile, tanto da provare a raccontarla. E anche il mio racconto, in qualche modo, è un falso: perché tutto s'è svolto in una manciata di secondi, io l'ho visto camminando in fretta e, per quanto abbia cercato di riportarlo fedelmente, qualcosa per forza m'è sfuggito e l'ho ricostruito a senso. E a scriverlo come a leggerlo occorre più tempo che a vederlo e si perde molto dell'immediatezza e dello stupore del momento; ma tant'è: mi sembrava giusto provarci.
Alla fine quel benedetto autobus l'ho preso, compiendo anch'io un periglioso attraversamento di strada a filo di macchine, mentre l'enorme bestia rossa era già prossima alla fermata.
Non ho fatto in tempo a sedermi e a sfoderare l'immancabile libro, compagno indispensabile alla mia sopravvivenza sui mezzi pubblici, che ho assistito a un altro paio di piccole perle di umanità.
Una donna di colore ha aiutato una giovane e magrissima mamma dagli occhi a mandorla a caricare sull'autobus il passeggino col suo bimbo. Poco dopo, quando già le porte stavano per chiudersi, è etrata una signora con un mazzo di fiori - rose e mimose mi pare di ricordare - che, dopo essersi seduta nel primo posto libero, s'è subito alzata per lasciar posto a una elegante ottantenne che sfoggiava una sfavillante e candida permanente.
Vedere donne di varie razze e varie età che si aiutano così, semplicemente e spontaneamente, senza stare a guardare le differenze, ma solo perché è la cosa giusta da fare, proprio l'8 marzo è indubbiamente una cosa che rincuora.
Poi arrivo in ufficio, mi collego ai vari social che uso "anche" per lavoro e pubblico i miei personali controauguri per la festa della donna. Il succo del messagio era questo: è inutile parlare di emancipazione femminile finché anche gli uomini non impareranno ad emanciparsi dal ruolo di potere e privilegio nel quale si crogiolano da millenni. E' durissima, lo so, ma molti potrebbero scoprire di sentirsi più liberi e felici una volta usciti dagli stereotipi. O forse no?
Infatti, appena pubblicata questa cosa su Twitter, un perfetto sconosciuto, che aveva cominciato a seguirmi qualche giorno fa, si è immediatamente cancellato dai miei follower. E l'entusiasmo collezionato nel tempo di una passeggiata e di un viaggio in autobus è mestamente tramontato.
Auguri, eh!
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martedì 8 marzo 2016
martedì 27 ottobre 2015
Nani, giganti e... farfalle
Avete mai provato la sensazione, di fronte ad un testo o a un'opera d'arte, di essere presi e trafitti con uno spillo come le proverbiali farfalle da collezione?
Non saprei come altro spiegare la sensazione di stupore quasi doloroso che ho provato leggendo questo pezzo di Calvino, che parla delle opere di Melotti (e non solo di quelle, evidentemente...).
E il titolo di una delle opere dell'artista a cui lo scrittore si riferiva - cercata sul web per curiosità - mi ha definitivamente inchiodato.
Questo sanno fare i grandi.
Questo non saprò mai fare io; ma grazie a loro sopravvivere è un po' meno faticoso.
E mi basta. Spero.
Saluti latitanti, ma, credetemi, è meglio così!
Non saprei come altro spiegare la sensazione di stupore quasi doloroso che ho provato leggendo questo pezzo di Calvino, che parla delle opere di Melotti (e non solo di quelle, evidentemente...).
E il titolo di una delle opere dell'artista a cui lo scrittore si riferiva - cercata sul web per curiosità - mi ha definitivamente inchiodato.
Questo sanno fare i grandi.
Questo non saprò mai fare io; ma grazie a loro sopravvivere è un po' meno faticoso.
E mi basta. Spero.
Saluti latitanti, ma, credetemi, è meglio così!
martedì 10 febbraio 2015
Eredità
"Buttare i libri di chi muore in qualche modo è cancellare tutti i sentieri che quella persona ha percorso. A Bari è successo. Buttati nei cassonetti, ma molte persone hanno iniziato a rovistare per prenderne qualcuno. Per donare a quelle parole nuova vita.
Immagine malinconica ma al contempo vitale, perché i libri sono preziosi e vanno salvati dalla monnezza. Perché i libri non si buttano. Si regalano, si donano, si vendono... a pensarci bene, se un giorno dovessero buttar via la mia personale biblioteca, significherà aver buttato via tutto ciò che sono stato." (Roberto Saviano)
Immagine malinconica ma al contempo vitale, perché i libri sono preziosi e vanno salvati dalla monnezza. Perché i libri non si buttano. Si regalano, si donano, si vendono... a pensarci bene, se un giorno dovessero buttar via la mia personale biblioteca, significherà aver buttato via tutto ciò che sono stato." (Roberto Saviano)
L'ho voluto in casa mia il cofanetto di legno scuro con i pochi libri ereditati dalle prozie. Alcuni sono dei mattonazzi di autori ormai dimenticati editi negli anni Trenta; altri hanno nei risvolti di copertina le note critiche scritte di pugno dal prozio Luigi (vizio del gioco, ma penna ineccepibile...) o dal nonno: mi basta passare un dito sull'inchiostro sbiadito della loro scrittura elegante per commuovermi fino alle lacrime.
Tempo fa l'ho salvata anch'io la biblioteca di un morto - buona parte, almeno - mentre altri, giustamente, si preoccupavano dei mobili d'epoca e dei gioielli: c'erano cataloghi di mostre e musei, guide di luoghi del mondo dove non metterò mai piede, classici assortiti, qualcosa di Biagi, l'antologia di Spoon River (profetica…), parecchia roba della Allende. Ed è stata un'esperienza intima e devastante come poche altre nella mia vita.
E non importa il fatto che, probabilmente, non avrò il tempo né la volontà di leggere tutti i libri che ho ereditato. Non so nemmeno se riuscirò a leggere quelli che ho comprato io stessa e riposto senza aprirli sullo scaffale in attesa di tempi migliori che difficilmente arriveranno.
Importa il fatto che il primo mobile della mia casa a cui ho pensato sia stata la libreria. E che, pur non essendo, ovviamente, come me l'ero immaginata, dopo un anno sia già quasi piena.
Non è snobismo, per carità! La libreria non è uno status symbol; ma è esattamente quel che dice sopra Saviano: è la vita, il suo senso, i suoi desideri e i suoi sogni messi in fila pazienti in attesa di non si sa cosa sugli scaffali dei giorni.
E' la migliore metafora con cui posso raccontare ciò che sono: un'accozzaglia di generi e stili messi a caso e spolverati raramente. Scuola, svago, lavoro, educazione al sentimento e all'immaginazione, evasione, droga leggera e antidoto alla mancanza d'amore. C'è molto in quegli scaffali. Non tutto, ovvio, solo quanto basta per raccontare l'ennesima storia che non interessa a nessuno.
E sapete che c'è? Che anch'io, come Saviano (quasi coetanei, e diversissimi), mi sono posta il problema di che fine faranno i miei libri dopo di me.
I libri. Non l'auto, non la casa, non i pochi soldi e la bigiotteria maleassortita. I libri. E i quadri. E - se vogliamo dirla tutta - anche queste boiate che scrivo qui e altrove.
Perché sono la cosa migliore di me e vorrei che potessero piacere e servire a qualcuno.
Vorrei solo che non andassero persi. Perché di persa ci sono già io.
E basta e avanza.
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giovedì 13 marzo 2014
Incespicando
Così, in punta d'anima e matita,
si snoda, incespicando, la mia vita.
Non so cos'è: un distico? Via, non facciamo rivoltare Ungaretti e compagni nella tomba!
Comunque sia mi si è appiccicato addosso ieri sera sull'autobus e non se n'è più andato. Così ho pensato bene (o male?) di dedicarvelo.
Ma niente paura: l'ultima volta che ho pubblicato qualcosa del genere è stato tre anni fa. Prometto che lascerò passare almeno altrettanto tempo prima di riprovarci.
Saluti e rime baciate!
si snoda, incespicando, la mia vita.
Non so cos'è: un distico? Via, non facciamo rivoltare Ungaretti e compagni nella tomba!
Comunque sia mi si è appiccicato addosso ieri sera sull'autobus e non se n'è più andato. Così ho pensato bene (o male?) di dedicarvelo.
Ma niente paura: l'ultima volta che ho pubblicato qualcosa del genere è stato tre anni fa. Prometto che lascerò passare almeno altrettanto tempo prima di riprovarci.
Saluti e rime baciate!
lunedì 3 marzo 2014
Citazioni (postmoderne?)
Tempo fa un amico, leggendo un mio status su Facebook, nel quale ero riuscita, non so bene come, a tirar fuori una frase di senso compiuto unendo i titoli di tre canzoni dei Queen, mi ha scritto che parlare per citazioni è postmoderno.
Ora, ammetto di non avere un'idea esatta di tutte le implicazioni del termine, ma poiché l'amico si occupa di semeiotica in un'università belga, immagino abbia ragione; e, anche se dubito che il suo fosse propriamente un complimento, vi dirò che non mi dispiace: infondo non capita tutti i giorni di essere definiti "postmoderni"; mentre mi è capitato, purtroppo, di esser chiamata in modi assai peggiori.
Però è vero: mi piacciono le citazioni. Le spargo a piene mani anche nel blog, sia esplicite, sia implicite, divertendomi a volte a infilare tra le mie povere parole quelle, ben più ricche di storia, senso e dignità, di qualcun altro. Mi capita anche di pensarle, talvolta, e, raramente, anche di dirle, quando qualcuna sembra adattarsi alla perfezione a una situazione che sto vivendo.
Suona un po' snob, me ne rendo conto: "eccola qua la tipa che si riempie la bocca di frasi altrui per far vedere che ne sa..."; ma in realtà, per me, la faccenda è completamente diversa.
Intanto sono perfettamente consapevole che quel poco che mi ricordo e che posso, all'occorrenza sfoderare, è ben misera cosa rispetto a quel che potrebbe fare chi davvero ne sa di poesia e di letteratura (ma anche di musica e di cinema!), e che per una citazione che sono in grado di cogliere leggendo qualcosa o ascoltando qualcuno, ce ne sono almeno il triplo destinate a sfuggirmi perché ne ignoro la fonte.
Detto questo, per me le citazioni, quando riesco a ficcarne qualcuna in un contesto perlomeno coerente, non sono affatto uno sfoggio di bravura. Sono, invece, qualcosa di bello da condividere; qualcosa in grado di spiegare assai meglio di me quel che provo o di aiutarmi a descrivere meglio - con parole già ben pensate e ben scritte da altri - quello che, altrimenti, mi sarebbe assai più difficile raccontare.
Certo, sono anche un modo per inserire, in un certo senso, le nostre piccole vite in qualcosa di un poco più grande e intrigante: perché se qualcuno ha già compreso e definito una situazione o un sentimento vuol dire che anche lui (o lei) l'ha provato, in tempi recenti o remoti. E questo fa sentire assai meno soli e sguarniti.
Le citazioni, inoltre, hanno il potere quasi magico di farci vedere anche le cose più banali con occhi diversi, dando loro maggiore dignità.
Provate a sedervi in un cortile circondato da una siepe e a recitare a mente L'infinito di Leopardi, o a passeggiare per Genova con in testa la "Litania" di Caproni (ma van bene anche le canzoni di De Andrè), e non farete nessuna fatica a capire cosa intendo: il nostro orizzonte si amplia e anche i particolari apparentemente insignificanti possono farsi portatori di meraviglia.
E poi le citazioni fanno compagnia: perché, nonostante sia molto facile oggi avere accesso in un balzo a un gran numero di informazioni, le frasi (e le scene, e le immagini, e le note) che ci ricordiamo a memoria, sono quelle rimaste incise da qualche parte del cuore, e non ci abbandoneranno mai anche e soprattutto nelle occasioni in cui avere un computer, un tablet o uno smartphone con accesso superveloce a internet si rivela perfettamente inutile per affrontare e risolvere un problema (o tentare almeno di non venirne travolti).
Per questo siamo autorizzati a "prenderle a prestito" al momento del bisogno, come sosteneva Il Postino dell'omonimo film.
Per questo venerdì, al lavoro, quando un insospettabile ingegnere se n'è uscito non con una citazione ma, addirittura, con una specie di "adattamento" di un verso di Ungaretti, che ho riconosciuto subito, sono stata fortemente tentata di abbracciarlo.
Perché un'altra cosa bella delle citazioni è che ci possono fornire una chiave d'accesso alle persone, sorprendente, ma delicata, che ci permette di svelare qualcosa di loro che non immaginavamo e, se siamo particolarmente fortunati, anche di comprenderlo profondamente, senza bisogno di complesse spiegazioni. Infatti, se non è poi così strano aver fatto letture simili, avere gli stessi gusti musicali o cinematografici, essere in grado di citare - e riconoscere - le stesse frasi può dire molto sulla sensibilità di una persona e sul suo modo di guardare il mondo. Vi pare poco? A me no davvero!
Perché per conoscere i gusti delle persone basta fare un po' d'attenzione e avere buona memoria (e dato che io son distratta e smemorata, in genere, faccio danni); ma per conoscerne l'anima, a volte, non basta una vita e sarebbe dannatamente più importante.
Inutile dire che l'informatico di cui sopra non l'ho abbracciato: io sono sempre io purtroppo.
Però sono certa che gli sarò grata a lungo per quello che ha fatto senza nemmeno saperlo.
