"Se voglio veramente 'vedere' qualcuno, devo chiedergli di chiudere gli occhi per riuscire così a guardarlo nella sua totalità. Il magnetismo degli occhi è così forte da impedire di vedere più in là." (Fernando Botero)
Questo post è dedicato a Dani dagli occhi nocciola, che me lo ha "ispirato" (scusami, se puoi), a Costi ed Elis dagli occhi d'ebano, a Fra dagli occhi castani, a Moki dagli occhi dorati e a Chiara dagli occhi di miele. E sì, anche alle nostre occhicerulee Betta e Meg, pure se per loro il problema non si pone. Da Cri, che ha gli occhi del più banale marrone possibile...
"Mi piacerebbe avere gli occhi azzurri". La frase, buttata lì non mi ricordo più in quale contesto, mi fa sorridere di stupore: "Anche a me!" rispondo d'impeto. E penso che a volte, a unire le persone, più che le affinità di carattere o di gusti, possano essere i sogni, magari proprio quelli apparentemente più strampalati, che solo ai veri amici si trova il coraggio di confidare, scoprendo, magari, di condividerli.
Desiderare di avere gli occhi azzurri è qualcosa di molto diverso da un semplice "mi piacciono le persone con gli occhi azzurri".
Ok, un po' è vero anche questo, ammettiamolo; ma poiché siamo ciose e non civette, né oche, nessuna di noi oserebbe mai giudicare una persona soltanto per il colore degli occhi, o per qualsiasi altro, diciamo così, particolare anatomico...
Immaginare di guardare il mondo attraverso un paio di iridi celesti e poterle, all'occorrenza, spalancarle in faccia a qualcuno, adirate o amorevoli, dunque, non è una semplice annotazione estetica, ma un desiderio di far coincidere, in qualche modo, quel che ci sentiamo dentro con quel che di noi appare fuori; il che, purtroppo, non è sempre facile.
Perché a noi, dopotutto, piacerebbe essere persone limpide e luminose, belle da vedere e da ascoltare, insomma, amabili da ogni punto di vista. E ci piacerebbe anche essere capaci osservare gli altri con uno sguardo altrettanto benevolo e positivo.
Riuscirci, ovviamente, è un altro paio di maniche. Per questo, complici forse gli eroi che ci piacevano da bambine e tutti i significati che quel colore porta tradizionalmente con sé, ci siamo fatte l'idea che vedere ed essere viste con un buon paio d'occhi chiari (anche verdi e grigi andrebbero bene: non siamo così fiscali), forse renderebbe le cose un pochino meno difficili. O forse no. Perché siamo ormai troppo cresciute e non abbastanza ingenue per non sapere che dietro facce d'angelo si possono nascondere persone spregevoli (e, per questo, ancor più pericolose), e viceversa.
Ripeto, però, questa non è una faccenda fisica, ma uno stato mentale. E, chiaramente, le lenti a contatto colorate non valgono, perché sarebbero un inganno e, dunque, il contrario del nostro desiderio di autenticità e trasparenza che, credo, si nasconda dietro questo strano sogno assurdo e impossibile; ma sapere di essere almeno in due a sognarlo è comunque una piccola, rassicurante soddisfazione...
PS: la foto è un primo piano dell'attore del post precedente: ve l'avevo detto che aveva dei begli occhi, no?
PPS: c'è anche il capitolo "mani", ora che ci penso, per chi avesse voglia di... dare un'occhiata.
mercoledì 12 febbraio 2014
lunedì 3 febbraio 2014
Fairy tale for a fair actor
Oggi vado fuori schema.
Ricordate quando, tempo fa, pubblicai la favoletta della "Gallinella rossa"?
Ora beccatevela in inglese recitata da questa curiosa creatura dal cognome impronunciabile, strano viso, begli occhi e voce profonda…
Fa tutto un altro effetto, vero?
PS: Per Dani e Moki. Sì, è l'attore che fa il cugino un po' scemo ne "I segreti di Osage Country"...
Ricordate quando, tempo fa, pubblicai la favoletta della "Gallinella rossa"?
Ora beccatevela in inglese recitata da questa curiosa creatura dal cognome impronunciabile, strano viso, begli occhi e voce profonda…
Fa tutto un altro effetto, vero?
venerdì 31 gennaio 2014
To sleep, perchance to dream
Mi chiedo se sia sensato tirare per l'ennesima volta le due (le due abbondanti, a dire il vero), alla mia veneranda età, con la bieca minaccia della sveglia puntata alle 7.30 e di un lavoro che mi aspetta e pretenderebbe un minimo di lucidità. Stavolta, per lo meno, il motivo era più nobile: non un film o un'interminabile e saltabeccante navigazione sul web in cerca di curiosità, ma una full immersion nell'Amleto, proiettato al cinema in lingua originale (grazie al cielo con i sottotitoli in italiano!) in diretta da un teatro di Londra (vedi locandina).
Ammettiamolo, l'idea balzana di assistere a una cosa del genere m'è venuta per motivi assai frivoli: cercando nel web notizie su un attore inglese per il quale, di recente, ho avuto una sbandata decisamente adolescenziale, l'ho visto alle prese con il Coriolano di Shakespeare e ne sono rimasta totalmente incantata. E non solo, ve l'assicuro, perché il suddetto è bravo e bello: alto, flessuoso, elegante, capelli ramati, belle mani, begli occhi e bella voce; ma perché c'era una forza e una musica in quelle parole che avevo dimenticato da tempo e, dunque, perché non tentare un ripasso?
Così, ci siamo ritrovate in un giorno feriale, io, Dani e Simo (piazzata strategicamente nel mezzo in quanto più anglofona tra noi), sedute nella sala semideserta, un po' curiose e un po' intimidite da quel che ci sarebbe toccato.
Alla fine, devo dire, il bilancio dell'esperienza è stato assai positivo: attori bravi, ambientazione in un non meglio definito regime totalitario del XX secolo subito un po' straniante (vedere Ofelia sul palco con lo stereo o il carrello della spesa, fa un po' impressione), ma con una sua logica.
Però, che faticaccia!
Eh già, perché non è roba da poco passare quattro ore immobili a fare quattro cose contemporaneamente, ovvero: leggere i sottotitoli cercando di capire però anche le corrispondenti (e a volte non tanto corrispondenti) parole in inglese; cercare di cogliere anche la musica di quelle parole, perché, non dimentichiamolo, Shakespeare, e tanti altri tragediografi fino alle soglie del Novecento, scrivono in versi, e il valore delle testo è dato non solo dal senso, ma anche dal suono; e poiché, dopotutto, di un opera teatrale si tratta, occorreva prestare attenzione anche agli attori, perché è nel qui e ora del loro corpo in movimento, nella consapevolezza dei gesti, degli sguardi, dei cambi improvvisi di ritmo e di tono, che vive la magia del teatro.
Così, inevitabilmente, verso la fine, quando Dani, con la consueta arguzia, ha espresso il parere di tutte invitando caldamente Amleto a sbrigarsi a morire che ormai s'era fatto tardi… il comune attacco di ridarella nel momento più drammatico del dramma era il minimo che si potesse fare!
Però che meraviglia constatare che, nonostante il linguaggio inconsueto e ridondante e i tempi dilatati, nei quali noi postmoderni facciamo sempre più fatica ad entrare (ma anche questo piccolo sforzo fa parte del gioco!), la maggior parte dei discorsi, dei pensieri, dei sentimenti espressi, ci sono perfettamente comprensibili; non solo: riescono ancora a commuoverci. E le critiche alla società, la presa in giro dei potenti, le riflessioni sull'arte e sul teatro (perché nell'Amleto c'è anche questo: una rappresentazione all'interno di un'altra, che si smascherano a vicenda), sono ancora, in qualche modo, attuali e interessanti.
Ecco, diciamo che questo è uno dei casi nei quali viene abbastanza facile capire cosa si intenda per "classico" e anche perché sarebbe importante che per qualche secolo ancora qualcuno si preoccupi di tramandare questa come tante altre cose. Perché è una pia illusione pensare che a qualche giovane nativo digitale venga in mente di passare il tempo in compagnia di Shakespeare, se nessuno - la scuola, ad esempio - lo costringe cortesemente a leggere qualcosa di un pochino più impegnativo di Geronimo Stilton o Twilight (che, peraltro, ho letto anch'io…). O meglio, qualcuno forse ci sarà, ma saranno molti, molti meno di quanti potrebbero, dopo essere stati obbligati a mettere il naso nella Letteratura, scoprire che, infondo, gli piace e continuare a frequentarla liberamente.
