martedì 23 luglio 2013

Galline & porcelli

Era da un po' che non si pubblicava una puntata della serie "Galline famose".
Poi stamattina sono entrata nella nuova libreria che mi hanno aperto (mannaggia!) a pochi metri dall'ufficio e che vende libri, cd e dvd sia nuovi che usati, e ne sono uscita, inevitabilmente, con un cd della mia ultima insana passione musicale (sto degenerando, tra un po' temo che comincerò a digerire persino l'heavy metal...) e con un librino di aforismi di Bruno Munari.
Sfogliandolo di soppiatto in ufficio ho trovato questa:

"L'uovo che stai mangiando
prima faceva parte della gallina.
Quanto c'è in noi
della gallina?
come sguardo
come modo di camminare
come comportamento?

Il prosciutto che stai mangiando
prima faceva parte del porcello.
Quanto c'è in noi
del porcello?
nel mangiare
nella traspirazione
nelle voglie?"

Capisco che l'associazione gallina & porcello non è granché lusinghiera, ma d'altra parte noi s'abita nella patria del prosciutto e, dunque, prendiamola con filosofia.
E chiariamo la nostra posizione citando un'altra lapidaria e arguta sentenza con cui l'amica Simona, molti anni fa, in un infame locale allora di moda tra gli adolescenti nel quale ci si poteva parlare da un tavolo all'altro con i telefoni, gelò un aspirante corteggiatore molesto: "Io cerco l'anima gemella, non l'anima porcella!"
Saluti di setole e piume...

mercoledì 17 luglio 2013

A naso

Giovedì scorso sapevo di stalla, sudore e vernice: un mix poco attraente, me ne rendo conto, ma io sono sempre poco attraente, anche in abito da sera, dunque non è un grosso problema, e poi ne valeva la pena.
Di stalla per lavoro, perché ogni tanto capita anche questo: dover andare a parlare con un'allevatrice per aggiungere una pagina a un sito; e che l'allevatrice abiti in un posto spersissimo d'Appennino di cui ignoravo l'esistenza, raggiungibile dopo un'ora d'auto e 800 metri di passione per una strada che, in teoria, doveva essere asfaltata, in pratica era una striscia minuscola di brandelli d'asfalto, sassi, fanghiglia e buche profonde tra la boscaglia; e il pensiero mio e di Dani, reclutata al volo come fotoreporter (grazie!) era uno solo: "E se incontriamo un'altra macchina?", sussurrato a mezza voce mentre io tentavo di convincere la mia di macchine a fingere ancora una volta di essere un fuoristrada.
Il pericolo d'incontro, in realtà, era piuttosto remoto, per fortuna, perché lassù, oltre alla stalla, c'erano giusto tre case abitate solo d'estate e un pugno di ruderi di edifici di pietra dal tetto d'ardesia, struggenti nella loro desolazione. E l'allevatrice era davvero una di quelle persone degne di essere incontrate, per le quali sono grata alla sorte o a chi per essa (e anche a Dani, ovviamente), di poter fare il lavoro che faccio e mi auguro vivamente che, nonostante la crisi feroce e i cambiamenti dolorosi (dietro il trasloco d'ufficio di cui vi parlavo, infatti, c'è una storia spiacevole che non me la sento di raccontare), io possa continuare a farlo ancora per un po'...
Comunque sia, la donna ci accoglie con una gonna a fiori, una canotta grigio-azzura sporca e sudata, ma in tinta con le scarpe e un largo bracciale di filigrana d'argento. Il tutto, posato su un fisico asciutto e abbronzato, occhi azzurri e capelli grigi tagliati cortissimi, le dà un aspetto sorprendentemente elegante. e anche il lungo rastrello di legno col quale porge il fieno alle sue vacche nelle sue mani ha qualcosa dello scettro o del pastorale. Ha uno strano accento e metà dei suoi animali hanno nomi francesi, così dopo un po' mi decido a chiederle da dove viene e scopro che è belga! Il nome però è italiano, allora la immagino figlia di emigranti che, ritornata al paese d'origine ha trovato l'amore e ha deciso di restare, ma lei chiude subito la parentesi e continua a parlare del suo lavoro e io non ho il coraggio di chieder conferma delle mie ipotesi.
E' dura esser timidi e pudichi quando si fa i giornalisti... per fortuna (o purtroppo?) io non faccio esattamente la giornalista!
Mentre ci aggiriamo per i recinti di vacche e vitellini, circumnavigando balloni e scavalcando cumuli di fieno che - dice la donna - il marito sa distinguere a occhio da quale campo vengano, pensiamo che spesso le persone più interessanti si nascondono nei luoghi più impensati. E ce ne andiamo felici di aver collezionato, noi che bene o male viviamo di parole, un'altra bella storia da ricordare e raccontare.
Di sudore perché faceva un caldo afoso persino su per i monti, tanto che, al ritorno, dopo aver colto tra gli alberi una visione del castello di Bardi sfocato per la foschia, siamo state costrette a una sosta tecnica in un bar di Varano sorprendentemente popolato di soli under 25, gestori compresi, che, vedendoci entrare, ci hanno squadrato sospettosi prima di servirci acqua e gelato, che ci hanno consentito di ritornare sane e salve in città.
Inutile dire che io, che normalmente sono una lucertola, quel pomeriggio il caldo lo sentivo più del solito perché, come ogni donnina all'ascolto sa, più ti aspetta un giorno impegnativo, più è probabile che ti capiti in uno di quei giorni...
Poiché ero arrivata a casa mezz'ora prima del solito e già in condizioni pietose, ho pensato bene di completare la giornata indossando un paio di braghette inguardabili e la storica maglietta del liceo e darmi il colpo di grazia ridipingendo di giallo un paio di pareti.
Ed ecco spiegato anche l'odore di vernice.
L'inevitabile conclusione della giornata? Ovvio: una doccia!
Saluti odorosi...

