martedì 28 maggio 2013

Ritorni (2003-2013)

"Mai mancante neve di metà maggio
chi vuoi salvare?
Chi ti ostini a salvare?"

(Andrea Zanzotto)

L'ho già detto, lo so: alcuni luoghi ci chiamano e ci appartengono più di altri, per ragioni che a volte è difficile definire.
Camaldoli è uno di questi. E fa quest'effetto a molti, evidentemente, se un manipolo di ex fucini più giovani di noi si sono inventati d'organizzare un convegno per avere una scusa per ritornare; e se uno di questi ex fucini ha deciso addirittura di rimanerci, facendosi monaco.
Di Emanuele, incrociato matricola alle "settimane teologiche" del 2004 e rivisto a Pisa, quando stava per diventare presidente nazionale, avevo perso le tracce, come di altri compagni di cammino di quelli che sono stati tra i migliori anni della mia vita. Ritrovarmelo davanti sorridente all'ingresso del monastero è stata una bella sorpresa e, diciamolo, un segno che anch'io lì dopotutto avevo lasciato qualcosa, che la storia non era ancora finita. Se poi ci aggiungete che ora il responsabile della foresteria, nonché maestro dei novizi, è un parmense, capirete che tutto torna. E anch'io non potevo non ritornare.
Dieci anni fa, come sapete, qualcuno si prese la briga di scrivermi una lettera - una lettera vera, di carta e francobollo - e di stanarmi fino in campagna per invitarmi ad andare lassù; dieci anni dopo è bastata una mail; ma è stato molto più difficile partire: oltre agli anni (e ai chili), sono aumentati gli impegni e le ansie; ma, nonostante tutto (compreso un feroce mal di gola), sono riuscita ad andare.
Certo, lo sapevo che non sarebbe mai stata la stessa cosa; non lo fu nemmeno l'anno dopo, se è per questo, benché sia stata comunque una bella esperienza (vero, Meg?).
Non c'era Chiara a prendermi per un polso ogni volta che mi perdevo per i corridoi e le scale del labirintico (e millenario) edificio; non c'era Vale, grazie alla quale tornai a casa portandomi dietro, oltre a una nuova amica, anche un vago accento veneto, che mi accompagnò per qualche giorno, lasciando i miei un po' perplessi. Non c'erano i nostri cavalieri milanesi e la loro arguta conterranea valchiria bionda, né la dolce Maria (che pure voleva venire) e... non c'è più nemmeno il Laurus color Tantum verde: ora è giallino, perché si son decisi a togliere il colorante, ma pare il sapore sia lo stesso, anche se, ovviamente, io non posso testimoniarlo.
Ad accompagnarmi (e a invitarmi) è stata stavolta Claudia, nove anni più giovane di me, per la quale spero di essere stata una compagna di viaggio almeno decente. Era lei a conoscere le organizzatrici, sue coetanee ed ex presidentesse nazionali; ma qualcuna delle persone che hanno nominato, ritrovandosi e riallacciando il filo dei ricordi, io pure le conoscevo e questo mi ha aiutato a sentirmi meno estranea.
Così, ancora una volta, mi sono seduta sulle alte sedie impagliate della sala del Landino, osservando perplessa e intirizzita un'inedita neve di fine maggio; mi sono riscaldata a suon di tisane col miele (sì, compresa la mitica melissa!); e ho stonato paurosamente tentando di cantare le ore canoniche con i monaci. Ho anche saccheggiato l'antica farmacia dalla quale, per fortuna, hanno tolto lo scheletro di donna che aveva, allora, la mia altezza e la mia età.
E ho ritrovato un po' di pace?
Ci speravo, ma temo di no: mi ci vorrebbe ben altro in questo periodo!
Però sapere che Camaldoli è ancora, e sarà sempre, un luogo dove tornare non da sconosciuti, è comunque una consolazione...