Per questo sono grata a tutti gli insegnanti che mi hanno costretto in passato a leggere libri. E sono grata alle amiche del circolo di lettura che, oggi, mi costringono - sia pure senza lo spauracchio del voto - a leggere cose che non mi sarebbe mai venuto in mente di piluccare dallo scaffale di una libreria. Alcune mi sono piaciute, altre meno, ma non l'avrei saputo se non le avessi assaggiate.
E, badate, anche se mi rendo conto che pare anacronistico e forse un po' snob, credo che attraverso la poesia, i romanzi, il teatro (anche la musica?), non passino solo pensieri ed emozioni, ma anche, non so come dire, una certa capacità di guardare se stessi e il mondo "dall'esterno", vedendoli in modo un po' più obiettivo e distaccato, cosa che aiuta parecchio a prendere decisioni migliori. Un senso etico, insomma, oltreché estetico, condiviso, di cui già i Greci erano perfettamente consapevoli, e del quale mi pare si senta un pochino la mancanza.
"Lo scopo del teatro, agli inizi come ora, è stato sempre ed è di porgere, diciamo, uno specchio alla natura; di mostrare alla virtù il suo volto, al vizio la sua immagine, all'epoca stessa, alla sostanza del tempo, la loro forma e impronta".
E se lo dice Amleto!
Buona notte, dolci principesse...
Ammettiamolo, l'idea balzana di assistere a una cosa del genere m'è venuta per motivi assai frivoli: cercando nel web notizie su un attore inglese per il quale, di recente, ho avuto una sbandata decisamente adolescenziale, l'ho visto alle prese con il Coriolano di Shakespeare e ne sono rimasta totalmente incantata. E non solo, ve l'assicuro, perché il suddetto è bravo e bello: alto, flessuoso, elegante, capelli ramati, belle mani, begli occhi e bella voce; ma perché c'era una forza e una musica in quelle parole che avevo dimenticato da tempo e, dunque, perché non tentare un ripasso?
Così, ci siamo ritrovate in un giorno feriale, io, Dani e Simo (piazzata strategicamente nel mezzo in quanto più anglofona tra noi), sedute nella sala semideserta, un po' curiose e un po' intimidite da quel che ci sarebbe toccato.
Alla fine, devo dire, il bilancio dell'esperienza è stato assai positivo: attori bravi, ambientazione in un non meglio definito regime totalitario del XX secolo subito un po' straniante (vedere Ofelia sul palco con lo stereo o il carrello della spesa, fa un po' impressione), ma con una sua logica.
Però, che faticaccia!
Eh già, perché non è roba da poco passare quattro ore immobili a fare quattro cose contemporaneamente, ovvero: leggere i sottotitoli cercando di capire però anche le corrispondenti (e a volte non tanto corrispondenti) parole in inglese; cercare di cogliere anche la musica di quelle parole, perché, non dimentichiamolo, Shakespeare, e tanti altri tragediografi fino alle soglie del Novecento, scrivono in versi, e il valore delle testo è dato non solo dal senso, ma anche dal suono; e poiché, dopotutto, di un opera teatrale si tratta, occorreva prestare attenzione anche agli attori, perché è nel qui e ora del loro corpo in movimento, nella consapevolezza dei gesti, degli sguardi, dei cambi improvvisi di ritmo e di tono, che vive la magia del teatro.
Così, inevitabilmente, verso la fine, quando Dani, con la consueta arguzia, ha espresso il parere di tutte invitando caldamente Amleto a sbrigarsi a morire che ormai s'era fatto tardi… il comune attacco di ridarella nel momento più drammatico del dramma era il minimo che si potesse fare!
Però che meraviglia constatare che, nonostante il linguaggio inconsueto e ridondante e i tempi dilatati, nei quali noi postmoderni facciamo sempre più fatica ad entrare (ma anche questo piccolo sforzo fa parte del gioco!), la maggior parte dei discorsi, dei pensieri, dei sentimenti espressi, ci sono perfettamente comprensibili; non solo: riescono ancora a commuoverci. E le critiche alla società, la presa in giro dei potenti, le riflessioni sull'arte e sul teatro (perché nell'Amleto c'è anche questo: una rappresentazione all'interno di un'altra, che si smascherano a vicenda), sono ancora, in qualche modo, attuali e interessanti.
Ecco, diciamo che questo è uno dei casi nei quali viene abbastanza facile capire cosa si intenda per "classico" e anche perché sarebbe importante che per qualche secolo ancora qualcuno si preoccupi di tramandare questa come tante altre cose. Perché è una pia illusione pensare che a qualche giovane nativo digitale venga in mente di passare il tempo in compagnia di Shakespeare, se nessuno - la scuola, ad esempio - lo costringe cortesemente a leggere qualcosa di un pochino più impegnativo di Geronimo Stilton o Twilight (che, peraltro, ho letto anch'io…). O meglio, qualcuno forse ci sarà, ma saranno molti, molti meno di quanti potrebbero, dopo essere stati obbligati a mettere il naso nella Letteratura, scoprire che, infondo, gli piace e continuare a frequentarla liberamente.
Per questo sono grata a tutti gli insegnanti che mi hanno costretto in passato a leggere libri. E sono grata alle amiche del circolo di lettura che, oggi, mi costringono - sia pure senza lo spauracchio del voto - a leggere cose che non mi sarebbe mai venuto in mente di piluccare dallo scaffale di una libreria. Alcune mi sono piaciute, altre meno, ma non l'avrei saputo se non le avessi assaggiate.
E, badate, anche se mi rendo conto che pare anacronistico e forse un po' snob, credo che attraverso la poesia, i romanzi, il teatro (anche la musica?), non passino solo pensieri ed emozioni, ma anche, non so come dire, una certa capacità di guardare se stessi e il mondo "dall'esterno", vedendoli in modo un po' più obiettivo e distaccato, cosa che aiuta parecchio a prendere decisioni migliori. Un senso etico, insomma, oltreché estetico, condiviso, di cui già i Greci erano perfettamente consapevoli, e del quale mi pare si senta un pochino la mancanza.
"Lo scopo del teatro, agli inizi come ora, è stato sempre ed è di porgere, diciamo, uno specchio alla natura; di mostrare alla virtù il suo volto, al vizio la sua immagine, all'epoca stessa, alla sostanza del tempo, la loro forma e impronta".
E se lo dice Amleto!
Buona notte, dolci principesse...
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mercoledì 22 gennaio 2014
Definizioni
Andando al lavoro, un paio di giorni fa, sull'autobus, leggevo in un bel libro la struggente descrizione di un amore perduto che mi ha preso in modo quasi fisico. Ritornata con i piedi per terra sia letteralmente (scesa dall'autobus) sia mentalmente (chiuso e riposto in borsa il libro per affrontare la manciata di metri tra la fermata e l'ufficio) mi sono ritrovata a pensare che no, dopotutto io non sono single: sono spaiata.
Come un calzino?
Sì, precisamente: come un calzino di quelli che, talvolta, riemergono misteriosamente dal cestello della lavatrice, sopravvissuti a chissà quali avventurosi giri.
E' un immagine triste?
No, non troppo. In realtà, credo dipenda dal calzino.
Certo, se immaginate uno di quelli in tinta unita da uomo, blu, nero, o grigio, o, peggio, uno di quegli affari informi di spugna di un bianco ospedaliero, è effettivamente un po' triste.
Io, invece, ho in mente i calzini lunghi a righe multicolori che mi piacciono tanto e che sfoggio in primavera, tenendoli ben nascosti sotto le più anonime paia di pantaloni possibili.
Con i primi, se ne perdi uno chissà dove e ti ritrovi tra le mani quello spaiato, al massimo puoi usarlo per stanare la polvere dai pertugi più inaccessibili, infilandolo a mo' di guanto.
