mercoledì 20 agosto 2014

A Cremona senza violini e senza torrone

Che a noi ci piace essere originali e distinguerci dalla massa dei turisti intruppati a percorrere gli itinerari stabiliti infarciti di luoghi comuni.
Ehm, no, in realtà non è andata proprio così...
Nonostante quest'anno pare sia più facile organizzare un G8 che far coincidere i rispettivi giorni di ferie e farne uscire una vacanza, almeno al gitino di ferragosto non si poteva rinunciare.
Scoraggiate da previsioni meteo più variabili del mio umore nei giorni peggiori, abbiamo abdicato all'idea di un picnic sperso in Appennino e abbiamo ripiegato per la classica città d'arte, vicina ma a noi pressoché sconosciuta: Cremona. Con le opportune divagazioni, ovviamente.
Imbarco Dani alle 8.15, pensando a quanto starà gongolando nel frattempo Costi che, per una volta, non dovrà calare verso Parma per ritrovarci e partire, ma, vista la meta, verrà recuperata direttamente sulla sua nuova soglia di casa, ammesso e non concesso di ricordare come arrivarci!
Superata la prima prova, ci dirigiamo da lei guidate, verso Busseto e, da lì, sconfiniamo nel piacentino in cerca di Sant'Agata: la dimora più amata da Verdi, spirito romantico e anima concreta di contadino.
Quando la troviamo siamo le sole a turbare la passeggiatina della distinta signora che, scopriremo di lì a poco, ci farà da guida, e la sacrosanta pigrizia ferragostana di un giovanissimo bigliettaio riccioluto, che ci accoglie comunque sorridendo. E sempre da sole ci godiamo la visita guidata alle poche stanze aperte al pubblico (nella villa ancora abitano gli eredi del Maestro) e al grande giardino con tanto di laghetto, sormontato da un ponticello orientaleggiante degno di un quadro di Monet, grotta finta, boschetto di banani ed eleganti sedie in ferro smaltate di bianco, anch'esse d'epoca.
Nelle stanze ci colpiscono, a parte la rigogliosa collezione d'acari che mette alla prova me e Dani, i libri in lingua originale, i dagherrotipi e le statuine napoletane racchiuse in campane di vetro, talmente gozzaniane da commuovermi; la scrivania strategicamente disposta di fronte al letto nella camera di Verdi, in caso di ispirazioni notturne, le valigie e le cappelliere di cuoio con le sbiadite etichette degli hotel, una lettera di Cavour e un cappello pieghevole da viaggio. Invidiamo anche i set di ceramica in dotazione agli hotel, confrontandoli con la prosaicità delle saponettine e cuffiette da doccia dei tempi nostri, salvo realizzare che gli oggetti in ceramica sarebbero un po' più scomodi da ficcarsi in valigia...
Entriamo in Cremona dalla parte del Po e ci concediamo un necessario caffè e una passeggiata nel parco lungo il fiume, rapido e grigio per le piogge di questa assurda estate. È mezzogiorno e ci sono già famigliole impegnate in succulenti picnic. Tra il verde aleggia un vago sentore di grigliata, di cui ci tratteniamo a stento dall'individuare la fonte. Arriviamo, invece, fino alle ex Colonie Padane, ennesimo esempio di "luogo perduto": architettura palesemente fascista, ma con un che di morbido e marino, che rende bella persino l'architrave monumentale che separava l'edificio principale da quelle che un tempo erano piscine. Ci aggiriamo nell'italico abbandono, condividendo la solitudine con enormi oche, tartarughe e un paio di gatti, unici abitanti del luogo ai quali una coppia di attempati sposini porta da mangiare. E anche noi pensiamo che è ora di raggiungere il centro e, magari, trovare un ristorante.
La città è piacevolmente semideserta e, dopo un paio di tentativi, adocchiamo in un borghetto che dà sulla piazza principale i promettenti tendoni di una trattoria. Ci va bene e, quando decidiamo di rimetterci in moto, pensiamo che è il caso di posticipare la salita dei 502 gradini del Torrazzo, l'altissimo campanile, simbolo di Cremona, a una fase digestiva più avanzata ed entriamo nel Battistero. La forma ottagonale e il marmo rosa lo rendono assai famigliare a noi parmigiane. Lo stesso vale per il Duomo, con i suoi echi romanici all'esterno, i leoni rosati a sostenere le colonnine del protiro e le decorazioni cinquecentesche all'interno.
Alla fine ci decidiamo ad annaspare in cima al campanile, dove ci accoglie una vista della città e della piana verde che la circonda. Un'ansa del Po luccica tra gli alberi e, mentre riprendiamo fiato, assistiamo al siparietto di una allegra famigliola nella quale, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, è la madre che insiste: "Dai, su, facciamoci un altro 'selfie'!" mentre il figlio cerca invano di dissuaderla.
Discendiamo mettendo a dura prova i nostri polpacci: mai sentito il detto "Bisogna mettere il freno alle galline" per indicare un percorso particolarmente ripido? Ecco, qualcosa del genere...
Abbandoniamo la splendida piazza, che nel frattempo si va riempiendo di turisti e famigliole cremonesi, e puntiamo, finalmente, al museo del violino. E qui cominciano i problemi. Le nostre cartine, vecchie di qualche anno, nominano un "Museo stradivariano", mentre i cartelli turistici lungo le strade parlano di un "Museo del violino", ovviamente in due direzioni diverse.
Ci fermiamo a riflettere sulla panchina di un bel parco, vicino alla fermata del trenino che porta a spasso i bambini. Per un attimo meditiamo di dirottare il suddetto trenino e farci portare là dove vorremmo andare; poi, per fortuna, il buonsenso ha la meglio e abbordiamo una panchina di vecchiette ciarliere chiedendo lumi. La più anziana ci dà, convinta, indicazioni precise; seguendole ci ritroviamo in effetti davanti a un museo musicale, peccato che abbia appena chiuso. Dal portone accostato se ne esce uno smilzo custode in bicicletta, che ci spedisce più o meno da dove siamo venute.
Ed eccolo, finalmente, il Museo del violino! L'edificio ha l'aria di essere stato restaurato di fresco e ci si presenta con un'ampia piazza, un enorme violino-scultura e un altrettanto enorme uomo fatto tutto di note, entrambi metallici. Peccato che il museo non sia altrettanto accogliente: quello pure è in chiusura e non c'è tempo nemmeno per una visita veloce.
Ci coglie un attacco di mestizia e pensiamo di consolarci nella più pura tradizione ciosesca: ovvero, torniamo in piazza e ci prendiamo un solenne coppone di gelato in un locale con i tavolini all'ombra del Torrazzo, che avevamo adocchiato fin dal mattino.
Però, almeno un torrone a mo' di souvenir riusciremo a portarcelo a casa?
Pare di no: le sfiziose gastronomie e pasticcerie che incontriamo per la strada, infatti, hanno giustamente deciso di festeggiare il Ferragosto e l'unico negozietto aperto è un bazar ad uso turistico che vende di tutto e di più, compresi torroni al prezzo di tartufi d'Alba o giù di lì.
Pazienza. Sono quasi certa che se frugo in ripostiglio dovrei riuscire a trovare uno Sperlari rimasto dalle passate festività ancora in  ottime condizioni. D'altronde, come dice Costi, e come ormai tutti voi lettori di questo blog sapete bene... dopo ferragosto è già Natale!
Saluti croccanti e mandorlati.