E anche questa è una cosa che mi piace, quasi quanto una bella citazione, che sia o no postmoderna...
Ora, ammetto di non avere un'idea esatta di tutte le implicazioni del termine, ma poiché l'amico si occupa di semeiotica in un'università belga, immagino abbia ragione; e, anche se dubito che il suo fosse propriamente un complimento, vi dirò che non mi dispiace: infondo non capita tutti i giorni di essere definiti "postmoderni"; mentre mi è capitato, purtroppo, di esser chiamata in modi assai peggiori.
Però è vero: mi piacciono le citazioni. Le spargo a piene mani anche nel blog, sia esplicite, sia implicite, divertendomi a volte a infilare tra le mie povere parole quelle, ben più ricche di storia, senso e dignità, di qualcun altro. Mi capita anche di pensarle, talvolta, e, raramente, anche di dirle, quando qualcuna sembra adattarsi alla perfezione a una situazione che sto vivendo.
Suona un po' snob, me ne rendo conto: "eccola qua la tipa che si riempie la bocca di frasi altrui per far vedere che ne sa..."; ma in realtà, per me, la faccenda è completamente diversa.
Intanto sono perfettamente consapevole che quel poco che mi ricordo e che posso, all'occorrenza sfoderare, è ben misera cosa rispetto a quel che potrebbe fare chi davvero ne sa di poesia e di letteratura (ma anche di musica e di cinema!), e che per una citazione che sono in grado di cogliere leggendo qualcosa o ascoltando qualcuno, ce ne sono almeno il triplo destinate a sfuggirmi perché ne ignoro la fonte.
Detto questo, per me le citazioni, quando riesco a ficcarne qualcuna in un contesto perlomeno coerente, non sono affatto uno sfoggio di bravura. Sono, invece, qualcosa di bello da condividere; qualcosa in grado di spiegare assai meglio di me quel che provo o di aiutarmi a descrivere meglio - con parole già ben pensate e ben scritte da altri - quello che, altrimenti, mi sarebbe assai più difficile raccontare.
Certo, sono anche un modo per inserire, in un certo senso, le nostre piccole vite in qualcosa di un poco più grande e intrigante: perché se qualcuno ha già compreso e definito una situazione o un sentimento vuol dire che anche lui (o lei) l'ha provato, in tempi recenti o remoti. E questo fa sentire assai meno soli e sguarniti.
Le citazioni, inoltre, hanno il potere quasi magico di farci vedere anche le cose più banali con occhi diversi, dando loro maggiore dignità.
Provate a sedervi in un cortile circondato da una siepe e a recitare a mente L'infinito di Leopardi, o a passeggiare per Genova con in testa la "Litania" di Caproni (ma van bene anche le canzoni di De Andrè), e non farete nessuna fatica a capire cosa intendo: il nostro orizzonte si amplia e anche i particolari apparentemente insignificanti possono farsi portatori di meraviglia.
E poi le citazioni fanno compagnia: perché, nonostante sia molto facile oggi avere accesso in un balzo a un gran numero di informazioni, le frasi (e le scene, e le immagini, e le note) che ci ricordiamo a memoria, sono quelle rimaste incise da qualche parte del cuore, e non ci abbandoneranno mai anche e soprattutto nelle occasioni in cui avere un computer, un tablet o uno smartphone con accesso superveloce a internet si rivela perfettamente inutile per affrontare e risolvere un problema (o tentare almeno di non venirne travolti).
Per questo siamo autorizzati a "prenderle a prestito" al momento del bisogno, come sosteneva Il Postino dell'omonimo film.
Per questo venerdì, al lavoro, quando un insospettabile ingegnere se n'è uscito non con una citazione ma, addirittura, con una specie di "adattamento" di un verso di Ungaretti, che ho riconosciuto subito, sono stata fortemente tentata di abbracciarlo.
Perché un'altra cosa bella delle citazioni è che ci possono fornire una chiave d'accesso alle persone, sorprendente, ma delicata, che ci permette di svelare qualcosa di loro che non immaginavamo e, se siamo particolarmente fortunati, anche di comprenderlo profondamente, senza bisogno di complesse spiegazioni. Infatti, se non è poi così strano aver fatto letture simili, avere gli stessi gusti musicali o cinematografici, essere in grado di citare - e riconoscere - le stesse frasi può dire molto sulla sensibilità di una persona e sul suo modo di guardare il mondo. Vi pare poco? A me no davvero!
Perché per conoscere i gusti delle persone basta fare un po' d'attenzione e avere buona memoria (e dato che io son distratta e smemorata, in genere, faccio danni); ma per conoscerne l'anima, a volte, non basta una vita e sarebbe dannatamente più importante.
Inutile dire che l'informatico di cui sopra non l'ho abbracciato: io sono sempre io purtroppo.
Però sono certa che gli sarò grata a lungo per quello che ha fatto senza nemmeno saperlo.
E anche questa è una cosa che mi piace, quasi quanto una bella citazione, che sia o no postmoderna...
venerdì 31 gennaio 2014
To sleep, perchance to dream
Mi chiedo se sia sensato tirare per l'ennesima volta le due (le due abbondanti, a dire il vero), alla mia veneranda età, con la bieca minaccia della sveglia puntata alle 7.30 e di un lavoro che mi aspetta e pretenderebbe un minimo di lucidità. Stavolta, per lo meno, il motivo era più nobile: non un film o un'interminabile e saltabeccante navigazione sul web in cerca di curiosità, ma una full immersion nell'Amleto, proiettato al cinema in lingua originale (grazie al cielo con i sottotitoli in italiano!) in diretta da un teatro di Londra (vedi locandina).
Ammettiamolo, l'idea balzana di assistere a una cosa del genere m'è venuta per motivi assai frivoli: cercando nel web notizie su un attore inglese per il quale, di recente, ho avuto una sbandata decisamente adolescenziale, l'ho visto alle prese con il Coriolano di Shakespeare e ne sono rimasta totalmente incantata. E non solo, ve l'assicuro, perché il suddetto è bravo e bello: alto, flessuoso, elegante, capelli ramati, belle mani, begli occhi e bella voce; ma perché c'era una forza e una musica in quelle parole che avevo dimenticato da tempo e, dunque, perché non tentare un ripasso?
Così, ci siamo ritrovate in un giorno feriale, io, Dani e Simo (piazzata strategicamente nel mezzo in quanto più anglofona tra noi), sedute nella sala semideserta, un po' curiose e un po' intimidite da quel che ci sarebbe toccato.
Alla fine, devo dire, il bilancio dell'esperienza è stato assai positivo: attori bravi, ambientazione in un non meglio definito regime totalitario del XX secolo subito un po' straniante (vedere Ofelia sul palco con lo stereo o il carrello della spesa, fa un po' impressione), ma con una sua logica.
Però, che faticaccia!
Eh già, perché non è roba da poco passare quattro ore immobili a fare quattro cose contemporaneamente, ovvero: leggere i sottotitoli cercando di capire però anche le corrispondenti (e a volte non tanto corrispondenti) parole in inglese; cercare di cogliere anche la musica di quelle parole, perché, non dimentichiamolo, Shakespeare, e tanti altri tragediografi fino alle soglie del Novecento, scrivono in versi, e il valore delle testo è dato non solo dal senso, ma anche dal suono; e poiché, dopotutto, di un opera teatrale si tratta, occorreva prestare attenzione anche agli attori, perché è nel qui e ora del loro corpo in movimento, nella consapevolezza dei gesti, degli sguardi, dei cambi improvvisi di ritmo e di tono, che vive la magia del teatro.
Così, inevitabilmente, verso la fine, quando Dani, con la consueta arguzia, ha espresso il parere di tutte invitando caldamente Amleto a sbrigarsi a morire che ormai s'era fatto tardi… il comune attacco di ridarella nel momento più drammatico del dramma era il minimo che si potesse fare!
Però che meraviglia constatare che, nonostante il linguaggio inconsueto e ridondante e i tempi dilatati, nei quali noi postmoderni facciamo sempre più fatica ad entrare (ma anche questo piccolo sforzo fa parte del gioco!), la maggior parte dei discorsi, dei pensieri, dei sentimenti espressi, ci sono perfettamente comprensibili; non solo: riescono ancora a commuoverci. E le critiche alla società, la presa in giro dei potenti, le riflessioni sull'arte e sul teatro (perché nell'Amleto c'è anche questo: una rappresentazione all'interno di un'altra, che si smascherano a vicenda), sono ancora, in qualche modo, attuali e interessanti.
Ecco, diciamo che questo è uno dei casi nei quali viene abbastanza facile capire cosa si intenda per "classico" e anche perché sarebbe importante che per qualche secolo ancora qualcuno si preoccupi di tramandare questa come tante altre cose. Perché è una pia illusione pensare che a qualche giovane nativo digitale venga in mente di passare il tempo in compagnia di Shakespeare, se nessuno - la scuola, ad esempio - lo costringe cortesemente a leggere qualcosa di un pochino più impegnativo di Geronimo Stilton o Twilight (che, peraltro, ho letto anch'io…). O meglio, qualcuno forse ci sarà, ma saranno molti, molti meno di quanti potrebbero, dopo essere stati obbligati a mettere il naso nella Letteratura, scoprire che, infondo, gli piace e continuare a frequentarla liberamente.
Per questo sono grata a tutti gli insegnanti che mi hanno costretto in passato a leggere libri. E sono grata alle amiche del circolo di lettura che, oggi, mi costringono - sia pure senza lo spauracchio del voto - a leggere cose che non mi sarebbe mai venuto in mente di piluccare dallo scaffale di una libreria. Alcune mi sono piaciute, altre meno, ma non l'avrei saputo se non le avessi assaggiate.
E, badate, anche se mi rendo conto che pare anacronistico e forse un po' snob, credo che attraverso la poesia, i romanzi, il teatro (anche la musica?), non passino solo pensieri ed emozioni, ma anche, non so come dire, una certa capacità di guardare se stessi e il mondo "dall'esterno", vedendoli in modo un po' più obiettivo e distaccato, cosa che aiuta parecchio a prendere decisioni migliori. Un senso etico, insomma, oltreché estetico, condiviso, di cui già i Greci erano perfettamente consapevoli, e del quale mi pare si senta un pochino la mancanza.
"Lo scopo del teatro, agli inizi come ora, è stato sempre ed è di porgere, diciamo, uno specchio alla natura; di mostrare alla virtù il suo volto, al vizio la sua immagine, all'epoca stessa, alla sostanza del tempo, la loro forma e impronta".
E se lo dice Amleto!
Buona notte, dolci principesse...
Ammettiamolo, l'idea balzana di assistere a una cosa del genere m'è venuta per motivi assai frivoli: cercando nel web notizie su un attore inglese per il quale, di recente, ho avuto una sbandata decisamente adolescenziale, l'ho visto alle prese con il Coriolano di Shakespeare e ne sono rimasta totalmente incantata. E non solo, ve l'assicuro, perché il suddetto è bravo e bello: alto, flessuoso, elegante, capelli ramati, belle mani, begli occhi e bella voce; ma perché c'era una forza e una musica in quelle parole che avevo dimenticato da tempo e, dunque, perché non tentare un ripasso?
Così, ci siamo ritrovate in un giorno feriale, io, Dani e Simo (piazzata strategicamente nel mezzo in quanto più anglofona tra noi), sedute nella sala semideserta, un po' curiose e un po' intimidite da quel che ci sarebbe toccato.
Alla fine, devo dire, il bilancio dell'esperienza è stato assai positivo: attori bravi, ambientazione in un non meglio definito regime totalitario del XX secolo subito un po' straniante (vedere Ofelia sul palco con lo stereo o il carrello della spesa, fa un po' impressione), ma con una sua logica.
Però, che faticaccia!
Eh già, perché non è roba da poco passare quattro ore immobili a fare quattro cose contemporaneamente, ovvero: leggere i sottotitoli cercando di capire però anche le corrispondenti (e a volte non tanto corrispondenti) parole in inglese; cercare di cogliere anche la musica di quelle parole, perché, non dimentichiamolo, Shakespeare, e tanti altri tragediografi fino alle soglie del Novecento, scrivono in versi, e il valore delle testo è dato non solo dal senso, ma anche dal suono; e poiché, dopotutto, di un opera teatrale si tratta, occorreva prestare attenzione anche agli attori, perché è nel qui e ora del loro corpo in movimento, nella consapevolezza dei gesti, degli sguardi, dei cambi improvvisi di ritmo e di tono, che vive la magia del teatro.
Così, inevitabilmente, verso la fine, quando Dani, con la consueta arguzia, ha espresso il parere di tutte invitando caldamente Amleto a sbrigarsi a morire che ormai s'era fatto tardi… il comune attacco di ridarella nel momento più drammatico del dramma era il minimo che si potesse fare!
Però che meraviglia constatare che, nonostante il linguaggio inconsueto e ridondante e i tempi dilatati, nei quali noi postmoderni facciamo sempre più fatica ad entrare (ma anche questo piccolo sforzo fa parte del gioco!), la maggior parte dei discorsi, dei pensieri, dei sentimenti espressi, ci sono perfettamente comprensibili; non solo: riescono ancora a commuoverci. E le critiche alla società, la presa in giro dei potenti, le riflessioni sull'arte e sul teatro (perché nell'Amleto c'è anche questo: una rappresentazione all'interno di un'altra, che si smascherano a vicenda), sono ancora, in qualche modo, attuali e interessanti.