Con i secondi e una dose minima di manualità, si possono inventare pupazzi e marionette; oppure si può tenerli da parte per il 6 gennaio e appenderli così come sono, sperando che la befana, intenerita e solidale, si fermi a riempirli di dolci anche se abbiamo passato abbondantemente l'età per credere alle favole.
Insomma, fuor di metafora: quando sono in buona mi auguro anch'io di poter essere utile a qualcosa e di piacere a qualcuno, pur se non dovessi mai rientrare nei ruoli ufficialmente riconosciuti di fidanzata, moglie e madre, che prevedono (di solito…), di fare il paio con una specifica persona.
E quando non sono in buona?
Lasciamo perdere, va là, che i calzini beneducati - a maggior ragione quelli solitari - dovrebbero comportarsi bene ed evitare di lasciarsi andare a improperi tanto vari e articolati da far arrossire un intero cesto di biancheria!
Mmmmh, che dite? E' delirante? Un po', ma d'altronde che potete pretendere da un calzino spaiato?
Saluti appiedati!
Come un calzino?
Sì, precisamente: come un calzino di quelli che, talvolta, riemergono misteriosamente dal cestello della lavatrice, sopravvissuti a chissà quali avventurosi giri.
E' un immagine triste?
No, non troppo. In realtà, credo dipenda dal calzino.
Certo, se immaginate uno di quelli in tinta unita da uomo, blu, nero, o grigio, o, peggio, uno di quegli affari informi di spugna di un bianco ospedaliero, è effettivamente un po' triste.
Io, invece, ho in mente i calzini lunghi a righe multicolori che mi piacciono tanto e che sfoggio in primavera, tenendoli ben nascosti sotto le più anonime paia di pantaloni possibili.
Con i primi, se ne perdi uno chissà dove e ti ritrovi tra le mani quello spaiato, al massimo puoi usarlo per stanare la polvere dai pertugi più inaccessibili, infilandolo a mo' di guanto.
Con i secondi e una dose minima di manualità, si possono inventare pupazzi e marionette; oppure si può tenerli da parte per il 6 gennaio e appenderli così come sono, sperando che la befana, intenerita e solidale, si fermi a riempirli di dolci anche se abbiamo passato abbondantemente l'età per credere alle favole.
Insomma, fuor di metafora: quando sono in buona mi auguro anch'io di poter essere utile a qualcosa e di piacere a qualcuno, pur se non dovessi mai rientrare nei ruoli ufficialmente riconosciuti di fidanzata, moglie e madre, che prevedono (di solito…), di fare il paio con una specifica persona.
E quando non sono in buona?
Lasciamo perdere, va là, che i calzini beneducati - a maggior ragione quelli solitari - dovrebbero comportarsi bene ed evitare di lasciarsi andare a improperi tanto vari e articolati da far arrossire un intero cesto di biancheria!
Mmmmh, che dite? E' delirante? Un po', ma d'altronde che potete pretendere da un calzino spaiato?
Saluti appiedati!
mercoledì 15 gennaio 2014
Foreste di simboli
Ne lessi per la prima volta a scuola. Era un brano dell'antologia scelto per illustrare i bestiari medievali, nei quali animali reali e immaginari convivevano senza problemi e tutti, senza eccezione, oltre ad essere semplicemente sé stessi erano anche un simbolo di qualcos'altro: un vizio, una virtù, un peccato, un desiderio.
Fu così che conobbi l'unicorno. E decisi all'istante che mi piaceva e che, se mai mi fosse accaduto di dovermi scegliere un animale araldico (vedi, Costi, dopotutto non sei la sola che ha sognato di fare la principessa…), quello mi sarebbe andato benissimo.
Fu così che conobbi l'unicorno. E decisi all'istante che mi piaceva e che, se mai mi fosse accaduto di dovermi scegliere un animale araldico (vedi, Costi, dopotutto non sei la sola che ha sognato di fare la principessa…), quello mi sarebbe andato benissimo.
Perché in realtà (ammesso che si possa dire parlando di un animale fantastico), in origine, non era rappresentato come un grande cavallo bianco, ma piuttosto come un incrocio tra una capra e un cavallo: piccolo, asciutto, con tanto di barbetta e zoccolo fesso, come appare dipinto da Raffaello.
Nonostante le dimensioni, però, non si trattava di un animaluccio pacifico e coccoloso. Tutt'altro!
Infatti rappresenta la purezza che difende se stessa con ferocia, il coraggio e la determinazione, che si placano soltanto quando incontrano qualcosa di simile a sé. E' stato interpretato, perciò, come figura di Cristo, il puro che lotta fino all'estremo sacrificio per la salvezza del mondo; ma, come spesso accade, c'è anche chi ne ha fatto un essere ambiguo e imprevedibile, a volte fondamentalmente buono, a volte con qualcosa di demoniaco. Comunque sia è una creatura complessa: misteriosa, solitaria, forte, indipendente e imprendibile. O quasi...
La tradizione, infatti, dice che per catturalo occorreva una vergine: bastava portarla nel bosco e aspettare. L'unicorno, attratto dalla purezza di lei, si sarebbe avvicinato senza timore fino ad accoccolarsi tranquillo sul suo grembo e i cacciatori avrebbero potuto ucciderlo: sì, perché, in quanto emblema di libertà, sarebbe stato impossibile rinchiuderlo vivo in una gabbia.
Di unicorni ne ho disegnati (male) per anni nei margini dei quaderni e sulle pagine di diari miei e altrui; ne ho fatto lo stemma di uno dei miei amici immaginari e ne ho dipinto (male) uno sopra il camino in campagna, accompagnandolo con il motto di Langer, che già vi ho citato allo sfinimento: "lentius, profundius, suavius". E quando, più di vent'anni fa, ne è comparso uno in piazza per pubblicizzare una mostra di Dalì (esattamente come ora c'è la donnona di Botero, sdraiata a prender freddo tra gli sguardi curiosi dei passanti), mi è rimasto talmente impresso nella memoria che non mi è stato difficile ritrovarlo in rete dopo tanto tempo. E' quello della foto, che, trafiggendo un muro di pietra vi crea un varco sanguinante a forma di cuore. Non so che avesse in mente Dalì quando l'ha pensato, ma so cosa ho in mente io quando lo guardo: c'è un muro alto e spesso da oltrepassare se si vuole entrare davvero nel cuore delle persone e non fermarsi alla superficie. L'unico modo per scalfirlo dovrebbe essere fatto di attenzione, sincerità, purezza e libertà. Spesso non è così, e allora il muro cresce e diventa una prigione, perché nessuno ha più la pazienza e la costanza necessarie per oltrepassarlo. E anche quando qualcuno ci riesce, non è detto che non sia ugualmente un passaggio doloroso...
Mi piacciono i simboli, perché sono antichi e complessi, mai del tutto buoni o cattivi, mai completamente decifrabili: come le persone, del resto. Sono aspirazioni, dichiarazioni d'intenti e pensieri profondi racchiusi in un'immagine.
Ed ecco che ora che ho fatto il balzo, andando ad abitare da sola (si fa per dire, dato che i miei stanno pochi piani sopra e, vista la situazione, temo solo di essermi complicata ulteriormente la vita…), un o una designer dal nome impronunciabile s'inventa una linea per una nota marca d'arredamento di cui vi ho già parlato su cui campeggiano, guardacaso, unicorni stilizzati. Così, inevitabilmente, mi son ritrovata con un copripiumino, un plaid e un cuscino nuovi di zecca. Sul cuscino, in particolare, c'è persino un cartiglio che ha più o meno la forma di quello che avevo disegnato anni fa sul camino. Dice semplicemente "be different". E a me, nonostante tutto, pare un buon auspicio.
E se non siete d'accordo col mio ennesimo delirio, beh, nessun problema: vi capisco; ma la prossima volta che ci incontriamo fate attenzione: potrei infilzarvi a cornate!
Saluti scalpitanti.
Mi piacciono i simboli, perché sono antichi e complessi, mai del tutto buoni o cattivi, mai completamente decifrabili: come le persone, del resto. Sono aspirazioni, dichiarazioni d'intenti e pensieri profondi racchiusi in un'immagine.