mercoledì 6 agosto 2014

Gandalf & le galline

Per la serie "Galline al cinema", o, nel caso specifico, "Galline nel backstage", guardate che bella questa foto: è sir Ian McKellen, 75 anni, centinaia di ruoli all'attivo tra cinema e teatro, tra cui, appunto, Gandalf nel Signore degli anelli, "beccato" in una pausa della registrazione del suo prossimo film, nel quale interpreterà, se non ho capito male, nientemeno che Sherlock Holmes.
Sarò un po' di parte, ma lo trovo delizioso...

martedì 29 luglio 2014

Sassolini

"Alone is what I have: alone protects me."
(Sherlock, BBC, stagione 2, episodio 3)

Seriamente, signora, che potresti essere mia madre se solo lei si fosse sposata più giovane e non avesse dovuto penare sette anni prima di sfornare quella arruffata creatura che sarei diventata io; seriamente, dicevo, tu che a più di cinquant'anni ti trovi sola, con un matrimonio fallito tra accuse e dispetti, due figli che ti fanno disperare e allievi che non riesci a tenere a bada se non urlando, vuoi dare a me lezioni di vita e di sentimento?
Per fortuna, una delle poche cose che ho imparato negli anni è non tanto a non giudicare le persone - perché il confronto con gli altri è il modo in cui, bene o male, si prova a costruire sé stessi, per imitazione o contrasto - ma, almeno a provare a comprenderle e ad amarle lo stesso, consapevole che quasi certamente  io, nei loro panni, non avrei saputo fare di meglio.
Per questo mi limito ad ascoltarti e a risponderti a monosillabi, senza girarmi a guardarti, con la scusa, peraltro vera, di un enorme mazzo di lavanda da ripulire stelo per stelo con santa pazienza.
E strappo con più violenza del necessario foglie in eccesso, rametti sbilenchi e fiori spezzati, e ormai ho le dita di un curioso colore gialloverde e sono talmente immersa nel profumo fresco e forte da sentirne quasi il sapore sulla lingua. Solo così, quando te ne esci, candida, dicendo che, nonostante tutto, non ti dispiacerebbe avere un altro uomo, mi limito a dire che, sì, capisco: che è difficile star soli quando si è abituati fin dall'adolescenza a stare in coppia e che quasi sicuramente è vero che vale sempre la pena di amare qualcuno. Ed evito, invece, di aggiungere che io, al contrario di te, ho imparato a star sola fin dall'adolescenza: ad esser considerata - e alla fine a considerarmi - qualcosa di piuttosto neutro e asessuato, incapace di attirare l'attenzione di chicchessia, o, il che è anche peggio, capace di attirare soltanto l'attenzione di persone così superficiali da provarci indistintamente con tutte, me compresa, o così in disperata ricerca di qualcuno da "accontentarsi" persino di me. Anche a questo, col tempo, si fa l'abitudine. E si finisce addirittura per affezionarsi alla propria condizione, esattamente come tu sei affezionata all'idea di dover essere per forza innamorata di qualcuno.
Però, mentre io, col tempo, e con la consapevolezza che la tua condizione sia, in qualche modo, più naturale della mia, mi sforzo di capire il tuo punto di vista, non accade quasi mai il contrario: ovvero che qualcuno provi a capire il mio senza limitarsi a consigliarmi, semplicemente, di trovarmi un moroso. E questo un po' mi addolora.
Allora, per favore, lasciami sbagliare da sola e sappi che la tua storia, così come le molte altre storie di amori cominciati bene e finiti male, nell'odio o nell'indifferenza; tutte le storie di inganni, autoinganni e illusioni, mi piovono addosso da anni ma, disgraziatamente, non scivolano via come acqua: si vanno accumulando un po' alla volta, come pezzi di pomice sui tetti di una città squassata da un vulcano.
Quindi perdonami se non riesco a ringraziarti per aver aggiunto anche tu un altro sassolino alla mia già vasta collezione. Lo so che non hai fatto apposta, che avevi buone intenzioni, ma, per una volta, voglio provare a togliermelo questo sassolino... 

lunedì 14 luglio 2014

Fare l'idioma (ipsa dixit parte seconda)

Come preannunciato/minacciato, eccovi la seconda (e non ultima!) parte delle frasi normalmente usate dalla chiocciante accolita che si raduna sotto le protettive ali di questo piumato - e per fortuna anonimo - blog.
Più o meno…