mercoledì 10 luglio 2013

Le vite degli altri

E' uno sport che a noi ciose, in genere, piace praticare sia in vacanza, sia quando si passeggia, specialmente nelle sere d'estate: sbirciare in casa d'altri.
Non è che siamo curiose... è che proprio ci viene naturale, quando ci piove dall'alto la luce di una finestra aperta, dare un'occhiata.
Ad attrarci sono, prima di tutto, le librerie (più grandi sono, più proviamo istintiva simpatia per gli ignoti proprietari), ma anche i non pochi soffitti affrescati che si scorgono nelle case del centro, meglio se corredati di ricchi lampadari, che ci fanno subito ballo in maschera con noi calate nell'improbabile parte delle Cenerentole col 38/39 di piede.
Ci piacciono gli stucchi e le tappezzerie vecchia Inghilterra, ma anche le camere minuscole, colorate e caotiche degli studenti universitari fuorisede, che ci parlano di una vita che noi non abbiamo provato e che forse ora, superati i trent'anni, ci accorgiamo che c'è mancata e che, forse, oggi saremmo meno paurose e più indipendenti.
Ci piacciono i portoni che s'aprono su stretti corridoi dai quali, anche nel più torrido luglio, sale un'ondata di umido e frescura dalle cantine, che ci vien facile immaginare antiche e misteriose; oppure le cancellate eleganti, da cui si scorgono scorci di giardini segreti nel bel mezzo della città.
E ci piacciono, ovviamente, le cucine, da cui scendono fino in strada un rassicurante acciottolio di stoviglie e odore di pietanze estere o nostrane da tentare di indovinare a naso; ma anche la musica nota o ignota, sia che provenga da un cd sia, meglio ancora, suonata dal vivo da qualche parte dietro una finestra che non riusciamo a individuare per via dell'eco che la fa rimbalzare da un lato all'altro dei borghi più stretti.
Ci piacciono, inutile dirlo, i fiocchi rosa e azzurri sulle soglie, che ci fanno pensare a una culla, a notti insonni e felicità.
Perché a sbirciare in casa d'altri ci si sente un po' meno sperduti e la città di case, strade e negozi diventa città di persone che, per quanto diverse e sconosciute, dopotutto, non sono poi tanto distanti da noi.
Ora a me questo sport viene particolarmente facile praticarlo, trasferita controvoglia a lavorare in una viuzza del centro, con il palazzo di fronte a quattro metri dalle finestre dell'ufficio.
Così, ogni giorno, vedo le scaffalature piene di faldoni di un altro ufficio; un grande letto con un lenzuolo bianco coperto di lettere nere come una storia d'amore da scrivere ogni giorno, e la scrivania piena di penne e di libri sottolineati di una studentessa, che mi ricorda tanto me stessa una decina d'anni fa e, osservandola, anch'io mi sforzo di sentirmi un po' meno sperduta.

mercoledì 3 luglio 2013

La migliore (s)offerta

Meraviglioso e terribile. Se non ricordo male i greci avevano un termine che significava entrambe le cose e che aveva a che fare con la stessa radice di luce/splendore: qualcosa che abbaglia e incenerisce, insomma.
Un po' così ci siamo sentite ieri sera uscendo stordite dalla visione di "La migliore offerta", in una tiepida serata all'arena dell'Astra, che con i suoi magnifici oleandri e scomode sedie è un must dell'estate parmigiana.
Che non sarebbe andato a finire bene lo sospettavamo: io, forse, costituzionalmente pessimista, un po' più di Dani e Antonella, l'amica palermitana "acquistata" al corso di ginnastica posturale.
Che sarebbe finito come è finito ci siamo arrivate forse pochi istanti prima che succedesse, perché anche noi, dopotutto, ci eravamo lasciate trasportare nell'inganno e c'eravamo cadute con tutti e due i piedi, come il "povero" Virgil.
E bravo Tornatore, che, dopo averci lasciato molto perplesse con Baarìa (anche allora le ciose presenti erano uscite dal cinema un tantino sconvolte, ma in una maniera del tutto diversa), qui mette in piedi un meccanismo intricato e intrigante, come l'automa la cui costruzione prosegue per tutto il film.
Eh sì, perché chi di noi, gentili fanciulle, poteva restare indifferente alla storia del vecchio battitore d'aste misantropo, che affronta il mondo in punta di guanti, tocca a mani nude soltanto le opere d'arte e ama solo le donne dipinte il quale, pian piano, si trasforma in una specie di improbabile cavaliere che cerca di stanare la principessa misteriosa rinchiusa nella sua villa-torre d'avorio?
Villa che è anche labirinto, prigione, museo con le sue stanze affrescate, mobili e quadri antichi, soffitte, solai e inevitabili passaggi segreti: inquietante e affascinante nella sua polverosa decadenza.
Accanto ai due protagonisti, dalle vite decisamente fuori dal comune, ruotano quelli che potrebbero essere gli amici "normali": il meccanico-orologiaio-restauratore donnaiolo con bella fidanzata al seguito, che gli dà lezioni di seduzione, e il vecchio compare, pittore fallito, che acquista per Virgil alle sue stesse aste i quadri per la sua collezione. Potrebbero essere, ma non sono...
E tutto precipita verso il dolorosissimo inganno finale che, inevitabilmente, porta alla follia e proprio da una piccola folle-sapiente viene alla fine svelato.
Perché tutto si può fingere, anche l'amore.
Grazie, lo sapevo già. E non so se averne avuto anche una conferma cinematografica sia un bene o un male...
Però nel falso resta sempre qualcosa di vero.
Ecco, questo è bello crederlo, anche se, purtroppo, non basta.