Ed ecco che ora che ho fatto il balzo, andando ad abitare da sola (si fa per dire, dato che i miei stanno pochi piani sopra e, vista la situazione, temo solo di essermi complicata ulteriormente la vita…), un o una designer dal nome impronunciabile s'inventa una linea per una nota marca d'arredamento di cui vi ho già parlato su cui campeggiano, guardacaso, unicorni stilizzati. Così, inevitabilmente, mi son ritrovata con un copripiumino, un plaid e un cuscino nuovi di zecca. Sul cuscino, in particolare, c'è persino un cartiglio che ha più o meno la forma di quello che avevo disegnato anni fa sul camino. Dice semplicemente "be different". E a me, nonostante tutto, pare un buon auspicio.
E se non siete d'accordo col mio ennesimo delirio, beh, nessun problema: vi capisco; ma la prossima volta che ci incontriamo fate attenzione: potrei infilzarvi a cornate!
Saluti scalpitanti.
lunedì 6 gennaio 2014
Buoni propositi
Sono passati esattamente quattordici anni dall'ultima volta che mi è capitato di festeggiare capodanno invitando amici a casa mia.
La prima volta si era in campagna ad aspettare lo scadere del millennio. Stavolta, nel più prosaico passaggio tra il 2013 e il 2014, eravamo in città.
Curiosamente, benché, a parte me e un'altra persona, i partecipanti fossero diversi, in entrambi i casi eravamo in sette: cinque donne e due uomini. Anche allora tirammo tardi sfidandoci in un'interminabile partita a Trivial e un'amica si fermò a dormire da me per rincasare il giorno dopo.
Ehm, a dirla tutta, in entrambi i casi il capodanno ha mietuto una vittima; ma se nel 2000 una commensale dovette abbandonare il campo a metà della cena per improvvido virus influenzale, quest'anno temo sia stata la doppia dose di tiramisù a costringere la mia sventurata ospite a passare la mattina del 1 gennaio facendo, suo malgrado, un'approfondita conoscenza del mio nuovo bagno.
Nel complesso, però, direi che è andata bene.
Certo, nel 2000 ero più giovane e, ricordo, quella sera, stranamente brillante come non lo sono mai più stata né prima né dopo. Ancora adesso me ne stupisco e mi chiedo il perché di quella magia che, a persone come me, immagino capiti giusto una volta al millennio. Forse era un misto di senso di responsabilità ed eccitazione che mi permise di tenere testa con dignità ai novelli fidanzati inseparabili e deliziosamente petulanti come due cocorite, di evitare che, allo scoccare della mezzanotte, mi devastassero casa aprendo bottiglie di spumante indebitamente agitate cacciando per tempo gli stappatori in cortile, nel buio di una notte che ricordo limpida e nemmeno troppo fredda. Ricordo che riuscii a mettere uno dei due uomini a lavare i piatti incastrato con aria perplessa nel minuscolo cucinino e che cantammo, giocammo e ballammo (ehm, ballarono, più che altro...) fino al limite dell'alba.
Potevamo permettercelo, allora: eravamo tutti più giovani e con meno impegni di famiglia e/o lavoro, la casa era relativamente isolata e tutti i presenti abitavano nel raggio di un chilometro. Chilometro di strada stretta e curvosa, d'accordo, ma sufficientemente breve e nota da permettersi di percorrerla anche dopo aver assaggiato tutti (tranne me) il delizioso sorbetto al limone di S., di cui tutto si poteva dire meno che fosse analcolico.
Quest'anno vuoi per l'età - fa un po' ridere dirlo mentre si è ancora relativamente giovani, ma molte cose sono comunque cambiate il quattordici anni - vuoi per la location (il condominio tende a tarpare le ali a eventuali follie musicali e canore ad ora tarda), vuoi perché c'era chi doveva farsi un po' di chilometri per rincasare, ci siamo andati più cauti; ma non per questo sono mancati una buona cena, tante chiacchiere, brindisi d'ordinanza (io sempre ad acqua frizzante, benché una mano ignota abbia tentato di riempirmi di vino il bicchiere), giochi e risate.
Ringrazio tutti per il contributo, sia in termini di vettovaglie sia, soprattutto, per la presenza e l'amicizia, che sono un balsamo per chiunque, figuratevi per me.
E mi scuso se, come accade quasi sempre da qualche tempo a questa parte, anche organizzare una festa mi è diventato fonte di interminabili paranoie, ma, credetemi, ce l'ho messa tutta.
Ringrazio tutti perché questo capodanno mi ha offerto l'occasione per inaugurare la mia casa con qualcosa di degno di essere ricordato volentieri in futuro. Prima o poi ci andrò anche ad abitare, promesso...
Pensandoci, però, credo non sia un caso che io, la mia casa, l'abbia immaginata fin dall'inizio con una camera per gli ospiti, un divano letto e un numero di sedie, piatti, posate e bicchieri decisamente maggiore di quanto sia utile per starci da sola: perché, nonostante tutto, vorrei che fosse accogliente. Vorrei io stessa essere più accogliente, superando dubbi e paure.
Ecco, questo potrebbe essere un buon proposito per l'anno nuovo.
Oltre a quello di procurarmi un cavatappi decente e la spazzola per il wc che ancora mi mancano; ma questa è un'altra storia...
Auguri!
La prima volta si era in campagna ad aspettare lo scadere del millennio. Stavolta, nel più prosaico passaggio tra il 2013 e il 2014, eravamo in città.
Curiosamente, benché, a parte me e un'altra persona, i partecipanti fossero diversi, in entrambi i casi eravamo in sette: cinque donne e due uomini. Anche allora tirammo tardi sfidandoci in un'interminabile partita a Trivial e un'amica si fermò a dormire da me per rincasare il giorno dopo.
Ehm, a dirla tutta, in entrambi i casi il capodanno ha mietuto una vittima; ma se nel 2000 una commensale dovette abbandonare il campo a metà della cena per improvvido virus influenzale, quest'anno temo sia stata la doppia dose di tiramisù a costringere la mia sventurata ospite a passare la mattina del 1 gennaio facendo, suo malgrado, un'approfondita conoscenza del mio nuovo bagno.
Nel complesso, però, direi che è andata bene.
Certo, nel 2000 ero più giovane e, ricordo, quella sera, stranamente brillante come non lo sono mai più stata né prima né dopo. Ancora adesso me ne stupisco e mi chiedo il perché di quella magia che, a persone come me, immagino capiti giusto una volta al millennio. Forse era un misto di senso di responsabilità ed eccitazione che mi permise di tenere testa con dignità ai novelli fidanzati inseparabili e deliziosamente petulanti come due cocorite, di evitare che, allo scoccare della mezzanotte, mi devastassero casa aprendo bottiglie di spumante indebitamente agitate cacciando per tempo gli stappatori in cortile, nel buio di una notte che ricordo limpida e nemmeno troppo fredda. Ricordo che riuscii a mettere uno dei due uomini a lavare i piatti incastrato con aria perplessa nel minuscolo cucinino e che cantammo, giocammo e ballammo (ehm, ballarono, più che altro...) fino al limite dell'alba.
Potevamo permettercelo, allora: eravamo tutti più giovani e con meno impegni di famiglia e/o lavoro, la casa era relativamente isolata e tutti i presenti abitavano nel raggio di un chilometro. Chilometro di strada stretta e curvosa, d'accordo, ma sufficientemente breve e nota da permettersi di percorrerla anche dopo aver assaggiato tutti (tranne me) il delizioso sorbetto al limone di S., di cui tutto si poteva dire meno che fosse analcolico.
Quest'anno vuoi per l'età - fa un po' ridere dirlo mentre si è ancora relativamente giovani, ma molte cose sono comunque cambiate il quattordici anni - vuoi per la location (il condominio tende a tarpare le ali a eventuali follie musicali e canore ad ora tarda), vuoi perché c'era chi doveva farsi un po' di chilometri per rincasare, ci siamo andati più cauti; ma non per questo sono mancati una buona cena, tante chiacchiere, brindisi d'ordinanza (io sempre ad acqua frizzante, benché una mano ignota abbia tentato di riempirmi di vino il bicchiere), giochi e risate.
Ringrazio tutti per il contributo, sia in termini di vettovaglie sia, soprattutto, per la presenza e l'amicizia, che sono un balsamo per chiunque, figuratevi per me.