1) Siamo donne calienti e mediterranee* (Costi)
Indica che noi ciose, con rarissime eccezioni, di una taglia 42 non sappiamo che farcene. In compenso, sappiamo esattamente come comportarci davanti a una fetta di sacher, una porzione di patatine, una pizza fumante eccetera eccetera...
2) Infondo era solo una storia di corna (AAVV)
L'infelice uscita di una guida turistica al castello di Gradara, che definì così la drammatica vicenda di Paolo e Francesca, rischiando il linciaggio da parte di un gruppo di ciose infuriate. Ci è rimasta talmente impressa da essere usata, altrettanto a sproposito, per troncare gli eccessi di romanticismo che a volte, inevitabilmente, ci colgono.
3) Intubiamo? (Costi)
Uso improprio di terminologia medica, derivante da esposizione troppo prolungata a serie tv d'argomento medico (da ER a Grey's anatomy ecc.). La domanda, in genere, viene pronunciata fissando intensamente l'interlocutore, il quale ha appena lamentato un disturbo di gravità variabile dall'unghia incarnita all'influenza. La reazione è immediata e taumaturgica: "No, no, grazie, sto già meglio!"
4) Tre volte! (Cri)
Si esclama con tono deciso e il corrispondente numero di dita sventolanti in aria. E' un modo tuttosommato gentile per esprimere con ironia e fermo disappunto che non si ha la benché minima intenzione di fare una cosa. Ad esempio: "Cri, vieni a vedere il prossimo horror ai 'Giardini della Paura'?" "Tre volte!".
5) Camomillizzati/ camomilliziamoci (Costi)
Frase del repertorio paninaro anni '80 (eravamo piccole, sì, ma c'eravamo, e l'imprinting, evidentemente, è rimasto) riesumata e sfoderata in caso di crisi di nervi, non necessariamente derivante da squilibri ormonali...
6) Organizziamo una serata "Harry Potter" (o "Signore degli Anelli")? (Chiara & Costi)
Pare un innocuo invito, in realtà è una velata minaccia rivolta ai mariti/fidanzati delle ciose (santi subito!) nel caso tentino di intromettersi in qualche nostra serrata sessione di chiacchiere. In genere, la prospettiva di passare due ore abbondanti in compagnia di elfi, nani e stregoni basta a convincerli a rinunciare per qualche ora alla compagnia delle loro dolci e pennute metà. In caso contrario, nessun problema: nella Terra di Mezzo c'è spazio anche per loro e… in bocca al Nazgul!

To be continued…?

*Scusate, come mi ha fatto notare l'autrice, avevo dimenticato l'aggettivo "burrose", che rende ancor meglio l'idea!

martedì 8 luglio 2014

Due (E adesso?)

Non lo so per esperienza diretta, ovviamente, ma immagino - immaginare mi piace, lo sapete - che il momento più terribile e più bello di ogni matrimonio non sia il sì ma sia, ore dopo, quando anche l'ultimo degli amici e dei parenti se n'è andato, e i due si ritrovano a guardarsi negli occhi e, passata la tensione, l'allegria, lo stordimento, cominciano ad accorgersi del fastidio del riso che è andato a infilarsi ovunque sia umanamente possibile, delle impronte di scarpe inopportune sul bordo dello strascico, del mal di piedi, della stanchezza, della fame. E si rendono conto di ricordare a stento il sapore del poco che hanno sbocconcellato, tra un giro tra i tavoli, uno scherzo, un bacio imposto ad alte grida, un taglio di cravatta e una quantità tendente a infinito di sorrisi dispensati prima con gioia, poi con abitudine, infine per sfinimento...
Immagino, e forse sbaglio, visto che mi addentro a tentoni in un campo che, come sapete, mi è praticamente ignoto, che in quel primo momento di vera solitudine tra neo marito e neo moglie, a entrambi venga da chiedersi, in modo esplicito o implicito: "E adesso?".
Perché è a festa finita che comincia il vero viaggio. E non sto parlando, ovviamente, di quello di nozze...
E' il primo momento in cui si fanno i conti con qualcosa di grande, bello e spaventoso come l'eternità.
Perché anche ora che siamo colmi di disillusione fino alla punta dei capelli, cinici, prosaici e materialisti (me compresa), in qualche modo lo sappiamo che l'amore avrebbe il diritto di durare sempre: è la sua natura. E sappiamo che se e quando finisce qualcosa si spezza dentro di noi e, pure se ci illudiamo di poterlo riplasmare a nostro piacimento, sappiamo che, in realtà, non è di creta, ma di cristallo. E non c'è Superattak che tenga.
Questo vale di più, suppongo, per chi davvero comincia da quel giorno in poi a vivere insieme, ma credo qualcosa cambi anche per chi, come ormai capita spesso (e lo capisco), al matrimonio ci arriva dopo anni di convivenza.
Perché anche se fanno di tutto per convincerci del contrario, da qualche parte di noi lo sentiamo ancora bruciare il valore di una promessa, che sia fatta davanti a un sindaco o a un prete, e abbiamo coscienza del dolore che può provocare - a noi, all'altro/a e agli altri - non essere in grado di mantenerla.
E adesso? E adesso non vi resta che giocarvela, Meg & Fra. E sono certa che ci riuscirete.
Avete il passo lungo e tranquillo dei montanari, senza scatti brucianti né corse inconsulte, discreto, poco appariscente, forse, lontano anni luce da quello che sfoggiano gli amori da rotocalco; ma per questo assai più adatto ad andare lontano, a scalare le montagne dell'abitudine, dell'ordinarietà, persino del dolore, conservando fino al termine del cammino quel tanto di forza che basta per potervi ancora stupire l'uno dell'altra.
Auguri!

martedì 17 giugno 2014

Lessico familiare (Ipsa dixit)

L'ultima volta che io, Costi & Dani, il temibile trio, ci siamo incontrate nel giardino incantato di quest'ultima, insospettabilmente incastrato tra le case dell'Oltretorrente e con tanto di lucciole, tra una chiacchiera e l'altra, abbiamo osservato che, negli anni, abbiamo accumulato un notevole e variopinto repertorio di frasi celebri: alcune sono state pronunciate "una tantum" ma talmente azzeccate da meritare di essere ricordate; altre sono entrate ormai nel repertorio di tutte le ciose, come una sorta di "lessico familiare", da utilizzare all'occorrenza quasi come un segno di riconoscimento che, al di là del significato più o meno serio o faceto, strampalato o arguto, racconta molto di ciò che siamo e che siamo diventate camminando insieme.
Ecco dunque l'idea di raccoglierne qualcuna. Non tutte sono originali, lo sappiamo, ma tutte sono diventate nostre perché hanno avuto, in qualche modo, la ventura di incarnare lo spirito ciosesco che aleggia in tutte noi.
Comincio senz'ordine, come mia cattiva abitudine, ma invito le mie colleghe crestate e piumate a rimpolpare a piacere l'elenco e a segnalarmi lacune e aggiornamenti.

1) Dopo Ferragosto è già Natale (Costi)
Utilizzabile a piacere dal 16 agosto al 23 dicembre, provoca reazioni diverse tra le ciose: ad alcune s'illuminano gli occhi al pensiero della stagione fredda alle porte e delle relative festività; mentre getta altre nel più totale sconforto da fine dell'estate. Da pronunciare con cautela…

2) Siamo giovani ormai da tempo immemorabile (Dani)
E' la frase da cui è nata l'idea di inaugurare questa nuova categoria del nostro blog. Pronunciata nella sera di cui vi dicevo sopra, parlando del fatto che ormai ci capita sempre più spesso di trovarci a lavorare con gente molto più giovane di noi e a dover incassare elegantemente il colpo. Usatela con la dovuta dose d'autoironia una volta superati i trent'anni.