domenica 23 giugno 2013

Zute dunje

E' la seconda volta che do a un post un titolo in una lingua che non conosco. La prima era colpa di un fumetto e di una città, stavolta è colpa di un libro e ancora di una città.
Là erano arabo e Venezia, qui sono bosniaco e Sarajevo. Significa "cotogne gialle" ed è il titolo di una canzone, ma anche di un libro "La cotogna di Istambul" e di uno spettacolo.
Dell'autore, invece, vi ho già parlato a sfinimento, è il solito Paolo Rumiz, ascoltato giovedì sera assieme alle rondini che planavano basse sfiorando la facciata di San Francesco del Prato, la chiesa che fu carcere, ed ora è un luogo perduto, affascinante come quelli che a lui piace raccontare.
Ho ancora il dubbio che questa non sia, dal punto di vista letterario, la sua cosa migliore, ma è senza dubbio la "sua" storia, in gran parte - chissà quanta? - autobiografica. Una storia che, davvero, gli "mangia l'anima" e non finirà mai di ripetere. Infatti, dopo averla detta molte volte a voce agli amici, l'ha scritta, ma non in prosa, perché non gli sembrava rispettosa del ritmo e del fascino del racconto, ma in endecasillabi sciolti. Poi l'ha riscritta, correggendo gli errori, limando versi, per renderla sempre più simile al suo ricordo; e infine, di nuovo, s'è messo a narrarla nelle piazze, accompagnato da un manipolo di bravi musicisti, e lo fa con "occhi di ghiaccio e voce di fuoco, capace d'incantare ogni persona", che, tecnicamente, sarebbero quelli del protagonista del racconto, ma sono, evidentemente, anche i suoi, che qui si mette in gioco come autore, narratore e personaggio. E dunque merita rispetto e, mi viene da dire, compassione.
Perché la sua è una storia dolorosa che riprende il più classico e tragico dei binomi: "amore e morte". Parte da una leggenda, quella descritta nella canzone, che parla di una donna malata che chiede all'amato, per farla guarire, di portarle una cotogna da Istambul, ma il giovane non tornerà in tempo; poi si incarna nella realtà, dove accade qualcosa di simile, e di nuovo, diventa racconto.
L'amore di Max e Masa "dai femori lunghi ed occhi di ciliegia", si muove tra città che conosce e ama: Sarajevo ai tempi dell'"inganno sanguinoso" che qui chiamammo guerra, Istambul porta d'oriente e incrocio di razze e di storie, e una Vienna molto triestina col cielo attraversato da nubi-bastimenti cariche di voci dei trapassati. E anche i canti seguono lo stesso itinerario: slavi, greci, turchi, austroungarici.
Come sempre Paolo è un maestro a descrivere i luoghi per impressioni, che scavano dentro e mettono voglia di viaggiare solo per ritrovarle o poterle confrontare con le proprie provate nello stesso posto.
E alla fine, esattamente come in alcuni poemi medievali, ce la consegna la sua storia a patto che anche noi proviamo a riraccontarla, perché le parole non sono fatte soltanto per stare appiccicate ad un foglio, ma sono fatte anch'esse per viaggiare, perché nascono "dal ritmo del cuore, dal respiro e dal cammino": non sono solo uno strumento, sono, in qualche modo, la parte migliore della nostra anima.
Capirete che non fatico ad essere d'accordo con lui.
E oltretutto, lo devo ringraziare, non solo per le due ore di meraviglia che mi ha regalato, ma perché d'ora un avanti, ogni volta che mi capiterà di incappare in una cotogna, questa sarà per me molto più di un frutto: sarà il ricordo di una storia. Esattamente come a tutti noi viene facile con una mela in mano, partire per la tangente e arrivare da Adamo ed Eva (anche se il frutto, in realtà, in quel caso non è specificato) fino a Biancaneve passando per Paride ed Elena; così come non riesco a guardare un melograno con occhi neutri dopo aver letto il mito di Persefone e la bella tavola di La casa dorata di Samarcanda.
Perché siamo tutti affamati di senso, almeno quanto lo siamo d'amore.

mercoledì 12 giugno 2013

Corsi e ricorsi

"Caro Daniel, so che, in teoria, non potrei scriverti una lettera, visto che tu non esisti, però questa non è una vera lettera, ma il mio tema d'esame di terza media, quindi..."

Il figlio maggiore del capo oggi comincia l'esame di terza media con il consueto tema. E, poiché l'ufficio nel quale ci siamo da poco trasferiti è praticamente annesso alla loro casa, inevitabilmente, mentre lavoro me lo trovo accanto che fa prove Invalsi al computer e sottopone bozze di testi alle doppie forche caudine di suo padre e mie, poiché son stata richiesta di un parere esterno...
Mi rendo conto così che non ricordo nulla del mio esame di terza media, a parte l'attacco del tema: quello che, a spanne, vi ho citato sopra.
La consegna era, se non sbaglio, di scrivere a un amico riflettendo sul percorso di studi che si stava concludendo ed esprimendo sogni e progetti per il futuro.
E io, anziché scrivere a una persona reale, chissà perché, scelsi il mio migliore amico immaginario. Fu un clamoroso azzardo. Uno dei pochi della mia vita: sono troppo ansiosa per amare il rischio e l'improvvisazione; ma quella volta andò bene e l'alzata d'ingegno impressionò positivamente la commissione.
Non ricordo come proseguiva il tema, né che sogni avessi allora per il futuro: è passato tanto tempo.
Forse scrissi che volevo fare l'archeologa come il mio amico immaginario, che, oltretutto, non era un bambino, ma una specie di Indiana Jones (per il quale all'epoca stravedevo) più giovane, meno bellicoso e più sfortunato, ma altrettanto ironico e avventuroso.
Erano i primi anni Novanta e noi ragazzine si andava vestite con i fuseaux colorati (ne avevo uno strepitoso paio giallo!) e le maxi maglie, cantando canzoni degli 883 e di altra gente che oggi ci vergogniamo persino di nominare, ma che allora ci piacevano tanto e ci ricordavano belle estati adolescenziali.
Alt, ferma, stop! Aspettate un momento.
Io ieri mattina sono andata al lavoro esattamente con un paio di leggins (che altro non sono che i vecchi fuseaux redivivi e minimamente rivisitati dai corsi e ricorsi della moda) e con una lunga maglia (assai utile oggi a coprire magagne). E l'altra sera, scanalando a ora più che tarda, sono incappata in uno speciale dedicato proprio agli 883 per i vent'anni di carriera. Superato il trauma di vedere un Mauro Repetto quarantacinquenne, mi son resa conto che le canzoni ancora me le ricordavo, e, anche se non saranno capolavori, ancora mi fanno tanto estate.
Dunque, nonostante gli anni passati e le preoccupazioni acquisite, non molto è cambiato da allora, o, meglio, qualcosa, a volte, ritorna.
Anche gli amici immaginari? Chissà...
Comunque sia, Stefano, in bocca al lupo!

mercoledì 5 giugno 2013

Mani


"But touch my tears with your lips,
touch my world with your fingertips."
(Queen, Who wants to live forever)

"La carezza è un ponte tra due abissi di solitudine.
Perché il cielo e la terra passeranno, 
ma certe carezze non passeranno mai."
(Diego Cugia/Jack Folla, Alcatraz)