Ecco, diciamo che questo è uno dei casi nei quali viene abbastanza facile capire cosa si intenda per "classico" e anche perché sarebbe importante che per qualche secolo ancora qualcuno si preoccupi di tramandare questa come tante altre cose. Perché è una pia illusione pensare che a qualche giovane nativo digitale venga in mente di passare il tempo in compagnia di Shakespeare, se nessuno - la scuola, ad esempio - lo costringe cortesemente a leggere qualcosa di un pochino più impegnativo di Geronimo Stilton o Twilight (che, peraltro, ho letto anch'io…). O meglio, qualcuno forse ci sarà, ma saranno molti, molti meno di quanti potrebbero, dopo essere stati obbligati a mettere il naso nella Letteratura, scoprire che, infondo, gli piace e continuare a frequentarla liberamente.
Per questo sono grata a tutti gli insegnanti che mi hanno costretto in passato a leggere libri. E sono grata alle amiche del circolo di lettura che, oggi, mi costringono - sia pure senza lo spauracchio del voto - a leggere cose che non mi sarebbe mai venuto in mente di piluccare dallo scaffale di una libreria. Alcune mi sono piaciute, altre meno, ma non l'avrei saputo se non le avessi assaggiate.
E, badate, anche se mi rendo conto che pare anacronistico e forse un po' snob, credo che attraverso la poesia, i romanzi, il teatro (anche la musica?), non passino solo pensieri ed emozioni, ma anche, non so come dire, una certa capacità di guardare se stessi e il mondo "dall'esterno", vedendoli in modo un po' più obiettivo e distaccato, cosa che aiuta parecchio a prendere decisioni migliori. Un senso etico, insomma, oltreché estetico, condiviso, di cui già i Greci erano perfettamente consapevoli, e del quale mi pare si senta un pochino la mancanza.
"Lo scopo del teatro, agli inizi come ora, è stato sempre ed è di porgere, diciamo, uno specchio alla natura; di mostrare alla virtù il suo volto, al vizio la sua immagine, all'epoca stessa, alla sostanza del tempo, la loro forma e impronta".
E se lo dice Amleto!
Buona notte, dolci principesse...
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venerdì 13 dicembre 2013
Il dono che mi desti
Diciamo la verità: non ci siamo amati molto nei cinque anni in cui ci siam visti sei mattine su sette, da settembre a giugno, e io avevo dai sei agli undici anni e tu qualcuno in più dei miei genitori.
Non mi piaceva la tua arrendevolezza nei confronti delle madri che, a differenza della mia, facevano la voce grossa quando sgridavi i loro figli e, di conseguenza, la disparità di trattamento che riservavi ai miei capricci e ai loro; non mi piaceva che mi prendessi in giro quando piangevo per un nonnulla, anziché consolarmi e, forse, qualche volta, mi annoiavi anche un po' con la tua voce sottile e monocorde…
Però, a distanza di anni, devo ammettere, maestro, che non sono stata un'alunna facile: alternavo rabbia e lacrime, paura e caparbietà e non ero agevole da maneggiare. Non lo sono nemmeno ora, benché da molti anni cerchi di smussare gli spigoli più odiosi del mio carattere.
Era praticamente impossibile convincermi a smettere di parlare o disegnare o ritagliare - anziché ascoltare le tue lezioni - fintanto che non avevo finito di dire o fare quel che stavo facendo. Dopo - e solo dopo - me ne stavo buona e attenta come volevi tu.
Durante le ore di scuola ho costruito teleferiche di spago per mandare bigliettini agli amici seduti nelle file dietro, ho giocato a flipper con le biro e le palline di stagnola, ricavate dall'involucro dei panini che mio padre preparava per merenda; ho realizzato fondali per spettacoli di burattini incollando tra loro con lo scotch i fogli di quaderno; mi sono persino spostata con tanto di banco e sedia in fondo all'aula, assieme a quello che è stato, per un paio d'anni, il mio migliore amico: bisognava davvero essere meravigliosamente ingenui per immaginare che tu non te ne accorgessi, però, in quel caso, devo riconoscerlo, hai fatto finta di niente, e te ne sono grata.
Soprattutto, però, ti sono grata per avermi insegnato a scrivere.
Lo so che era semplicemente il tuo dovere, compiuto per anni per centinaia di bambini e, diciamolo, con correttezza, ma senza brillare d'entusiasmo. Però, per me, è stato un dono grandissimo.
Me ne rendo conto ora, quando ti incontro invecchiato e incurvato, con la voce ancor più sottile e tremante, ora che sono più alta di te, che sei sempre stato un omino minuto: un sarto mancato sceso in città dagli Appennini per studiare e trovare un posto fisso, quando era ancora possibile. E, soprattutto, me ne rendo conto quando, un volta all'anno, in questo periodo, mi chiedi un articolo per il giornalino parrocchiale e io, dopo averlo imbastito ad ore improbabili della notte, te lo mando via mail sperando che abbia un senso e pregandoti, per favore, di correggerlo.
Quasi quasi m'immagino che me lo rimandi indietro con annotazioni rosse e blu e un voto in fondo alla pagina, come quasi trent'anni fa. E provo ancora la stessa trepidazione di allora. A essere sinceri, la provo ogni volta che mando a qualcuno qualcosa che scrivo, o che pubblico qualcosa qui o altrove. Perché per me la scrittura è molte cose: un lavoro, che mi permette di avere un seppur magro stipendio facendo qualcosa che amo e per cui ho studiato (il che, di questi tempi, non è poco!); è un supporto alla mia pessima memoria, che si nutre di appunti e post-it, e un grimaldello per la mia timidezza. Infine, inutile dirlo, è uno sfogo, un rifugio, un passatempo, una consolazione.
Allora grazie, maestro, davvero, per ogni singola lettera, sillaba e parola che mi hai insegnato, per ogni racconto e per ogni poesia che mi hai fatto leggere e imparare a memoria (qualcuna me la ricordo ancora!), perché mi hai dato gli strumenti con i quali posso anch'io tentare, alla meno peggio, di procurarmi la mia dose quotidiana di bellezza e libertà.
Non mi piaceva la tua arrendevolezza nei confronti delle madri che, a differenza della mia, facevano la voce grossa quando sgridavi i loro figli e, di conseguenza, la disparità di trattamento che riservavi ai miei capricci e ai loro; non mi piaceva che mi prendessi in giro quando piangevo per un nonnulla, anziché consolarmi e, forse, qualche volta, mi annoiavi anche un po' con la tua voce sottile e monocorde…
Però, a distanza di anni, devo ammettere, maestro, che non sono stata un'alunna facile: alternavo rabbia e lacrime, paura e caparbietà e non ero agevole da maneggiare. Non lo sono nemmeno ora, benché da molti anni cerchi di smussare gli spigoli più odiosi del mio carattere.
Era praticamente impossibile convincermi a smettere di parlare o disegnare o ritagliare - anziché ascoltare le tue lezioni - fintanto che non avevo finito di dire o fare quel che stavo facendo. Dopo - e solo dopo - me ne stavo buona e attenta come volevi tu.
Durante le ore di scuola ho costruito teleferiche di spago per mandare bigliettini agli amici seduti nelle file dietro, ho giocato a flipper con le biro e le palline di stagnola, ricavate dall'involucro dei panini che mio padre preparava per merenda; ho realizzato fondali per spettacoli di burattini incollando tra loro con lo scotch i fogli di quaderno; mi sono persino spostata con tanto di banco e sedia in fondo all'aula, assieme a quello che è stato, per un paio d'anni, il mio migliore amico: bisognava davvero essere meravigliosamente ingenui per immaginare che tu non te ne accorgessi, però, in quel caso, devo riconoscerlo, hai fatto finta di niente, e te ne sono grata.
Soprattutto, però, ti sono grata per avermi insegnato a scrivere.
Lo so che era semplicemente il tuo dovere, compiuto per anni per centinaia di bambini e, diciamolo, con correttezza, ma senza brillare d'entusiasmo. Però, per me, è stato un dono grandissimo.
Me ne rendo conto ora, quando ti incontro invecchiato e incurvato, con la voce ancor più sottile e tremante, ora che sono più alta di te, che sei sempre stato un omino minuto: un sarto mancato sceso in città dagli Appennini per studiare e trovare un posto fisso, quando era ancora possibile. E, soprattutto, me ne rendo conto quando, un volta all'anno, in questo periodo, mi chiedi un articolo per il giornalino parrocchiale e io, dopo averlo imbastito ad ore improbabili della notte, te lo mando via mail sperando che abbia un senso e pregandoti, per favore, di correggerlo.
Quasi quasi m'immagino che me lo rimandi indietro con annotazioni rosse e blu e un voto in fondo alla pagina, come quasi trent'anni fa. E provo ancora la stessa trepidazione di allora. A essere sinceri, la provo ogni volta che mando a qualcuno qualcosa che scrivo, o che pubblico qualcosa qui o altrove. Perché per me la scrittura è molte cose: un lavoro, che mi permette di avere un seppur magro stipendio facendo qualcosa che amo e per cui ho studiato (il che, di questi tempi, non è poco!); è un supporto alla mia pessima memoria, che si nutre di appunti e post-it, e un grimaldello per la mia timidezza. Infine, inutile dirlo, è uno sfogo, un rifugio, un passatempo, una consolazione.
Allora grazie, maestro, davvero, per ogni singola lettera, sillaba e parola che mi hai insegnato, per ogni racconto e per ogni poesia che mi hai fatto leggere e imparare a memoria (qualcuna me la ricordo ancora!), perché mi hai dato gli strumenti con i quali posso anch'io tentare, alla meno peggio, di procurarmi la mia dose quotidiana di bellezza e libertà.
venerdì 15 novembre 2013
E' la stampa, bruttezza!
Ieri sera ero a un incontro sul tema "pace e globalizzazione".
Eravamo in sei. E poi ci si stupisce che ci siano tante guerre nel mondo.
Anzi, no, a dire il vero, per i primi dieci minuti eravamo in otto; ma due erano giornalisti di qualche testata locale. E buon per loro che non ho avuto modo di chiedergli di quale. Anche perché sarebbe stato difficile: quando sono arrivata io - un po' in ritardo, come al solito - i due se ne stavano in disparte parlando dei fatti loro. Tanto che, vedendo due facce nuove, ho persino pensato: "toh, che bello: allarghiamo il gruppo!". Poi mi sono dovuta ricredere.
Ho capito che erano giornalisti solo quando, appena il relatore ha iniziato a parlare, la donna ha sfoderato con aria torva una notevole telecamera.
Non sono riuscita a capire che facesse nel frattempo l'uomo, distratta dal pensiero che, essendo io seduta a fianco del relatore (niente tribune o palchi: eravamo semplicemente disposti in un cerchio di sedie), ed essendo così pochi, sarei finita anch'io nel filmato. E la cosa non mi garbava per niente.
Non mi pare, però, d'averlo visto prendere appunti, e, anche se li avesse presi, non credo gli sarebbero serviti granché, visto che la riunione è durata più di un'ora mentre loro, con la stessa aria scocciata e distante con cui li ho visti entrando (e che io, ingenua, avevo attribuito alla timidezza), se ne sono andati poco dopo, salutando di sfuggita e interrompendo il relatore.
In realtà, non mi sarei dovuta stupire nemmeno troppo. Ho una mezza idea di come funzionino queste cose: si fanno dieci minuti di ripresa, si chiede al relatore o all'organizzatore di fare avere un resoconto o un comunicato stampa e poi si va altrove. Così, in una sola serata, la stessa malcapitata coppia cameraman & giornalista può con poco sforzo documentare un convegno, una premiazione, un'anteprima e una manifestazione con perfetta efficienza e ottimizzazione di tempi e costi.
Poi, però, non lamentiamoci che i giornali non li legge più nessuno, i telegiornali danno notizie banali e il web, per quanto vario e ricco di informazioni aggiornate in tempo reale, è anche pieno di errori e scempiaggini, visto che non c'è il tempo, né la volontà, di verificare le fonti.
Sarà che sono un po' naif, ma io, quando penso a un giornalista, m'immagino uno che ascolta e guarda tutto dall'inizio alla fine, anche se questo comporta, nella maggior parte dei casi, una solenne rottura di scatole. Perché non sta scritto da nessuna parte che la svolta, l'evento risolutivo, la chiave giusta per comprendere un avvenimento (e raccontarlo agli altri), non si scoprano negli ultimi due minuti, anziché nei primi dieci; anzi, è molto probabile che vada proprio così.
E m'immagino una persona curiosa e aperta, capace di provare almeno un minimo di vero interesse nell'affrontare gli argomenti più vari: dall'alta finanza alla bassa manovalanza; obiettiva, ma anche comprensiva delle opinioni degli altri (e consapevole delle proprie).
Insomma, penso a uno che, se appena può, arriva sul luogo dove è stato inviato un po' prima degli altri, per annusare l'aria, osservare l'ambiente, cogliere gli stati d'animo; e va via un po' dopo, per poter render conto di eventuali mutamenti e per paura che possa accadere qualcosa d'importante appena lui se n'è andato.
Qualcosa di simile al capitano di una nave: che non l'abbandona finché anche l'ultimo uomo non s'è messo in salvo, perché è così che si fa, perché è il suo mestiere.
Poi mi ricordo che siamo il Paese di Schettino.
E capisco molte cose...
Eravamo in sei. E poi ci si stupisce che ci siano tante guerre nel mondo.