3) Dal caos nasce una stella (Costi)
E' l'espressione più calzante - e poeticamente consolatoria - spesso usata per descrivere lo stato (pietoso) delle stanze d'albergo occupate da due o tre di noi durante le vacanze o le gite; ma può valere anche per le nostre camere (o, addirittura, case) colme di libri, fotografie e ricordi, o per i nostri armadi, soprattutto a ridosso del cambio di stagione. Può indicare anche che il pensiero creativo ama sguazzare nel disordine: noi ne siamo la prova!

4) Calpurnio Pisone! (Cri)
Di base è un insulto, nato dai trascorsi classici dell'ideatrice: è un modo decisamente arzigogolato di trasformare la ben nota e diffusa parolaccia iniziante per "ca" in qualcosa di totalmente diverso, tanto da lasciare spiazzato l'eventuale interlocutore e insinuargli più di un dubbio sulla vostra sanità mentale.
PS: non chiedete a Cri chi fosse C.P., ma cercatelo su Google, perché lei non se lo ricorda più!

5) Radunate il ciosame (o ciosume)! (Francesca)
E' l'appello deciso e marziale della nostra presidentessa. In genere è usato per chiamarci a una foto di gruppo in occasione di matrimoni, battesimi ed altre festività alle quali siamo ben liete di partecipare.
Si rivela, invece, perfettamente inutile nel caso occorra invitarci a sedere attorno a una tavola: in genere... siamo già lì!

To be continued...

venerdì 6 giugno 2014

Scent of a woman?

Le petunie si ricordano solo a sera di possedere un profumo e, di questa stagione, lo spargono con discrezione accanto a quello, assai meno discreto, di tigli, ligustri, rose e gelsomini : praticamente un aerosol di primavera, talmente dolce che basta chiudere gli occhi e respirare a fondo per sentire il miele tra le labbra...
Le petunie, invece, sono timide o, forse, semplicemente smemorate.
Comunque sia, quando le sento, mi capita di pensare se anche a me, per caso, non sia capitata la loro stessa sorte: forse anche a me toccherà aspettare fino a sera per riuscire, finalmente, ad essere la persona che vorrei.
E mi starebbe anche bene - infondo mi piacciono le petunie - se non temessi di appassire nell'attesa.

sabato 24 maggio 2014

Motori & sentimento


Nei miti altrui è bene entrare in punta di piedi. Lo so da quando una compagna di classe delle medie se ne uscì a dire che Vasco Rossi era bello. La guardai allibita, perché già mi era difficile digerire che fosse bravo, ma bello proprio no! Da allora, però, ho cominciato a capire un po' di cose e a diventare più tollerante. Anche perché a me piace la gente capace di coltivare passioni, pure quelle che fatico a comprendere. E ancor di più mi piace quando qualcuno ha voglia di condividerle con me: la ritengo una dimostrazione d'amicizia e di fiducia bella come poche altre. E, poiché sono anche curiosa, può capitare che qualche passione altrui mi si appiccichi addosso e mi piace parecchio, perché oltre alla gioia di scoprire qualcosa di nuovo, c'è anche il piacere di condividerlo con qualcuno a cui voglio bene.
Poi, è chiaro, se mi venite a dire che collezionate tarantole non aspettatevi grandi slanci d'entusiasmo…
Tutto questo pippone era solo per raccontarvi, con vergognoso ritardo, quel che mi è capitato lo scorso primo maggio, quando Dani ha proposto all'urbi et orbi un "pellegrinaggio" a Imola in occasione dei vent'anni dalla morte di Ayrton Senna e io ho risposto all'appello, anche se in vita mia ho guardato mezzo gran premio solamente perché costretta, e non ho la più pallida idea di cosa sia una chicane...
Una volta accomodate sul treno Dani, con perfetta coerenza, estrae dalla borsa "Suite 200. L'ultima notte di Ayrton Senna" di Giorgio Terruzzi, che pare sia ben scritto e ha pure una bella copertina, e si attira gli sguardi di altri due passeggeri parecchio nerd diretti alla nostra stessa meta. Io viaggio con le "Lezioni americane" di Calvino, ma una sbirciatina al libro di Dani non me la lascio scappare. D'altronde la sottrazione di libri altrui durante i viaggi o le vacanze è uno sport che mi riesce bene, vero Costi?
Attraversiamo un buon tratto di pianura padana in una giornata di nuvole e sole. Arrivate a Imola raggiungiamo a piedi l'autodromo. Dani ricorda la strada: sempre dritto oltre il (grazioso) centro della città e poi lungo un viale alberato fiancheggiato da casette vagamente liberty alternate a palazzine moderne, con gruppi di vecchietti seduti a conversare sulle panchine: una bella immagine della migliore provincia italiana.
Annusiamo la vicinanza dell'autodromo dall'infittirsi della gente, spesso rossovestita e/o sfoggiante bandiere brasiliane, e dal rumore di motori. Non ho mai messo piede in un autodromo e confesso di essere un tantino intimidita, ma l'impatto è positivo: c'è il monumento alla Ferrari, ovviamente, che, ad essere sinceri, col suo cumulo d'auto, pare più l'insegna di uno sfasciacarrozze, e l'alta torre grigia e rossa che sovrasta la pista con l'immancabile cavallino sul terrazzo. Tutto attorno c'è un parco lungo il fiume, dove si mescolano imolesi che portano a passeggio cani e/o bambini e preparano il picnic sulla riva e persone che, come noi, si concedono un giro largo per visitare da fuori la curva maledetta e il monumento al pilota. In entrambi i luoghi, appesi alla recinzione ci sono fiori, bandiere, poster, pensieri in tutte le lingue. Anche Dani, giustamente, lascia il suo.
La statua di Ayrton è bella: se ne sta seduto su un plinto di bronzo, arruffato e malinconico come appare in molte fotografie, guarda la pista oltre gli alberi e sembra quietamente rassegnato all'entusiasmo dei fan che gli si raccolgono attorno. C'è persino un tizio in tuta e casco da pilota che pretende, con scarso successo, di essere un suo sosia, ma è talmente convinto che nessuno oserebbe infrangere il suo sogno…
Entriamo. La folla è varia e colorata: ci sono famiglie con bambini, giovani e anziani, italiani e stranieri.
Ci accolgono auto, ovviamente, di tutte le epoche, compresa una fragorosa Fiat del 1910 che pare un incrocio tra un missile e un trattore e un bolide blu di cui (tipicamente femminile, lo so) non ricordo marca né modello, ma soltanto lo splendido colore. Quando Dani mi informa che, volendo, era possibile prenotare un giro di pista con la propria automobile non posso fare a meno di immaginarmi a bordo della mia vecchia utilitaria verde con tanto di casco mentre mi faccio superare (e insultare) da Ferrari, Porsche, Audi e altre diavolerie a motore: sarebbe stato surrealmente divertente!
Attendiamo il momento il cui è prevista una specie di cerimonia sul luogo e all'ora dell'incidente addentando una molto romagnola piadina con salsiccia sulle gradinate della pista; da lì vediamo passare ex piloti e giornalisti, che Dani riconosce. Passa anche la banda e quella che ha tutta l'aria di essere una "processione laica" può iniziare. Le auto si fermano e percorriamo qualche centinaio di metri a piedi lungo la pista: è strano vederla così, piena di gente che procede lenta anziché di macchine.
L'erba ai lati della striscia d'asfalto è morbida, tagliata di fresco, le recinzioni e i muretti di confine hanno un che di minaccioso, quasi quanto i nuvoloni che ci incombono sulla testa mentre si tengono i discorsi ufficiali in un turbinio di flash e di tablet e smartphone levati altri sopra le teste. L'atmosfera è mesta - nessuno dimentica che si tratta di ricordare una vita ad alta velocità finita a 34 anni - ma anche gioiosa, da festa di paese.
Finita la cerimonia, torniamo ad aggirarci tra i paddock (mai entrata in un paddock prima: era già tanto che sapessi come si chiamava!) e il museo, visitando tutto il visitabile: auto e cimeli del campione e soprattutto tante, tantissime fotografie. E tanto le auto sono tirate a lucido, tanto Ayrton nelle foto ha un che di stropicciato e vagamente dolente persino quando sorride sul podio. Al di là del talento e della brutta fine che lo hanno reso un eroe, basterebbero quelle immagini, così disarmanti, a spiegare perché, dopo vent'anni, sia rimasto nel cuore di tante persone. Mettiamo anche noi la firma su uno dei pannelli della mostra, accanto a parecchie centinaia d'altre, prima di andarcene.
Rifacciamo all'inverso la lunga passeggiata per la stazione, fermandoci però a fare un giro attorno al duomo e alla rocca, trovando tempo anche per un sacrosanto gelato.
No, Dani, no, davvero, non mi sono affatto annoiata come tu premurosamente temevi, anzi: ho visto cose nuove e interessanti, ho imparato qualcosa e ho trascorso decisamente una bella giornata. E questo mi pare sia già più che sufficiente. Ah, no, dimenticato: mi hai permesso di condividere con te un ricordo importante, uno dei tuoi miti e questo, se possibile, è ancor meglio di tutto il resto. Grazie.
Saluti rombanti!