E mi scuso se, come accade quasi sempre da qualche tempo a questa parte, anche organizzare una festa mi è diventato fonte di interminabili paranoie, ma, credetemi, ce l'ho messa tutta.
Ringrazio tutti perché questo capodanno mi ha offerto l'occasione per inaugurare la mia casa con qualcosa di degno di essere ricordato volentieri in futuro. Prima o poi ci andrò anche ad abitare, promesso...
Pensandoci, però, credo non sia un caso che io, la mia casa, l'abbia immaginata fin dall'inizio con una camera per gli ospiti, un divano letto e un numero di sedie, piatti, posate e bicchieri decisamente maggiore di quanto sia utile per starci da sola: perché, nonostante tutto, vorrei che fosse accogliente. Vorrei io stessa essere più accogliente, superando dubbi e paure.
Ecco, questo potrebbe essere un buon proposito per l'anno nuovo.
Oltre a quello di procurarmi un cavatappi decente e la spazzola per il wc che ancora mi mancano; ma questa è un'altra storia...
Auguri!
lunedì 23 dicembre 2013
In una notte...
"In una notte come questa,
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora".
(Mario Luzi, Epifania)
in una notte come questa l’anima,
mia compagna fedele inavvertita
nelle ore medie
nei giorni interni grigi delle annate,
levatasi fiutò la notte tumida
di semi che morivano, di grani
che scoppiavano, ravvisò stupita
i fuochi in lontananza dei bivacchi
più vividi che astri. Disse: è l’ora".
(Mario Luzi, Epifania)
Auguri a tutti gli amici piumati e spiumati, a ciose, galline, pulcini, ciosi e galletti assortiti.
Un abbraccio e un frullo d'ali!
Cri
venerdì 13 dicembre 2013
Il dono che mi desti
Diciamo la verità: non ci siamo amati molto nei cinque anni in cui ci siam visti sei mattine su sette, da settembre a giugno, e io avevo dai sei agli undici anni e tu qualcuno in più dei miei genitori.
Non mi piaceva la tua arrendevolezza nei confronti delle madri che, a differenza della mia, facevano la voce grossa quando sgridavi i loro figli e, di conseguenza, la disparità di trattamento che riservavi ai miei capricci e ai loro; non mi piaceva che mi prendessi in giro quando piangevo per un nonnulla, anziché consolarmi e, forse, qualche volta, mi annoiavi anche un po' con la tua voce sottile e monocorde…
Però, a distanza di anni, devo ammettere, maestro, che non sono stata un'alunna facile: alternavo rabbia e lacrime, paura e caparbietà e non ero agevole da maneggiare. Non lo sono nemmeno ora, benché da molti anni cerchi di smussare gli spigoli più odiosi del mio carattere.
Era praticamente impossibile convincermi a smettere di parlare o disegnare o ritagliare - anziché ascoltare le tue lezioni - fintanto che non avevo finito di dire o fare quel che stavo facendo. Dopo - e solo dopo - me ne stavo buona e attenta come volevi tu.
Durante le ore di scuola ho costruito teleferiche di spago per mandare bigliettini agli amici seduti nelle file dietro, ho giocato a flipper con le biro e le palline di stagnola, ricavate dall'involucro dei panini che mio padre preparava per merenda; ho realizzato fondali per spettacoli di burattini incollando tra loro con lo scotch i fogli di quaderno; mi sono persino spostata con tanto di banco e sedia in fondo all'aula, assieme a quello che è stato, per un paio d'anni, il mio migliore amico: bisognava davvero essere meravigliosamente ingenui per immaginare che tu non te ne accorgessi, però, in quel caso, devo riconoscerlo, hai fatto finta di niente, e te ne sono grata.
Soprattutto, però, ti sono grata per avermi insegnato a scrivere.
Lo so che era semplicemente il tuo dovere, compiuto per anni per centinaia di bambini e, diciamolo, con correttezza, ma senza brillare d'entusiasmo. Però, per me, è stato un dono grandissimo.
Me ne rendo conto ora, quando ti incontro invecchiato e incurvato, con la voce ancor più sottile e tremante, ora che sono più alta di te, che sei sempre stato un omino minuto: un sarto mancato sceso in città dagli Appennini per studiare e trovare un posto fisso, quando era ancora possibile. E, soprattutto, me ne rendo conto quando, un volta all'anno, in questo periodo, mi chiedi un articolo per il giornalino parrocchiale e io, dopo averlo imbastito ad ore improbabili della notte, te lo mando via mail sperando che abbia un senso e pregandoti, per favore, di correggerlo.
Quasi quasi m'immagino che me lo rimandi indietro con annotazioni rosse e blu e un voto in fondo alla pagina, come quasi trent'anni fa. E provo ancora la stessa trepidazione di allora. A essere sinceri, la provo ogni volta che mando a qualcuno qualcosa che scrivo, o che pubblico qualcosa qui o altrove. Perché per me la scrittura è molte cose: un lavoro, che mi permette di avere un seppur magro stipendio facendo qualcosa che amo e per cui ho studiato (il che, di questi tempi, non è poco!); è un supporto alla mia pessima memoria, che si nutre di appunti e post-it, e un grimaldello per la mia timidezza. Infine, inutile dirlo, è uno sfogo, un rifugio, un passatempo, una consolazione.
Allora grazie, maestro, davvero, per ogni singola lettera, sillaba e parola che mi hai insegnato, per ogni racconto e per ogni poesia che mi hai fatto leggere e imparare a memoria (qualcuna me la ricordo ancora!), perché mi hai dato gli strumenti con i quali posso anch'io tentare, alla meno peggio, di procurarmi la mia dose quotidiana di bellezza e libertà.
Non mi piaceva la tua arrendevolezza nei confronti delle madri che, a differenza della mia, facevano la voce grossa quando sgridavi i loro figli e, di conseguenza, la disparità di trattamento che riservavi ai miei capricci e ai loro; non mi piaceva che mi prendessi in giro quando piangevo per un nonnulla, anziché consolarmi e, forse, qualche volta, mi annoiavi anche un po' con la tua voce sottile e monocorde…
Però, a distanza di anni, devo ammettere, maestro, che non sono stata un'alunna facile: alternavo rabbia e lacrime, paura e caparbietà e non ero agevole da maneggiare. Non lo sono nemmeno ora, benché da molti anni cerchi di smussare gli spigoli più odiosi del mio carattere.
Era praticamente impossibile convincermi a smettere di parlare o disegnare o ritagliare - anziché ascoltare le tue lezioni - fintanto che non avevo finito di dire o fare quel che stavo facendo. Dopo - e solo dopo - me ne stavo buona e attenta come volevi tu.
Durante le ore di scuola ho costruito teleferiche di spago per mandare bigliettini agli amici seduti nelle file dietro, ho giocato a flipper con le biro e le palline di stagnola, ricavate dall'involucro dei panini che mio padre preparava per merenda; ho realizzato fondali per spettacoli di burattini incollando tra loro con lo scotch i fogli di quaderno; mi sono persino spostata con tanto di banco e sedia in fondo all'aula, assieme a quello che è stato, per un paio d'anni, il mio migliore amico: bisognava davvero essere meravigliosamente ingenui per immaginare che tu non te ne accorgessi, però, in quel caso, devo riconoscerlo, hai fatto finta di niente, e te ne sono grata.
Soprattutto, però, ti sono grata per avermi insegnato a scrivere.
Lo so che era semplicemente il tuo dovere, compiuto per anni per centinaia di bambini e, diciamolo, con correttezza, ma senza brillare d'entusiasmo. Però, per me, è stato un dono grandissimo.
Me ne rendo conto ora, quando ti incontro invecchiato e incurvato, con la voce ancor più sottile e tremante, ora che sono più alta di te, che sei sempre stato un omino minuto: un sarto mancato sceso in città dagli Appennini per studiare e trovare un posto fisso, quando era ancora possibile. E, soprattutto, me ne rendo conto quando, un volta all'anno, in questo periodo, mi chiedi un articolo per il giornalino parrocchiale e io, dopo averlo imbastito ad ore improbabili della notte, te lo mando via mail sperando che abbia un senso e pregandoti, per favore, di correggerlo.