Anzi, no, a dire il vero, per i primi dieci minuti eravamo in otto; ma due erano giornalisti di qualche testata locale. E buon per loro che non ho avuto modo di chiedergli di quale. Anche perché sarebbe stato difficile: quando sono arrivata io - un po' in ritardo, come al solito - i due se ne stavano in disparte parlando dei fatti loro. Tanto che, vedendo due facce nuove, ho persino pensato: "toh, che bello: allarghiamo il gruppo!". Poi mi sono dovuta ricredere.
Ho capito che erano giornalisti solo quando, appena il relatore ha iniziato a parlare, la donna ha sfoderato con aria torva una notevole telecamera.
Non sono riuscita a capire che facesse nel frattempo l'uomo, distratta dal pensiero che, essendo io seduta a fianco del relatore (niente tribune o palchi: eravamo semplicemente disposti in un cerchio di sedie), ed essendo così pochi, sarei finita anch'io nel filmato. E la cosa non mi garbava per niente.
Non mi pare, però, d'averlo visto prendere appunti, e, anche se li avesse presi, non credo gli sarebbero serviti granché, visto che la riunione è durata più di un'ora mentre loro, con la stessa aria scocciata e distante con cui li ho visti entrando (e che io, ingenua, avevo attribuito alla timidezza), se ne sono andati poco dopo, salutando di sfuggita e interrompendo il relatore.
In realtà, non mi sarei dovuta stupire nemmeno troppo. Ho una mezza idea di come funzionino queste cose: si fanno dieci minuti di ripresa, si chiede al relatore o all'organizzatore di fare avere un resoconto o un comunicato stampa e poi si va altrove. Così, in una sola serata, la stessa malcapitata coppia cameraman & giornalista può con poco sforzo documentare un convegno, una premiazione, un'anteprima e una manifestazione con perfetta efficienza e ottimizzazione di tempi e costi.
Poi, però, non lamentiamoci che i giornali non li legge più nessuno, i telegiornali danno notizie banali e il web, per quanto vario e ricco di informazioni aggiornate in tempo reale, è anche pieno di errori e scempiaggini, visto che non c'è il tempo, né la volontà, di verificare le fonti.
Sarà che sono un po' naif, ma io, quando penso a un giornalista, m'immagino uno che ascolta e guarda tutto dall'inizio alla fine, anche se questo comporta, nella maggior parte dei casi, una solenne rottura di scatole. Perché non sta scritto da nessuna parte che la svolta, l'evento risolutivo, la chiave giusta per comprendere un avvenimento (e raccontarlo agli altri), non si scoprano negli ultimi due minuti, anziché nei primi dieci; anzi, è molto probabile che vada proprio così.
E m'immagino una persona curiosa e aperta, capace di provare almeno un minimo di vero interesse nell'affrontare gli argomenti più vari: dall'alta finanza alla bassa manovalanza; obiettiva, ma anche comprensiva delle opinioni degli altri (e consapevole delle proprie).
Insomma, penso a uno che, se appena può, arriva sul luogo dove è stato inviato un po' prima degli altri, per annusare l'aria, osservare l'ambiente, cogliere gli stati d'animo; e va via un po' dopo, per poter render conto di eventuali mutamenti e per paura che possa accadere qualcosa d'importante appena lui se n'è andato.
Qualcosa di simile al capitano di una nave: che non l'abbandona finché anche l'ultimo uomo non s'è messo in salvo, perché è così che si fa, perché è il suo mestiere.
Poi mi ricordo che siamo il Paese di Schettino.
E capisco molte cose...
giovedì 5 settembre 2013
In the wind
Chi mi conosce da tempo di persona sa che a volte (raramente) riesco ad essere spigliata e chiacchierona (e anche un po' rompiballe); altre, invece, posso starmene zitta e intimidita in un angolo, proferendo poche parole mal connesse solo se costretta. E che, tra questi due estremi, ci sono molte variabili che dipendono, purtroppo, da vari fattori: come sto quel giorno, da quali pensieri sono presa, quanto mi affascinano o mi spaventano (o entrambe le cose insieme) le persone con cui ho a che fare o quanto io riesco in qualche modo a sentirmi a mio agio con loro.
Ma questo è un mio problema...
Esistono invece persone che sono quasi sempre silenziose e appaiono, perciò, a seconda dei casi, schive o burbere o anche sciocche agli occhi degli altri senza esserlo quasi mai davvero.
Con due di loro, non so perché, nelle estati di molti anni fa, sono riuscita a chiacchierare a lungo, suscitando lo stupore delle rispettive consorti. E anche il mio, beninteso. In entrambi i casi si era al mare.
Non ricordo più di cosa avessimo parlato passeggiando, forse di libri o di cinema; ma ricordo la leggera sensazione di stupore nello riuscire io, ragazzina, a scalfire non so come la corazza di silenzio di quei due uomini adulti, coetanei dei miei genitori. Ci parlammo alla pari, semplicemente, annullando per un momento le differenze di ruolo, d'età, di sesso che troppo spesso impongono paletti inutili ai rapporti tra individui.
Uno dei due era un mio parente, ed è morto qualche anno fa, l'altro un caro amico di famiglia, che se ne sta andando in questi giorni, pure se resta per lui ancora un filo di speranza. Entrambi erano, per me, pure se in modo diverso, un punto di riferimento: persone su cui sapevo di poter contare in caso di bisogno. A maggior ragione dopo aver avuto il privilegio di sbirciare, anche solo per una volta, un po' più a fondo nel loro animo.
Oggi, dunque, che mi sento, se possibile, ancora un po' più sola e più sguarnita, mi trovo a pensare che le parole che mi dissero quel giorno, e che ora non ricordo più, in realtà, sono ancora nascoste da qualche parte nella mia memoria e vivranno con me e torneranno, in qualche modo, nel caso dovessi averne bisogno.
Ne sono ancor più convinta dopo che, ieri, ho scoperto da dove è spuntato il curioso particolare di un sogno fatto qualche mese fa: l'avevo letto in un libro e poi, in apparenza, dimenticato. Ritrovandolo tra le pagine mi è venuta in mente una bella immagine che, se non sbaglio, è di Giovannino Guareschi: le parole volano, dicevano i latini. Volano, sì, ma non si volatilizzano. Restano da qualche parte. Forse là dove restano anche tutte le risate e le lacrime.
E' per questo che, nonostante tutto, nonostante non mi dia né la forza né la consolazione di cui avrei bisogno, credo ancora che da qualche parte ci sia una Parola che non muore e che contiene in sé tutte le altre. Quelle posate e profonde che mi hanno donato un giorno due uomini taciturni e, spero, anche le mie, molto più strampalate.
Ma questo è un mio problema...
Esistono invece persone che sono quasi sempre silenziose e appaiono, perciò, a seconda dei casi, schive o burbere o anche sciocche agli occhi degli altri senza esserlo quasi mai davvero.
Con due di loro, non so perché, nelle estati di molti anni fa, sono riuscita a chiacchierare a lungo, suscitando lo stupore delle rispettive consorti. E anche il mio, beninteso. In entrambi i casi si era al mare.
Non ricordo più di cosa avessimo parlato passeggiando, forse di libri o di cinema; ma ricordo la leggera sensazione di stupore nello riuscire io, ragazzina, a scalfire non so come la corazza di silenzio di quei due uomini adulti, coetanei dei miei genitori. Ci parlammo alla pari, semplicemente, annullando per un momento le differenze di ruolo, d'età, di sesso che troppo spesso impongono paletti inutili ai rapporti tra individui.
Uno dei due era un mio parente, ed è morto qualche anno fa, l'altro un caro amico di famiglia, che se ne sta andando in questi giorni, pure se resta per lui ancora un filo di speranza. Entrambi erano, per me, pure se in modo diverso, un punto di riferimento: persone su cui sapevo di poter contare in caso di bisogno. A maggior ragione dopo aver avuto il privilegio di sbirciare, anche solo per una volta, un po' più a fondo nel loro animo.
Oggi, dunque, che mi sento, se possibile, ancora un po' più sola e più sguarnita, mi trovo a pensare che le parole che mi dissero quel giorno, e che ora non ricordo più, in realtà, sono ancora nascoste da qualche parte nella mia memoria e vivranno con me e torneranno, in qualche modo, nel caso dovessi averne bisogno.
Ne sono ancor più convinta dopo che, ieri, ho scoperto da dove è spuntato il curioso particolare di un sogno fatto qualche mese fa: l'avevo letto in un libro e poi, in apparenza, dimenticato. Ritrovandolo tra le pagine mi è venuta in mente una bella immagine che, se non sbaglio, è di Giovannino Guareschi: le parole volano, dicevano i latini. Volano, sì, ma non si volatilizzano. Restano da qualche parte. Forse là dove restano anche tutte le risate e le lacrime.
E' per questo che, nonostante tutto, nonostante non mi dia né la forza né la consolazione di cui avrei bisogno, credo ancora che da qualche parte ci sia una Parola che non muore e che contiene in sé tutte le altre. Quelle posate e profonde che mi hanno donato un giorno due uomini taciturni e, spero, anche le mie, molto più strampalate.
mercoledì 17 luglio 2013
A naso
Giovedì scorso sapevo di stalla, sudore e vernice: un mix poco attraente, me ne rendo conto, ma io sono sempre poco attraente, anche in abito da sera, dunque non è un grosso problema, e poi ne valeva la pena.
Di stalla per lavoro, perché ogni tanto capita anche questo: dover andare a parlare con un'allevatrice per aggiungere una pagina a un sito; e che l'allevatrice abiti in un posto spersissimo d'Appennino di cui ignoravo l'esistenza, raggiungibile dopo un'ora d'auto e 800 metri di passione per una strada che, in teoria, doveva essere asfaltata, in pratica era una striscia minuscola di brandelli d'asfalto, sassi, fanghiglia e buche profonde tra la boscaglia; e il pensiero mio e di Dani, reclutata al volo come fotoreporter (grazie!) era uno solo: "E se incontriamo un'altra macchina?", sussurrato a mezza voce mentre io tentavo di convincere la mia di macchine a fingere ancora una volta di essere un fuoristrada.
Il pericolo d'incontro, in realtà, era piuttosto remoto, per fortuna, perché lassù, oltre alla stalla, c'erano giusto tre case abitate solo d'estate e un pugno di ruderi di edifici di pietra dal tetto d'ardesia, struggenti nella loro desolazione. E l'allevatrice era davvero una di quelle persone degne di essere incontrate, per le quali sono grata alla sorte o a chi per essa (e anche a Dani, ovviamente), di poter fare il lavoro che faccio e mi auguro vivamente che, nonostante la crisi feroce e i cambiamenti dolorosi (dietro il trasloco d'ufficio di cui vi parlavo, infatti, c'è una storia spiacevole che non me la sento di raccontare), io possa continuare a farlo ancora per un po'...
Comunque sia, la donna ci accoglie con una gonna a fiori, una canotta grigio-azzura sporca e sudata, ma in tinta con le scarpe e un largo bracciale di filigrana d'argento. Il tutto, posato su un fisico asciutto e abbronzato, occhi azzurri e capelli grigi tagliati cortissimi, le dà un aspetto sorprendentemente elegante. e anche il lungo rastrello di legno col quale porge il fieno alle sue vacche nelle sue mani ha qualcosa dello scettro o del pastorale. Ha uno strano accento e metà dei suoi animali hanno nomi francesi, così dopo un po' mi decido a chiederle da dove viene e scopro che è belga! Il nome però è italiano, allora la immagino figlia di emigranti che, ritornata al paese d'origine ha trovato l'amore e ha deciso di restare, ma lei chiude subito la parentesi e continua a parlare del suo lavoro e io non ho il coraggio di chieder conferma delle mie ipotesi.
E' dura esser timidi e pudichi quando si fa i giornalisti... per fortuna (o purtroppo?) io non faccio esattamente la giornalista!
Mentre ci aggiriamo per i recinti di vacche e vitellini, circumnavigando balloni e scavalcando cumuli di fieno che - dice la donna - il marito sa distinguere a occhio da quale campo vengano, pensiamo che spesso le persone più interessanti si nascondono nei luoghi più impensati. E ce ne andiamo felici di aver collezionato, noi che bene o male viviamo di parole, un'altra bella storia da ricordare e raccontare.
Di sudore perché faceva un caldo afoso persino su per i monti, tanto che, al ritorno, dopo aver colto tra gli alberi una visione del castello di Bardi sfocato per la foschia, siamo state costrette a una sosta tecnica in un bar di Varano sorprendentemente popolato di soli under 25, gestori compresi, che, vedendoci entrare, ci hanno squadrato sospettosi prima di servirci acqua e gelato, che ci hanno consentito di ritornare sane e salve in città.
Inutile dire che io, che normalmente sono una lucertola, quel pomeriggio il caldo lo sentivo più del solito perché, come ogni donnina all'ascolto sa, più ti aspetta un giorno impegnativo, più è probabile che ti capiti in uno di quei giorni...
Poiché ero arrivata a casa mezz'ora prima del solito e già in condizioni pietose, ho pensato bene di completare la giornata indossando un paio di braghette inguardabili e la storica maglietta del liceo e darmi il colpo di grazia ridipingendo di giallo un paio di pareti.
Ed ecco spiegato anche l'odore di vernice.
L'inevitabile conclusione della giornata? Ovvio: una doccia!
Saluti odorosi...