venerdì 2 maggio 2014

La belle e-coque!

G. Kienerk: Il dolore, il silenzio, il piacere.
E così, dopo Campigli e Klimt, la nostra immersione nel ribollire dei movimenti artistici tra Ottocento e Novecento si è conclusa alla mostra del Liberty a Forlì.
Immersione nel vero senso della parola, vista l'acqua che veniva mentre si passeggiava per il centro semideserto della cittadina emiliana, inzuppandoci d'umidità almeno quanto ci siamo inzuppate di cultura. Ma va bene così: pioggia, gita e ciose è un trittico consueto e accettabile, visto che, se c'impegniamo, possiamo far venire anche la grandine!
Temevamo la coda e invece, benché le sale più piccole fossero piuttosto gremite, siamo riuscite ad entrare subito e a girare per bene la mostra, che si apriva, con mia grande gioia, con un quadro di Edward Burne-Jones e due citazioni poetiche: D'Annunzio - inevitabile, vista l'epoca dei quadri e la loro sottile sensualità, insieme elegante e inquietante - e il "mio" Guido Gozzano, con il suo ritratto della "preraffaellita", serio, sì, ma fino a un certo punto. E di Guido e Gabriele (sic) erano in mostra anche alcune prime edizioni dei libri, con illustrazioni fatte dai migliori artisti italiani che abbracciarono il nuovo stile. Stile che, complice l'espandersi di una società industriale, non è rimasto confinato negli atelier, ma ha riguardato la letteratura, l'architettura, l'arredamento (mobili e suppellettili, ceramiche, pizzi e vetrate), la moda e la pubblicità. Che meraviglia le locandine delle opere di Verdi e Puccini, i manifesti di località turistiche, lampade a gas e prodotti di bellezza: "novissime cose" di un tempo che faceva di tutto per essere moderno.
E, ancora una volta, donne: tante, maggiormente consapevoli del loro ruolo nella società e, forse proprio per questo, viste dai pittori con un misto di timore e reverenza: non più - o non solo - angeli o demoni, ma... entrambe le cose. Ocio!
E tanta mitologia, giusto per gradire, classica e persino nordica, in omaggio alle radici decisamente europee di questa tendenza dell'arte.
E natura, che da sfondo quasi realistico della figura umana tende a diventare protagonista dell'opera col suo rigoglio decorativo contorto e trabordante, elegante come pizzo, soffocante come edera.
Curiosamente ci siamo ritrovate, noi tre donne ad ammirare due trittici composti da tre donne con significati simbolici: quello di Kienerk e quello del "nostro" Amedeo Bocchi. Sulla figura centrale del primo, che è stato scelto per le locandine della mostra, abbiamo cominciato a sproloquiare fin da quando ci ha accolto all'uscita dalla stazione in un vistoso manifesto: "Mmmmh, perché tiene le mani davanti alla bocca? Non è molto rassicurante..." "Già, forse sta trattenendo un insulto a noi visitatori". "No, secondo me ha mal di denti". "No, secondo me è costipata...". E avanti di questo passo, finché non abbiamo scoperto che la fanciulla in blu notte era "Il silenzio", mentre le sue vicine di cornice erano "Il dolore" e "Il piacere". Nelle tre tele di Bocchi, invece, le tre donne sono "La colta", "La saggia" e "La folle" e ci è sorta spontanea la domanda: "Ma io... con quale mi identifico?" Dopo essere state tentate dirispondere all'unanimità "Con la terza!", abbiamo convenuto che c'è un po' di tutte loro in ognuna di noi. O viceversa?"
A. Bocchi: La colta, la saggia, la folle.
Dopo tre ore di lenta e dolce cottura, e rimpiangendo un poco di non avere il tempo e la pecunia necessarie per partecipare al laboratorio di ricamo, siamo riemerse affamate e ci siamo rifugiate (a un'ora inconfessabile) in un bar-trattoria dove, pur fuori tempo massimo, ci hanno sfamate a suon di crostini, pasta ben condita e fumante, dolce e caffè.
Nell'attesa, con ancora negli occhi un turbinio di forme sinuose, spirali, fiori e piume, e davanti al naso un'innocente tovaglietta di carta giallastra, mi sono messa a disegnarci sopra con la biro, imitando con scarso successo le chiome infinite e corpose delle fanciulle (che invidia!), e le ricche decorazioni dei fondali, fingendo di avere 6 anni anziché 36.
Dopo aver deciso a malincuore di abbandonare il rifugio caldino del bar, siamo tornate in centro, dove siamo riuscite a visitare l'abbazia di San Mercuriale, in un angolo della grande piazza, e il Duomo, leggermente defilato, alle spalle del Municipio. Entrambe le chiese passate - come tante altre - per innumerevoli vicissitudini e ricostruzioni; ma se, per la prima, ci sono andati con mano più leggera e l'impianto antico resta leggibile nel pavimento in cocciopesto, che digrada verso l'altare, e nella penombra spoglia delle arcate; con la seconda, invece, ci sono andati più pesanti e il guazzabuglio di forme e stili si armonizza solo per (ehm)... Grazia di Dio?!
Abbiamo rinunciato alla visita alla Rocca per raggiunti limiti di stanchezza e di umidità e per non rischiare di perdere il treno del ritorno. Il problema è che, arrivate in stazione, abbiamo scoperto che il treno si era perso non si sa bene dove e perché. E i minuti di ritardo si sono andati accumulando, annunciati un po' per volta con sadica profusione di scuse, e sono arrivati a 50! Ci siamo consolate con un tè bollente. Quando il convoglio, figlio di buona locomotiva, si è deciso a comparire era, ovviamente, gremito. Siamo riuscite a sederci soltanto a Bologna e, toccato finalmente il suolo parmigiano, ci ha accolto un clima assai poco primaverile, e siamo rincasate invidiando le nostre colleghe dipinte che se ne stanno al calduccio di sfondi dorati ed eterne primavere...
Saluti floreali!