Va bene, confessiamolo subito così ci togliamo il pensiero: questo post ho cominciato a pensarlo mentre il fisioterapista, un giovane asciutto e occhialuto dai modi garbati e professionali, mi tastava la schiena, frugando il men peggio e il peggiore (come direbbe il solito "Guido") e io non ho potuto fare a meno di constatare, con il solito misto di ironia e amarezza, che nonostante i trentacinque suonati (molto suonati, of course), gli unici uomini che si son presi una certa confidenza con la mia pelle e quel che ci sta sotto son stati i medici. E non so se devo dire per fortuna (mi sono risparmiata attenzioni sgradite), o purtroppo.
Comunque sia, da lì son partita per uno dei miei soliti contorti viaggi mentali, che fan sì che io poi mi distragga e faccia cose come ieri mattina, quando, in arrivo trafelata al nuovo ufficio (dove non ho più l'uso cucina e ho a malapena quello del bagno), ho infilato il borgo sbagliato e ho tentato di scassinare un altro garage anziché quello del mio capo per tentare di parcheggiarci la bici...
Stavo dicendo che ho cominciato a pensare a quanto ci stiamo disabituando ad usare le mani (fa un po' rissa da bar, detta così...) nei rapporti con gli altri, se non per digitare messaggi su una tastiera.
E mi sono tornati in mente la bella immagine della canzone dei Queen e il pezzo del programma radiofonico di Diego Cugia che vi ho citato sopra.
Paradossale vero? Da una parte abbiamo le relazioni virtuali (non importa che siano d'amicizia o d'amore), relativamente semplici anche perché "incorporee" (ma che possono comunque far danno nella vita reale, come si è visto nella cronaca recente); dall'altra, un eccesso di, come chiamarla? esibizione di gesti forti ed espliciti talmente quotidiana che nemmeno i puritani (come me) ci fanno più caso, o quasi, e che, per questo, finiscono col diventare banali e insignificanti.
In mezzo a questi due estremi poco o nulla.
Ci siamo persi abbracci brevi e timidi, o lunghi e commoventi, carezze decise o poco più che sfiorate, mani che s'infilano al braccio di qualcuno o gli stringono appena un polso per guidarlo o lasciarsi guidare; mani a toccare il ginocchio della persona seduta accanto a noi: gesto fraterno, o allusivo, a seconda del conteso; mani calde sulla schiena o le spalle di qualcuno da consolare o a cui, semplicemente, far capire che gli siamo accanto, anche se non sappiamo esattamente spiegargli come o perché.
Ci siamo persi, con questi gesti, anche la capacità di dare una forma a tutta una gamma di sentimenti che stanno tra l'amicizia e l'amore, a cui già è difficile dare un nome, figuriamoci trovare una emoticon per rappresentarli!
Ci siamo persi la capacità di entrare in comunicazione con l'altro con discrezione, ascoltandolo anche con la punta delle dita e indovinando i suoi sentimenti.
Insomma, ci siamo persi le sfumature (non di grigio, per carità! ma di altri più intriganti colori).
E credo che questo in qualche modo abbia a che fare anche con l'eccesso di violenza che vediamo ogni giorno nei rapporti tra uomo e donna, ma non solo: perché tra l'indifferenza e l'amore folle troppo spesso si fa un solo unico balzo che, per forza di cose, ai più fa perdere l'equilibrio. E rende la vita molto difficile a chi sa benissimo di non essere tagliato per i grandi balzi. A me, per esempio...
Si tocca per afferrare e possedere, non per conoscere. Così, mentre crediamo di essere moderni e disinibiti, in realtà stiamo solo perdendo per strada la capacità di comprendere la complessità dell'altro (e anche la nostra), letteralmente "a pelle", senza bisogno che ce la spieghi l'esperto di turno, magari con un tutorial.
Lo stesso discorso, ovviamente, si potrebbe fare a proposito degli sguardi; ma per ora ve lo risparmio.
V'è andata bene...

PS: i due della foto si chiamavano Marcus Gratidius Libanus e Gratidia Chrite, immortalati nel gesto classico del matrimonio romano: la "dextrarum iunctio". La mano di lei sulla spalla di lui, però, è assai meno classica e molto più tenera.



martedì 28 maggio 2013

Ritorni (2003-2013)

"Mai mancante neve di metà maggio
chi vuoi salvare?
Chi ti ostini a salvare?"

(Andrea Zanzotto)

L'ho già detto, lo so: alcuni luoghi ci chiamano e ci appartengono più di altri, per ragioni che a volte è difficile definire.
Camaldoli è uno di questi. E fa quest'effetto a molti, evidentemente, se un manipolo di ex fucini più giovani di noi si sono inventati d'organizzare un convegno per avere una scusa per ritornare; e se uno di questi ex fucini ha deciso addirittura di rimanerci, facendosi monaco.
Di Emanuele, incrociato matricola alle "settimane teologiche" del 2004 e rivisto a Pisa, quando stava per diventare presidente nazionale, avevo perso le tracce, come di altri compagni di cammino di quelli che sono stati tra i migliori anni della mia vita. Ritrovarmelo davanti sorridente all'ingresso del monastero è stata una bella sorpresa e, diciamolo, un segno che anch'io lì dopotutto avevo lasciato qualcosa, che la storia non era ancora finita. Se poi ci aggiungete che ora il responsabile della foresteria, nonché maestro dei novizi, è un parmense, capirete che tutto torna. E anch'io non potevo non ritornare.
Dieci anni fa, come sapete, qualcuno si prese la briga di scrivermi una lettera - una lettera vera, di carta e francobollo - e di stanarmi fino in campagna per invitarmi ad andare lassù; dieci anni dopo è bastata una mail; ma è stato molto più difficile partire: oltre agli anni (e ai chili), sono aumentati gli impegni e le ansie; ma, nonostante tutto (compreso un feroce mal di gola), sono riuscita ad andare.
Certo, lo sapevo che non sarebbe mai stata la stessa cosa; non lo fu nemmeno l'anno dopo, se è per questo, benché sia stata comunque una bella esperienza (vero, Meg?).
Non c'era Chiara a prendermi per un polso ogni volta che mi perdevo per i corridoi e le scale del labirintico (e millenario) edificio; non c'era Vale, grazie alla quale tornai a casa portandomi dietro, oltre a una nuova amica, anche un vago accento veneto, che mi accompagnò per qualche giorno, lasciando i miei un po' perplessi. Non c'erano i nostri cavalieri milanesi e la loro arguta conterranea valchiria bionda, né la dolce Maria (che pure voleva venire) e... non c'è più nemmeno il Laurus color Tantum verde: ora è giallino, perché si son decisi a togliere il colorante, ma pare il sapore sia lo stesso, anche se, ovviamente, io non posso testimoniarlo.
Ad accompagnarmi (e a invitarmi) è stata stavolta Claudia, nove anni più giovane di me, per la quale spero di essere stata una compagna di viaggio almeno decente. Era lei a conoscere le organizzatrici, sue coetanee ed ex presidentesse nazionali; ma qualcuna delle persone che hanno nominato, ritrovandosi e riallacciando il filo dei ricordi, io pure le conoscevo e questo mi ha aiutato a sentirmi meno estranea.
Così, ancora una volta, mi sono seduta sulle alte sedie impagliate della sala del Landino, osservando perplessa e intirizzita un'inedita neve di fine maggio; mi sono riscaldata a suon di tisane col miele (sì, compresa la mitica melissa!); e ho stonato paurosamente tentando di cantare le ore canoniche con i monaci. Ho anche saccheggiato l'antica farmacia dalla quale, per fortuna, hanno tolto lo scheletro di donna che aveva, allora, la mia altezza e la mia età.
E ho ritrovato un po' di pace?
Ci speravo, ma temo di no: mi ci vorrebbe ben altro in questo periodo!
Però sapere che Camaldoli è ancora, e sarà sempre, un luogo dove tornare non da sconosciuti, è comunque una consolazione...

