Amici e amiche del pollaio! Finalmente ritorno a scrivere nel nostro blog, all'indomani della Pasqua! Spero che gli auguri siano ancora validi! Quelli di Natale non ho fatto in tempo a pubblicarli perché il bambino (con la b minuscola!) è nato un po' prima del tempo...ma ci ha pensato la Cri ad annunciare il suo arrivo! Grazie!!
I mesi sono volati da quella vigilia di Natale in cui siamo tornati a casa con il nostro piccolo Tom e ora per augurare, in ritardo, buona Pasqua, ricorro a una vecchia immagine che spero sia benaugurante per tutti! E' una gallina di cioccolato con uova annesse, sempre di cioccolato ricoperte di glassa. La cosa curiosa è che la gallina...ha 32 anni!! Di fianco a lei c'ero io, 32 anni fa, che soffiavo con il nasino per spegnere la mia prima candelina! Tra l'altro, infatti, oggi è anche il compleanno della sottoscritta! Gallina vecchia... Ricorrerò sempre alla Cri per inserirla nel post e anche nella galleria di immagini se vorrà!
Grazie e ancora auguri!
Al prossimo post!
lunedì 9 aprile 2012
Galline benauguranti
venerdì 6 aprile 2012
Lucignolo (non quello di Pinocchio!)
domenica 1 aprile 2012
Un filo di pensieri
"Comincia sempre tutto in aprile, non so perché,
però per me aprile è speciale,
perché quando arriva aprile io trabocco, trabocco.
Voglio parlarvi di una stagione, e di un amore".
(Marco Paolini, Album)
Sì, anch'io trabocco, ma solo di malanni...
PS. Scusate, pubblico un'altra citazione appena trovata in rete:
"Competenza non è sapienza.
Sapienza è anche quello che ci passiamo l'uno con l'altro.
E' quello che passano le terre e l'acqua" (MP)
E, visto che ci sono, avviso anche che il 25 aprile su La7, daranno Itis Galileo, che alcune ciose han visto nell'inverno del 2011.
Che dite: il "ritorno di fiamma" sarà un effetto collaterale dell'aprile?
Ah, toh, ho trovato il video. Se volete, ecco il link: http://www.youtube.com/watch?v=Om1e8M1eM6c
però per me aprile è speciale,
perché quando arriva aprile io trabocco, trabocco.
Voglio parlarvi di una stagione, e di un amore".
(Marco Paolini, Album)
Sì, anch'io trabocco, ma solo di malanni...
PS. Scusate, pubblico un'altra citazione appena trovata in rete:
"Competenza non è sapienza.
Sapienza è anche quello che ci passiamo l'uno con l'altro.
E' quello che passano le terre e l'acqua" (MP)
E, visto che ci sono, avviso anche che il 25 aprile su La7, daranno Itis Galileo, che alcune ciose han visto nell'inverno del 2011.
Che dite: il "ritorno di fiamma" sarà un effetto collaterale dell'aprile?
Ah, toh, ho trovato il video. Se volete, ecco il link: http://www.youtube.com/watch?v=Om1e8M1eM6c
martedì 27 marzo 2012
Niente di nuovo sul fronte occidentale
"Le immagini
che sono
dentro la parola
sono infinite"
(Tonino Guerra)
Confesso, a parte lo spot-tormentone e quel minimo sindacale che ne sapevano tutti, l'unico rapporto con il poeta-scultore-sceneggiatore romagnolo è stato quando, per lavoro, mi son trovata spersa nelle paludi ferraresi a guardare una strana scultura all'ingresso di un ristorante e, mentre stavo decidendo se mi piaceva o no, lo chef ha detto che era di Tonino Guerra e che quel giorno era il suo compleanno e l'avrebbe chiamato per fargli gli auguri perché era un suo amico.
La frase che ho citato sopra l'ho orecchiata ieri sera in tv, facendo zapping selvaggio (ogni tanto è ammesso). E' abbastanza ovvio che mi piaccia.
Scrivo questo post sconclusionato dopo una mattinata al pronto soccorso, così, tanto per gradire. Ne sono uscita con la prescrizione per una risonanza e visita ortopedica, che, spero, serviranno a scoprire perché il mio ginocchio destro ogni tanto fa sciopero selvaggio e violento, lanciandomi fitte da lacrime agli occhi. E stasera ha cominciato a farmi male anche l'altro, per par condicio, immagino.
Ma io un malanno normale mai?
Ma perché 'ste sfighe sempre di primavera?
Vabbé, basta. Il mugugno telematico è finito.
Ora, per consolarmi, ci vorrebbe la torta di panna e fragole di Meg e Co. Se non dal vero, perlomeno qui sul blog. Vi assicuro che è una mano santa!
Beh, anche la tisana ai frutti di bosco non è male, soprattutto se, mentre aspetti che l'acqua si scaldi, chiedi a tuo padre che è in cucina: "Bolle?" e ti viene in mente che quello che hai pronunciato non è solo un verbo, ma anche un cognome.
Ecco, dopotutto aveva ragione Tonino...
che sono
dentro la parola
sono infinite"
(Tonino Guerra)
Confesso, a parte lo spot-tormentone e quel minimo sindacale che ne sapevano tutti, l'unico rapporto con il poeta-scultore-sceneggiatore romagnolo è stato quando, per lavoro, mi son trovata spersa nelle paludi ferraresi a guardare una strana scultura all'ingresso di un ristorante e, mentre stavo decidendo se mi piaceva o no, lo chef ha detto che era di Tonino Guerra e che quel giorno era il suo compleanno e l'avrebbe chiamato per fargli gli auguri perché era un suo amico.
La frase che ho citato sopra l'ho orecchiata ieri sera in tv, facendo zapping selvaggio (ogni tanto è ammesso). E' abbastanza ovvio che mi piaccia.
Scrivo questo post sconclusionato dopo una mattinata al pronto soccorso, così, tanto per gradire. Ne sono uscita con la prescrizione per una risonanza e visita ortopedica, che, spero, serviranno a scoprire perché il mio ginocchio destro ogni tanto fa sciopero selvaggio e violento, lanciandomi fitte da lacrime agli occhi. E stasera ha cominciato a farmi male anche l'altro, per par condicio, immagino.
Ma io un malanno normale mai?
Ma perché 'ste sfighe sempre di primavera?
Vabbé, basta. Il mugugno telematico è finito.
Ora, per consolarmi, ci vorrebbe la torta di panna e fragole di Meg e Co. Se non dal vero, perlomeno qui sul blog. Vi assicuro che è una mano santa!
Beh, anche la tisana ai frutti di bosco non è male, soprattutto se, mentre aspetti che l'acqua si scaldi, chiedi a tuo padre che è in cucina: "Bolle?" e ti viene in mente che quello che hai pronunciato non è solo un verbo, ma anche un cognome.
Ecco, dopotutto aveva ragione Tonino...
lunedì 19 marzo 2012
We are the world
Ieri ho fatto un giro alla fiera di San Giuseppe: un classico della tradizione parmigiana, l'appuntamento che sancisce, con bancarelle e baracconi, l'arrivo della bella stagione.