mercoledì 23 aprile 2014

Icone, anfore, clessidre, angeli pallidi e inquieti: le donne di Klimt e Campigli

Carte scoperte, per cominciare: fino due settimane fa del pittore Massimo Campigli ignoravo l'esistenza. Da domenica scorsa, dopo la visita alla mostra a lui dedicata alla Magnani Rocca, devo dire che mi è simpatico, ammesso che il termine, più adatto a indicare il rapporto con un amico, possa essere usato per descrivere l'apprezzamento per un artista.
Però, come sapete, io amo le curiose coincidenze e appena ho appreso che questo tedesco-fiorentino, che fu anche soldato e giornalista, cominciò a pensare di darsi alla pittura folgorato da una visita al museo etrusco di Villa Giulia a Roma non potevo non rimanerne colpita.
Anch'io ho amato quel museo, visto all'ora di chiusura una settimana dopo aver compiuto venticinque anni (la bigliettaia mi fece ugualmente lo sconto riservato ai giovani: è stata l'ultima volta!). E' una bellissima villa rinascimentale che un eccentrico collezionista, nell'Ottocento, allestì a museo in un angolo defilato del parco di Villa Borghese, ricolma di vasi greci, sarcofagi etruschi, ori antichi e altre meraviglie. Eravamo praticamente sole allora, io e mia cugina, e ricordo i custodi che ci chiudevano le porte alle spalle in silenzio, appena ci decidevamo ad uscire da una stanza. E ricordo i sorrisi indecifrabili - tipici dell'arte etrusca - sulle labbra di dei e defunti, accomunati da una strana eleganza di forme essenziali e geometrizzate, antiche ed eterne.
Anche le donne di Campigli sono così: stilizzate, geometriche, innaturali, eppure eleganti. Un curioso riassunto di epoche e stili che vanno dalle civiltà arcaiche (minoici, egizi, etruschi) alle arti tradizionali africane fino ad arrivare ai suoi contemporanei: Picasso, De Chirico, De Pisis. Con quest'ultimo condivide i colori chiari e polverosi, che paiono visti attraverso una tenda in un giorno particolarmente assolato.
Dipinge quasi esclusivamente donne, Campigli. I critici dicono che sia per via della sua curiosa biografia: figlio di una ragazza madre tedesca, che lo affidò ai nonni in Italia per evitare scandali e lo andava a trovare di tanto in tanto facendosi chiamare zia. Le sue donne, dunque, sarebbero dee madri, inafferrabili eppure (e proprio per questo) adorate.
Hanno petti e fianchi larghi e vitini innaturalmente sottili, ma sono quanto di più lontano possibile dalle pin-up o dalle donne grottesche e discinte disegnate, che so, da Fellini, che mi sta anche per questo un po' antipatico (chiedo scusa ai cinefili).
Le donne di Campigli, mi pare, non sono oggetto di desiderio, non in maniera esplicita almeno, piuttosto di ammirazione curiosa e un poco timorosa: sono anfore e clessidre che contengono misteri insondabili; attraggono, ma, allo stesso tempo, con la loro rigidità e la profonda fissità degli sguardi, mettono in guardia dall'avvicinarsi troppo, dal pretendere di capire e giudicare.
E così anche un'adolescente dei suoi tempi, pur somigliante all'originale, diviene una dea senza tempo, che ti guarda con occhi fissi e sgranati come le steli del Fayum: il caschetto, pur perfettamente riconoscibile, diviene un'aureola quasi bizantina e il vestito dalle geometrie optical anni '60-'70 diviene un'armatura degna di una divinità precolombiana, dipinta, però, con colori chiari e gessosi, da affresco medievale.
Ben diverse sono le donne di Klimt, viste a Palazzo Reale Milano dopo una lunga coda sotto l'acqua (e ti pareva!), affrontata da me e Dani con quieta rassegnazione e il conforto di due bomboloni abbondantemente zuccherati. Neppure in loro mancano i riferimenti al passato, perlopiù biblico o mitologico: c'è Eva, che con la sua pelle bianchissima, gli occhi felini e i lunghissimi capelli dorati (che invidia!) ruba la scena a un Adamo che emerge, terreo, dallo sfondo; c'è Giuditta, elegantissima e sfuggente, che regge la testa del povero Oloferne come fosse una pochette (fa un po' Daverio detta così...); ci sono sinuose ninfe di fiume dalle chiome improbabili e ammalianti figure non meglio definite, circondate da fuochi fatui. Sono anch'esse figure divine, in un certo senso, ma in un modo del tutto diverso: sono inquiete e inquietanti, un poco perverse e pericolose; creature da cui sarebbe bene stare alla larga, se non fossero dannatamente affascinanti. Anche in questo caso, forse, centra qualcosa la compagna del pittore: una stilista assai moderna e anticonformista.
Comunque sia, si va dalle donne angelo di Campigli alle tentatrici di Klimt: un classico anche in letteratura da cui ancora fatichiamo a staccarci. Forse perché, infondo, un po' ci piace. Ammettiamolo: una volta nella vita anche a noi, arruffate e prosaiche donne del ventunesimo secolo, piacerebbe essere guardate con gli occhi di questi due pittori e sentirci antiche, inafferrabili e affascinanti, deliziosamente pericolose; poi, per fortuna, ci passa, e ci godiamo la visione di queste nostre sorelle bidimensionali appese alle pareti con la consapevolezza di possedere, almeno, tutto un altro spessore. E non sto parlando dei chili di troppo!