venerdì 17 maggio 2013

Abitiamoci


Le case sono entità bizzarre. Se non fosse eccessivo, sospetterei che abbiano un’anima o, per lo meno, un’identità. Ovviamente dicono molto delle persone, ma non è solo questo.
Mi piace pensare che vivano una vita parallela che può incrociarsi con la nostra per una vita intera (auspicabilmente), per molti o pochi anni o anche solo per i pochi giorni di una vacanza o le poche ore della visita a un amico. E alcune, come le persone, ci restano indelebili alla prima occhiata, mentre di altre ci dimentichiamo. Loro si adattano a noi e noi ci adattiamo a loro: si respira meglio in una casa dagli alti soffitti e dalle larghe finestre; ci si sente più protetti in certe casine piccine coi muri spessi e le travi di legno.
A volte invecchiano meglio di chi le abita, offrendo un punto fermo alle generazioni; altre volte peggio, creando grane agli sventurati proprietari, e vanno curate come e più di un bambino.
Hanno i loro rumori più o meno sinistri ai quali abituarsi (se la vostra ha problemi idrici vi sconsiglio vivamente di leggere “Una goccia” di Buzzati, se non volete farvi venire gli incubi…).
E  hanno un odore: un misto di mobili, libri, elettrodomestici, cibo, vestiti e, ovviamente, persone, che, però, dura a lungo anche dopo che queste ultime se ne sono andate.
Comunque la si prenda, cambiare casa è sempre una faccenda delicata e un tantino destabilizzante. Certo c’è chi, beato lui, si sente a casa ovunque e chi, purtroppo, in nessun luogo. C’è chi cambiando casa va in depressione, chi, persino, ci muore, come certi vecchi costretti al ricovero; e chi, dopo anni d’attesa, nella casa nuova riesce finalmente a farci un figlio che, evidentemente, voleva nascere lì e non altrove.
Disfare la casa di qualcuno che se n'è andato è una delle cose peggiori che può capitarti, perché mentre sei lì che prendi possesso con curiosità di cose non tue, pensi che anche delle tue capiterà la stessa cosa: che qualcuno getterà senza scrupolo, o quasi, oggetti che per te erano importanti e ne conserverà avidamente altri di cui non t'importava nulla. E non è un bel pensiero.
Da tempo ho la vaga idea che il desiderio di farsi una famiglia o, almeno, di metter su casa per conto proprio, nasca anche perché, con gli anni, la nostra vita cresce e non ce la facciamo più a contenerla tutta in una cameretta, che si va riempiendo oltre che di cose, anche di umori e ricordi che rischiano di soffocarci.
A pensarci bene, metter su casa è una bella espressione: fa un po’ chiocciola, o tartaruga: la casa è guscio e scudo; benché sappiamo che, all’interno di essa possono accadere le cose più orribili, proprio perché, sentendoci sicuri, ci togliamo la maschera che indossiamo volenti o nolenti in società, e quel che ne esce non è detto sia sempre migliore.
Sarà per questo che a me tutti questi giovani e meno giovani che vagolano per le strade ad ogni ora della notte in ogni giorno della settimana impegnati nella cosiddetta movida, a me, dopotutto, mettono tristezza, perché significa che dopo una giornata fuori per studio o lavoro non hanno cuore di tornare a casa, perché non ci si riconoscono; perché loro stessi e le persone che con loro la abitano hanno così poca anima da non essere capaci di regalargliene un po’ e renderla viva. Non sono capaci di abitarci. E così fuggono, fingendo di divertirsi a stare in piedi di notte con un bicchiere in mano davanti a un bar.
Sarà perché le serate più belle della mia vita le ho passate nella mia casa piena di amici o a casa di qualcuno. Sarà perché io alle case, a volte, mi affeziono quasi quanto alle persone.
Eh, Cri, andiamo, sinceramente, c'è qualcosa a cui non ti affezioni?
Ai malanni e alle sfighe, ovvio, ma loro mi s'affezionano ugualmente...
Comunque sia,tanto per non sbagliare, io la mia casa, nella quale ancora non so se riuscirò mai ad andare ad abitare, visto che le rogne e le spese pare si moltiplichino a giorni alterni, la saluto ogni volta che ci entro, calpestando polvere fine che mi s’attacca alle scarpe e annusando cemento.
Anche se non ho la più pallida idea di come metterci i mobili e mi raggela il pensiero di tutto quello che resta da fare e di non avere la forza di farlo, intanto cerco di farmela amica.
Non si sa mai…

mercoledì 8 maggio 2013

L'assenza

"Piovono petali di girasole, sulla ferocia dell'assenza" 
(P. Fabrizi - F. Mannoia, L'assenza)

Ormai lo sapete quanto m'intrigano gli strani incroci che saltano fuori quando si leggono cose molto diverse nello stesso periodo, dunque, portate pazienza.
Dice Safran Foer, nel suo tanto strampalato quanto fortunato (forse le due cose sono collegate?) "Ogni cosa è illuminata",  che "scrivere è una seconda occasione" e che "l'origine di una storia è sempre un'assenza".
Mentre la Tamaro, nella sua autobiografia alquanto ansiogena "Ogni angelo è tremendo", afferma che "tutti i miei libri perlustrano i territori dell'inquietudine e dello smarrimento"; e che "soltanto nel momento in cui si accetta l'inquietudine come dato fondante, si entra davvero nell'umanità".
Entrambi i libri, ovviamente diversissimi, sono, infondo, dolorosi viaggi nella memoria, alla ricerca delle origini, l'uno condito di ironia e surrealismo a tratti un po' fastidiosi (almeno per me), l'altro purtroppo, si prende fin troppo sul serio.
Entrambi gli autori, diversissimi (se si fa eccezione per la comune tradizione ebraica), hanno, però, un'idea non troppo dissimile della scrittura (e della lettura), che da una parte scava e dall'altra colma, che nasce da un disagio e ne è, in qualche modo, anche una possibile cura.
Non è, insomma, puro esercizio di stile ma, in un certo senso, un modo per sopravvivere.
Sarà per quello che a me piace tanto?