Di stalla per lavoro, perché ogni tanto capita anche questo: dover andare a parlare con un'allevatrice per aggiungere una pagina a un sito; e che l'allevatrice abiti in un posto spersissimo d'Appennino di cui ignoravo l'esistenza, raggiungibile dopo un'ora d'auto e 800 metri di passione per una strada che, in teoria, doveva essere asfaltata, in pratica era una striscia minuscola di brandelli d'asfalto, sassi, fanghiglia e buche profonde tra la boscaglia; e il pensiero mio e di Dani, reclutata al volo come fotoreporter (grazie!) era uno solo: "E se incontriamo un'altra macchina?", sussurrato a mezza voce mentre io tentavo di convincere la mia di macchine a fingere ancora una volta di essere un fuoristrada.
Il pericolo d'incontro, in realtà, era piuttosto remoto, per fortuna, perché lassù, oltre alla stalla, c'erano giusto tre case abitate solo d'estate e un pugno di ruderi di edifici di pietra dal tetto d'ardesia, struggenti nella loro desolazione. E l'allevatrice era davvero una di quelle persone degne di essere incontrate, per le quali sono grata alla sorte o a chi per essa (e anche a Dani, ovviamente), di poter fare il lavoro che faccio e mi auguro vivamente che, nonostante la crisi feroce e i cambiamenti dolorosi (dietro il trasloco d'ufficio di cui vi parlavo, infatti, c'è una storia spiacevole che non me la sento di raccontare), io possa continuare a farlo ancora per un po'...
Comunque sia, la donna ci accoglie con una gonna a fiori, una canotta grigio-azzura sporca e sudata, ma in tinta con le scarpe e un largo bracciale di filigrana d'argento. Il tutto, posato su un fisico asciutto e abbronzato, occhi azzurri e capelli grigi tagliati cortissimi, le dà un aspetto sorprendentemente elegante. e anche il lungo rastrello di legno col quale porge il fieno alle sue vacche nelle sue mani ha qualcosa dello scettro o del pastorale. Ha uno strano accento e metà dei suoi animali hanno nomi francesi, così dopo un po' mi decido a chiederle da dove viene e scopro che è belga! Il nome però è italiano, allora la immagino figlia di emigranti che, ritornata al paese d'origine ha trovato l'amore e ha deciso di restare, ma lei chiude subito la parentesi e continua a parlare del suo lavoro e io non ho il coraggio di chieder conferma delle mie ipotesi.
E' dura esser timidi e pudichi quando si fa i giornalisti... per fortuna (o purtroppo?) io non faccio esattamente la giornalista!
Mentre ci aggiriamo per i recinti di vacche e vitellini, circumnavigando balloni e scavalcando cumuli di fieno che - dice la donna - il marito sa distinguere a occhio da quale campo vengano, pensiamo che spesso le persone più interessanti si nascondono nei luoghi più impensati. E ce ne andiamo felici di aver collezionato, noi che bene o male viviamo di parole, un'altra bella storia da ricordare e raccontare.
Di sudore perché faceva un caldo afoso persino su per i monti, tanto che, al ritorno, dopo aver colto tra gli alberi una visione del castello di Bardi sfocato per la foschia, siamo state costrette a una sosta tecnica in un bar di Varano sorprendentemente popolato di soli under 25, gestori compresi, che, vedendoci entrare, ci hanno squadrato sospettosi prima di servirci acqua e gelato, che ci hanno consentito di ritornare sane e salve in città.
Inutile dire che io, che normalmente sono una lucertola, quel pomeriggio il caldo lo sentivo più del solito perché, come ogni donnina all'ascolto sa, più ti aspetta un giorno impegnativo, più è probabile che ti capiti in uno di quei giorni...
Poiché ero arrivata a casa mezz'ora prima del solito e già in condizioni pietose, ho pensato bene di completare la giornata indossando un paio di braghette inguardabili e la storica maglietta del liceo e darmi il colpo di grazia ridipingendo di giallo un paio di pareti.
Ed ecco spiegato anche l'odore di vernice.
L'inevitabile conclusione della giornata? Ovvio: una doccia!
Saluti odorosi...
mercoledì 5 giugno 2013
Mani
touch my world with your fingertips."
(Queen, Who wants to live forever)
"La carezza è un ponte tra due abissi di solitudine.
Perché il cielo e la terra passeranno,
ma certe carezze non passeranno mai."
(Diego Cugia/Jack Folla, Alcatraz)
Va bene, confessiamolo subito così ci togliamo il pensiero: questo post ho cominciato a pensarlo mentre il fisioterapista, un giovane asciutto e occhialuto dai modi garbati e professionali, mi tastava la schiena, frugando il men peggio e il peggiore (come direbbe il solito "Guido") e io non ho potuto fare a meno di constatare, con il solito misto di ironia e amarezza, che nonostante i trentacinque suonati (molto suonati, of course), gli unici uomini che si son presi una certa confidenza con la mia pelle e quel che ci sta sotto son stati i medici. E non so se devo dire per fortuna (mi sono risparmiata attenzioni sgradite), o purtroppo.
Comunque sia, da lì son partita per uno dei miei soliti contorti viaggi mentali, che fan sì che io poi mi distragga e faccia cose come ieri mattina, quando, in arrivo trafelata al nuovo ufficio (dove non ho più l'uso cucina e ho a malapena quello del bagno), ho infilato il borgo sbagliato e ho tentato di scassinare un altro garage anziché quello del mio capo per tentare di parcheggiarci la bici...
Stavo dicendo che ho cominciato a pensare a quanto ci stiamo disabituando ad usare le mani (fa un po' rissa da bar, detta così...) nei rapporti con gli altri, se non per digitare messaggi su una tastiera.
E mi sono tornati in mente la bella immagine della canzone dei Queen e il pezzo del programma radiofonico di Diego Cugia che vi ho citato sopra.
Paradossale vero? Da una parte abbiamo le relazioni virtuali (non importa che siano d'amicizia o d'amore), relativamente semplici anche perché "incorporee" (ma che possono comunque far danno nella vita reale, come si è visto nella cronaca recente); dall'altra, un eccesso di, come chiamarla? esibizione di gesti forti ed espliciti talmente quotidiana che nemmeno i puritani (come me) ci fanno più caso, o quasi, e che, per questo, finiscono col diventare banali e insignificanti.
In mezzo a questi due estremi poco o nulla.
Ci siamo persi abbracci brevi e timidi, o lunghi e commoventi, carezze decise o poco più che sfiorate, mani che s'infilano al braccio di qualcuno o gli stringono appena un polso per guidarlo o lasciarsi guidare; mani a toccare il ginocchio della persona seduta accanto a noi: gesto fraterno, o allusivo, a seconda del conteso; mani calde sulla schiena o le spalle di qualcuno da consolare o a cui, semplicemente, far capire che gli siamo accanto, anche se non sappiamo esattamente spiegargli come o perché.
Insomma, ci siamo persi le sfumature (non di grigio, per carità! ma di altri più intriganti colori).
Va bene, confessiamolo subito così ci togliamo il pensiero: questo post ho cominciato a pensarlo mentre il fisioterapista, un giovane asciutto e occhialuto dai modi garbati e professionali, mi tastava la schiena, frugando il men peggio e il peggiore (come direbbe il solito "Guido") e io non ho potuto fare a meno di constatare, con il solito misto di ironia e amarezza, che nonostante i trentacinque suonati (molto suonati, of course), gli unici uomini che si son presi una certa confidenza con la mia pelle e quel che ci sta sotto son stati i medici. E non so se devo dire per fortuna (mi sono risparmiata attenzioni sgradite), o purtroppo.
Comunque sia, da lì son partita per uno dei miei soliti contorti viaggi mentali, che fan sì che io poi mi distragga e faccia cose come ieri mattina, quando, in arrivo trafelata al nuovo ufficio (dove non ho più l'uso cucina e ho a malapena quello del bagno), ho infilato il borgo sbagliato e ho tentato di scassinare un altro garage anziché quello del mio capo per tentare di parcheggiarci la bici...
Stavo dicendo che ho cominciato a pensare a quanto ci stiamo disabituando ad usare le mani (fa un po' rissa da bar, detta così...) nei rapporti con gli altri, se non per digitare messaggi su una tastiera.
E mi sono tornati in mente la bella immagine della canzone dei Queen e il pezzo del programma radiofonico di Diego Cugia che vi ho citato sopra.
Paradossale vero? Da una parte abbiamo le relazioni virtuali (non importa che siano d'amicizia o d'amore), relativamente semplici anche perché "incorporee" (ma che possono comunque far danno nella vita reale, come si è visto nella cronaca recente); dall'altra, un eccesso di, come chiamarla? esibizione di gesti forti ed espliciti talmente quotidiana che nemmeno i puritani (come me) ci fanno più caso, o quasi, e che, per questo, finiscono col diventare banali e insignificanti.
In mezzo a questi due estremi poco o nulla.
Ci siamo persi abbracci brevi e timidi, o lunghi e commoventi, carezze decise o poco più che sfiorate, mani che s'infilano al braccio di qualcuno o gli stringono appena un polso per guidarlo o lasciarsi guidare; mani a toccare il ginocchio della persona seduta accanto a noi: gesto fraterno, o allusivo, a seconda del conteso; mani calde sulla schiena o le spalle di qualcuno da consolare o a cui, semplicemente, far capire che gli siamo accanto, anche se non sappiamo esattamente spiegargli come o perché.
Ci siamo persi, con questi gesti, anche la capacità di dare una forma a tutta una gamma di sentimenti che stanno tra l'amicizia e l'amore, a cui già è difficile dare un nome, figuriamoci trovare una emoticon per rappresentarli!
Ci siamo persi la capacità di entrare in comunicazione con l'altro con discrezione, ascoltandolo anche con la punta delle dita e indovinando i suoi sentimenti.Insomma, ci siamo persi le sfumature (non di grigio, per carità! ma di altri più intriganti colori).
E credo che questo in qualche modo abbia a che fare anche con l'eccesso di violenza che vediamo ogni giorno nei rapporti tra uomo e donna, ma non solo: perché tra l'indifferenza e l'amore folle troppo spesso si fa un solo unico balzo che, per forza di cose, ai più fa perdere l'equilibrio. E rende la vita molto difficile a chi sa benissimo di non essere tagliato per i grandi balzi. A me, per esempio...
Si tocca per afferrare e possedere, non per conoscere. Così, mentre crediamo di essere moderni e disinibiti, in realtà stiamo solo perdendo per strada la capacità di comprendere la complessità dell'altro (e anche la nostra), letteralmente "a pelle", senza bisogno che ce la spieghi l'esperto di turno, magari con un tutorial.
Lo stesso discorso, ovviamente, si potrebbe fare a proposito degli sguardi; ma per ora ve lo risparmio.
V'è andata bene...
PS: i due della foto si chiamavano Marcus Gratidius Libanus e Gratidia Chrite, immortalati nel gesto classico del matrimonio romano: la "dextrarum iunctio". La mano di lei sulla spalla di lui, però, è assai meno classica e molto più tenera.
Si tocca per afferrare e possedere, non per conoscere. Così, mentre crediamo di essere moderni e disinibiti, in realtà stiamo solo perdendo per strada la capacità di comprendere la complessità dell'altro (e anche la nostra), letteralmente "a pelle", senza bisogno che ce la spieghi l'esperto di turno, magari con un tutorial.
Lo stesso discorso, ovviamente, si potrebbe fare a proposito degli sguardi; ma per ora ve lo risparmio.
V'è andata bene...
PS: i due della foto si chiamavano Marcus Gratidius Libanus e Gratidia Chrite, immortalati nel gesto classico del matrimonio romano: la "dextrarum iunctio". La mano di lei sulla spalla di lui, però, è assai meno classica e molto più tenera.
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mercoledì 8 maggio 2013
L'assenza
(P. Fabrizi - F. Mannoia, L'assenza)
Ormai lo sapete quanto m'intrigano gli strani incroci che saltano fuori quando si leggono cose molto diverse nello stesso periodo, dunque, portate pazienza.
Dice Safran Foer, nel suo tanto strampalato quanto fortunato (forse le due cose sono collegate?) "Ogni cosa è illuminata", che "scrivere è una seconda occasione" e che "l'origine di una storia è sempre un'assenza".
Mentre la Tamaro, nella sua autobiografia alquanto ansiogena "Ogni angelo è tremendo", afferma che "tutti i miei libri perlustrano i territori dell'inquietudine e dello smarrimento"; e che "soltanto nel momento in cui si accetta l'inquietudine come dato fondante, si entra davvero nell'umanità".
Entrambi i libri, ovviamente diversissimi, sono, infondo, dolorosi viaggi nella memoria, alla ricerca delle origini, l'uno condito di ironia e surrealismo a tratti un po' fastidiosi (almeno per me), l'altro purtroppo, si prende fin troppo sul serio.
Entrambi gli autori, diversissimi (se si fa eccezione per la comune tradizione ebraica), hanno, però, un'idea non troppo dissimile della scrittura (e della lettura), che da una parte scava e dall'altra colma, che nasce da un disagio e ne è, in qualche modo, anche una possibile cura.
Non è, insomma, puro esercizio di stile ma, in un certo senso, un modo per sopravvivere.
Sarà per quello che a me piace tanto?
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lunedì 8 aprile 2013
Discrepanze
"Chiunque può scrivere un racconto - un cattivo racconto; voglio dire, chiunque abbia sufficiente diligenza, carta e tempo; ma non tutti possono sperare di scrivere un romanzo, anche cattivo. È la lunghezza che uccide." (R. L. Stevenson, L'arte della scrittura)
Per ragioni che non sto qua a dirvi (ho un minimo di dignità da difendere!), ho da poco scoperto che esiste un "genere letterario", se così si può definire, chiamato "fanfiction".