Quasi quasi m'immagino che me lo rimandi indietro con annotazioni rosse e blu e un voto in fondo alla pagina, come quasi trent'anni fa. E provo ancora la stessa trepidazione di allora. A essere sinceri, la provo ogni volta che mando a qualcuno qualcosa che scrivo, o che pubblico qualcosa qui o altrove. Perché per me la scrittura è molte cose: un lavoro, che mi permette di avere un seppur magro stipendio facendo qualcosa che amo e per cui ho studiato (il che, di questi tempi, non è poco!); è un supporto alla mia pessima memoria, che si nutre di appunti e post-it, e un grimaldello per la mia timidezza. Infine, inutile dirlo, è uno sfogo, un rifugio, un passatempo, una consolazione.
Allora grazie, maestro, davvero, per ogni singola lettera, sillaba e parola che mi hai insegnato, per ogni racconto e per ogni poesia che mi hai fatto leggere e imparare a memoria (qualcuna me la ricordo ancora!), perché mi hai dato gli strumenti con i quali posso anch'io tentare, alla meno peggio, di procurarmi la mia dose quotidiana di bellezza e libertà.
lunedì 2 dicembre 2013
AA: Assemblatori Anonimi
"Ciao mi chiamo Cri".
"Ciao, Cri, benvenuta. Te la senti di raccontarci la tua storia?"
"Va bene, proviamo…"
In principio furono due innocue scrivanie: quattro tavole di legno, quattro binarietti e una manciata di brugole. E già allora, pur consapevole che anche un bambino ci sarebbe riuscito, devo ammettere che provai una certa soddisfazione.
Qualche giorno dopo tentai con una cassettiera: era un modello basico, senza pomoli né piedini; ma comunque, oltre ai binarietti e alle brugole, fecero la loro comparsa tasselli e chiodini.
Poi, per alcuni anni più nulla. E quasi mi dimenticai della faccenda. Finché, dalla scorsa primavera, complice una casa da arredare con il mio magro stipendio, ahimè, ho ricominciato.
Subito mi sono accontentata di un paio di surrogati di un'altra marca: un carrellino per la cucina parecchio traballante con cassettini già pronti in rete metallica e ruotine da incastrare a pressione; e un già più impegnativo porta cd che, per diventare tale, partendo da una spirale di lamiera e dei quadretti di compensato, aveva bisogno di quaranta (40!) viti.
Poi ci si sono messi anche i miei, regalandomi una monumentale cassettiera blu, rimasta per mesi chiusa nelle sue brave scatole, prima che trovassi il coraggio di metterci le mani; ma alla fine, dopo tre dopocena di duro lavoro, ne ho avuto ragione.
Ricordo di aver provato, allora, una punta di orgoglio solo in parte giustificato dal fatto che, stando alle istruzioni, bisognava essere in due per dominare l'arnese; mentre io me la sono cavata, inevitabilmente, da sola.
Fu così che osai il divano. Appena vidi lo scatolone torreggiare in mezzo alla sala, l'ho guardato con la stessa emozione di quando avevo cinque anni, pensando a quali meraviglie avrei potuto inventare avendo a disposizione quella quantità incredibile di cartone.
Solo dopo qualche minuto di contemplazione mi decisi ad aprirlo per scoprire che il contenuto, benché apparentemente innocuo, così bianco e imbottito, nascondeva un'animo insidioso, come appurai quando una vite sfuggita al controllo, tentò, fortunatamente senza successo, di centrarmi un occhio.
Dopo qualche settimana mi sono resa conto che in camera, oltre all'armadio, mi occorrevano almeno un comodino e una cassettiera. E così ho avuto una ricaduta.
Anche ieri sera, purtroppo, ho ceduto: tirando la mezzanotte in compagnia di un mobiletto del bagno (quattro ripiani, quattro piedini, uno sportello) e di un'esile scaffalatura in bambù.
Adesso basta, però! Perché le stanze sono sufficientemente arredate e il portafogli sufficientemente sguarnito; inoltre, ho sulle mani calli che neanche un carpentiere: nemmeno Sherlock Holmes riuscirebbe a indovinare, osservandole, quale sia il mio vero mestiere.
Badate: so benissimo che, in realtà, è un inganno; che il vero lavoro non l'ho fatto io ma gli ingegneri/designer che hanno progettato tutto fino all'ultimo incastro e la bassa manovalanza sfruttata in qualche parte del mondo che ha tagliato e forato i pezzi al millimetro (o quasi), ha dato forma alla ferramenta e inscatolato il tutto a mio uso e consumo.
Però il signor Ikea ha avuto un'idea geniale: ha capito che tutti noi, animaletti tecnologici, coviamo il desiderio di costruire qualcosa con le nostre mani, di dire "questo l'ho fatto io", anche quando sarebbe più corretto dire "l'ho assemblato io". Perché se l'avessi fatto davvero io nessun altro al mondo avrebbe un oggetto uguale; mentre la cassettiera di cui vado orgogliosa se ne può stare identica in un salotto di Roma, in una camera di Stoccolma o in un bilocale a Parigi. Ma il brivido rimane, ed è forse uno dei pochi segni di resistenza dell'uomo a rassegnarsi ad essere solo un utente e un acquirente di cose fatte da altri. E che anche questo brivido sia stato trasformato in un business è affascinante e inquietante allo stesso tempo. Eppure l'esserne consapevoli non azzera il piacere.
Ah, dimenticavo: se vi occorre una mano a montare un mobile… fatemi un fischio.
Argh, no, ci sono ricascata: dovrebbero scrivere nelle avvertenze che le brugole possono dare dipendenza!
"Ciao, Cri, benvenuta. Te la senti di raccontarci la tua storia?"
"Va bene, proviamo…"
In principio furono due innocue scrivanie: quattro tavole di legno, quattro binarietti e una manciata di brugole. E già allora, pur consapevole che anche un bambino ci sarebbe riuscito, devo ammettere che provai una certa soddisfazione.
Qualche giorno dopo tentai con una cassettiera: era un modello basico, senza pomoli né piedini; ma comunque, oltre ai binarietti e alle brugole, fecero la loro comparsa tasselli e chiodini.
Poi, per alcuni anni più nulla. E quasi mi dimenticai della faccenda. Finché, dalla scorsa primavera, complice una casa da arredare con il mio magro stipendio, ahimè, ho ricominciato.
Subito mi sono accontentata di un paio di surrogati di un'altra marca: un carrellino per la cucina parecchio traballante con cassettini già pronti in rete metallica e ruotine da incastrare a pressione; e un già più impegnativo porta cd che, per diventare tale, partendo da una spirale di lamiera e dei quadretti di compensato, aveva bisogno di quaranta (40!) viti.
Poi ci si sono messi anche i miei, regalandomi una monumentale cassettiera blu, rimasta per mesi chiusa nelle sue brave scatole, prima che trovassi il coraggio di metterci le mani; ma alla fine, dopo tre dopocena di duro lavoro, ne ho avuto ragione.
Ricordo di aver provato, allora, una punta di orgoglio solo in parte giustificato dal fatto che, stando alle istruzioni, bisognava essere in due per dominare l'arnese; mentre io me la sono cavata, inevitabilmente, da sola.
Fu così che osai il divano. Appena vidi lo scatolone torreggiare in mezzo alla sala, l'ho guardato con la stessa emozione di quando avevo cinque anni, pensando a quali meraviglie avrei potuto inventare avendo a disposizione quella quantità incredibile di cartone.
Solo dopo qualche minuto di contemplazione mi decisi ad aprirlo per scoprire che il contenuto, benché apparentemente innocuo, così bianco e imbottito, nascondeva un'animo insidioso, come appurai quando una vite sfuggita al controllo, tentò, fortunatamente senza successo, di centrarmi un occhio.
Dopo qualche settimana mi sono resa conto che in camera, oltre all'armadio, mi occorrevano almeno un comodino e una cassettiera. E così ho avuto una ricaduta.
Anche ieri sera, purtroppo, ho ceduto: tirando la mezzanotte in compagnia di un mobiletto del bagno (quattro ripiani, quattro piedini, uno sportello) e di un'esile scaffalatura in bambù.