Oltre all'ennesima pashmina acquistata da un banchetto di peruviani, ho comprato una fetta di strudel trentino da una ragazza pugliese e un arancino siciliano da un nordafricano.
Devo ammettere che, subito, sono rimasta un po' perplessa. Poi mi son detta: perché no?
E tornando a casa ho pensato che in dispensa ho ancora un pugno di farina di ceci per preparare una farinata ligure; e forse m'è rimasto anche un po' di cous cous... Non lo farò mai buono come il primo che ho assaggiato (vedi foto), preparato da una tunisina che aveva la mia stessa età e tre figli, ma ci si può accontentare.
Saluti multietnici.
Oltre all'ennesima pashmina acquistata da un banchetto di peruviani, ho comprato una fetta di strudel trentino da una ragazza pugliese e un arancino siciliano da un nordafricano.
Devo ammettere che, subito, sono rimasta un po' perplessa. Poi mi son detta: perché no?
E tornando a casa ho pensato che in dispensa ho ancora un pugno di farina di ceci per preparare una farinata ligure; e forse m'è rimasto anche un po' di cous cous... Non lo farò mai buono come il primo che ho assaggiato (vedi foto), preparato da una tunisina che aveva la mia stessa età e tre figli, ma ci si può accontentare.
Saluti multietnici.
lunedì 12 marzo 2012
Giacomo, Guido e le galline
Ed ecco a voi la terza puntata del nostro viaggio artistico letterario tra i pennuti.
Poiché l'idea è venuta a Dani, mi sembra giusto pubblicare oggi questo post e dedicarglielo, nel giorno del suo compleanno.
Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
(Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta, 1829)
"Una cocotte!..."
"Che vuol dire, mammina?"
"Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!"
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'ovo e di gallina...
(Guido Gozzano, Cocotte, 1909)
Che dire? Come abbiamo fatto a dimenticarci Leopardi, il grandissimo, l'austero, il dolente, che non si fa problemi a infilare una gallina nei primi versi di una delle sue poesie più famose. E come ho fatto io a dimenticarmi questa deliziosa associazione di idee di Gozzano che, come sapete, mi piace?
Chissà, ma ora eccoli qua, in compagnia di un quadro di Sargent, ovviamente a tema, e dell'augurio a tutte/i quante/i di una buona settimana e un abbraccio particolare a T., il quarto pulcino, che finalmente abbiam visto in faccia: due mesi e mezzo di simpatia e guance rotonde. Auguri anche a lui!
E benvenuta a Castagna, che si è iscritta al blog.
Poiché l'idea è venuta a Dani, mi sembra giusto pubblicare oggi questo post e dedicarglielo, nel giorno del suo compleanno.
Passata è la tempesta:
odo augelli far festa, e la gallina,
tornata in su la via,
che ripete il suo verso. Ecco il sereno
rompe là da ponente, alla montagna;
sgombrasi la campagna,
e chiaro nella valle il fiume appare.
(Giacomo Leopardi, La quiete dopo la tempesta, 1829)
"Una cocotte!..."
"Che vuol dire, mammina?"
"Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!"
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'ovo e di gallina...
(Guido Gozzano, Cocotte, 1909)
Che dire? Come abbiamo fatto a dimenticarci Leopardi, il grandissimo, l'austero, il dolente, che non si fa problemi a infilare una gallina nei primi versi di una delle sue poesie più famose. E come ho fatto io a dimenticarmi questa deliziosa associazione di idee di Gozzano che, come sapete, mi piace?
Chissà, ma ora eccoli qua, in compagnia di un quadro di Sargent, ovviamente a tema, e dell'augurio a tutte/i quante/i di una buona settimana e un abbraccio particolare a T., il quarto pulcino, che finalmente abbiam visto in faccia: due mesi e mezzo di simpatia e guance rotonde. Auguri anche a lui!
E benvenuta a Castagna, che si è iscritta al blog.
lunedì 5 marzo 2012
Quasi un quadrifoglio
Venerdì mattina, quando la mia bicicletta mi ha visto affacciarmi dalla porta della rimessa, nella quale è stata confinata per quattro mesi con la sola compagnia delle sue colleghe appartenenti agli altri condomini, non poteva credere ai suoi raggi. Appena s'è accorta che avevo in mano la pompa per gonfiarle le ruote e, dunque, avevo intenzioni serie, le si è appannato il fanale dalla commozione.
E' cominciato più o meno così, quest'assaggio di primavera: con una corsa al lavoro in bicicletta. Oggi pare sia già tutto finito: cielo bigio e temperature in calo; ma non importa, perché li ho visti i bucaneve sulle rive dei fossi e le persone chine nei campi a raccogliere erbette (che in italiano credo si chiamino biete) per i tortelli omonimi. E lo so che mancano meno di 20 giorni all'inizio ufficiale della nuova, sospirata, stagione.
Oggi, poi, è il compleanno di Marco Paolini (sic!) e mi sono resa conto di aver cominciato a citarlo quassopra perché mi sarebbe piaciuto vederlo dal vivo e che effettivamente è successo. E la cosa ha funzionato anche con Venezia: poco più di due anni fa avevo espresso in un post il sogno di riuscire a starci più di un giorno di seguito e si è avverato. Così, per mera scaramanzia, provo a pubblicare oggi - in preda ai consueti desideri di fuga che mi colgono appena annuso un po' di tepore - una lista di posti da vedere, nella speranza che, ancora una volta, il blog mi/ci sia propizio.
Torino: ovvero, Venaria, il Museo egizio e... le pasticcerie!
Come corollario a questa meta, una capatina ad Agliè a vedere la villa di campagna di Guido Gozzano e il panorama del Canavese cantato in una manciata dei suoi versi a me più cari.
Barbiana: perché l'ho promesso a Costi anni fa e perché non è lontana da Firenze...
L'Altipiano di Asiago: perché dopo aver letto Rigoni Stern e Meneghello non si può non andare.
Il Carso, perché dopo aver letto Ungaretti...(vedi sopra) e perché così abbiamo una scusa per tornare in Friuli.
La Val di Sella (vedi foto): per ascoltare le sculture tra gli alberi e vedere qualche bel concerto all'aperto. No, forse era viceversa, ma funziona anche così!
Infine, vorrei portare a Camaldoli le ciose che non ci sono mai state, e salire all'eremo di giorno, perché va bene che di notte con le stelle sulla testa e le lucciole nel bosco è un incanto assoluto, ma non si riesce ad avere un'idea di come sia fatto.
E poi ricordo allo zoccolo duro delle galline viaggianti che ci manca ancora Torcello...
Sono sicura di aver dimenticato qualcosa, ma ora basta, che ho un sacco di lavoro da fare e questi discorsi non aiutano certo la concentrazione.
Saluti a dita incrociate.
E' cominciato più o meno così, quest'assaggio di primavera: con una corsa al lavoro in bicicletta. Oggi pare sia già tutto finito: cielo bigio e temperature in calo; ma non importa, perché li ho visti i bucaneve sulle rive dei fossi e le persone chine nei campi a raccogliere erbette (che in italiano credo si chiamino biete) per i tortelli omonimi. E lo so che mancano meno di 20 giorni all'inizio ufficiale della nuova, sospirata, stagione.