venerdì 17 maggio 2013

Abitiamoci


Le case sono entità bizzarre. Se non fosse eccessivo, sospetterei che abbiano un’anima o, per lo meno, un’identità. Ovviamente dicono molto delle persone, ma non è solo questo.
Mi piace pensare che vivano una vita parallela che può incrociarsi con la nostra per una vita intera (auspicabilmente), per molti o pochi anni o anche solo per i pochi giorni di una vacanza o le poche ore della visita a un amico. E alcune, come le persone, ci restano indelebili alla prima occhiata, mentre di altre ci dimentichiamo. Loro si adattano a noi e noi ci adattiamo a loro: si respira meglio in una casa dagli alti soffitti e dalle larghe finestre; ci si sente più protetti in certe casine piccine coi muri spessi e le travi di legno.
A volte invecchiano meglio di chi le abita, offrendo un punto fermo alle generazioni; altre volte peggio, creando grane agli sventurati proprietari, e vanno curate come e più di un bambino.
Hanno i loro rumori più o meno sinistri ai quali abituarsi (se la vostra ha problemi idrici vi sconsiglio vivamente di leggere “Una goccia” di Buzzati, se non volete farvi venire gli incubi…).
E  hanno un odore: un misto di mobili, libri, elettrodomestici, cibo, vestiti e, ovviamente, persone, che, però, dura a lungo anche dopo che queste ultime se ne sono andate.
Comunque la si prenda, cambiare casa è sempre una faccenda delicata e un tantino destabilizzante. Certo c’è chi, beato lui, si sente a casa ovunque e chi, purtroppo, in nessun luogo. C’è chi cambiando casa va in depressione, chi, persino, ci muore, come certi vecchi costretti al ricovero; e chi, dopo anni d’attesa, nella casa nuova riesce finalmente a farci un figlio che, evidentemente, voleva nascere lì e non altrove.
Disfare la casa di qualcuno che se n'è andato è una delle cose peggiori che può capitarti, perché mentre sei lì che prendi possesso con curiosità di cose non tue, pensi che anche delle tue capiterà la stessa cosa: che qualcuno getterà senza scrupolo, o quasi, oggetti che per te erano importanti e ne conserverà avidamente altri di cui non t'importava nulla. E non è un bel pensiero.
Da tempo ho la vaga idea che il desiderio di farsi una famiglia o, almeno, di metter su casa per conto proprio, nasca anche perché, con gli anni, la nostra vita cresce e non ce la facciamo più a contenerla tutta in una cameretta, che si va riempiendo oltre che di cose, anche di umori e ricordi che rischiano di soffocarci.
A pensarci bene, metter su casa è una bella espressione: fa un po’ chiocciola, o tartaruga: la casa è guscio e scudo; benché sappiamo che, all’interno di essa possono accadere le cose più orribili, proprio perché, sentendoci sicuri, ci togliamo la maschera che indossiamo volenti o nolenti in società, e quel che ne esce non è detto sia sempre migliore.
Sarà per questo che a me tutti questi giovani e meno giovani che vagolano per le strade ad ogni ora della notte in ogni giorno della settimana impegnati nella cosiddetta movida, a me, dopotutto, mettono tristezza, perché significa che dopo una giornata fuori per studio o lavoro non hanno cuore di tornare a casa, perché non ci si riconoscono; perché loro stessi e le persone che con loro la abitano hanno così poca anima da non essere capaci di regalargliene un po’ e renderla viva. Non sono capaci di abitarci. E così fuggono, fingendo di divertirsi a stare in piedi di notte con un bicchiere in mano davanti a un bar.
Sarà perché le serate più belle della mia vita le ho passate nella mia casa piena di amici o a casa di qualcuno. Sarà perché io alle case, a volte, mi affeziono quasi quanto alle persone.
Eh, Cri, andiamo, sinceramente, c'è qualcosa a cui non ti affezioni?
Ai malanni e alle sfighe, ovvio, ma loro mi s'affezionano ugualmente...
Comunque sia,tanto per non sbagliare, io la mia casa, nella quale ancora non so se riuscirò mai ad andare ad abitare, visto che le rogne e le spese pare si moltiplichino a giorni alterni, la saluto ogni volta che ci entro, calpestando polvere fine che mi s’attacca alle scarpe e annusando cemento.
Anche se non ho la più pallida idea di come metterci i mobili e mi raggela il pensiero di tutto quello che resta da fare e di non avere la forza di farlo, intanto cerco di farmela amica.
Non si sa mai…

mercoledì 8 maggio 2013

L'assenza

"Piovono petali di girasole, sulla ferocia dell'assenza" 
(P. Fabrizi - F. Mannoia, L'assenza)