mercoledì 16 aprile 2014

Hai abbracciato la tua gallina oggi?

Scusate, ho un post quasi serio in sospeso da giorni, ma questa non potevo esimermi dal pubblicarla!
Una botta di tenerezza piumosa prima di Pasqua ci sta anche bene. Che dite?

martedì 8 aprile 2014

Hens on stage!

Oh, questa proprio non me l'aspettavo! Tanto che me ne sono uscita con un'esclamazione di stupore nel bel mezzo dell'autobus, guadagnandomi, tanto per cambiare, qualche più che giustificato sguardo di compatimento. Ma ne valeva la pena perché, leggendo il Coriolano di Shakespeare (se avete letto i post precedenti sapete che non è affatto una scelta casuale), ho trovato questi versi:

"Thou hast never in thy life
Show'd thy dear mother any courtesy,
When she, poor hen, fond of no second brood,
Has cluck'd thee to the wars and safely home,
Loaden with honor."


"Tu non hai mai, nella tua vita/ mostrato alla tua cara madre alcuna cortesia, / mentre lei, povera chioccia, che non si affezionò a una seconda covata, / ti ha accompagnato starnazzando alla guerra, e poi sicuro a casa,/ carico di onori."

Direi che sono perfetti per la nostra raccolta di "galline famose". E' la scena terza dell'atto quinto. A parlare è Volumnia, la madre di Coriolano, che da lei ha preso un caratterino alquanto indomito.
Per capirci, in una delle sue prime apparizioni, l'augusta matrona se ne esce con la seguente frase: "Ho un cuore poco malleabile come il tuo, ma ho un cervello che mi guida ad usare la mia rabbia per un vantaggio migliore".
Quindi, quando si definisce "povera chioccia", usando la parola "hen", proprio come noi in questo blog, non c'è molto da crederle. O meglio, diciamo che della chioccia, proprio come proviamo a fare noi, essa coglie gli aspetti migliori: è intelligente, decisa (a volte persino spietata) e capace di tener testa non solo al figlio, ma anche alla maggior parte degli uomini presenti sulla scena. E' ferocemente legata all'onore della sua famiglia, ma dotata di sufficiente buonsenso per sapere quando è il caso di rinunciarvi.
Niente male, no?
E bravo il vecchio Will!


mercoledì 2 aprile 2014

Uomini & donne

"We're all stories, in the end. Just make it a good one!" 
(Doctor Who)