Oggi, poi, è il compleanno di Marco Paolini (sic!) e mi sono resa conto di aver cominciato a citarlo quassopra perché mi sarebbe piaciuto vederlo dal vivo e che effettivamente è successo. E la cosa ha funzionato anche con Venezia: poco più di due anni fa avevo espresso in un post il sogno di riuscire a starci più di un giorno di seguito e si è avverato. Così, per mera scaramanzia, provo a pubblicare oggi - in preda ai consueti desideri di fuga che mi colgono appena annuso un po' di tepore - una lista di posti da vedere, nella speranza che, ancora una volta, il blog mi/ci sia propizio.
Torino: ovvero, Venaria, il Museo egizio e... le pasticcerie!
Come corollario a questa meta, una capatina ad Agliè a vedere la villa di campagna di Guido Gozzano e il panorama del Canavese cantato in una manciata dei suoi versi a me più cari.
Barbiana: perché l'ho promesso a Costi anni fa e perché non è lontana da Firenze...
L'Altipiano di Asiago: perché dopo aver letto Rigoni Stern e Meneghello non si può non andare.
Il Carso, perché dopo aver letto Ungaretti...(vedi sopra) e perché così abbiamo una scusa per tornare in Friuli.
La Val di Sella (vedi foto): per ascoltare le sculture tra gli alberi e vedere qualche bel concerto all'aperto. No, forse era viceversa, ma funziona anche così!
Infine, vorrei portare a Camaldoli le ciose che non ci sono mai state, e salire all'eremo di giorno, perché va bene che di notte con le stelle sulla testa e le lucciole nel bosco è un incanto assoluto, ma non si riesce ad avere un'idea di come sia fatto.
E poi ricordo allo zoccolo duro delle galline viaggianti che ci manca ancora Torcello...
Sono sicura di aver dimenticato qualcosa, ma ora basta, che ho un sacco di lavoro da fare e questi discorsi non aiutano certo la concentrazione.
Saluti a dita incrociate.
mercoledì 29 febbraio 2012
Dire, fare... baciare
Questa è Salut, (Saluto) di Renzo Pezzani, da Bornisi, che mi ostino a non restituire a Dani...
J en bräz dal to fög,
l’è pan dla to tera,
j en storii contädi
a la nostra manera;
l’è cör dal to cör,
l’è un dì dla to smana.
Gh’è denter al sangov
dla genta pramzana.
Gh’è denter l’odor
dla campagna pu s’cetta,
la voza dla donna
ch’at däva la tetta.
- J en così – at dirè
ch’a säv’n anca primma…
Mo gh’ vreva qualcdon
ch’j a dziss con la rimma…
Ovvero: "Sono braci del tuo fuoco,/ è pane della tua terra,/ sono storie raccontate/ alla nostra maniera;/ è cuore del tuo cuore,/ è un giorno della tua settimana./ C'è dentro il sangue/ della gente parmigiana. C'è dentro l'odore/ della campagna più schietta,/ la voce della donna/ che ti dava la tetta./ Sono cose - dirai -/ che si sapevano anche prima.../ ma ci voleva qualcuno/ che le dicesse con la rima.../
Questi sono alcuni stralci da Filò di Andrea Zanzotto. La traduzione è tratta dell'antologia Poesie 1938-1986, che staziona da un po' sul mio comodino, perché, confesso, mi ci son piantata.
Vecio parlar che tu à inte ‘l tò saòr
Un s’cip del lat de la Eva...
Cioé: "Vecchio parlare, che hai nel tuo sapore/ un gocciolo del latte di Eva..."
None e mame le è ‘ndate, quele che te inventéa,
nòvo petèl par ogni fiòl in fasse...
"Nonne e mamme sono andate, loro che ti inventavano/ nuovo petél (ndr: il linguaggio con cui si parla agli infanti) per ogni figlio in fasce..."
Ma da ‘ste poche brònzhe de qua dò,
dai fià dei filò de qua dò,
si i fii, i fii
del insoniarse e rajonar tra lori se filarà,
là su, là par atorno del ventar de le stele
se inpizharà i nostri mili parlar e pensar nòvi
inte ‘n parlar che sarà un par tuti,
fondo come un basar...
"Ma dalle poche braci di quaggiù,/ dai fiati dei filò (ndr: le riunioni nelle stalle a filare e chiacchierare) di quaggiù,/ se i fili, i fili/ del sogno e della ragione tra loro si fileranno, / lassù, nei dintorni del tirar vento di stelle/ si accenderanno i nostri mille parlari e pensieri nuovi/ in un parlare che sarà uno per tutti,/ fondo come un baciare..."
Non so a voi, ma a me fa impressione (una bella impressione!) che due poeti parecchio diversi abbiano usato due immagini simili per parlare della loro lingua madre, quella che hanno imparato da piccoli: per loro è stata il dialetto, per noi, chiaramente, l'italiano.
L'uno usa l'immagine concretissima della "tetta", l'altro parte scomodando Eva, ma poche righe dopo, cita madri e nonne: la lingua è come il latte e sono le donne le sue prime custodi.
L'uno intitola la sua raccolta "bornisi": una parola stupenda, che indica le braci che restano sotto la cenere; l'altro spera che un giorno, dalle braci rimaste nei fuochi accesi per il filò, rinascano una lingua e un pensiero nuovi.
La lingua è un fuoco nascosto che, se conservato e ravvivato, illumina ricordi e pensieri. "Scrivere è una funzione del capire", dice Meneghello nelle note ai Piccoli maestri.
Lo so che sono monotona. E' che, quando conosco persone che parlano correntemente tre o quattro lingue un po' le invidio, ma mi verrebbe da chiedergli in che lingua pensano. E non so se è giusto - anche se certamente è un bene - che bambini piccolissimi apprendano più lingue contemporaneamente, senza averne una che possano dire propria.
Probabilmente sbaglio e anzi, proprio perché ogni lingua apre un mondo, più se ne sanno più il pensiero può spaziare, accogliere più sfumature e abbracciare la molteplicità, oggi imprescindibile alla vita.
Eppure non mancano i segnali di un impoverimento del linguaggio, che corrisponde a un impoverimento delle relazioni interpersonali. Ho letto, non ricordo più dove, che ricercatori hanno trovato una relazione diretta tra l'aggressività degli adolescenti e la loro incapacità di esprimere i loro sentimenti. Non solo per problemi emotivi, ma anche linguistici: conoscono poche parole e non sanno come usarle correttamente.
Insomma, ben venga lo studio delle lingue, ma forse almeno una bisognerebbe farla propria e approfondirla tanto che possa diventare, come dice Zanzotto con un'altra immagine bellissima, "profonda come un bacio". E per farlo non basta una vita!
Va bene, lo ammetto: potevo trovare una scusa meno balzana per giustificare il fatto che non mi iscrivo ai corsi d'inglese quando qualcuno me li propone, anche se me lo sto dimenticando. Vergogna!
Poi non volevo perdere l'occasione di pubblicare un post in questo giorno un po' speciale.
E questo m'è venuto in mente. Saluti bisestili!