lunedì 29 aprile 2013

Là dove lo "gnocco fritto" suona

Come fare ad accorgersi che si sono varcati i confini della provincia di Parma per inoltrarsi in quelli di Reggio Emilia o Piacenza?
Semplice: basta leggere i menu delle trattorie: se ti propongono gnocco fritto anziché torta fritta hai fatto il salto. Per il resto, per le strade basse di campagna, attraversando paesi e periferie, si respira la stessa aria di pianura agricolo-industriale e ci si perde più o meno per le stesse rotatorie, fiancheggiate da campi d'un verde luminoso, in una rara giornata di sole di questa primavera avara.
Piacenza è bella, la mattina del 25 aprile, sotto un cielo turchese, con piazza Cavalli colta nel pieno delle celebrazioni. Ho in mano una guida rossa del Touring, recuperata fortunosamente in cantina prima di mettermi in viaggio. Un carabiniere in servizio ci si avvicina e attacca bottone. Evidentemente abbiamo scritto in fronte "Turiste". Chiede se per caso stiamo cercando la chiesa di San Sisto, che nessuno trova. Confessiamo candide di ignorarne l'esistenza e che, in realtà, stiamo cercando la galleria d'arte moderna, ma, già che ci siamo, ci facciamo spiegare entrambe le strade (dimenticandocele cento metri dopo, ma questa è un'altra faccenda...).
Evitiamo di dirgli che anche della (bellissima) Galleria Ricci Oddi, che ci si rivela luminosa di meraviglie italiane e straniere dalla fine dell'Ottocento alla metà del Novecento, abbiamo appreso l'esistenza meno di tre ore prima, cercando su internet "Piacenza-mostre" e scoprendo che, quella mattina l'entrata era gratuita; ma i viaggi migliori, ormai lo sappiamo, funzionano così: sono loro che fanno te, non viceversa, come direbbe il solito Rumiz.
Dani ritrova con gioia e sorpresa persino un Carl Larsson, a me ignoto, ricordo delle sue scorribande nordiche; io ritrovo con commozione un'intera parete di tele di Amedeo Bocchi.
Dopo pranzo torniamo verso la macchina e scopriamo che l'enorme edificio accanto al quale l'abbiamo parcheggiata è nientemeno che Palazzo Farnese. Somiglia alla nostra Pilotta e, in effetti, anche quello è zeppo di musei. Tempo per visitarli non ce n'è, ma ci infiliamo ugualmente in un paio di sale alle cui pareti si racconta la storia della Madonna Sistina di Raffaello (ora a Dresda), quello con i celeberrimi angioletti, e scopriamo - con vergogna - di non avere mai saputo, noi, "cugine parmigiane", che era stato dipinto per una chiesa di Piacenza, ovviamente proprio quella San Sisto che ci aveva nominato il carabiniere la mattina. Ormai non possiamo sottrarci: quella chiesa va vista!
La troviamo percorrendo borghetti semideserti nella controra festiva, ed effettivamente meritava una visita. Poi puntiamo verso gli Appennini. Azzecchiamo dopo minimi, direi fisiologici, smarrimenti, la Valtrebbia e costeggiamo il fiume verde-grigio e impetuoso su fino a Bobbio: la troviamo colma di motociclisti, camperisti e famigliole in gita che fan su e giù sul Ponte Gobbo e per le vie del centro. Anche qui ci perdiamo per borghetti ancora più stretti alla ricerca di una chiesa. La chiesa! L'abbazia di San Colombano che, in realtà, ci delude un po': i secoli e rimaneggiamenti l'hanno resa un po' estranea a se stessa, ma nella cripta, al cospetto della tomba del monaco irlandese che fondò monasteri in Francia e in Italia, pensiamo che il Medioevo non era poi così buio e l'Europa, forse, un concetto meno astratto di quanto sia ora.
Scendiamo dai monti maledicendo le buche (e la scarsa ammortizzazione della mia auto) e ci immettiamo di nuovo sulla via Emilia, ancora perfettamente orientata est-ovest, tanto che il sole ormai basso ci occhieggia dallo specchietto retrovisore.
E anche questo 25 aprile la nostra gitina ce la siamo fatta, nonostante tutto...