Trattasi, in breve, di riprendere i personaggi di un libro, di un film, di un cartone animato, di un videogioco e costruire con loro nuove storie, immaginando prequel, sequel, missing moments e persino crossovers, ovvero "incroci" più o meno improbabili con personaggi di altre serie, film o libri o, insomma, ci siamo capiti...
In realtà, la cosa non mi ha stupito. E' un gioco che io e le mie compagne di classe eravamo abituate a fare fin dalla più tenera età e risponde a un desiderio che si ha fin da quando cominciano a raccontarci le favole: sapere cosa succede dopo la parola "fine" e, se nessuno ce lo dice, provare a immaginarcelo.
Chiaramente, era uno dei miei giochi preferiti.
Una delle ultime volte che l'ho praticato ero alle medie e c'inventammo la sezione femminile dei "Cavalieri dello Zodiaco".
Va bene, ora smettete di ridere e abbiate la pazienza di seguirmi nel mio strampalato ragionamento.
Allora la cosa si portava avanti dal vivo, raccontandoci a turno pezzi di storia, o, al massimo, scrivendola su bigliettini che giravano loscamente di banco in banco. Ora si usa internet, ma le regole del gioco, a occhio, non sono tanto diverse: anche in questo caso, a quanto ho capito, si crea una comunità di persone appassionate dello stesso libro, film ecc., che si scambiano pareri e recensioni e, a volte, scrivono nuove puntate, o capitoli, a due, tre, quattro mani...
Il valore di quel (poco?) che ho letto è parecchio discontinuo: c'è gente che sa il fatto suo e costruisce storie ben scritte, mantenendo coerenza e verosimiglianza con i personaggi e le ambientazioni di partenza; e c'è chi spara congiuntivi a caso e s'inventa le vicende più inverosimili.
Curiosamente, ho l'impressione che gli autori di fanfiction siano per lo più "autrici": ragazze e giovani donne tra le superiori e l'università.
In effetti, anche nei miei ricordi d'infanzia il gioco era più in voga tra le bambine che tra i maschietti, che pure si divertivano a impersonare l'eroe di turno, ma in forme in genere più caciarone e meno strutturate.
Ovviamente, tra i temi affrontati trionfa l'amore: si approfondiscono le storie che nell'opera a cui ci si ispira sono, magari, appena accennate; si fanno finir bene quelle che nell'originale bene non finivano; si "gioca" con molta libertà con le coppie creandone di nuove e imbastendo a volte anche strani triangoli (troppe telenovelas?).
Allora mi sorge uno dei miei dubbi balzani: non è che le donne sono più abituate a raccontarsi storie perché la vita addossa loro più limiti e più responsabilità e le storie sono, dopotutto, un metodo di fuga dalla realtà rapido, economico e indolore?
E non è che queste storie che si raccontano (ci raccontiamo) sono per lo più storie d'amore perché, soprattutto in questo campo, partiamo con aspettative troppo alte che vengono puntualmente deluse?
Insomma: prima ci crescono a supereroi e principi azzurri... poi ci dicono (o ce ne accorgiamo da sole, dolorosamente): "mi spiace, non ce ne sono più, sono rimasti solo i buzzurri!"
Ok, ok, questa è un po' eccessiva, ma suonava bene. Scusatemi (soprattutto gli eventuali uomini all'ascolto)!
Comunque sia credo che sogno e realtà, in qualche modo, siano molto più distanti per noi che per i nostri amici e compagni e, per questo, noi perdiamo molto tempo e molte forze a tentare di farli coincidere, o per lo meno ad avvicinarli, perché dopotutto, facciamo fatica a rinunciare ai sogni.
O, forse, siamo semplicemente più logorroiche?!
Chissà...
Se a questo punto vi state chiedendo se c'ho provato anch'io a scrivere fanfiction, tranquillizzatevi: non l'ho fatto. Immagino sia parecchio divertente, ma non ho tempo e credo di non essere mai stata in grado di portare avanti decentemente storie complesse, anche se mi piacerebbe tanto.
E poi, come mi ha ricordato via FB un amico che non vedo da tempo e ho scoperto sta scrivendo un fantasy: "Noi siamo responsabili dei nostri personaggi".
E io ne ho già una manciata, inventati più meno nello stesso periodo in cui mi fingevo una cavalieressa stellare, che ho lasciato in un mare di guai dai quali non ho più la forza di tirarli fuori. E me ne dispiace.
Dovessi rimettermi a scrivere storie, avrei quantomeno il dovere di ricominciare da loro...
Per ragioni che non sto qua a dirvi (ho un minimo di dignità da difendere!), ho da poco scoperto che esiste un "genere letterario", se così si può definire, chiamato "fanfiction".
Trattasi, in breve, di riprendere i personaggi di un libro, di un film, di un cartone animato, di un videogioco e costruire con loro nuove storie, immaginando prequel, sequel, missing moments e persino crossovers, ovvero "incroci" più o meno improbabili con personaggi di altre serie, film o libri o, insomma, ci siamo capiti...
In realtà, la cosa non mi ha stupito. E' un gioco che io e le mie compagne di classe eravamo abituate a fare fin dalla più tenera età e risponde a un desiderio che si ha fin da quando cominciano a raccontarci le favole: sapere cosa succede dopo la parola "fine" e, se nessuno ce lo dice, provare a immaginarcelo.
Chiaramente, era uno dei miei giochi preferiti.
Una delle ultime volte che l'ho praticato ero alle medie e c'inventammo la sezione femminile dei "Cavalieri dello Zodiaco".
Va bene, ora smettete di ridere e abbiate la pazienza di seguirmi nel mio strampalato ragionamento.
Allora la cosa si portava avanti dal vivo, raccontandoci a turno pezzi di storia, o, al massimo, scrivendola su bigliettini che giravano loscamente di banco in banco. Ora si usa internet, ma le regole del gioco, a occhio, non sono tanto diverse: anche in questo caso, a quanto ho capito, si crea una comunità di persone appassionate dello stesso libro, film ecc., che si scambiano pareri e recensioni e, a volte, scrivono nuove puntate, o capitoli, a due, tre, quattro mani...
Il valore di quel (poco?) che ho letto è parecchio discontinuo: c'è gente che sa il fatto suo e costruisce storie ben scritte, mantenendo coerenza e verosimiglianza con i personaggi e le ambientazioni di partenza; e c'è chi spara congiuntivi a caso e s'inventa le vicende più inverosimili.
Curiosamente, ho l'impressione che gli autori di fanfiction siano per lo più "autrici": ragazze e giovani donne tra le superiori e l'università.
In effetti, anche nei miei ricordi d'infanzia il gioco era più in voga tra le bambine che tra i maschietti, che pure si divertivano a impersonare l'eroe di turno, ma in forme in genere più caciarone e meno strutturate.
Ovviamente, tra i temi affrontati trionfa l'amore: si approfondiscono le storie che nell'opera a cui ci si ispira sono, magari, appena accennate; si fanno finir bene quelle che nell'originale bene non finivano; si "gioca" con molta libertà con le coppie creandone di nuove e imbastendo a volte anche strani triangoli (troppe telenovelas?).
Allora mi sorge uno dei miei dubbi balzani: non è che le donne sono più abituate a raccontarsi storie perché la vita addossa loro più limiti e più responsabilità e le storie sono, dopotutto, un metodo di fuga dalla realtà rapido, economico e indolore?
E non è che queste storie che si raccontano (ci raccontiamo) sono per lo più storie d'amore perché, soprattutto in questo campo, partiamo con aspettative troppo alte che vengono puntualmente deluse?
Insomma: prima ci crescono a supereroi e principi azzurri... poi ci dicono (o ce ne accorgiamo da sole, dolorosamente): "mi spiace, non ce ne sono più, sono rimasti solo i buzzurri!"
Ok, ok, questa è un po' eccessiva, ma suonava bene. Scusatemi (soprattutto gli eventuali uomini all'ascolto)!
Comunque sia credo che sogno e realtà, in qualche modo, siano molto più distanti per noi che per i nostri amici e compagni e, per questo, noi perdiamo molto tempo e molte forze a tentare di farli coincidere, o per lo meno ad avvicinarli, perché dopotutto, facciamo fatica a rinunciare ai sogni.
O, forse, siamo semplicemente più logorroiche?!
Chissà...
Se a questo punto vi state chiedendo se c'ho provato anch'io a scrivere fanfiction, tranquillizzatevi: non l'ho fatto. Immagino sia parecchio divertente, ma non ho tempo e credo di non essere mai stata in grado di portare avanti decentemente storie complesse, anche se mi piacerebbe tanto.
E poi, come mi ha ricordato via FB un amico che non vedo da tempo e ho scoperto sta scrivendo un fantasy: "Noi siamo responsabili dei nostri personaggi".
E io ne ho già una manciata, inventati più meno nello stesso periodo in cui mi fingevo una cavalieressa stellare, che ho lasciato in un mare di guai dai quali non ho più la forza di tirarli fuori. E me ne dispiace.
Dovessi rimettermi a scrivere storie, avrei quantomeno il dovere di ricominciare da loro...
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martedì 29 gennaio 2013
Il regalo più bello
Paolo ha occhi sornioni, l'accoglienza schietta e un po' schiva dei montanari.
L'ho conosciuto tempo fa per lavoro, quando ancora i piccoli comuni avevano i soldi per fare un giornalino, e ogni tanto mi capita di rivederlo.
Paolo, ogni tanto, mi regala un racconto: lo sceglie con cura dalla sua raccolta di storie vere, quasi vere o inventate che gli sono accadute o che s'è sentito raccontare dai vecchi quand'era bambino e che, a sua volta, si sente chiamato a tramandare.
Il primo, struggente, parlava di un ramarro innamorato di una bella casellante; il secondo di un merlo incantato da una serpe.
Sono storie semplici, garbate, senza particolari pretese letterarie, ma nelle quali si respira qualcosa delle atmosfere di Rigoni Stern e Mauro Corona: il realismo un po' magico di chi è abituato a osservare e ascoltare animali, boschi e montagne, oltreché persone.
Il solo fatto che gli sia venuto in mente di donarle a me, la cittadina che a malapena conosce, mi commuove profondamente e mi riempie di gratitudine.
Lui non lo sa - o forse sì? - che non poteva farmi un regalo più bello.
Paolo ha 84 anni.
L'ho conosciuto tempo fa per lavoro, quando ancora i piccoli comuni avevano i soldi per fare un giornalino, e ogni tanto mi capita di rivederlo.
Paolo, ogni tanto, mi regala un racconto: lo sceglie con cura dalla sua raccolta di storie vere, quasi vere o inventate che gli sono accadute o che s'è sentito raccontare dai vecchi quand'era bambino e che, a sua volta, si sente chiamato a tramandare.
Il primo, struggente, parlava di un ramarro innamorato di una bella casellante; il secondo di un merlo incantato da una serpe.
Sono storie semplici, garbate, senza particolari pretese letterarie, ma nelle quali si respira qualcosa delle atmosfere di Rigoni Stern e Mauro Corona: il realismo un po' magico di chi è abituato a osservare e ascoltare animali, boschi e montagne, oltreché persone.
Il solo fatto che gli sia venuto in mente di donarle a me, la cittadina che a malapena conosce, mi commuove profondamente e mi riempie di gratitudine.
Lui non lo sa - o forse sì? - che non poteva farmi un regalo più bello.
Paolo ha 84 anni.
martedì 11 dicembre 2012
La gallina in giallo
Per la serie "galline famose" nel cinema, nell'arte e nella letteratura, ecco come inizia l'ultimo romanzo di Marco Malvaldi:
"Per capire bene che posto sia Montesodi Marittimo, la cosa migliore è riportare alcuni numeri.
Ottocentododici: è il numero degli abitanti del paese, il che mette gli esseri umani in netta minoranza rispetto al numero di galline (millesettecentoventisei) regolarmente censite in paese. E' una fortuna che, con l'eccezione della signorina Conticini, le galline non abbiano diritto di voto, altrimenti in paese molte cose cambierebbero."
S'intitola "Milioni di milioni" e, come i precedenti, è un giallo: protagonisti sono un genetista e un'archivista, spediti nel paesino toscano di cui sopra che, a dispetto del nome, è inerpicato su per una montagna, per scoprire come mai gli abitanti siano particolarmente forzuti. Nel bel mezzo di una eccezionale nevicata, che isola per alcuni giorni il villaggio, accoppano una vecchia maestra, che ospitava il genetista il quale, un po' per curiosità, un po' per evitare d'essere incolpato, s'improvviserà detective assieme alla collega di studi.
Il libro è piacevole, si legge in un pomeriggio e in alcuni punti fa ridere di gusto; leggero finché si vuole, ma non banale. Qua e là, Malvaldi si diverte a seminare qualche citazione letteraria e qualche riflessione spesso condivisibile, senza calcare la mano. E' un toscanaccio irriverente ed è pure uno scienziato, un chimico per la precisione, e non perde mai l'occasione per far fare pessime figure a preti e credenti in generale: a volte ci va giù pesante, a volte non gli si può dar torto; ma questo fa parte della sacrosanta libertà di un autore di inserire nelle sue storie ciò che pensa e ciò che gli piace ed è chiaro che se la gode parecchio a farlo. E lo capisco, anche quando non mi garba quel che dice.