J en bräz dal to fög,
l’è pan dla to tera,
j en storii contädi
a la nostra manera;
l’è cör dal to cör,
l’è un dì dla to smana.
Gh’è denter al sangov
dla genta pramzana.
Gh’è denter l’odor
dla campagna pu s’cetta,
la voza dla donna
ch’at däva la tetta.
- J en così – at dirè
ch’a säv’n anca primma…
Mo gh’ vreva qualcdon
ch’j a dziss con la rimma…
Ovvero: "Sono braci del tuo fuoco,/ è pane della tua terra,/ sono storie raccontate/ alla nostra maniera;/ è cuore del tuo cuore,/ è un giorno della tua settimana./ C'è dentro il sangue/ della gente parmigiana. C'è dentro l'odore/ della campagna più schietta,/ la voce della donna/ che ti dava la tetta./ Sono cose - dirai -/ che si sapevano anche prima.../ ma ci voleva qualcuno/ che le dicesse con la rima.../
Questi sono alcuni stralci da Filò di Andrea Zanzotto. La traduzione è tratta dell'antologia Poesie 1938-1986, che staziona da un po' sul mio comodino, perché, confesso, mi ci son piantata.
Vecio parlar che tu à inte ‘l tò saòr
Un s’cip del lat de la Eva...
Cioé: "Vecchio parlare, che hai nel tuo sapore/ un gocciolo del latte di Eva..."
None e mame le è ‘ndate, quele che te inventéa,
nòvo petèl par ogni fiòl in fasse...
"Nonne e mamme sono andate, loro che ti inventavano/ nuovo petél (ndr: il linguaggio con cui si parla agli infanti) per ogni figlio in fasce..."
Ma da ‘ste poche brònzhe de qua dò,
dai fià dei filò de qua dò,
si i fii, i fii
del insoniarse e rajonar tra lori se filarà,
là su, là par atorno del ventar de le stele
se inpizharà i nostri mili parlar e pensar nòvi
inte ‘n parlar che sarà un par tuti,
fondo come un basar...
"Ma dalle poche braci di quaggiù,/ dai fiati dei filò (ndr: le riunioni nelle stalle a filare e chiacchierare) di quaggiù,/ se i fili, i fili/ del sogno e della ragione tra loro si fileranno, / lassù, nei dintorni del tirar vento di stelle/ si accenderanno i nostri mille parlari e pensieri nuovi/ in un parlare che sarà uno per tutti,/ fondo come un baciare..."
Non so a voi, ma a me fa impressione (una bella impressione!) che due poeti parecchio diversi abbiano usato due immagini simili per parlare della loro lingua madre, quella che hanno imparato da piccoli: per loro è stata il dialetto, per noi, chiaramente, l'italiano.
L'uno usa l'immagine concretissima della "tetta", l'altro parte scomodando Eva, ma poche righe dopo, cita madri e nonne: la lingua è come il latte e sono le donne le sue prime custodi.
L'uno intitola la sua raccolta "bornisi": una parola stupenda, che indica le braci che restano sotto la cenere; l'altro spera che un giorno, dalle braci rimaste nei fuochi accesi per il filò, rinascano una lingua e un pensiero nuovi.
La lingua è un fuoco nascosto che, se conservato e ravvivato, illumina ricordi e pensieri. "Scrivere è una funzione del capire", dice Meneghello nelle note ai Piccoli maestri.
Lo so che sono monotona. E' che, quando conosco persone che parlano correntemente tre o quattro lingue un po' le invidio, ma mi verrebbe da chiedergli in che lingua pensano. E non so se è giusto - anche se certamente è un bene - che bambini piccolissimi apprendano più lingue contemporaneamente, senza averne una che possano dire propria.
Probabilmente sbaglio e anzi, proprio perché ogni lingua apre un mondo, più se ne sanno più il pensiero può spaziare, accogliere più sfumature e abbracciare la molteplicità, oggi imprescindibile alla vita.
Eppure non mancano i segnali di un impoverimento del linguaggio, che corrisponde a un impoverimento delle relazioni interpersonali. Ho letto, non ricordo più dove, che ricercatori hanno trovato una relazione diretta tra l'aggressività degli adolescenti e la loro incapacità di esprimere i loro sentimenti. Non solo per problemi emotivi, ma anche linguistici: conoscono poche parole e non sanno come usarle correttamente.
Insomma, ben venga lo studio delle lingue, ma forse almeno una bisognerebbe farla propria e approfondirla tanto che possa diventare, come dice Zanzotto con un'altra immagine bellissima, "profonda come un bacio". E per farlo non basta una vita!
Va bene, lo ammetto: potevo trovare una scusa meno balzana per giustificare il fatto che non mi iscrivo ai corsi d'inglese quando qualcuno me li propone, anche se me lo sto dimenticando. Vergogna!
Poi non volevo perdere l'occasione di pubblicare un post in questo giorno un po' speciale.
E questo m'è venuto in mente. Saluti bisestili!
lunedì 20 febbraio 2012
Bach, il silenzio e... il lavaggio dei piatti
Se partecipasse a una puntata dei "Soliti ignoti" (e fosse un po' meno famoso), nessuno indovinerebbe il suo mestiere. Ha un naso da pugile, l'espressione seria e sorniona del montanaro: labbra sottili e occhi che sorridono. Si presenta con i jeans, un maglione blu e una sciarpa rossa. Solo le mani lo tradiscono, lisce, precise e misurate nei gesti. Anche la voce è pacata, gentile. Sentirlo parlare aiuta a respirare meglio, è un piacere quasi quanto sentirlo suonare.
Lui è Mario Brunello, il violoncellista. E poiché, come sapete, in musica classica sono una capra (curiosa, sì, ma pur sempre una capra), dirò subito che l'ho scoperto grazie al solito Paolini. Suonava nel dvd di un suo spettacolo (quello su Venezia) e la prima volta che l'ho visto ricordo di aver pensato due cose: quanto è bello il suono del violoncello e chi diavolo fosse l'uomo che lo brandiva in mezzo al deserto con un turbante in testa e accompagnato da beduini coi tamburi. Poi mi sono informata e quel che ho letto e sentito m'è piaciuto parecchio: il nostro, oltre ad essere un professionista con i controfiocchi, è tra i fondatori di quella cosa meravigliosa che sono i "Suoni delle Dolomiti", ha rimesso a nuovo un capannone industriale nella sua Castelfranco (eh, sì, è veneto!) e ci fa spettacoli e concerti ai quali si entra con "biglietto responsabile"; suona ovunque e qualunque cosa: da Bach a Stelutis alpinis (di cui, prima o poi, imparerò il testo). C'è persino una sua descrizione nella "Leggenda dei monti naviganti" di Rumiz (tutto torna!), nella quale si racconta di quella volta in cui è riuscito a far suonare un bosco... Insomma, ho subito pensato che sarebbe stato bello ascoltarlo dal vivo e quando ne ho avuto l'occasione ho acchiappato al volo due biglietti e Simona (grazie!) e venerdì, in una notte di gelo, mi son ritrovata al Paganini ad affrontare da profana le sinfonie di tre russi, di cui due a me totalmente sconosciuti: una meraviglia.