Adesso basta, però! Perché le stanze sono sufficientemente arredate e il portafogli sufficientemente sguarnito; inoltre, ho sulle mani calli che neanche un carpentiere: nemmeno Sherlock Holmes riuscirebbe a indovinare, osservandole, quale sia il mio vero mestiere.
Badate: so benissimo che, in realtà, è un inganno; che il vero lavoro non l'ho fatto io ma gli ingegneri/designer che hanno progettato tutto fino all'ultimo incastro e la bassa manovalanza sfruttata in qualche parte del mondo che ha tagliato e forato i pezzi al millimetro (o quasi), ha dato forma alla ferramenta e inscatolato il tutto a mio uso e consumo.
Però il signor Ikea ha avuto un'idea geniale: ha capito che tutti noi, animaletti tecnologici, coviamo il desiderio di costruire qualcosa con le nostre mani, di dire "questo l'ho fatto io", anche quando sarebbe più corretto dire "l'ho assemblato io". Perché se l'avessi fatto davvero io nessun altro al mondo avrebbe un oggetto uguale; mentre la cassettiera di cui vado orgogliosa se ne può stare identica in un salotto di Roma, in una camera di Stoccolma o in un bilocale a Parigi. Ma il brivido rimane, ed è forse uno dei pochi segni di resistenza dell'uomo a rassegnarsi ad essere solo un utente e un acquirente di cose fatte da altri. E che anche questo brivido sia stato trasformato in un business è affascinante e inquietante allo stesso tempo. Eppure l'esserne consapevoli non azzera il piacere.
Ah, dimenticavo: se vi occorre una mano a montare un mobile… fatemi un fischio.
Argh, no, ci sono ricascata: dovrebbero scrivere nelle avvertenze che le brugole possono dare dipendenza!
Etichette: pollaio
Chi siamo da dove veniamo dove andiamo?,
Sproloqui
giovedì 28 novembre 2013
Fiducia e no
A proposito della giornata contro la violenza sulle donne da poco "celebrata".
Domenica sono andata a casa di un tizio al quale ho lasciato un bel segno su entrambe le portiere della macchina per completare la constatazione amichevole, iniziata sabato sera sotto la pioggia.
Quando, prima di uscire, l'ho detto a mia madre lei, spaventata, mi ha chiesto: "Ma vai a casa sua?!"
"Sì, perché?"
"Non sai neanche chi è!"
"Insomma, visto che il torto ce l'ho io, mi sembra normale venirgli incontro e accettare le sue condizioni".
"Almeno vacci con papà…"
"Mamma, ti prego, ho 35 anni! E poi mi è sembrato una persona civile: non mi ha insultato, è stato gentile e collaborativo e ha anche una moglie".
"Cosa centra se ha una moglie?!"
"Ok, hai ragione, non è una garanzia, ma non mi è parso un tipo ambiguo".
"Eh, lo sai che si presentano bene…"
"Lo so, lo so, probabilmente ha dei bambini piccoli e gli secca uscire la domenica pomeriggio."
"Sarà, ma io non sono tranquilla".
Certo che, dopo questo discorso, ho smesso di esserlo anch'io, perché purtroppo, mia madre non ha tutti i torti: le cronache son piene di orrori che nemmeno Dario Argento nei suoi giorni migliori si sarebbe potuto immaginare. Orrori che riguardano prevalentemente le donne.
Alla fine raggiungiamo un faticoso compromesso: "Mamma, ascolta, mi ha dato nome, cognome, indirizzo e cellulare: te li scrivo su un post-it e se tardo mi chiami, va bene?"
"Va bene".
Per fortuna le mie previsioni erano azzeccate: l'incidentato aveva in casa, oltre a una moglie, insegnante di latino e greco con tanto di "Rocci" e Anabasi di Senofonte aperti sul tavolo (quasi quasi m'è venuta nostalgia), anche un bambino di pochi mesi che s'era appena addormentato.
Abbiamo compilato quel che dovevamo compilare, fatto un paio di chiacchiere di circostanza, a bassa voce per non svegliare il pupo, e ci siamo salutati, augurandoci di non "scontrarci" più.
Insomma, a parte i soldi che dovrò sborsare per riparare la mia auto e quelli che mi farà sborsare in più la mia assicurazione per l'incidente, direi m'è andata bene.
M'è andata bene?
Eh no, accidenti! E' andata semplicemente come è giusto che vada: perché è orribile pensare che una donna debba sempre tener nascosto da qualche parte di sé, più o meno a fondo a seconda del carattere e delle esperienze vissute, un vago timore quando si trova da sola con un uomo.
Perché è orribile pensare che ogni uomo, che sia un compagno o uno sconosciuto, possa sempre rappresentare per noi una minaccia, per il solo fatto che, per natura, si porta appresso, oltre a due braccia mediamente più robuste delle nostre, anche un'altra arma impropria nei pantaloni (ehm, scusate…).
E lo so che questa faccenda va avanti da secoli, ed è dura da scalzare con qualche campagna promozionale e una giornata di sensibilizzazione ogni tanto.
Ma so anche che dipende anche da noi: non perché dovremmo andare vestite più castigate (termine già di per sé molto significativo...) e non dare confidenza a nessuno: questa è un'altra delle orribili cose che ancora si sentono dire e che giustificano ancor più la disparità e la violenza.
Però dovremmo essere consapevoli per prime della nostra dignità. Rinunciare alla tentazione di usare la nostra femminilità come una scorciatoia o una merce di scambio (chi ci riesce, perché io proprio non ne sono capace).
E, soprattutto, lo dico alle madri e alle insegnanti, piantarla di educare in modo diverso maschi e femmine, assecondando la prepotenza degli uni e instillando la paura nelle altre.
Perché a me, davvero, piacerebbe tanto fidarmi, ma faccio tanta, tanta fatica...
Un abbraccio a tutte le donne. E agli uomini di buona volontà.
Ce ne sono. Lo so che ce ne sono!
Domenica sono andata a casa di un tizio al quale ho lasciato un bel segno su entrambe le portiere della macchina per completare la constatazione amichevole, iniziata sabato sera sotto la pioggia.
Quando, prima di uscire, l'ho detto a mia madre lei, spaventata, mi ha chiesto: "Ma vai a casa sua?!"
"Sì, perché?"
"Non sai neanche chi è!"
"Insomma, visto che il torto ce l'ho io, mi sembra normale venirgli incontro e accettare le sue condizioni".
"Almeno vacci con papà…"
"Mamma, ti prego, ho 35 anni! E poi mi è sembrato una persona civile: non mi ha insultato, è stato gentile e collaborativo e ha anche una moglie".
"Cosa centra se ha una moglie?!"
"Ok, hai ragione, non è una garanzia, ma non mi è parso un tipo ambiguo".
"Eh, lo sai che si presentano bene…"
"Lo so, lo so, probabilmente ha dei bambini piccoli e gli secca uscire la domenica pomeriggio."
"Sarà, ma io non sono tranquilla".
Certo che, dopo questo discorso, ho smesso di esserlo anch'io, perché purtroppo, mia madre non ha tutti i torti: le cronache son piene di orrori che nemmeno Dario Argento nei suoi giorni migliori si sarebbe potuto immaginare. Orrori che riguardano prevalentemente le donne.
Alla fine raggiungiamo un faticoso compromesso: "Mamma, ascolta, mi ha dato nome, cognome, indirizzo e cellulare: te li scrivo su un post-it e se tardo mi chiami, va bene?"
"Va bene".
Per fortuna le mie previsioni erano azzeccate: l'incidentato aveva in casa, oltre a una moglie, insegnante di latino e greco con tanto di "Rocci" e Anabasi di Senofonte aperti sul tavolo (quasi quasi m'è venuta nostalgia), anche un bambino di pochi mesi che s'era appena addormentato.
Abbiamo compilato quel che dovevamo compilare, fatto un paio di chiacchiere di circostanza, a bassa voce per non svegliare il pupo, e ci siamo salutati, augurandoci di non "scontrarci" più.
Insomma, a parte i soldi che dovrò sborsare per riparare la mia auto e quelli che mi farà sborsare in più la mia assicurazione per l'incidente, direi m'è andata bene.
