venerdì 17 maggio 2013

Abitiamoci


Le case sono entità bizzarre. Se non fosse eccessivo, sospetterei che abbiano un’anima o, per lo meno, un’identità. Ovviamente dicono molto delle persone, ma non è solo questo.
Mi piace pensare che vivano una vita parallela che può incrociarsi con la nostra per una vita intera (auspicabilmente), per molti o pochi anni o anche solo per i pochi giorni di una vacanza o le poche ore della visita a un amico. E alcune, come le persone, ci restano indelebili alla prima occhiata, mentre di altre ci dimentichiamo. Loro si adattano a noi e noi ci adattiamo a loro: si respira meglio in una casa dagli alti soffitti e dalle larghe finestre; ci si sente più protetti in certe casine piccine coi muri spessi e le travi di legno.
A volte invecchiano meglio di chi le abita, offrendo un punto fermo alle generazioni; altre volte peggio, creando grane agli sventurati proprietari, e vanno curate come e più di un bambino.
Hanno i loro rumori più o meno sinistri ai quali abituarsi (se la vostra ha problemi idrici vi sconsiglio vivamente di leggere “Una goccia” di Buzzati, se non volete farvi venire gli incubi…).
E  hanno un odore: un misto di mobili, libri, elettrodomestici, cibo, vestiti e, ovviamente, persone, che, però, dura a lungo anche dopo che queste ultime se ne sono andate.
Comunque la si prenda, cambiare casa è sempre una faccenda delicata e un tantino destabilizzante. Certo c’è chi, beato lui, si sente a casa ovunque e chi, purtroppo, in nessun luogo. C’è chi cambiando casa va in depressione, chi, persino, ci muore, come certi vecchi costretti al ricovero; e chi, dopo anni d’attesa, nella casa nuova riesce finalmente a farci un figlio che, evidentemente, voleva nascere lì e non altrove.
Disfare la casa di qualcuno che se n'è andato è una delle cose peggiori che può capitarti, perché mentre sei lì che prendi possesso con curiosità di cose non tue, pensi che anche delle tue capiterà la stessa cosa: che qualcuno getterà senza scrupolo, o quasi, oggetti che per te erano importanti e ne conserverà avidamente altri di cui non t'importava nulla. E non è un bel pensiero.
Da tempo ho la vaga idea che il desiderio di farsi una famiglia o, almeno, di metter su casa per conto proprio, nasca anche perché, con gli anni, la nostra vita cresce e non ce la facciamo più a contenerla tutta in una cameretta, che si va riempiendo oltre che di cose, anche di umori e ricordi che rischiano di soffocarci.
A pensarci bene, metter su casa è una bella espressione: fa un po’ chiocciola, o tartaruga: la casa è guscio e scudo; benché sappiamo che, all’interno di essa possono accadere le cose più orribili, proprio perché, sentendoci sicuri, ci togliamo la maschera che indossiamo volenti o nolenti in società, e quel che ne esce non è detto sia sempre migliore.
Sarà per questo che a me tutti questi giovani e meno giovani che vagolano per le strade ad ogni ora della notte in ogni giorno della settimana impegnati nella cosiddetta movida, a me, dopotutto, mettono tristezza, perché significa che dopo una giornata fuori per studio o lavoro non hanno cuore di tornare a casa, perché non ci si riconoscono; perché loro stessi e le persone che con loro la abitano hanno così poca anima da non essere capaci di regalargliene un po’ e renderla viva. Non sono capaci di abitarci. E così fuggono, fingendo di divertirsi a stare in piedi di notte con un bicchiere in mano davanti a un bar.
Sarà perché le serate più belle della mia vita le ho passate nella mia casa piena di amici o a casa di qualcuno. Sarà perché io alle case, a volte, mi affeziono quasi quanto alle persone.
Eh, Cri, andiamo, sinceramente, c'è qualcosa a cui non ti affezioni?
Ai malanni e alle sfighe, ovvio, ma loro mi s'affezionano ugualmente...
Comunque sia,tanto per non sbagliare, io la mia casa, nella quale ancora non so se riuscirò mai ad andare ad abitare, visto che le rogne e le spese pare si moltiplichino a giorni alterni, la saluto ogni volta che ci entro, calpestando polvere fine che mi s’attacca alle scarpe e annusando cemento.
Anche se non ho la più pallida idea di come metterci i mobili e mi raggela il pensiero di tutto quello che resta da fare e di non avere la forza di farlo, intanto cerco di farmela amica.
Non si sa mai…

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