Così domenica ho deciso di concedermi il bis e di imbucarmi tra musicisti e musicofili all'incontro al quale avrebbe partecipato. Tema: la musica del '900.
Per la seconda volta in tre giorni mi sono chiesta "che ci faccio qui?", ma stavolta mi ha risposto lui stesso, e consolato anche, quando ha affermato: "Al termine di un concerto molti vengono a dirmi: 'non so niente di musica, ma mi è piaciuto'. No, dite semmai il contrario!" E ancora, quando ha ammesso che anche là dove il compositore ha scritto la sua musica pensando a una storia o a immagini precise, nessuno vieta all'interprete e allo spettatore di immaginarsene altre completamente diverse.
Una soddisfazione per me che a scuola, le poche volte che si ascoltava musica classica e la prof. ci chiedeva di provare a indovinare cosa stesse descrivendo l'autore: un animale, un sentimento, un paesaggio, io vedevo ippopotami dove i miei compagni vedevano cardellini, scene d'idillio dove gli altri percepivano tragedie (o viceversa) e via di seguito. Una frana!
Mi è piaciuto molto anche quando ha parlato, più volte, di onestà e responsabilità dell'interprete sia nei confronti del compositore sia del pubblico; del suo desiderio di condividere col maggior numero di persone, non solo con gli esperti, il piacere di comprendere il senso di una partitura. Per questo prova a incrociare i linguaggi, a unire musica, immagini e parole. "Non so se è giusto" ha detto, "ma è più divertente!"
Ha detto anche che non gli piace parlare di "carriera", ma di "attività", e nemmeno di "musica classica o colta", ma di quella musica che per lui è pane quotidiano e vorrebbe lo fosse per tutti.
S'è irrigidito soltanto quando ha affermato che la musica non dovrebbe essere un sottofondo da ascoltare con superficialità... mentre si lavano i piatti, ma un'occasione a cui dedicare tempo. "Perché la musica ferma il tempo, fa ringiovanire".
Uno del pubblico, allora, ha obiettato che, spesso, non c'è altra occasione per ascoltare musica che mentre si lavano i piatti.
Allora ha risposto con un sorriso conciliante: "Va bene, ma almeno lavateli con più attenzione, perché dietro ogni esecuzione c'è tanto lavoro..."
Ha parlato di tecnica ed espressività dell'animo, di musica come libertà e, infine, di silenzio. Quello puro che ha cercato e trovato nei deserti e sulle montagne: un silenzio diverso da quello delle sale da concerto e, forse, più simile a quello che ha nella mente un compositore quando pensa la sua musica. "Il silenzio" ha detto "è il liquido amniotico della musica. Nel deserto, ad esempio, il suono diventa tridimensionale e ogni nota è come un pianeta che si materializza nell'aria".
Brunello ha parlato alzandosi in piedi perché tutti potessero vederlo, con le mani in tasca, con la modestia e la semplicità dei maestri e, soprattutto, con passione. E persino io l'ho capito e per un paio d'ore m'ha fatto stare bene, prima con la musica, poi con le parole. E gliene sono davvero grata.
Lui è Mario Brunello, il violoncellista. E poiché, come sapete, in musica classica sono una capra (curiosa, sì, ma pur sempre una capra), dirò subito che l'ho scoperto grazie al solito Paolini. Suonava nel dvd di un suo spettacolo (quello su Venezia) e la prima volta che l'ho visto ricordo di aver pensato due cose: quanto è bello il suono del violoncello e chi diavolo fosse l'uomo che lo brandiva in mezzo al deserto con un turbante in testa e accompagnato da beduini coi tamburi. Poi mi sono informata e quel che ho letto e sentito m'è piaciuto parecchio: il nostro, oltre ad essere un professionista con i controfiocchi, è tra i fondatori di quella cosa meravigliosa che sono i "Suoni delle Dolomiti", ha rimesso a nuovo un capannone industriale nella sua Castelfranco (eh, sì, è veneto!) e ci fa spettacoli e concerti ai quali si entra con "biglietto responsabile"; suona ovunque e qualunque cosa: da Bach a Stelutis alpinis (di cui, prima o poi, imparerò il testo). C'è persino una sua descrizione nella "Leggenda dei monti naviganti" di Rumiz (tutto torna!), nella quale si racconta di quella volta in cui è riuscito a far suonare un bosco... Insomma, ho subito pensato che sarebbe stato bello ascoltarlo dal vivo e quando ne ho avuto l'occasione ho acchiappato al volo due biglietti e Simona (grazie!) e venerdì, in una notte di gelo, mi son ritrovata al Paganini ad affrontare da profana le sinfonie di tre russi, di cui due a me totalmente sconosciuti: una meraviglia.
Così domenica ho deciso di concedermi il bis e di imbucarmi tra musicisti e musicofili all'incontro al quale avrebbe partecipato. Tema: la musica del '900.
Per la seconda volta in tre giorni mi sono chiesta "che ci faccio qui?", ma stavolta mi ha risposto lui stesso, e consolato anche, quando ha affermato: "Al termine di un concerto molti vengono a dirmi: 'non so niente di musica, ma mi è piaciuto'. No, dite semmai il contrario!" E ancora, quando ha ammesso che anche là dove il compositore ha scritto la sua musica pensando a una storia o a immagini precise, nessuno vieta all'interprete e allo spettatore di immaginarsene altre completamente diverse.
Una soddisfazione per me che a scuola, le poche volte che si ascoltava musica classica e la prof. ci chiedeva di provare a indovinare cosa stesse descrivendo l'autore: un animale, un sentimento, un paesaggio, io vedevo ippopotami dove i miei compagni vedevano cardellini, scene d'idillio dove gli altri percepivano tragedie (o viceversa) e via di seguito. Una frana!
Mi è piaciuto molto anche quando ha parlato, più volte, di onestà e responsabilità dell'interprete sia nei confronti del compositore sia del pubblico; del suo desiderio di condividere col maggior numero di persone, non solo con gli esperti, il piacere di comprendere il senso di una partitura. Per questo prova a incrociare i linguaggi, a unire musica, immagini e parole. "Non so se è giusto" ha detto, "ma è più divertente!"
Ha detto anche che non gli piace parlare di "carriera", ma di "attività", e nemmeno di "musica classica o colta", ma di quella musica che per lui è pane quotidiano e vorrebbe lo fosse per tutti.
S'è irrigidito soltanto quando ha affermato che la musica non dovrebbe essere un sottofondo da ascoltare con superficialità... mentre si lavano i piatti, ma un'occasione a cui dedicare tempo. "Perché la musica ferma il tempo, fa ringiovanire".
Uno del pubblico, allora, ha obiettato che, spesso, non c'è altra occasione per ascoltare musica che mentre si lavano i piatti.
Allora ha risposto con un sorriso conciliante: "Va bene, ma almeno lavateli con più attenzione, perché dietro ogni esecuzione c'è tanto lavoro..."
Ha parlato di tecnica ed espressività dell'animo, di musica come libertà e, infine, di silenzio. Quello puro che ha cercato e trovato nei deserti e sulle montagne: un silenzio diverso da quello delle sale da concerto e, forse, più simile a quello che ha nella mente un compositore quando pensa la sua musica. "Il silenzio" ha detto "è il liquido amniotico della musica. Nel deserto, ad esempio, il suono diventa tridimensionale e ogni nota è come un pianeta che si materializza nell'aria".