Perdonatemi il titolo da Maria de Filippi!
Latito, lo so, e me ne scuso. O forse non dovrei? Magari è un sollievo per gli sventurati lettori. Fatto sta che mi secca non mantenere gli impegni, anche quelli non scritti come quello di portare avanti questo blog. Il fatto è che avere una tv e una rete adsl a propria completa disposizione istigano a perdersi tra strane scoperte in streaming e seconde serate.
Comunque sia non perdiamoci in prologhi. Stanotte (ieri notte per chi legge) parliamo di uomini.
Smettete di ridere, per favore! Benché questa frase pronunciata da me suoni un ossimoro, proviamo ad essere seri.
Mi ha molto colpito, nel commento di Chiara (grazie!) al post precedente, l'aver scoperto che suo marito è un nostro lettore. La cosa mi fa piacere, ovviamente, ma un po' mi impensierisce, in senso buono, però.
Mi sono sempre chiesta, fin dall'inizio di questa avventura, in che modo un blog scritto da donne potesse essere letto dagli uomini. E, poiché l'idea generale è che, laddove si scrive e si parla alle donne gli argomenti principali debbano essere vestiti, trucchi, scarpe, pettegolezzi, cucina, bambini e uomini (preferibilmente belli, ricchi e famosi), non necessariamente in quest'ordine, vado particolarmente fiera del fatto che, negli anni, in questo pollaio le cose siano andate un po' diversamente.
Abbiamo parlato di ricordi, di viaggi, di libri, di film, musica; condiviso dubbi, riflessioni, esperienze e qualche sana sciocchezza. Insomma, abbiamo fatto un bel minestrone che di certo non è servito a rendere il nostro blog popolare: per quello era meglio specializzarsi in qualcosa di più definito e appetibile; ma non credo che questo ci sia mai importato. E le 10-15 (ma a volte anche 2 o 3) visite giornaliere sono più che sufficienti, anzi, a me personalmente stupiscono ancora...
Certo, abbiamo parlato anche di cucina, ma senza indossare i panni di una Parodi Padana. Abbiamo parlato di bambini (figli, alunni, amici) senza però infiocchettarli, ma mescolando all'indubbia tenerezza una dose massiccia di senso di responsabilità nei loro confronti, non solo in quanto madri, maestre, donne, ma in quanto persone adulte con cui questi piccoli si sono trovati a confrontarsi.
E abbiamo persino, come dicevo, parlato di uomini. Ho parlato di uomini. A volte anche molto male. E immagino che qualcuno degli sparuti lettori dell'altra metà del cielo si sarà pure seccato: "Eccola qui, l'ennesima zitella frustrata che se la prende con gli uomini perché non se la sono mai filata; e va in cerca di qualcosa che non esiste così è sicura di non trovarlo perché ha una dannata paura di mettersi in gioco". Sapete che risponderei a un lettore del genere? "Hai ragione, caro, e ne sono consapevole; ma non è tutto".
Perché, ripercorrendo gli oltre 250 (!) post accumulati qui dentro, mi sono resa conto che di alcuni ho parlato anche bene o, almeno, ho desiderato descriverli qui per fissarli nella memoria e per ringraziarli di avere incrociato in qualche modo la mia strada.
Ci sono i due cavalieri milanesi, anche detti "il diavolo e l'acqua santa"; l'informatico che passa con nonchalance dal codice html alle citazioni di poesie e canzoni, l'attore che mi perse, protettivo, per i carugi di Genova, l'intrigante veneziano (la definizione è un prestito da Hugo Pratt, che a lui piacerebbe), lo zio pittore, la cui memoria mi sono portata nella casa nuova assieme a un paio dei suoi quadri, il mio primo amico d'infanzia, compagno di piratesche battaglie giocate sul parquet delle rispettive camerette; mio padre, ovviamente, e il mio capo, che nomino tanto spesso che a qualcuno è persino venuto in mente possa esserci qualcosa sotto. Sappiate che questo mi addolora.
Da nove anni a questa parte è l'uomo con cui trascorro il maggior numero di ore la settimana e, oltre alle imprese di lavoro, inevitabilmente, abbiamo affrontato insieme momenti di gioia e di tristezza, discutendo, scherzando, litigando, o confessandoci a vicenda a cuore aperto, come persone adulte che, nel tempo, hanno imparato a fidarsi un poco l'una dell'altro. E questo è quanto. E il fatto che sia uomini sia donne fatichino a capire una cosa così semplice mi spaventa e mi rende ancor più cauta e chiusa di quanto vorrei essere.
E, tralasciando volutamente le citazioni di attori, scrittori ed altri personaggi che hanno animato questo blog, ma sempre più con il loro talento che con la loro eventuale (e pur gradita) avvenenza, l'elenco potrebbe continuare, perché di certo ho dimenticato qualcuno.
Mi sono divertita a cercare di render giustizia ai loro gesti e alle loro parole, forse più di quanto non mi diverta quando descrivo una donna, perché, probabilmente, questo è uno dei pochi mezzi che ho per muovere qualche passo, a mio modo, in un universo a me piuttosto sconosciuto.
Ho parlato di loro come colleghi, amici, fratelli, ma soprattutto, come persone. E se con gli uomini a volte è davvero difficile capirsi, con le persone che sanno cogliere la comune umanità dell'altro, fatta di forza e fragilità, si può sempre trovare il modo di comunicare e convivere. Questo per me è l'importante. Spero lo sia anche per loro.

giovedì 13 marzo 2014

Incespicando

Così, in punta d'anima e matita,
si snoda, incespicando, la mia vita.

Non so cos'è: un distico? Via, non facciamo rivoltare Ungaretti e compagni nella tomba!
Comunque sia mi si è appiccicato addosso ieri sera sull'autobus e non se n'è più andato. Così ho pensato bene (o male?) di dedicarvelo.
Ma niente paura: l'ultima volta che ho pubblicato qualcosa del genere è stato tre anni fa. Prometto che lascerò passare almeno altrettanto tempo prima di riprovarci.
Saluti e rime baciate!

giovedì 6 marzo 2014

Angry chickens!

Un'altra gallina letteraria, fanciulle piumate, da aggiungere alla nostra personale collezione di "colleghe" immortalate in libri, film, quadri e canzoni. In realtà si tratta di un pollo, ma non stiamo qui a cercare il pelo nell'uovo, su!
Scusate se ultimamente latito (ma potreste sempre rimediare anche voi, vero?!) e quando non latito mi do ai titoli anglofoni, millantando conoscenze che non ho; ma stavolta non ho resistito alla tentazione di parafrasare il famoso videogioco.
Basta con le premesse. Ecco la citazione.

"Era nervosa, aveva bevuto troppo, e i suoi occhi avevano la fissità un po' irosa di quelli di un pollo".
(John Fante, Chiedi alla polvere)

Siete mai state guardate da una gallina? Immagino di sì. A me è capitato spesso, soprattutto quand'ero bambina, e devo dire che la descrizione di Fante è perfetta: c'è qualcosa di buffo, infatti, in quell'occhiata dal sotto in su con il capo piegato un po' da un lato; ma c'è anche una certa fierezza, tanto che vien facile immaginare che, mentre tu guardi incuriosita lei ("Toh, una gallina!"), lei faccia più o meno lo stesso con te ("Toh, un essere umano"), ma viene anche il sospetto che lei, in realtà, stia pensando: "Va bene, sei grande e grossa, ma non credere di potermi fregare: non sono un'oca io, dopotutto!"
Tornando al libro, diciamolo: il protagonista, nonché narratore interno della storia, mi sta cordialmente antipatico, con le sue frustrazioni da aspirante scrittore squattrinato e nullafacente e, ancor di più, con il suo modo di interagire con le donne che, non si sa bene come, hanno la strana abitudine di entrargli in camera di notte senza nemmeno che lui glielo chieda, salvo poi essere trattate con qualcosa che sta tra l'idealizzazione sensual-letteraria e il più becero maschilismo.
Ok, mi rendo conto che è una recensione molto parziale e limitata di una delle opere più celebri della letteratura americana e ammetto che leggerlo mi ha incuriosito; ma a parità di amori strampalati, devo dire che preferisco molto di più (e capisco assai più facilmente) quello assoluto, poetico e distruttivo del povero Jay Gatsby di Fitzgerald, la cui sfolgorante e contraddittoria New York anni Venti è, a tutti gli effetti, coprotagonista del racconto.
Chissà perché ma gli amori impossibili finiscono sempre per attrarmi di più di quelli reali, forse perché sono gli unici in grado di restare immuni dall'abitudine e dalla disillusione. Purtroppo.
Saluti in punta di penna!