lunedì 22 aprile 2013

Le nonne della domenica

Nella cucina-ingresso-salotto di un bilocale, attorno a un minuscolo tavolino quadrato coperto di plastica rossa siedono, una per lato, quattro donne, tre delle quali hanno superato i 90.
C'è la padrona di casa, mite e bianca, ex infermiera, che non si lamenta quasi mai dei suoi acciacchi e tenta di consolare le altre dei loro; l'unica cosa che la rattrista - oltre ai guai delle persone care - è la memoria che va e viene nei momenti meno opportuni. Si dichiara sinceramente stanca di una vita così lunga e aspetta tranquillamente la fine, senza rancori.
C'è la vicina peruviana, dritta, asciutta, sempre elegante, pelle olivasta, capelli tinti; è rimasta vedova giovane e ha fatto mille mestieri per crescere i suoi quattro figli che, uno alla volta, sono venuti in Italia. Ora che c'è venuta anche lei se la coccolano a turno, spartendosela con i molti nipoti. Sta bene qui perché ha un nome che testimonia lontane origini italiane e, anche se così non fosse, si troverebbe bene ovunque pur di stare assieme ai suoi cari.
Poi c'è l'altra vicina, brontolona indomabile, sempre un po' male in arnese, che non ama stare in casa ma ancor più detesta se qualche parente tenta di portarla fuori; quando non fa troppo freddo s'aggira caracollando in cortile (ogni tanto cade e un passante gentile la raccatta) e si di verte a raccogliere oggetti ancora buoni che altri scartano, non per miseria, benché non viva nel lusso, ma per dispiacere: perché la mamma le ha insegnato che non bisogna buttare niente. A volte racconta della sua prima comunione, celebrata in Duomo negli anni '30: dei calzettoni gialli e degli scarponi che le aveva fatto indossare sua madre e della padrona di casa impietosita che la rivestì da capo a piedi per non farle fare brutta figura. Lo racconta in un misto di italiano e dialetto e la peruviana le risponde in fretta in un misto di italiano e spagnolo; mentre la padrona di casa - sorda come una campana - scuote la testa, esclamando dispiaciuta che non c'ha capito nulla.
Nel mezzo di questa scena, io, seduta sulla quarta sedia, con i miei 35 compiuti da poco, abbasso la media d'età, tengo d'occhio il gatto bianco e rosso che mi fruga irriverente nella borsa e tento di fare l'interprete, sintetizzando all'una quel che ha detto l'altra, a voce sufficientemente alta per farmi sentire dalla terza (e da mezzo condominio).
A questo già notevole terzetto va aggiunta la signora del piano di sopra, coeatenea e decisamente più stordita, che mi guarda le mani in cerca di un anello che non c'è e mi chiede se, dall'ultima volta che ci siamo viste - sette giorni prima - per caso mi sono sposata; mi augura buona Pasqua a Natale e viceversa e mi domanda come sta il parroco tre volte nel giro di cinque minuti. E io per tre volte le rispondo, con piccole variazioni sul tema, intercettando l'occhiata sorridente ed esasperata della badante.
Devo ammettere che con tutte loro mi diverto parecchio. Sono le "nonne della domenica", in mancanza delle mie, morte quando avevo una 7 e l'altra 12 anni. Ci conosciamo da qualche anno ormai, ma siamo poco più che estranee, eppure, non faccio fatica a capirle.
Capisco le loro lamentele, le loro piccole manie e abitudini, persino i loro acciacchi, anche perché, spesso, sono simili ai miei.
Anch'io, infatti, non sto mai perfettamente bene, sono decisamente brontolona e quanto a manie, beh, ne possiedo una discreta collezione; ma c'è di peggio: anch'io ho una pessima menoria, anch'io a volte son stordita, tanto che due giorni fa ho chiesto a Costi quanto le dovevo per il regalo di Chiara e lei mi ha guardato allibita e mi ha fatto notare che il regalo a Chiara, in realtà, l'avevo pagato io ed era lei a dovermi la sua quota...
Anch'io preferisco parlare del passato che immaginare il futuro; anch'io detesto vedere buttar via le cose e, quel che è peggio, anch'io condivido, a volte, la loro stessa stanchezza, che non è solo fisica ma, in qualche modo, passatemi il termine, esistenziale. Per questo sono molto affezionata a loro, anche se ci vediamo per soli 20 minuti ogni domenica.
A questo punto mi sorge un dubbio: anch'io, in realtà, ho 90 anni. Dentro.
E non è un pensiero rassicurante...
Saluti canuti.

lunedì 15 aprile 2013

Auguri bucolici

A tutte le ciose che hanno compiuto gli anni tra marzo e aprile (ovvero 5 su 9!), dedico questa foto di "galline prataiole", grassocce, felici e moderatamente diffidenti, a passeggio - beate loro - in un prato verdissimo e poco intenzionate a farsi immortalare.
Buona primavera!

lunedì 8 aprile 2013

Discrepanze

"Chiunque può scrivere un racconto - un cattivo racconto; voglio dire, chiunque abbia sufficiente diligenza, carta e tempo; ma non tutti possono sperare di scrivere un romanzo, anche cattivo. È la lunghezza che uccide." (R. L. Stevenson, L'arte della scrittura)