Brunello ha parlato alzandosi in piedi perché tutti potessero vederlo, con le mani in tasca, con la modestia e la semplicità dei maestri e, soprattutto, con passione. E persino io l'ho capito e per un paio d'ore m'ha fatto stare bene, prima con la musica, poi con le parole. E gliene sono davvero grata.
martedì 14 febbraio 2012
Non una dedica, piuttosto un epitaffio
"Se sei fedele
sei sempre solo"
(G. Tornatore, Nuovo cinema Paradiso)
E adesso mi aspetto la rivolta delle ciose innamorate che, grazie al cielo, sono ormai la maggioranza. Seppellitemi di controdediche più azzeccate a questa giornata e mitigate, vi prego, la mia carica di acidità e disillusione. Per quest'anno mi può bastare.
Grazie.
giovedì 2 febbraio 2012
Gli inverni delle favole
"Vorrei che tu venissi da me in una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo".
(Dino Buzzati, Inviti superflui)
Ed eccola, finalmente, una delle poche ragioni per cui sono disposta a tollerare l'inverno.
Questa volta s'è fatta attendere, ma glielo perdono, perché mentre ero incastrata nel consueto delirio automobilistico che si scatena a ogni nevicata, la vedevo scendere luminosa e sono riuscita a non dire nemmeno una parolaccia, il che ha dell'incredibile.
Stamattina sono andata a lavorare con una pala nel bagagliaio, nella vana speranza di riuscire ad aprirmi un varco nel monte bianco che gli spartineve hanno gentilmente accumulato davanti al mio posto auto, ho poi ripiegato sulle righe blu sborsando i 3 euro regolamentari con distacco zen.
Anche quando non la vedo mi sento comunque più leggera, perché il suo riflesso chiaro, consolatorio, entra fin dentro l'ufficio e m'impedisce di prendermela con il computer che fa quel che vuol lui anziché quel che gli chiedo e con il sindaco d'un paesello d'Appennino che mi manda una roba incomprensibile da pubblicare sul sito comunale.
E poi vengo presa a tradimento da "pensieri malinconici e grandi", come dice Buzzati nello stesso meraviglioso racconto che ho citato all'inizio, oltreché da botte di regressione infantile, che mi portano a camminare a naso all'aria per ammirare le piante innevate e i candelotti di ghiaccio appesi ai segnali stradali rischiando, ovviamente, di sbattere il naso da qualche parte.
Insomma, nei giorni di neve avete buone probabilità d'incontrarmi più svampita del solito, d'accordo, ma anche più tranquilla, bendisposta, tollerante, quasi quasi serena.
Approfittatene, dunque, perché lo sapete che dura poco!
(Dino Buzzati, Inviti superflui)
Ed eccola, finalmente, una delle poche ragioni per cui sono disposta a tollerare l'inverno.
Questa volta s'è fatta attendere, ma glielo perdono, perché mentre ero incastrata nel consueto delirio automobilistico che si scatena a ogni nevicata, la vedevo scendere luminosa e sono riuscita a non dire nemmeno una parolaccia, il che ha dell'incredibile.
Stamattina sono andata a lavorare con una pala nel bagagliaio, nella vana speranza di riuscire ad aprirmi un varco nel monte bianco che gli spartineve hanno gentilmente accumulato davanti al mio posto auto, ho poi ripiegato sulle righe blu sborsando i 3 euro regolamentari con distacco zen.
Anche quando non la vedo mi sento comunque più leggera, perché il suo riflesso chiaro, consolatorio, entra fin dentro l'ufficio e m'impedisce di prendermela con il computer che fa quel che vuol lui anziché quel che gli chiedo e con il sindaco d'un paesello d'Appennino che mi manda una roba incomprensibile da pubblicare sul sito comunale.
E poi vengo presa a tradimento da "pensieri malinconici e grandi", come dice Buzzati nello stesso meraviglioso racconto che ho citato all'inizio, oltreché da botte di regressione infantile, che mi portano a camminare a naso all'aria per ammirare le piante innevate e i candelotti di ghiaccio appesi ai segnali stradali rischiando, ovviamente, di sbattere il naso da qualche parte.
Insomma, nei giorni di neve avete buone probabilità d'incontrarmi più svampita del solito, d'accordo, ma anche più tranquilla, bendisposta, tollerante, quasi quasi serena.
Approfittatene, dunque, perché lo sapete che dura poco!
venerdì 27 gennaio 2012
Sono un po'... "scossa"
E quindi m'è venuto un pensiero balzano:
non fanno che ripeterci che dobbiamo stare con i piedi per terra,
ma visto che la terra stessa, talvolta, ci trema sotto i piedi,
tanto vale rimanere con la testa tra le nuvole!
non fanno che ripeterci che dobbiamo stare con i piedi per terra,
ma visto che la terra stessa, talvolta, ci trema sotto i piedi,
tanto vale rimanere con la testa tra le nuvole!
lunedì 23 gennaio 2012
In bianco e nero
Ieri domenica indoor. Colta da un raro attacco di "messapostite acuta" mi sono accosciata davanti alle due ante basse del mobile accanto alla scrivania in camera mia e ho tentato di fare ordine. Inutile dire che ne è uscito di tutto: le scatole dei colori che non uso più (acrilici, tempere, per stoffa, per vetro...), borsette, musicassette, lettere e cartoline (praticamente dei reperti archeologici!) e, udite udite, due intere pile di fotografie. Le più "antiche" risalgono alle medie, le più recenti all'estate scorsa. Mi sono rivista con la frangia e l'apparecchio (terribile!), mi son fatta venire il magone riguardando le foto di Camaldoli 2003 e di tutto quel che ne è seguito; mi sono ritrovata al Louvre con alle spalle la nike di Samotracia, eccetera eccetera. Tranquille, ve le risparmio.
Pubblico, invece, un "documento" storico, gelosamente custodito nell'album di famiglia dei miei. E' uno struggente bianco e nero degli anni '30. La spiaggia dovrebbe essere quella di Monterosso. Al centro, perfettamente vestito e con tanto di ombrello (chissà se anche lui, come me, se lo portava appresso in ogni stagione...), c'è il mio bisnonno, che rispondeva al sorprendente nome di Villibaldo, alla sua destra c'è mia nonna, a sinistra, con la camicetta bianca smanicata, sua sorella, la mia prozia, entrambe giovani, sorridenti e pettinate esattamente come le dive dell'epoca di cui collezionavano le cartoline. Attorno a loro amici a me ignoti di un'estate d'anteguerra.
La pubblico perché mi piace pensare che questa vecchia immagine diventi un pugno di pixel e si metta a viaggiare per la rete. Perché io ho ereditato da loro questa foto e forse nessuno erediterà le loro e le mie e questo, dopotutto, mi dispiace. Non è questione di vanità, ma di memoria. Perché "siamo il frutto della nostra storia", ma "a volte le storie che non riusciamo a raccontare sono proprio le nostre... Quando una storia viene raccontata non può essere dimenticata, diventa qualcos'altro: il ricordo di ciò che eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare" (La chiave di Sarah, film di Gilles Paquet-Brenner tratto dal libro di Tatiana De Rosnay).