L'abbiamo anche ascoltato dal vivo a Torino due anni fa, ricordate? E anche allora ci era piaciuto; io l'ho anche incrociato quest'estate a Langhirano al Festival del prosciutto, ma aveva appena finito di parlare (sigh): pare infatti che sia un estimatore della buona cucina, e anche questo si vede dai suoi libri, non solo in quello che ha dedicato all'Artusi. Una ragione di più per apprezzarlo, no?
Ve ne lascio un altro paio di spezzoni.
Margherita (la filologa) a Piergiorgio (il genetista) al termine di una accesa discussione: "La scienza trova la verità, va bene, ma devi ammettere che la letteratura aiuta a sopportarla".
Dialogo tra Piergiorgio e il sindaco di Montesodi: "Lei ha un vizio da cittadino. Dice sempre 'la gente'." Piergiorgio tacque, non sapendo cosa dire. "Sa cosa diceva un mio amico di Livorno? 'La gente, son persone'. Ecco, accetti un consiglio da politico: smetta di dire 'la gente'. Dica 'le persone'. Può sembrare una questione dialettica, ma non lo è, mi creda." "No, non credo che lo sia..." "La gente è stupida, le persone ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano, ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente..."
Sì, proprio un bel librino.
"Per capire bene che posto sia Montesodi Marittimo, la cosa migliore è riportare alcuni numeri.
Ottocentododici: è il numero degli abitanti del paese, il che mette gli esseri umani in netta minoranza rispetto al numero di galline (millesettecentoventisei) regolarmente censite in paese. E' una fortuna che, con l'eccezione della signorina Conticini, le galline non abbiano diritto di voto, altrimenti in paese molte cose cambierebbero."
S'intitola "Milioni di milioni" e, come i precedenti, è un giallo: protagonisti sono un genetista e un'archivista, spediti nel paesino toscano di cui sopra che, a dispetto del nome, è inerpicato su per una montagna, per scoprire come mai gli abitanti siano particolarmente forzuti. Nel bel mezzo di una eccezionale nevicata, che isola per alcuni giorni il villaggio, accoppano una vecchia maestra, che ospitava il genetista il quale, un po' per curiosità, un po' per evitare d'essere incolpato, s'improvviserà detective assieme alla collega di studi.
Il libro è piacevole, si legge in un pomeriggio e in alcuni punti fa ridere di gusto; leggero finché si vuole, ma non banale. Qua e là, Malvaldi si diverte a seminare qualche citazione letteraria e qualche riflessione spesso condivisibile, senza calcare la mano. E' un toscanaccio irriverente ed è pure uno scienziato, un chimico per la precisione, e non perde mai l'occasione per far fare pessime figure a preti e credenti in generale: a volte ci va giù pesante, a volte non gli si può dar torto; ma questo fa parte della sacrosanta libertà di un autore di inserire nelle sue storie ciò che pensa e ciò che gli piace ed è chiaro che se la gode parecchio a farlo. E lo capisco, anche quando non mi garba quel che dice.
L'abbiamo anche ascoltato dal vivo a Torino due anni fa, ricordate? E anche allora ci era piaciuto; io l'ho anche incrociato quest'estate a Langhirano al Festival del prosciutto, ma aveva appena finito di parlare (sigh): pare infatti che sia un estimatore della buona cucina, e anche questo si vede dai suoi libri, non solo in quello che ha dedicato all'Artusi. Una ragione di più per apprezzarlo, no?
Ve ne lascio un altro paio di spezzoni.
Margherita (la filologa) a Piergiorgio (il genetista) al termine di una accesa discussione: "La scienza trova la verità, va bene, ma devi ammettere che la letteratura aiuta a sopportarla".
Dialogo tra Piergiorgio e il sindaco di Montesodi: "Lei ha un vizio da cittadino. Dice sempre 'la gente'." Piergiorgio tacque, non sapendo cosa dire. "Sa cosa diceva un mio amico di Livorno? 'La gente, son persone'. Ecco, accetti un consiglio da politico: smetta di dire 'la gente'. Dica 'le persone'. Può sembrare una questione dialettica, ma non lo è, mi creda." "No, non credo che lo sia..." "La gente è stupida, le persone ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano, ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente..."
Sì, proprio un bel librino.
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mercoledì 28 novembre 2012
Grandi vecchi & bambini
"Il genere umano conosce le parole e quindi è in grado di formulare il pensiero; soltanto la lettura perfeziona e migliora il pensiero perché la parola viene esaltata dalla conoscenza (e soltanto il libro può offrirla), dagli infiniti modi di usare la parola stessa."
Roberto Denti, prefazione alla riedizione 2012 de "I bambini leggono" (1978*).
L'ho ascoltato ieri sera a Langhirano con Dani, circondata da maestre.
Per uno strano caso è la seconda volta che mi capita d'incontrarlo dal vivo.
88 anni di intelligenza arguta ed ironica (per non parlare di quella della moglie Gianna), 40 dei quali spesi a occuparsi della letteratura per l'infanzia. Che non è solo Geronimo Stilton...
Ah, la foto è di un'opera di Vincenzo Agnetti. S'intitola "Libro dimenticato a memoria".
In realtà io stavo cercando un'immagine dei prelibri o dei libri illeggibili di Munari, ma quando sono incappata in questa m'è piaciuta tanto!
* Il mio anno di nascita: amo queste coincidenze.
Roberto Denti, prefazione alla riedizione 2012 de "I bambini leggono" (1978*).
L'ho ascoltato ieri sera a Langhirano con Dani, circondata da maestre.
Per uno strano caso è la seconda volta che mi capita d'incontrarlo dal vivo.
88 anni di intelligenza arguta ed ironica (per non parlare di quella della moglie Gianna), 40 dei quali spesi a occuparsi della letteratura per l'infanzia. Che non è solo Geronimo Stilton...
Ah, la foto è di un'opera di Vincenzo Agnetti. S'intitola "Libro dimenticato a memoria".
In realtà io stavo cercando un'immagine dei prelibri o dei libri illeggibili di Munari, ma quando sono incappata in questa m'è piaciuta tanto!
* Il mio anno di nascita: amo queste coincidenze.
martedì 2 ottobre 2012
Carta, penna e calamaio (in Word)
Sabato pomeriggio al laboratorio compiti una volontaria diciassettenne, seduta di fronte a me, parlando con il bambino che ha di fianco esclama: "Chiediamo a lei che è più vecchia". Scopro che "lei" sono io e che il bambino, per compito, dovrebbe chiedere a una persona anziana come si scriveva ai suoi tempi.
Poiché di anziani veri in giro non ce ne sono hanno provato a inventare, ma si sono resi conto di non avere la più pallida idea di come funzionino penna e calamaio. Rispondo piccata che, benché abbia effettivamente molti più anni di loro, anch'io ho imparato a scrivere con la biro. Provo lo stesso a spiegare, dato che una penna vecchio stile ce l'ho, comprata anni fa a un mercatino e usata due volte. Quando si tratta di rispondere alla domanda "Come si faceva a cancellare gli errori?", però, vacillo. I due se ne vanno delusi a chiedere a un altro volontario, più grande di me ma non ancora quarantenne.
E io comincio a pensare che, in un futuro non troppo lontano, a qualche ministro dell'istruzione, dopo aver sostituito tutti i libri cartacei con dispense telematiche (come sta accadendo), verrà l'idea di insegnare ai bambini a scrivere direttamente a computer, senza passare per carta, biro cancellabile e pregrafismi.
Sarebbe un'evoluzione piuttosto naturale, come quella di chi è passato, con sollievo, dalla penna e calamaio alla bic. Però, sono convinta che questo porterà a cambiare non solo il modo di scrivere ma anche quello di pensare, perché il mezzo con cui si scrive non è una cosa neutra rispetto al contenuto e alla forma di ciò che si scrive. Con un foglio e una biro in mano, infatti, il grosso del lavoro lo si fa nella testa, perché è vero che si può tirare una riga, andar di bianchetto o, alla peggio, accartocciare tutto, centrare il cestino e ricominciare; ma, per evitare ecatombi, viene meglio organizzarsi prima un'idea con un inizio, uno svolgimento e una fine e poi provare a tradurla in parole. E' un esercizio tutt'altro che semplice ma, credo, molto salutare.
Tutto questo con il computer non occorre più: si possono buttar giù parole e frasi a casaccio, come tessere di un puzzle, e tentare solo dopo, quando sono sul foglio elettronico, di farle combaciare in un disegno sensato. Anche le conoscenze grammaticali non sono indispensabili: c'è il correttore automatico o, alla peggio, si cerca in internet l'esatta grafia di una parola.
Il risultato finale può anche non essere troppo dissimile da quello ottenuto con carta e penna, ma la forma di pensiero che ci sta dietro è completamente diverso: frammentaria, incoerente, approssimativa. Esattamente come il mondo che abbiamo intorno. E forse le due cose sono collegate.
Lungi da me l'idea di dare all'inventore di Word la colpa delle nevrosi del terzo millennio. Però è pur vero che anch'io, che pur non essendo un genio ho attraversato tutta la scuola dell'obbligo senza mai scrivere un tema in brutta, oggi faccio fatica a scrivere di getto persino un biglietto d'auguri e sono tentata di fare la bozza persino della lista della spesa. Se a me sono bastati 10-15 anni di computer per disimparare a elaborare un pensiero sufficientemente pulito e coerente da poter essere scritto più o meno come lo avevo immaginato, mi chiedo che accadrà ai nativi digitali, cresciuti a internet, sms e videoclip (anch'essi fatti di frammenti d'immagini giustapposte).
Forse assolutamente nulla, perché a loro non occorrerà un pensiero profondo e coerente, ma veloce e reattivo: perfetto per rispondere ai quiz a crocette. Non sarà né meglio né peggio, semplicemente diverso, come è sempre stato. E ai vecchi, che saremo noi, non resterà che brontolare e chiedersi "Dove andremo a finire?" come già facevano quelli delle commedie di Aristofane nel V secolo a.C.
Mi immagino, però, la fatica che faranno quanti non avranno mai preso in mano una penna a leggere i cosiddetti "classici", scritti da gente che manco sapeva cos'era un computer, visto che per noi già ora è un'impresa digerirli.
Chi ha più tempo e voglia d'imbarcarsi in un mattone infarcito di digressioni storico filosofiche, religiose o mitologiche, che in assenza di note comprendiamo ormai a stento?
E che problema è? Se ne creeranno altri di classici: altre antologie e altri florilegi, che selezioneranno le opere da trasmettere alle generazioni future con i criteri del loro tempo. E anche questo, dopotutto, è successo mille volte in passato.
Però a me una scrittura concepita soltanto in formato elettronico fa ugualmente un po' paura, perché sarà patrimonio di persone abituate a pensare con gli stessi criteri di intercambiabilità di parole e di idee permesse da un testo in Word, convinti che anche gli errori e gli amori si possano eliminare dalla vita, semplicemente, con un clic.
Poiché di anziani veri in giro non ce ne sono hanno provato a inventare, ma si sono resi conto di non avere la più pallida idea di come funzionino penna e calamaio. Rispondo piccata che, benché abbia effettivamente molti più anni di loro, anch'io ho imparato a scrivere con la biro. Provo lo stesso a spiegare, dato che una penna vecchio stile ce l'ho, comprata anni fa a un mercatino e usata due volte. Quando si tratta di rispondere alla domanda "Come si faceva a cancellare gli errori?", però, vacillo. I due se ne vanno delusi a chiedere a un altro volontario, più grande di me ma non ancora quarantenne.
E io comincio a pensare che, in un futuro non troppo lontano, a qualche ministro dell'istruzione, dopo aver sostituito tutti i libri cartacei con dispense telematiche (come sta accadendo), verrà l'idea di insegnare ai bambini a scrivere direttamente a computer, senza passare per carta, biro cancellabile e pregrafismi.
Sarebbe un'evoluzione piuttosto naturale, come quella di chi è passato, con sollievo, dalla penna e calamaio alla bic. Però, sono convinta che questo porterà a cambiare non solo il modo di scrivere ma anche quello di pensare, perché il mezzo con cui si scrive non è una cosa neutra rispetto al contenuto e alla forma di ciò che si scrive. Con un foglio e una biro in mano, infatti, il grosso del lavoro lo si fa nella testa, perché è vero che si può tirare una riga, andar di bianchetto o, alla peggio, accartocciare tutto, centrare il cestino e ricominciare; ma, per evitare ecatombi, viene meglio organizzarsi prima un'idea con un inizio, uno svolgimento e una fine e poi provare a tradurla in parole. E' un esercizio tutt'altro che semplice ma, credo, molto salutare.
Tutto questo con il computer non occorre più: si possono buttar giù parole e frasi a casaccio, come tessere di un puzzle, e tentare solo dopo, quando sono sul foglio elettronico, di farle combaciare in un disegno sensato. Anche le conoscenze grammaticali non sono indispensabili: c'è il correttore automatico o, alla peggio, si cerca in internet l'esatta grafia di una parola.
Il risultato finale può anche non essere troppo dissimile da quello ottenuto con carta e penna, ma la forma di pensiero che ci sta dietro è completamente diverso: frammentaria, incoerente, approssimativa. Esattamente come il mondo che abbiamo intorno. E forse le due cose sono collegate.