Per ragioni che non sto qua a dirvi (ho un minimo di dignità da difendere!), ho da poco scoperto che esiste un "genere letterario", se così si può definire, chiamato "fanfiction".
Trattasi, in breve, di riprendere i personaggi di un libro, di un film, di un cartone animato, di un videogioco e costruire con loro nuove storie, immaginando prequel, sequel, missing moments e persino crossovers, ovvero "incroci" più o meno improbabili con personaggi di altre serie, film o libri o, insomma, ci siamo capiti...
In realtà, la cosa non mi ha stupito. E' un gioco che io e le mie compagne di classe eravamo abituate a fare fin dalla più tenera età e risponde a un desiderio che si ha fin da quando cominciano a raccontarci le favole: sapere cosa succede dopo la parola "fine" e, se nessuno ce lo dice, provare a immaginarcelo.
Chiaramente, era uno dei miei giochi preferiti.
Una delle ultime volte che l'ho praticato ero alle medie e c'inventammo la sezione femminile dei "Cavalieri dello Zodiaco".
Va bene, ora smettete di ridere e abbiate la pazienza di seguirmi nel mio strampalato ragionamento.
Allora la cosa si portava avanti dal vivo, raccontandoci a turno pezzi di storia, o, al massimo, scrivendola su bigliettini che giravano loscamente di banco in banco. Ora si usa internet, ma le regole del gioco, a occhio, non sono tanto diverse: anche in questo caso, a quanto ho capito, si crea una comunità di persone appassionate dello stesso libro, film ecc., che si scambiano pareri e recensioni e, a volte, scrivono nuove puntate, o capitoli, a due, tre, quattro mani...
Il valore di quel (poco?) che ho letto è parecchio discontinuo: c'è gente che sa il fatto suo e costruisce storie ben scritte, mantenendo coerenza e verosimiglianza con i personaggi e le ambientazioni di partenza; e c'è chi spara congiuntivi a caso e s'inventa le vicende più inverosimili.
Curiosamente, ho l'impressione che gli autori di fanfiction siano per lo più "autrici": ragazze e giovani donne tra le superiori e l'università.
In effetti, anche nei miei ricordi d'infanzia il gioco era più in voga tra le bambine che tra i maschietti, che pure si divertivano a impersonare l'eroe di turno, ma in forme in genere più caciarone e meno strutturate.
Ovviamente, tra i temi affrontati trionfa l'amore: si approfondiscono le storie che nell'opera a cui ci si ispira sono, magari, appena accennate; si fanno finir bene quelle che nell'originale bene non finivano; si "gioca" con molta libertà con le coppie creandone di nuove e imbastendo a volte anche strani triangoli (troppe telenovelas?).
Allora mi sorge uno dei miei dubbi balzani: non è che le donne sono più abituate a raccontarsi storie perché la vita addossa loro più limiti e più responsabilità e le storie sono, dopotutto, un metodo di fuga dalla realtà rapido, economico e indolore?
E non è che queste storie che si raccontano (ci raccontiamo) sono per lo più storie d'amore perché, soprattutto in questo campo, partiamo con aspettative troppo alte che vengono puntualmente deluse?
Insomma: prima ci crescono a supereroi e principi azzurri... poi ci dicono (o ce ne accorgiamo da sole, dolorosamente): "mi spiace, non ce ne sono più, sono rimasti solo i buzzurri!"
Ok, ok, questa è un po' eccessiva, ma suonava bene. Scusatemi (soprattutto gli eventuali uomini all'ascolto)!
Comunque sia credo che sogno e realtà, in qualche modo, siano molto più distanti per noi che per i nostri amici e compagni e, per questo, noi perdiamo molto tempo e molte forze a tentare di farli coincidere, o per lo meno ad avvicinarli, perché dopotutto, facciamo fatica a rinunciare ai sogni.
O, forse, siamo semplicemente più logorroiche?!
Chissà...
Se a questo punto vi state chiedendo se c'ho provato anch'io a scrivere fanfiction, tranquillizzatevi: non l'ho fatto. Immagino sia parecchio divertente, ma non ho tempo e credo di non essere mai stata in grado di portare avanti decentemente storie complesse, anche se mi piacerebbe tanto.
E poi, come mi ha ricordato via FB un amico che non vedo da tempo e ho scoperto sta scrivendo un fantasy: "Noi siamo responsabili dei nostri personaggi".
E io ne ho già una manciata, inventati più meno nello stesso periodo in cui mi fingevo una cavalieressa stellare, che ho lasciato in un mare di guai dai quali non ho più la forza di tirarli fuori. E me ne dispiace.
Dovessi rimettermi a scrivere storie, avrei quantomeno il dovere di ricominciare da loro...