Pubblico, invece, un "documento" storico, gelosamente custodito nell'album di famiglia dei miei. E' uno struggente bianco e nero degli anni '30. La spiaggia dovrebbe essere quella di Monterosso. Al centro, perfettamente vestito e con tanto di ombrello (chissà se anche lui, come me, se lo portava appresso in ogni stagione...), c'è il mio bisnonno, che rispondeva al sorprendente nome di Villibaldo, alla sua destra c'è mia nonna, a sinistra, con la camicetta bianca smanicata, sua sorella, la mia prozia, entrambe giovani, sorridenti e pettinate esattamente come le dive dell'epoca di cui collezionavano le cartoline. Attorno a loro amici a me ignoti di un'estate d'anteguerra.
La pubblico perché mi piace pensare che questa vecchia immagine diventi un pugno di pixel e si metta a viaggiare per la rete. Perché io ho ereditato da loro questa foto e forse nessuno erediterà le loro e le mie e questo, dopotutto, mi dispiace. Non è questione di vanità, ma di memoria. Perché "siamo il frutto della nostra storia", ma "a volte le storie che non riusciamo a raccontare sono proprio le nostre... Quando una storia viene raccontata non può essere dimenticata, diventa qualcos'altro: il ricordo di ciò che eravamo, la speranza di ciò che possiamo diventare" (La chiave di Sarah, film di Gilles Paquet-Brenner tratto dal libro di Tatiana De Rosnay).
domenica 15 gennaio 2012
Contaminazioni
"Bisogna ridiventare classici mediante la natura, cioè attraverso le sensazioni" (Paul Cezanne)
Fanciulle piumate (e ospiti di passaggio), oggi vi propongo un piccolo esercizio: chiudete gli occhi e provate a visualizzare la Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi. Qualcuno più ferrato di me in storia dell'arte potrebbe giustamente obiettare: quale delle numerose versioni che la tostissima "pitturessa" realizzò? La più famosa: quella un po' splatter, con Oloferne di scorcio sul letto, Giuditta nell'atto di decapitarlo e la serva, un passo indietro, che lo tiene fermo. Fatto?
Bene. Ora, però, provate a immaginarla dipinta non con le pennellate morbide e praticamente invisibili dei maestri antichi, ma con le larghe macchie di colore e le forme geometrizzanti di Cezanne. E' dura, eh? D'accordo, ma con un po' d'impegno ci si può riuscire. Fatto?
Ebbene, ora un ultimo sforzo: provate a pensare il tutto animato in 3D, come i moderni cartoni animati... Fatto? Bravi!
Ecco, ora potete riaprire gli occhi e chiedermi, giustamente: Cri, ma tu, non sei astemia? Allora che diavolo hai combinato per farti venire queste idee strampalate?
Ehm, in realtà niente di grave. Come metà dei parmigiani, venerdì scorso, approfittando del giorno di festa per il patrono, mi sono imbarcata assieme a Dani su un treno per Milano, ma, anziché andar per saldi, come han fatto, suppongo, almeno metà dei suddetti concittadini in trasferta, siamo andate per mostre. E questo è il risultato.
Già perché a vedere nello stesso giorno i quadri di Artemisia, quelli di Cezanne e i bozzetti e le animazioni della mostra dedicata ai 25 anni della Pixar, si rischia di uscirne con tante immagini diverse (e a loro modo tutte belle) negli occhi e nella mente che basta un attimo a far confusione. E la sapete una cosa? E' piuttosto divertente!
Fanciulle piumate (e ospiti di passaggio), oggi vi propongo un piccolo esercizio: chiudete gli occhi e provate a visualizzare la Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi. Qualcuno più ferrato di me in storia dell'arte potrebbe giustamente obiettare: quale delle numerose versioni che la tostissima "pitturessa" realizzò? La più famosa: quella un po' splatter, con Oloferne di scorcio sul letto, Giuditta nell'atto di decapitarlo e la serva, un passo indietro, che lo tiene fermo. Fatto?
Bene. Ora, però, provate a immaginarla dipinta non con le pennellate morbide e praticamente invisibili dei maestri antichi, ma con le larghe macchie di colore e le forme geometrizzanti di Cezanne. E' dura, eh? D'accordo, ma con un po' d'impegno ci si può riuscire. Fatto?
Ebbene, ora un ultimo sforzo: provate a pensare il tutto animato in 3D, come i moderni cartoni animati... Fatto? Bravi!
Ecco, ora potete riaprire gli occhi e chiedermi, giustamente: Cri, ma tu, non sei astemia? Allora che diavolo hai combinato per farti venire queste idee strampalate?
Ehm, in realtà niente di grave. Come metà dei parmigiani, venerdì scorso, approfittando del giorno di festa per il patrono, mi sono imbarcata assieme a Dani su un treno per Milano, ma, anziché andar per saldi, come han fatto, suppongo, almeno metà dei suddetti concittadini in trasferta, siamo andate per mostre. E questo è il risultato.
Già perché a vedere nello stesso giorno i quadri di Artemisia, quelli di Cezanne e i bozzetti e le animazioni della mostra dedicata ai 25 anni della Pixar, si rischia di uscirne con tante immagini diverse (e a loro modo tutte belle) negli occhi e nella mente che basta un attimo a far confusione. E la sapete una cosa? E' piuttosto divertente!
giovedì 5 gennaio 2012
Maestre & galline... in dialetto!
Galline, buon anno! L'avevo promesso molto tempo fa a un lettore di passaggio, giunto qui attratto da una mia frase sul dialetto parmigiano, che prima o poi avrei pubblicato una poesia di qualcuno dei nostri autori dialettali. Oggi, grazie a un libro estorto al papà di Dani (grazie!), mantengo l'impegno. Anche perché ne ho trovata una deliziosa, che parla di una maestra, il mestiere prevalente tra le ciose, e a un certo punto la paragona proprio a una ciosa. Dunque è perfetta anche per continuare il nostro gioco delle galline famose.
Trascriverla è stata una faticaccia e non garantisco la precisione al 100%, ma chiedo venia.
Per i non parmigiani che passassero di qua e fossero curiosi, nei commenti tento una traduzione. Anche quella prendetela con beneficio d'inventario...
Buona lettura!
La mè méstra ‘d primma
(Renzo Pezzani, Bornisi)
- La siora Camilla? – La vcen’na la s’volta.
- Son mi. – Siora méstra, s’arcordla ‘d Pessani?
E am scord ch’j ò compì du mes fa quarant’ani,
perché la mè méstra l’è colla ‘d na volta
vestida ‘d coton bianc e nigh’r, al caplén
äd vlu con la piumma ch’a tremma, un pò pläda,
la facia csì smorta e scarabociäda
in simma a la fronta da tri rissolén.
Chi tri rissolén, tri caprissi ‘d cavì,
ch’i päron al compit de ses d’un ragass
copiè con l’inciost’r e la penna perrì;
al nastor äd seda ch’agh stricca al col pass;
il man sens’anei; la crozen’na d’argenta
ch’agh casca davanti p’r un fil äd coton,
l’ombrela p’r al sol fata su cme un baston…
La m’guärda e l’aspeta ch’agh torna in-t-la menta.