Ormai lo sapete quanto m'intrigano gli strani incroci che saltano fuori quando si leggono cose molto diverse nello stesso periodo, dunque, portate pazienza.
Dice Safran Foer, nel suo tanto strampalato quanto fortunato (forse le due cose sono collegate?) "Ogni cosa è illuminata",  che "scrivere è una seconda occasione" e che "l'origine di una storia è sempre un'assenza".
Mentre la Tamaro, nella sua autobiografia alquanto ansiogena "Ogni angelo è tremendo", afferma che "tutti i miei libri perlustrano i territori dell'inquietudine e dello smarrimento"; e che "soltanto nel momento in cui si accetta l'inquietudine come dato fondante, si entra davvero nell'umanità".
Entrambi i libri, ovviamente diversissimi, sono, infondo, dolorosi viaggi nella memoria, alla ricerca delle origini, l'uno condito di ironia e surrealismo a tratti un po' fastidiosi (almeno per me), l'altro purtroppo, si prende fin troppo sul serio.
Entrambi gli autori, diversissimi (se si fa eccezione per la comune tradizione ebraica), hanno, però, un'idea non troppo dissimile della scrittura (e della lettura), che da una parte scava e dall'altra colma, che nasce da un disagio e ne è, in qualche modo, anche una possibile cura.
Non è, insomma, puro esercizio di stile ma, in un certo senso, un modo per sopravvivere.
Sarà per quello che a me piace tanto?

lunedì 29 aprile 2013

Là dove lo "gnocco fritto" suona

Come fare ad accorgersi che si sono varcati i confini della provincia di Parma per inoltrarsi in quelli di Reggio Emilia o Piacenza?
Semplice: basta leggere i menu delle trattorie: se ti propongono gnocco fritto anziché torta fritta hai fatto il salto. Per il resto, per le strade basse di campagna, attraversando paesi e periferie, si respira la stessa aria di pianura agricolo-industriale e ci si perde più o meno per le stesse rotatorie, fiancheggiate da campi d'un verde luminoso, in una rara giornata di sole di questa primavera avara.
Piacenza è bella, la mattina del 25 aprile, sotto un cielo turchese, con piazza Cavalli colta nel pieno delle celebrazioni. Ho in mano una guida rossa del Touring, recuperata fortunosamente in cantina prima di mettermi in viaggio. Un carabiniere in servizio ci si avvicina e attacca bottone. Evidentemente abbiamo scritto in fronte "Turiste". Chiede se per caso stiamo cercando la chiesa di San Sisto, che nessuno trova. Confessiamo candide di ignorarne l'esistenza e che, in realtà, stiamo cercando la galleria d'arte moderna, ma, già che ci siamo, ci facciamo spiegare entrambe le strade (dimenticandocele cento metri dopo, ma questa è un'altra faccenda...).
Evitiamo di dirgli che anche della (bellissima) Galleria Ricci Oddi, che ci si rivela luminosa di meraviglie italiane e straniere dalla fine dell'Ottocento alla metà del Novecento, abbiamo appreso l'esistenza meno di tre ore prima, cercando su internet "Piacenza-mostre" e scoprendo che, quella mattina l'entrata era gratuita; ma i viaggi migliori, ormai lo sappiamo, funzionano così: sono loro che fanno te, non viceversa, come direbbe il solito Rumiz.
Dani ritrova con gioia e sorpresa persino un Carl Larsson, a me ignoto, ricordo delle sue scorribande nordiche; io ritrovo con commozione un'intera parete di tele di Amedeo Bocchi.
Dopo pranzo torniamo verso la macchina e scopriamo che l'enorme edificio accanto al quale l'abbiamo parcheggiata è nientemeno che Palazzo Farnese. Somiglia alla nostra Pilotta e, in effetti, anche quello è zeppo di musei. Tempo per visitarli non ce n'è, ma ci infiliamo ugualmente in un paio di sale alle cui pareti si racconta la storia della Madonna Sistina di Raffaello (ora a Dresda), quello con i celeberrimi angioletti, e scopriamo - con vergogna - di non avere mai saputo, noi, "cugine parmigiane", che era stato dipinto per una chiesa di Piacenza, ovviamente proprio quella San Sisto che ci aveva nominato il carabiniere la mattina. Ormai non possiamo sottrarci: quella chiesa va vista!
La troviamo percorrendo borghetti semideserti nella controra festiva, ed effettivamente meritava una visita. Poi puntiamo verso gli Appennini. Azzecchiamo dopo minimi, direi fisiologici, smarrimenti, la Valtrebbia e costeggiamo il fiume verde-grigio e impetuoso su fino a Bobbio: la troviamo colma di motociclisti, camperisti e famigliole in gita che fan su e giù sul Ponte Gobbo e per le vie del centro. Anche qui ci perdiamo per borghetti ancora più stretti alla ricerca di una chiesa. La chiesa! L'abbazia di San Colombano che, in realtà, ci delude un po': i secoli e rimaneggiamenti l'hanno resa un po' estranea a se stessa, ma nella cripta, al cospetto della tomba del monaco irlandese che fondò monasteri in Francia e in Italia, pensiamo che il Medioevo non era poi così buio e l'Europa, forse, un concetto meno astratto di quanto sia ora.
Scendiamo dai monti maledicendo le buche (e la scarsa ammortizzazione della mia auto) e ci immettiamo di nuovo sulla via Emilia, ancora perfettamente orientata est-ovest, tanto che il sole ormai basso ci occhieggia dallo specchietto retrovisore.
E anche questo 25 aprile la nostra gitina ce la siamo fatta, nonostante tutto...