mercoledì 3 aprile 2013

Macchine immaginarie e città ideali

Lo sapete, vero, che Leonardo da Vinci era mancino ed è nato in aprile?
Va bene, il primo particolare tira palesemente acqua al mio mulino, ma il secondo può riempire d'orgoglio almeno tre ciose, una delle quali, quest'anno, ha azzeccato un'invidiabile tripletta: pasquetta, compleanno e pesce d'aprile in un solo giorno. Vero, Moki?
Per celebrare l'evento ha optato per un giretto a Milano in pennuta compagnia.
Le previsioni tendevano al diluvio universale, ma, come ormai sapete, Milano ci vuole un po' di bene - e noi a lei - e le due gocce che ci siam prese erano il minimo che potevamo aspettarci. Così abbiamo passeggiato un po' per il centro, sfiorando il Quadrilatero della moda e buttando occhiate perplesse alle vetrine di arredamento e abiti di design, chiedendoci come diavolo ci si possa sedere su sedie ergonomiche quanto un puntaspilli e facendo scommesse sul numero di vesciche che possono venirti indossando ballerine fluo di pura plastica.
Costi, che appena scesa dal treno ha cominciato a pensare a dove si poteva andare a pranzo, ha trovato una nutrita - anzi, affamata - schiera di sostenitrici; però, dopo la pausa ristoratrice, e visto che il tempo, sorprendentemente, reggeva, è stata costretta a un'altra passeggiatina digestiva e anti-senso di colpa fino al Castello Sforzesco, attorno al quale alberi ancora invernali facevano ombra a timide violette.
Poi eccoci nella Galleria gremita di turisti che fotografavano, per par condicio, sia i mosaici del pavimento che le ardite coperture del soffitto (ok, l'ho fatto anch'io, come vedete...). La nostra meta era la mostra delle macchine di Leonardo, ricostruite in legno e corredate di copie dei manoscritti da cui sono state tratte e di percorsi esplicativi multimediali e interattivi.
A parte il fatto che ci siam trovate a litigarci l'uso dei touch screen con bimbetti d'età prescolare assai più abili di noi, tutte quante siamo rimaste molto colpite dal fatto che più della metà delle opere esposte non avevano, di fatto, alcuna utilità pratica: Leonardo le ha descritte nei dettagli, ma, molto probabilmente, aveva ben chiara l'idea che non avrebbero mai funzionato, almeno non nella sua epoca, con i materiali e le conoscenze che aveva a disposizione. Dunque non sono altro che studi teorici, esercizi di stile e di intelligenza? E' possibile, e già così avrebbero comunque un loro valore; ma forse no. Mi piace pensare che Leonardo sapesse e sperasse che, prima o poi, le sue intuizioni sarebbero state realizzate con altri mezzi e altri materiali. Mi piace credere che avesse - a differenza di tanti politici e ricercatori di oggi - uno sguardo più libero, ampio e lungimirante, benché vivesse in un mondo molto meno interconnesso del nostro. Queste invenzioni impossibili sono state il suo mezzo per mettere un piede nel futuro in modo creativo e propositivo, dicendo alle generazioni che sarebbero venute dopo di lui: "Guardate un po': io sono arrivato fin qui. Ora tocca a voi!" E il fatto che abbia progettato una città ideale basata su una viabilità perfettamente organizzata e con l'acqua corrente nelle case dà la misura di quanto fosse "avanti".
Fra, la nostra scienziata, si è cimentata con successo nella costruzione del ponte autoportante, mentre alla cinefila Dani è venuto in mente il Leonardo di "Non ci resta che piangere" che, frastornato dai racconti dei protagonisti giunti dal futuro, alla fine inventa il treno a vapore.
Prima di rientrare, abbiamo fatto il solito giro beneaugurante attorno e dentro il Duomo, sovrastato da un cielo grigio, ma sempre fascinoso.
Dopotutto un bel modo per festeggiare il compleanno, no?
A proposito... e a me dove mi portate?!
Se continuo a stare come sto, propongo la più vicina discarica!
Ma questa è un'altra storia...


venerdì 29 marzo 2013

Superbia & bontà


"L’uomo, monotono universo,
crede allargarsi i beni
e dalle sue mani febbrili
non escono senza fine che limiti."
(G. Ungaretti, La pietà)
E' facile fare i brillanti sui social network, tanto è vero che ci riesco anch'io!
Su Facebook, in particolare, dove sono sbarcata titubante, metà dei contenuti sono dei copia-incolla - alcuni molto belli - pescati chissà dove e rilanciati all'infinito. L'altra metà, invece, sono pillole di vita accuratamente scelte e presentate per risultare piacevoli a chi li legge: è così che funziona il gioco e, intendiamoci, è divertente. Somiglia un poco alla letteratura...
Non c'è bisogno di mentire. C'è chi fa anche questo, per crearsi almeno nel virtuale una vita migliore di quella che ha, e credetemi, lo capisco; ma non è necessario: basta selezionare.
Il blog, mi pare, consente un ritmo più disteso, testi più lunghi, ragionamenti più complessi, ma resta sempre un "best of", anche quando si parla di cose serissime e dolorose.
Poi tutti sappiamo che la vita vera è un'altra cosa.
Beh, quasi tutti...
A me Grillo che idolatra la rete come una panacea di tutti i mali, ad esempio, fa un po' rabbia e un po' tenerezza.
E' vero che se condividi un problema con mille persone anziché con i tuoi quattro amici è più probabile che qualcuno proponga una soluzione brillante e inaspettata, ma poi... bisogna metterla in pratica!
E le idee, a quanto ne so, per diventare cose, hanno ancora bisogno di camminare sulle gambe degli uomini e delle donne e prender forma dalle loro mani.
E gli uomini e le donne sono bestioline parecchio complicate che, assieme alle idee brillanti e alle trovate geniali, che pure covano in loro e saltano fuori più facilmente nell'incorporeità ovattata dei social network, si portano dietro anche un sacco di problemi pronti a schiudersi quando ci si incontra faccia a faccia.
Simpatie e antipatie più o meno giustificate, manie, paranoie, timidezze e tenerezze che complicano maledettamente i rapporti tra le persone; ma li rendono umani.
Avere a che fare con gli altri è un equilibrio sottile tra superbia e umiltà: la prima serve per portare avanti il più possibile le idee in cui si crede, la seconda per accettare che possano anche essere sbagliate ed adattarsi a quelle degli altri. E non è solo questione di idee, ma anche di impressioni, sensazioni e tutta una gamma di emozioni che hanno molto poco di razionale.
Ed è durissima!
E' talmente dura che a tutti almeno una volta - a me spesso - vien voglia di lasciar perdere: gettare alle ortiche impegni e amicizie e rinchiudersi nel proprio guscietto più o meno incrinato.
Anch'io, per esempio, adesso sto fingendo una razionalità che in questo momento non ho per motivi che non sto qui a spiegarvi; e mi costa una certa fatica augurarvi Buona Pasqua con l'impressione che per me, dopotutto, sia troppo spesso un quasi ininterrotto venerdì santo... ma lo faccio perché è giusto.
Perché spero che a forza di prenderlo a capocciate, questo guscietto incrinato si apra e conduca da qualche parte anche nella vita reale.
Auguri!