Lungi da me l'idea di dare all'inventore di Word la colpa delle nevrosi del terzo millennio. Però è pur vero che anch'io, che pur non essendo un genio ho attraversato tutta la scuola dell'obbligo senza mai scrivere un tema in brutta, oggi faccio fatica a scrivere di getto persino un biglietto d'auguri e sono tentata di fare la bozza persino della lista della spesa. Se a me sono bastati 10-15 anni di computer per disimparare a elaborare un pensiero sufficientemente pulito e coerente da poter essere scritto più o meno come lo avevo immaginato, mi chiedo che accadrà ai nativi digitali, cresciuti a internet, sms e videoclip (anch'essi fatti di frammenti d'immagini giustapposte).
Forse assolutamente nulla, perché a loro non occorrerà un pensiero profondo e coerente, ma veloce e reattivo: perfetto per rispondere ai quiz a crocette. Non sarà né meglio né peggio, semplicemente diverso, come è sempre stato. E ai vecchi, che saremo noi, non resterà che brontolare e chiedersi "Dove andremo a finire?" come già facevano quelli delle commedie di Aristofane nel V secolo a.C.
Mi immagino, però, la fatica che faranno quanti non avranno mai preso in mano una penna a leggere i cosiddetti "classici", scritti da gente che manco sapeva cos'era un computer, visto che per noi già ora è un'impresa digerirli.
Chi ha più tempo e voglia d'imbarcarsi in un mattone infarcito di digressioni storico filosofiche, religiose o mitologiche, che in assenza di note comprendiamo ormai a stento?
E che problema è? Se ne creeranno altri di classici: altre antologie e altri florilegi, che selezioneranno le opere da trasmettere alle generazioni future con i criteri del loro tempo. E anche questo, dopotutto, è successo mille volte in passato.
Però a me una scrittura concepita soltanto in formato elettronico fa ugualmente un po' paura, perché sarà patrimonio di persone abituate a pensare con gli stessi criteri di intercambiabilità di parole e di idee permesse da un testo in Word, convinti che anche gli errori e gli amori si possano eliminare dalla vita, semplicemente, con un clic.
mercoledì 11 luglio 2012
La Banda della bandella
Ebbene sì, dopo alcuni anni di lavoro fianco a fianco e un doloroso addio, la premiata ditta D&C è tornata a far danni insieme, cartacei, ovviamente, costituendo la famigerata "Banda della bandella".
Ok, ok, ora ve lo dico cos'è una bandella, ma state tranquille: fino a qualche mese fa non lo sapevo nemmeno io. Trattasi di quella cosa nota anche con il nome di "risvolto di copertina", anche se, nelle edizioni economiche, dove il risvolto non c'è, finisce direttamente sul retro (la quarta), nella quale, di solito, si trovano informazioni sui contenuti del libro e/o sull'autore.
Vi siete mai chieste chi diavolo le scrive, visto che solo raramente capita che siano firmate?
Semplice: i poveri redattori e correttori di bozze - specie protetta in via d'estinzione - i quali, oltre a dover scovare errori e sistemare traduzioni traballanti in tempi minimi e per stipendi altrettanto ridotti, talvolta devono anche accollarsi questo compito. E vi assicuro che è una bella rogna!
In poche righe bisogna dare un'idea della trama, così da invogliare il lettore a comprarsi il libro, senza però dire troppo, per non rovinare la sorpresa. Quando il libro fa parte di una delle sterminate serie di trilogie, tetralogie e chi più ne ha più ne metta, lo sventurato redattore deve anche dare un'idea del punto della storia in cui ci si trova. Il più delle volte, però, senza aver letto gli altri libri, corretti da qualcun altro. Ah, dimenticavo: è inutile dire che le case editrici, di solito, non sono molto prolisse di indicazioni sul taglio da dare, lo stile e nemmeno il numero minimo e massimo di righe. Se poi, come accade sempre più spesso, il libro è anche una palla, la faccenda diventa durissima! Quindi, meglio spartirsela con qualcuno.
Succede così: D, redattrice e correttrice di bozze provetta, racconta a C, impiegata in un'agenzia di comunicazione, la trama del libro con cui ha appena finito di litigare; C, che di raccontare le trame dei libri non è mai stata capace e che persino se deve spiegare a qualcuno com'è un film sarebbe tentata di scriverglielo, tenta una bozza. D la sistema e la invia all'editore che è libero di farne ciò che vuole.
Tutta la trafila si svolge, in genere, alle ore più strane, in ritagli di tempo strappati ai rispettivi lavori: pause pranzo, sabati sera di rientro da pizza e cinema e via di questo passo.
Però, più o meno, funziona.
E devo ammettere che è divertente!
Pensateci la prossima volta che darete un'occhiata veloce a una bandella...
Saluti letterari.
P.S. Le immagini sono sculture di Cordelia von den Steinen, moglie del fu Cascella, quello del monumento alla Via Emilia in ple. S. Croce, per intenderci, di cui anni fa il padre di Chiara diede un'illuminante definizione: "al per un lumagòn c'al pissa". Lei, invece, non mi dispiace.
Ok, ok, ora ve lo dico cos'è una bandella, ma state tranquille: fino a qualche mese fa non lo sapevo nemmeno io. Trattasi di quella cosa nota anche con il nome di "risvolto di copertina", anche se, nelle edizioni economiche, dove il risvolto non c'è, finisce direttamente sul retro (la quarta), nella quale, di solito, si trovano informazioni sui contenuti del libro e/o sull'autore.
Vi siete mai chieste chi diavolo le scrive, visto che solo raramente capita che siano firmate?
Semplice: i poveri redattori e correttori di bozze - specie protetta in via d'estinzione - i quali, oltre a dover scovare errori e sistemare traduzioni traballanti in tempi minimi e per stipendi altrettanto ridotti, talvolta devono anche accollarsi questo compito. E vi assicuro che è una bella rogna!
In poche righe bisogna dare un'idea della trama, così da invogliare il lettore a comprarsi il libro, senza però dire troppo, per non rovinare la sorpresa. Quando il libro fa parte di una delle sterminate serie di trilogie, tetralogie e chi più ne ha più ne metta, lo sventurato redattore deve anche dare un'idea del punto della storia in cui ci si trova. Il più delle volte, però, senza aver letto gli altri libri, corretti da qualcun altro. Ah, dimenticavo: è inutile dire che le case editrici, di solito, non sono molto prolisse di indicazioni sul taglio da dare, lo stile e nemmeno il numero minimo e massimo di righe. Se poi, come accade sempre più spesso, il libro è anche una palla, la faccenda diventa durissima! Quindi, meglio spartirsela con qualcuno.
Succede così: D, redattrice e correttrice di bozze provetta, racconta a C, impiegata in un'agenzia di comunicazione, la trama del libro con cui ha appena finito di litigare; C, che di raccontare le trame dei libri non è mai stata capace e che persino se deve spiegare a qualcuno com'è un film sarebbe tentata di scriverglielo, tenta una bozza. D la sistema e la invia all'editore che è libero di farne ciò che vuole.
Tutta la trafila si svolge, in genere, alle ore più strane, in ritagli di tempo strappati ai rispettivi lavori: pause pranzo, sabati sera di rientro da pizza e cinema e via di questo passo.
Però, più o meno, funziona.
E devo ammettere che è divertente!
Pensateci la prossima volta che darete un'occhiata veloce a una bandella...
Saluti letterari.
P.S. Le immagini sono sculture di Cordelia von den Steinen, moglie del fu Cascella, quello del monumento alla Via Emilia in ple. S. Croce, per intenderci, di cui anni fa il padre di Chiara diede un'illuminante definizione: "al per un lumagòn c'al pissa". Lei, invece, non mi dispiace.
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Chi siamo da dove veniamo dove andiamo?,
pensieri e parole
venerdì 8 luglio 2011
(Sacre?) Scritture
Gran bella cosa le rassegne estive degli ultimi cinema indipendenti rimasti! Si può recuperare quel che si è perso e, magari, con la scusa degli sconti, concedersi anche qualche film che non saresti andata a vedere e poi goderti, più del film, l'annesso incontro con l'autore, l'attore o il regista di turno. E' capitato la scorsa settimana con "La donna della mia vita" e "Notizie degli scavi".Nel primo caso a parlare c'era il regista, Luca Lucini, milanese, rilassato, informale; nel secondo l'attore, Giuseppe Battiston, friulano, arguto, meno pacioso di quanto il suo aspetto faccia pensare.
Immagino non abbiano molto in comune. Lucini ha fatto anni di videoclip e pubblicità, prima di passare ai lungometraggi con il famigerato "Tre metri sopra il cielo"; Battiston si è - parole sue - "fatto un mazzo così" col teatro e, nonostante i recenti successi, ci tiene a sottolineare la sua distanza dall'orda di giovani attori (alcuni anche bravi, però) usciti dai talent show e dalla fiction.
Eppure, senza saperlo, parlando da due punti di vista diversi di due film diversi, hanno detto una cosa uguale. Entrambi, infatti, hanno sottolineato l'importanza della scrittura come elemento fondamentale per fare un buon film.
Lucini ha affermato che si fida poco dei registi che fanno anche gli sceneggiatori, perché è giusto rispettare i ruoli e le capacità di ciascuno. Battiston ha osservato quanto è stato utile per lui poter contare su una sceneggiatura fedele al testo da cui è stato tratto il film (un racconto di Lucentini), anche per distaccarsene...
Di film m'intendo poco ma di scrittura un po' mi occupo, per lavoro e per passione. E non è certo una novità notare quanta sciatteria e quanta omologazione s'incontra oggi in molto di ciò che si legge (e si ascolta). La maggior parte dei testi che girano in internet, ad esempio, sono frutto di copia-incolla, talvolta talmente palesi che i "ladri" nemmeno si preoccupano di cambiare qualche parola. Della quantità di refusi che girano persino nei libri e sui quotidiani ho sproloquiato altrove; ma anche nei telegiornali mi pare non si faccia nessuno sforzo per dare il giusto tono ad ogni notizia ed evitare frasi fatte, banalità e ripetizioni.
Il fatto è che il lavoro di scrittura è ritenuto, dopotutto, una cosa di scarso valore. Non sto parlando, per carità, di arte, nemmeno di giornalismo romanticamente inteso, ma di artigianato, che va dai volantini pubblicitari ai comunicati stampa, passando per i ghost writer che danno una forma accettabile ai discorsi dei politici e ai libri dei calciatori. Autori anonimi (ai quali più o meno anch'io appartengo) che, però, scrivono l'80% di ciò che leggiamo e sentiamo ogni giorno e, spesso, si fanno un mazzo così... O forse no, visto che, infondo, una penna vale l'altra: quel che importa è che sia veloce, economica, non chieda troppe spiegazioni e se ne stia nascosta nell'affollato dietro le quinte della comunicazione.
Giusto ieri sera, a Superquark, il caro Piero (Angela) ha intervistato Tullio de Mauro, il quale ha dichiarato che in Italia ci sono ancora 2 milioni e mezzo di analfabeti e un buon 50% della popolazione è al di sotto dello standard minimo per quanto riguarda le capacità di scrittura e comprensione di un testo. Come è possibile, se quasi tutti pare abbiano un libro nel cassetto e spuntano da ogni parte case editrici telematiche disposte a pubblicarlo?
Credo che le cose siano collegate: più quel che si legge è sciatto,tutto uguale, privo di profondità, più ci si sente autorizzati a scrivere ciascuno il proprio capolavoro; più il livello della scrittura "quotidiana" si abbassa, più finisce col perdere di valore e di interesse e alla fine, passata l'euforia, si smette di leggere e di scrivere e ci si dimentica come si fa. Esagero? Certo, è un mio difetto, e nemmeno il peggiore...
Eppure, pensandoci, proprio noi italiani, analfabeti di ritorno, siamo figli di una delle religioni chiamate religioni del libro, nelle quali la scrittura ha sempre avuto un valore fondamentale, sacro, perché ha permesso di fissare e tramandare la parola di Dio. Non so a voi, ma a me fa abbastanza impressione quando penso che nella Bibbia - "ta Biblia": i libri, semplicemente - si racconta che Dio crea il mondo con la parola (è egli stesso parola, dice Giovanni), dà all'uomo il potere di dare un nome alle cose e, persino, si prende la briga di incidere di suo pugno sulla pietra i comandamenti.
Mi pare fosse Tolkien che affermava che l'uomo, inventando e scrivendo storie, infondo, continua l'opera creatrice di Dio. Ora, capisco che è difficile pensare a tutto questo mentre si scrivono dieci righe di resoconto sulla sagra della torta fritta a Vattelapesca, o si sintetizza un'ordinanza comunale, però avere almeno ogni tanto un brividino lungo la schiena, un sussulto di dignità, farebbe a tanti mestieranti delle (profane) scritture, un gran bene.
Basta adesso, se no rischio un fulmine per le probabili eresie e un cazziatone da voi per avervi annoiate a morte. Scusate!
mercoledì 8 dicembre 2010
La manutenzione delle parole
"Immaginare un linguaggio significa, sempre, immaginare una forma di vita. Scrivere è, sempre, un'esplorazione allo stesso tempo di sé e del mondo, un viaggio di scoperta, una ricerca di senso, il gesto politico e rivoluzionario di chiamare le cose con il loro nome. Scrivere è essere qui".
Niente male, vero? Io ancora ci credo. Lo regalerò al mio capo...
PS. La foto è l'epigrafe dantesca sul muro del monastero di Fonte Avellana: a proposito di gente che scriveva sul serio!
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