lunedì 22 aprile 2013

Le nonne della domenica

Nella cucina-ingresso-salotto di un bilocale, attorno a un minuscolo tavolino quadrato coperto di plastica rossa siedono, una per lato, quattro donne, tre delle quali hanno superato i 90.
C'è la padrona di casa, mite e bianca, ex infermiera, che non si lamenta quasi mai dei suoi acciacchi e tenta di consolare le altre dei loro; l'unica cosa che la rattrista - oltre ai guai delle persone care - è la memoria che va e viene nei momenti meno opportuni. Si dichiara sinceramente stanca di una vita così lunga e aspetta tranquillamente la fine, senza rancori.
C'è la vicina peruviana, dritta, asciutta, sempre elegante, pelle olivasta, capelli tinti; è rimasta vedova giovane e ha fatto mille mestieri per crescere i suoi quattro figli che, uno alla volta, sono venuti in Italia. Ora che c'è venuta anche lei se la coccolano a turno, spartendosela con i molti nipoti. Sta bene qui perché ha un nome che testimonia lontane origini italiane e, anche se così non fosse, si troverebbe bene ovunque pur di stare assieme ai suoi cari.
Poi c'è l'altra vicina, brontolona indomabile, sempre un po' male in arnese, che non ama stare in casa ma ancor più detesta se qualche parente tenta di portarla fuori; quando non fa troppo freddo s'aggira caracollando in cortile (ogni tanto cade e un passante gentile la raccatta) e si di verte a raccogliere oggetti ancora buoni che altri scartano, non per miseria, benché non viva nel lusso, ma per dispiacere: perché la mamma le ha insegnato che non bisogna buttare niente. A volte racconta della sua prima comunione, celebrata in Duomo negli anni '30: dei calzettoni gialli e degli scarponi che le aveva fatto indossare sua madre e della padrona di casa impietosita che la rivestì da capo a piedi per non farle fare brutta figura. Lo racconta in un misto di italiano e dialetto e la peruviana le risponde in fretta in un misto di italiano e spagnolo; mentre la padrona di casa - sorda come una campana - scuote la testa, esclamando dispiaciuta che non c'ha capito nulla.
Nel mezzo di questa scena, io, seduta sulla quarta sedia, con i miei 35 compiuti da poco, abbasso la media d'età, tengo d'occhio il gatto bianco e rosso che mi fruga irriverente nella borsa e tento di fare l'interprete, sintetizzando all'una quel che ha detto l'altra, a voce sufficientemente alta per farmi sentire dalla terza (e da mezzo condominio).
A questo già notevole terzetto va aggiunta la signora del piano di sopra, coeatenea e decisamente più stordita, che mi guarda le mani in cerca di un anello che non c'è e mi chiede se, dall'ultima volta che ci siamo viste - sette giorni prima - per caso mi sono sposata; mi augura buona Pasqua a Natale e viceversa e mi domanda come sta il parroco tre volte nel giro di cinque minuti. E io per tre volte le rispondo, con piccole variazioni sul tema, intercettando l'occhiata sorridente ed esasperata della badante.
Devo ammettere che con tutte loro mi diverto parecchio. Sono le "nonne della domenica", in mancanza delle mie, morte quando avevo una 7 e l'altra 12 anni. Ci conosciamo da qualche anno ormai, ma siamo poco più che estranee, eppure, non faccio fatica a capirle.
Capisco le loro lamentele, le loro piccole manie e abitudini, persino i loro acciacchi, anche perché, spesso, sono simili ai miei.
Anch'io, infatti, non sto mai perfettamente bene, sono decisamente brontolona e quanto a manie, beh, ne possiedo una discreta collezione; ma c'è di peggio: anch'io ho una pessima menoria, anch'io a volte son stordita, tanto che due giorni fa ho chiesto a Costi quanto le dovevo per il regalo di Chiara e lei mi ha guardato allibita e mi ha fatto notare che il regalo a Chiara, in realtà, l'avevo pagato io ed era lei a dovermi la sua quota...
Anch'io preferisco parlare del passato che immaginare il futuro; anch'io detesto vedere buttar via le cose e, quel che è peggio, anch'io condivido, a volte, la loro stessa stanchezza, che non è solo fisica ma, in qualche modo, passatemi il termine, esistenziale. Per questo sono molto affezionata a loro, anche se ci vediamo per soli 20 minuti ogni domenica.
A questo punto mi sorge un dubbio: anch'io, in realtà, ho 90 anni. Dentro.
E non è un pensiero rassicurante...
Saluti canuti.

lunedì 15 aprile 2013

Auguri bucolici

A tutte le ciose che hanno compiuto gli anni tra marzo e aprile (ovvero 5 su 9!), dedico questa foto di "galline prataiole", grassocce, felici e moderatamente diffidenti, a passeggio - beate loro - in un prato verdissimo e poco intenzionate a farsi immortalare.
Buona primavera!

lunedì 8 aprile 2013

Discrepanze

"Chiunque può scrivere un racconto - un cattivo racconto; voglio dire, chiunque abbia sufficiente diligenza, carta e tempo; ma non tutti possono sperare di scrivere un romanzo, anche cattivo. È la lunghezza che uccide." (R. L. Stevenson, L'arte della scrittura)