- Pessani? Mo sì ch’a m’arcord. Che sajetta,
che birba, e che cör! Una volta… - la siora
Camilla la m’studia da dent’r e de ‘d fora,
la m’vedda putén ch’a portäva la bretta.
- T’arcordot? Na volta t’si gnu coi to amigh
in scöla, co’ un grill… mo in do l’ävet catè?
A s’eren in scöla e parev’n in-t-un prè.
T’arcordot, baloss? Ma v’ho miss in castigh.
Che omm te ‘t si fat! – La m’ vrè fär una dmanda.
Sui labor pontù cmè s’la vriss därm un bäz,
se al Sgnör l’aviss fata na spana pu granda,
la gh’à na parola da dir, mo la täz.
- E mi ‘n son mäi städa na vecia ch’ brangogna -
Dardè l’vintai ‘d piss, cme von ch’ diz na bozia,
la ridda e la sconda na vampa ‘d vargogna.
- M’ha sempor piazù a zugär a la stria. -
Vestida cmè adessa a l’arcord la mè méstra
zugär coi putén, na puten’na ch’ se sconda,
ch’ la corra, ch’ la scapa, ch’ la ciama e risponda
cmè na rondanen’na cascäda in palestra.
- E pu che una mama, na ciossa coi spron,
tutt j ani coväva quaranta poien.
Sinquant’ani ‘d scola, domila putén.
Am capita ‘d spes d’inconträr’n un qualcdon. –
‘M l’arcord in-t-la classa, seduda là in simma
la catedra nigra scotäda da un fiör,
cantär l’alfabeto, la mè méstra ‘d primma.
Un coro e una vöza: dil pegri e ‘l pastör.
- Dill volti ch’a preg a vrè dir al rosäri,
e rugh dapartutt pär sercär la coron’na;
am sbali, mo ‘l Sgnor ch’al me senta al pardon’na,
a digh l’alfabeto dal me silabäri;
e ‘gh mett dent’r al cör e pregh anca pär ti. –
La siora Camilla la m’ guärda. Do pocci
äd lägormi, sotta a chi quator cavì,
agh föga chj ocett chi foräven cme il gocci.
- Ad colli i s’ n’è ‘ndè, a n’è mort con la guera!
e mi tutti i gioron j a vagh a catär
in fila cmé in scöla, quatè da la tera.
Impär una fola e ‘gh la vagh a contär…
Bisogna ch’a vaga a comprärem dal pan…
T’ho vist tant vlontera! Fatt veder pu ‘d spess. –
La siora Camilla la m’ slonga la man:
sinch did sens’anei ch’a sa ancora un po’ ‘d gess.
- Co’ fät! Mo sit mat? – Gh’ò bazè cla manen’na
ch’a tremma ‘d vargogna e la m’ völ scäper via.
- Che cör, che sajetta! – La pär na puten’na,
la siora Camilla, ch’ zugäva a la stria.
Trascriverla è stata una faticaccia e non garantisco la precisione al 100%, ma chiedo venia.
Per i non parmigiani che passassero di qua e fossero curiosi, nei commenti tento una traduzione. Anche quella prendetela con beneficio d'inventario...
Buona lettura!
La mè méstra ‘d primma
(Renzo Pezzani, Bornisi)
- La siora Camilla? – La vcen’na la s’volta.
- Son mi. – Siora méstra, s’arcordla ‘d Pessani?
E am scord ch’j ò compì du mes fa quarant’ani,
perché la mè méstra l’è colla ‘d na volta
vestida ‘d coton bianc e nigh’r, al caplén
äd vlu con la piumma ch’a tremma, un pò pläda,
la facia csì smorta e scarabociäda
in simma a la fronta da tri rissolén.
Chi tri rissolén, tri caprissi ‘d cavì,
ch’i päron al compit de ses d’un ragass
copiè con l’inciost’r e la penna perrì;
al nastor äd seda ch’agh stricca al col pass;
il man sens’anei; la crozen’na d’argenta
ch’agh casca davanti p’r un fil äd coton,
l’ombrela p’r al sol fata su cme un baston…
La m’guärda e l’aspeta ch’agh torna in-t-la menta.
- Pessani? Mo sì ch’a m’arcord. Che sajetta,
che birba, e che cör! Una volta… - la siora
Camilla la m’studia da dent’r e de ‘d fora,
la m’vedda putén ch’a portäva la bretta.
- T’arcordot? Na volta t’si gnu coi to amigh
in scöla, co’ un grill… mo in do l’ävet catè?
A s’eren in scöla e parev’n in-t-un prè.
T’arcordot, baloss? Ma v’ho miss in castigh.
Che omm te ‘t si fat! – La m’ vrè fär una dmanda.
Sui labor pontù cmè s’la vriss därm un bäz,
se al Sgnör l’aviss fata na spana pu granda,
la gh’à na parola da dir, mo la täz.
- E mi ‘n son mäi städa na vecia ch’ brangogna -
Dardè l’vintai ‘d piss, cme von ch’ diz na bozia,
la ridda e la sconda na vampa ‘d vargogna.
- M’ha sempor piazù a zugär a la stria. -
Vestida cmè adessa a l’arcord la mè méstra
zugär coi putén, na puten’na ch’ se sconda,
ch’ la corra, ch’ la scapa, ch’ la ciama e risponda
cmè na rondanen’na cascäda in palestra.
- E pu che una mama, na ciossa coi spron,
tutt j ani coväva quaranta poien.
Sinquant’ani ‘d scola, domila putén.
Am capita ‘d spes d’inconträr’n un qualcdon. –
‘M l’arcord in-t-la classa, seduda là in simma
la catedra nigra scotäda da un fiör,
cantär l’alfabeto, la mè méstra ‘d primma.
Un coro e una vöza: dil pegri e ‘l pastör.
- Dill volti ch’a preg a vrè dir al rosäri,
e rugh dapartutt pär sercär la coron’na;
am sbali, mo ‘l Sgnor ch’al me senta al pardon’na,
a digh l’alfabeto dal me silabäri;
e ‘gh mett dent’r al cör e pregh anca pär ti. –
La siora Camilla la m’ guärda. Do pocci
äd lägormi, sotta a chi quator cavì,
agh föga chj ocett chi foräven cme il gocci.
- Ad colli i s’ n’è ‘ndè, a n’è mort con la guera!
e mi tutti i gioron j a vagh a catär
in fila cmé in scöla, quatè da la tera.
Impär una fola e ‘gh la vagh a contär…
Bisogna ch’a vaga a comprärem dal pan…
T’ho vist tant vlontera! Fatt veder pu ‘d spess. –
La siora Camilla la m’ slonga la man:
sinch did sens’anei ch’a sa ancora un po’ ‘d gess.
- Co’ fät! Mo sit mat? – Gh’ò bazè cla manen’na
ch’a tremma ‘d vargogna e la m’ völ scäper via.
- Che cör, che sajetta! – La pär na puten’na,
la siora Camilla, ch’ zugäva a la stria.
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