giovedì 21 marzo 2013

In primavera è più difficile

"Tra un fiore colto e l'altro donato
l'inesprimibile nulla."
(G. Ungaretti, Eterno)

In un cerchio di sei donne e un uomo, tutti abbondantemente sopra la trentina, solo una sposata da poco, tutti gli altri single, si parla di una conoscente di alcuni dei presenti in attesa del quinto figlio.
L'uomo, come da copione, se ne esce dicendo che son giusti giusti per una squadra di calcetto, o per una briscola in cinque, in caso di pioggia. Le donne single hanno tutte lo stesso pensiero che io, poco diplomatica come al solito, dico ad alta voce: la signora a me ignota ha fatto anche i figli che io non farò.
"Anche i miei", azzarda l'unico uomo, subito zittito da un'amica che osserva: "Taci tu, che non hai la data di scadenza!": un po' brutale, ma vero.
E hai un bel da dire che, infondo, ognuno ha la sua vita: né migliore né peggiore di quella degli altri, semplicemente diversa; e puoi ripeterti in tutta sincerità che ormai hai capito da molti eventi e molti ragionamenti che per certe cose proprio non ci sei tagliata e che saresti, dopotutto, una pessima moglie e un'insopportabile madre. E puoi anche inca**arti con sacrosanta ragione con chi si ostina a giudicare una donna solo perché ricopre - o no - questi due ruoli canonici; e rimanere allibita da chi, per rientrarci, in questi ruoli, si tappa il naso e accetta compromessi per te intollerabili. Ma comunque ci pensi a quel che poteva essere e non è stato. Forse è inevitabile, fisiologico, mi viene da dire.
Ci penso persino io, che sono ormai da anni maestra nell'arte autoconsolatoria dell' "è meglio così".
Un'arte che in primavera, a volte, mi riesce un po' più difficile...

PS: Visto, Simona, che leggendo il post del 5 marzo m'hai chiesto esattamente questa cosa e io t'ho risposto evasiva. Alla fine, devo ammettere, avevi ragione tu.

giovedì 14 marzo 2013

Gente così...

Sì, d'accordo, arrivava sempre con dei ritardi esasperanti che andavano dai 30 ai 120 minuti ed entrava tranquillo, senza nemmeno scusarsi.
Sì, d'accordo, mi costringeva a inviargli e-mail minacciose per ricordargli lavori in sospeso, che poi completava, invariabilmente all'ultimo momento, ma sempre in tempo utile per evitare problemi con i clienti.
Sì, d'accordo, ogni volta che ci incontravamo sembrava sempre appena tornato da una vacanza o in procinto di partire (e talvolta, effettivamente, lo era, essendo dotato di una morosa da andare a trovare in un lontano e caldo posto di mare): sorridente, rilassato e con l'aria di chi, dopotutto, sa godersi la vita; tanto che, lo confesso, mi faceva venire voglia di mettergli le mani addosso, non so bene se per dargli una bella scrollata e chiedergli: "Ci sei o ci fai?" o per abbracciarlo e dirgli: "Beato te, vorrei avere anch'io la tua leggerezza!".
Grazie al cielo non ho mai fatto né l'una né l'altra cosa: c'era tra noi troppa poca confidenza e chi mi conosce lo sa che faccio molta fatica ad essere espansiva. Soprattutto con gli uomini.
Però mi piaceva il suo modo di "occupare lo spazio", le rare volte che si installava nel nostro ufficio come se ci lavorasse da sempre: sistemava con cura le sue cose attorno al portatile e tra queste, a seconda della stagione, potevano comparire anche un thermos con tisana o un paio di mele, tirate fuori con estrema nonchalance dalle tasche di un improbabile e molto vacanziero paio di bermuda.
Mi piacevano le interminabili chat nate per risolvere qualche grana di lavoro, nelle quali s'insinuavano, spesso, dialoghi surreali e battute fulminanti.
Mi sorprendeva quando, ogni tanto, mi raccontava qualcosa di sé e delle sue insospettabili passioni, o mi mandava una foto fatta in qualche bel posto senza nessuna precisa ragione.
Ora, buon per lui, si è trovato un lavoro serio: ci ha detto che non ha più tempo per fare il free lance e che, quindi, non avremo più occasioni per lavorare insieme.
E io, anche se so che non ne ho alcun diritto, son qui che muoio dalla voglia di digli che, dopotutto, mi mancherà. Ma non lo farò. Purtroppo...

martedì 5 marzo 2013

Semplificare

"Ciò che accade tu lo scrivi?"
"Ciò che io scrivo accade"
(M. Ende, La storia infinita)