Per ragioni che non sto qua a dirvi (ho un minimo di dignità da difendere!), ho da poco scoperto che esiste un "genere letterario", se così si può definire, chiamato "fanfiction".
Trattasi, in breve, di riprendere i personaggi di un libro, di un film, di un cartone animato, di un videogioco e costruire con loro nuove storie, immaginando prequel, sequel, missing moments e persino crossovers, ovvero "incroci" più o meno improbabili con personaggi di altre serie, film o libri o, insomma, ci siamo capiti...
In realtà, la cosa non mi ha stupito. E' un gioco che io e le mie compagne di classe eravamo abituate a fare fin dalla più tenera età e risponde a un desiderio che si ha fin da quando cominciano a raccontarci le favole: sapere cosa succede dopo la parola "fine" e, se nessuno ce lo dice, provare a immaginarcelo.
Chiaramente, era uno dei miei giochi preferiti.
Una delle ultime volte che l'ho praticato ero alle medie e c'inventammo la sezione femminile dei "Cavalieri dello Zodiaco".
Va bene, ora smettete di ridere e abbiate la pazienza di seguirmi nel mio strampalato ragionamento.
Allora la cosa si portava avanti dal vivo, raccontandoci a turno pezzi di storia, o, al massimo, scrivendola su bigliettini che giravano loscamente di banco in banco. Ora si usa internet, ma le regole del gioco, a occhio, non sono tanto diverse: anche in questo caso, a quanto ho capito, si crea una comunità di persone appassionate dello stesso libro, film ecc., che si scambiano pareri e recensioni e, a volte, scrivono nuove puntate, o capitoli, a due, tre, quattro mani...
Il valore di quel (poco?) che ho letto è parecchio discontinuo: c'è gente che sa il fatto suo e costruisce storie ben scritte, mantenendo coerenza e verosimiglianza con i personaggi e le ambientazioni di partenza; e c'è chi spara congiuntivi a caso e s'inventa le vicende più inverosimili.
Curiosamente, ho l'impressione che gli autori di fanfiction siano per lo più "autrici": ragazze e giovani donne tra le superiori e l'università.
In effetti, anche nei miei ricordi d'infanzia il gioco era più in voga tra le bambine che tra i maschietti, che pure si divertivano a impersonare l'eroe di turno, ma in forme in genere più caciarone e meno strutturate.
Ovviamente, tra i temi affrontati trionfa l'amore: si approfondiscono le storie che nell'opera a cui ci si ispira sono, magari, appena accennate; si fanno finir bene quelle che nell'originale bene non finivano; si "gioca" con molta libertà con le coppie creandone di nuove e imbastendo a volte anche strani triangoli (troppe telenovelas?).
Allora mi sorge uno dei miei dubbi balzani: non è che le donne sono più abituate a raccontarsi storie perché la vita addossa loro più limiti e più responsabilità e le storie sono, dopotutto, un metodo di fuga dalla realtà rapido, economico e indolore?
E non è che queste storie che si raccontano (ci raccontiamo) sono per lo più storie d'amore perché, soprattutto in questo campo, partiamo con aspettative troppo alte che vengono puntualmente deluse?
Insomma: prima ci crescono a supereroi e principi azzurri... poi ci dicono (o ce ne accorgiamo da sole, dolorosamente): "mi spiace, non ce ne sono più, sono rimasti solo i buzzurri!"
Ok, ok, questa è un po' eccessiva, ma suonava bene. Scusatemi (soprattutto gli eventuali uomini all'ascolto)!
Comunque sia credo che sogno e realtà, in qualche modo, siano molto più distanti per noi che per i nostri amici e compagni e, per questo, noi perdiamo molto tempo e molte forze a tentare di farli coincidere, o per lo meno ad avvicinarli, perché dopotutto, facciamo fatica a rinunciare ai sogni.
O, forse, siamo semplicemente più logorroiche?!
Chissà...
Se a questo punto vi state chiedendo se c'ho provato anch'io a scrivere fanfiction, tranquillizzatevi: non l'ho fatto. Immagino sia parecchio divertente, ma non ho tempo e credo di non essere mai stata in grado di portare avanti decentemente storie complesse, anche se mi piacerebbe tanto.
E poi, come mi ha ricordato via FB un amico che non vedo da tempo e ho scoperto sta scrivendo un fantasy: "Noi siamo responsabili dei nostri personaggi".
E io ne ho già una manciata, inventati più meno nello stesso periodo in cui mi fingevo una cavalieressa stellare, che ho lasciato in un mare di guai dai quali non ho più la forza di tirarli fuori. E me ne dispiace.
Dovessi rimettermi a scrivere storie, avrei quantomeno il dovere di ricominciare da loro...

mercoledì 3 aprile 2013

Macchine immaginarie e città ideali

Lo sapete, vero, che Leonardo da Vinci era mancino ed è nato in aprile?
Va bene, il primo particolare tira palesemente acqua al mio mulino, ma il secondo può riempire d'orgoglio almeno tre ciose, una delle quali, quest'anno, ha azzeccato un'invidiabile tripletta: pasquetta, compleanno e pesce d'aprile in un solo giorno. Vero, Moki?
Per celebrare l'evento ha optato per un giretto a Milano in pennuta compagnia.
Le previsioni tendevano al diluvio universale, ma, come ormai sapete, Milano ci vuole un po' di bene - e noi a lei - e le due gocce che ci siam prese erano il minimo che potevamo aspettarci. Così abbiamo passeggiato un po' per il centro, sfiorando il Quadrilatero della moda e buttando occhiate perplesse alle vetrine di arredamento e abiti di design, chiedendoci come diavolo ci si possa sedere su sedie ergonomiche quanto un puntaspilli e facendo scommesse sul numero di vesciche che possono venirti indossando ballerine fluo di pura plastica.
Costi, che appena scesa dal treno ha cominciato a pensare a dove si poteva andare a pranzo, ha trovato una nutrita - anzi, affamata - schiera di sostenitrici; però, dopo la pausa ristoratrice, e visto che il tempo, sorprendentemente, reggeva, è stata costretta a un'altra passeggiatina digestiva e anti-senso di colpa fino al Castello Sforzesco, attorno al quale alberi ancora invernali facevano ombra a timide violette.
Poi eccoci nella Galleria gremita di turisti che fotografavano, per par condicio, sia i mosaici del pavimento che le ardite coperture del soffitto (ok, l'ho fatto anch'io, come vedete...). La nostra meta era la mostra delle macchine di Leonardo, ricostruite in legno e corredate di copie dei manoscritti da cui sono state tratte e di percorsi esplicativi multimediali e interattivi.
A parte il fatto che ci siam trovate a litigarci l'uso dei touch screen con bimbetti d'età prescolare assai più abili di noi, tutte quante siamo rimaste molto colpite dal fatto che più della metà delle opere esposte non avevano, di fatto, alcuna utilità pratica: Leonardo le ha descritte nei dettagli, ma, molto probabilmente, aveva ben chiara l'idea che non avrebbero mai funzionato, almeno non nella sua epoca, con i materiali e le conoscenze che aveva a disposizione. Dunque non sono altro che studi teorici, esercizi di stile e di intelligenza? E' possibile, e già così avrebbero comunque un loro valore; ma forse no. Mi piace pensare che Leonardo sapesse e sperasse che, prima o poi, le sue intuizioni sarebbero state realizzate con altri mezzi e altri materiali. Mi piace credere che avesse - a differenza di tanti politici e ricercatori di oggi - uno sguardo più libero, ampio e lungimirante, benché vivesse in un mondo molto meno interconnesso del nostro. Queste invenzioni impossibili sono state il suo mezzo per mettere un piede nel futuro in modo creativo e propositivo, dicendo alle generazioni che sarebbero venute dopo di lui: "Guardate un po': io sono arrivato fin qui. Ora tocca a voi!" E il fatto che abbia progettato una città ideale basata su una viabilità perfettamente organizzata e con l'acqua corrente nelle case dà la misura di quanto fosse "avanti".
Fra, la nostra scienziata, si è cimentata con successo nella costruzione del ponte autoportante, mentre alla cinefila Dani è venuto in mente il Leonardo di "Non ci resta che piangere" che, frastornato dai racconti dei protagonisti giunti dal futuro, alla fine inventa il treno a vapore.
Prima di rientrare, abbiamo fatto il solito giro beneaugurante attorno e dentro il Duomo, sovrastato da un cielo grigio, ma sempre fascinoso.
Dopotutto un bel modo per festeggiare il compleanno, no?
A proposito... e a me dove mi portate?!
Se continuo a stare come sto, propongo la più vicina discarica!
Ma questa è un'altra storia...