Semplificare. Semplificare, tagliare e banalizzare: questo è quanto mi viene chiesto ogni volta che mi trovo a scrivere un testo per i bambini.
Non usare metafore.
Non usare citazioni di libri, film, canzoni che loro non possono conoscere (non si sa mai venga loro la curiosità di chiedere ai genitori cosa sono e da dove saltano fuori...).
Limitare congiuntivi e condizionali (perché per i periodi ipotetici dell'irrealtà non hanno ancora inventato un vaccino!).
E, soprattutto, mi raccomando: paragrafi brevi con poche subordinate e testi non più lunghi di dieci righe alla volta, che se no non c'arrivano in fondo.
Ok, ok, guardate che lo so che sono prolissa e contorta anche quando mando un sms. E questo è sbagliato. Ci sto lavorando. Da anni ormai. E ben vengano suggerimenti e correzioni.
Ma, buon dio del cielo! Siamo davvero sicuri che proporre un testo che scorre via liscio e piatto, senza nessuna difficoltà, senza nessun guizzo di senso e di ritmo sia l'unico modo per far leggere i bambini?
Ok, ok. Io non scrivo libri, ma articoli per giornalini e siti internet, che stanno alla (buona) letteratura per l'infanzia come un hamburger del MacDonald sta a una cena da Cracco; ma voglio un mondo di bene ad ognuno di questi miei piccoli "figli di carta": le uniche cose che mi sia riuscito finora di mettere al mondo.
So che non sono perfetti e sarei disposta a correggerli fino allo sfinimento, se non sapessi che non mi si chiede di migliorarli, di renderli più chiari, comprensibili ed evocativi, ma solo di spiumarli quel tanto che basta per farli stare nello spazietto loro assegnato e perché non ci sia pericolo che volino, o che, per sbaglio, aiutino qualcuno a volare...
Eppure io sono tuttora infinitamente grata a tutti quegli autori di libri, film, cartoni animati e fumetti che, quand'ero bambina, non mi hanno trattato come una deficiente. E, pensate un po', mi piacerebbe essere capace di fare lo stesso. Anche se non sono certo Ende o Rodari o la Pitzorno.
Perché è grazie a Zio Paperone che so cosa vuol dire "autoctono" e so dov'è il Klondike (beh, più o meno)...
E sono convinta che nessuno si appassioni a nulla - tantomeno un bambino - se non si sente sfidato ad usare la sua intelligenza per comprenderlo.
Ma le convinzioni, dice un proverbio delle mie parti, sono come i sogni.
E Cenerentola insegna che i sogni son desideri.
Ma coi sogni e i desideri non si mangia. E nemmeno con la cultura, a quanto pare...
Oh, sì, oggi sono piuttosto arrabbiata. Si vede?
Saluti fumantini!

martedì 26 febbraio 2013

Corruttibili e corrotti, vanitosi e presuntuosi, scelgono il tornaconto anziché il dovere...

Il testo che segue me l'ha girato stamattina per e-mail la nostra Dani.
Mi pare faccia il paio con quello che ho inserito io ieri, quindi lo pubblico senza troppi commenti.
Li lascio a voi, se vorrete.

“Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuol rappresentare".

E' del 1945, scritto da Elsa Morante a proposito di Mussolini. Nel caso non l'aveste capito...

lunedì 25 febbraio 2013

Il ritmo della mia piccola voce

Pensavo che una lunga, triplice e preoccupante influenza che ha abbattuto l'intera famiglia potesse bastare a funestare questo finale d'inverno; ma poi è venuta la neve; ma poi ci si è rotta la caldaia; ma poi...
Che dire? Ormai lo sapete che, quando mi mancano le parole, uso quelle degli altri. Il solito Guido, nello specifico.

Ecco - pensavo - questa è l’Amarena,

ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena

di lotte e di commerci turbinosi,

 la cosa tutta piena di quei "cosi

con due gambe" che fanno tanta pena...


L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere

vane, divisi e suddivisi a schiere

opposte, intesi all’odio e alle percosse:

così come ci son formiche rosse,

così come ci son formiche nere...


Schierati al sole o all’ombra della Croce,

 tutti travolge il turbine dell’oro;

o Musa - oimè! - che può giovare loro

 il ritmo della mia piccola voce?

 Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro...


 L’alloro... Oh! Bimbo semplice che fui,

dal cuore in mano e dalla fronte alta!

Oggi l’alloro è premio di colui

 che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta

per far di sé favoleggiar altrui...

Per la cronaca, la poesia è del 1909 e il ciarlatano che sale alla ribalta tra squilli di tromba è, molto probabilmente, D'Annunzio.
No, perché, a voi chi è venuto in mente?
Saluti allusivi, basiti e inutili.

lunedì 18 febbraio 2013

Il menestrello, l'uovo e la gallina


"C'è un posto uovo e uno gallina,
chissà dov'è.
Se non sai chi sia nato prima
dentro di te.
C'è un posto in pace e un posto in guerra,
chissà dov'è.
In piedi o tutti giù per terra,
dentro di te.
E un posto dove ci son io,
che cerco un posto tutto mio
lì di fianco a te!"


Era abbastanza ovvio che il ricciuto menestrello, francescano cantore di pulci d'acqua, cervi, lupi, uccelli e altre bestiole si ricordasse anche delle galline.
Le parole, in realtà, sono di Faletti, che come scrittore, diciamo così, sospendo il giudizio, ma come autore di canzoni va già meglio....
Saluti sempre più pennuti!