M'è andata bene?
Eh no, accidenti! E' andata semplicemente come è giusto che vada: perché è orribile pensare che una donna debba sempre tener nascosto da qualche parte di sé, più o meno a fondo a seconda del carattere e delle esperienze vissute, un vago timore quando si trova da sola con un uomo.
Perché è orribile pensare che ogni uomo, che sia un compagno o uno sconosciuto, possa sempre rappresentare per noi una minaccia, per il solo fatto che, per natura, si porta appresso, oltre a due braccia mediamente più robuste delle nostre, anche un'altra arma impropria nei pantaloni (ehm, scusate…).
E lo so che questa faccenda va avanti da secoli, ed è dura da scalzare con qualche campagna promozionale e una giornata di sensibilizzazione ogni tanto.
Ma so anche che dipende anche da noi: non perché dovremmo andare vestite più castigate (termine già di per sé molto significativo...) e non dare confidenza a nessuno: questa è un'altra delle orribili cose che ancora si sentono dire e che giustificano ancor più la disparità e la violenza.
Però dovremmo essere consapevoli per prime della nostra dignità. Rinunciare alla tentazione di usare la nostra femminilità come una scorciatoia o una merce di scambio (chi ci riesce, perché io proprio non ne sono capace).
E, soprattutto, lo dico alle madri e alle insegnanti, piantarla di educare in modo diverso maschi e femmine, assecondando la prepotenza degli uni e instillando la paura nelle altre.
Perché a me, davvero, piacerebbe tanto fidarmi, ma faccio tanta, tanta fatica...
Un abbraccio a tutte le donne. E agli uomini di buona volontà.
Ce ne sono. Lo so che ce ne sono!
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venerdì 15 novembre 2013
E' la stampa, bruttezza!
Ieri sera ero a un incontro sul tema "pace e globalizzazione".
Eravamo in sei. E poi ci si stupisce che ci siano tante guerre nel mondo.
Anzi, no, a dire il vero, per i primi dieci minuti eravamo in otto; ma due erano giornalisti di qualche testata locale. E buon per loro che non ho avuto modo di chiedergli di quale. Anche perché sarebbe stato difficile: quando sono arrivata io - un po' in ritardo, come al solito - i due se ne stavano in disparte parlando dei fatti loro. Tanto che, vedendo due facce nuove, ho persino pensato: "toh, che bello: allarghiamo il gruppo!". Poi mi sono dovuta ricredere.
Ho capito che erano giornalisti solo quando, appena il relatore ha iniziato a parlare, la donna ha sfoderato con aria torva una notevole telecamera.
Non sono riuscita a capire che facesse nel frattempo l'uomo, distratta dal pensiero che, essendo io seduta a fianco del relatore (niente tribune o palchi: eravamo semplicemente disposti in un cerchio di sedie), ed essendo così pochi, sarei finita anch'io nel filmato. E la cosa non mi garbava per niente.
Non mi pare, però, d'averlo visto prendere appunti, e, anche se li avesse presi, non credo gli sarebbero serviti granché, visto che la riunione è durata più di un'ora mentre loro, con la stessa aria scocciata e distante con cui li ho visti entrando (e che io, ingenua, avevo attribuito alla timidezza), se ne sono andati poco dopo, salutando di sfuggita e interrompendo il relatore.
In realtà, non mi sarei dovuta stupire nemmeno troppo. Ho una mezza idea di come funzionino queste cose: si fanno dieci minuti di ripresa, si chiede al relatore o all'organizzatore di fare avere un resoconto o un comunicato stampa e poi si va altrove. Così, in una sola serata, la stessa malcapitata coppia cameraman & giornalista può con poco sforzo documentare un convegno, una premiazione, un'anteprima e una manifestazione con perfetta efficienza e ottimizzazione di tempi e costi.
Poi, però, non lamentiamoci che i giornali non li legge più nessuno, i telegiornali danno notizie banali e il web, per quanto vario e ricco di informazioni aggiornate in tempo reale, è anche pieno di errori e scempiaggini, visto che non c'è il tempo, né la volontà, di verificare le fonti.
Sarà che sono un po' naif, ma io, quando penso a un giornalista, m'immagino uno che ascolta e guarda tutto dall'inizio alla fine, anche se questo comporta, nella maggior parte dei casi, una solenne rottura di scatole. Perché non sta scritto da nessuna parte che la svolta, l'evento risolutivo, la chiave giusta per comprendere un avvenimento (e raccontarlo agli altri), non si scoprano negli ultimi due minuti, anziché nei primi dieci; anzi, è molto probabile che vada proprio così.
E m'immagino una persona curiosa e aperta, capace di provare almeno un minimo di vero interesse nell'affrontare gli argomenti più vari: dall'alta finanza alla bassa manovalanza; obiettiva, ma anche comprensiva delle opinioni degli altri (e consapevole delle proprie).
Insomma, penso a uno che, se appena può, arriva sul luogo dove è stato inviato un po' prima degli altri, per annusare l'aria, osservare l'ambiente, cogliere gli stati d'animo; e va via un po' dopo, per poter render conto di eventuali mutamenti e per paura che possa accadere qualcosa d'importante appena lui se n'è andato.
Qualcosa di simile al capitano di una nave: che non l'abbandona finché anche l'ultimo uomo non s'è messo in salvo, perché è così che si fa, perché è il suo mestiere.
Poi mi ricordo che siamo il Paese di Schettino.
E capisco molte cose...
Eravamo in sei. E poi ci si stupisce che ci siano tante guerre nel mondo.
Anzi, no, a dire il vero, per i primi dieci minuti eravamo in otto; ma due erano giornalisti di qualche testata locale. E buon per loro che non ho avuto modo di chiedergli di quale. Anche perché sarebbe stato difficile: quando sono arrivata io - un po' in ritardo, come al solito - i due se ne stavano in disparte parlando dei fatti loro. Tanto che, vedendo due facce nuove, ho persino pensato: "toh, che bello: allarghiamo il gruppo!". Poi mi sono dovuta ricredere.
Ho capito che erano giornalisti solo quando, appena il relatore ha iniziato a parlare, la donna ha sfoderato con aria torva una notevole telecamera.
Non sono riuscita a capire che facesse nel frattempo l'uomo, distratta dal pensiero che, essendo io seduta a fianco del relatore (niente tribune o palchi: eravamo semplicemente disposti in un cerchio di sedie), ed essendo così pochi, sarei finita anch'io nel filmato. E la cosa non mi garbava per niente.
Non mi pare, però, d'averlo visto prendere appunti, e, anche se li avesse presi, non credo gli sarebbero serviti granché, visto che la riunione è durata più di un'ora mentre loro, con la stessa aria scocciata e distante con cui li ho visti entrando (e che io, ingenua, avevo attribuito alla timidezza), se ne sono andati poco dopo, salutando di sfuggita e interrompendo il relatore.
In realtà, non mi sarei dovuta stupire nemmeno troppo. Ho una mezza idea di come funzionino queste cose: si fanno dieci minuti di ripresa, si chiede al relatore o all'organizzatore di fare avere un resoconto o un comunicato stampa e poi si va altrove. Così, in una sola serata, la stessa malcapitata coppia cameraman & giornalista può con poco sforzo documentare un convegno, una premiazione, un'anteprima e una manifestazione con perfetta efficienza e ottimizzazione di tempi e costi.
Poi, però, non lamentiamoci che i giornali non li legge più nessuno, i telegiornali danno notizie banali e il web, per quanto vario e ricco di informazioni aggiornate in tempo reale, è anche pieno di errori e scempiaggini, visto che non c'è il tempo, né la volontà, di verificare le fonti.
Sarà che sono un po' naif, ma io, quando penso a un giornalista, m'immagino uno che ascolta e guarda tutto dall'inizio alla fine, anche se questo comporta, nella maggior parte dei casi, una solenne rottura di scatole. Perché non sta scritto da nessuna parte che la svolta, l'evento risolutivo, la chiave giusta per comprendere un avvenimento (e raccontarlo agli altri), non si scoprano negli ultimi due minuti, anziché nei primi dieci; anzi, è molto probabile che vada proprio così.
E m'immagino una persona curiosa e aperta, capace di provare almeno un minimo di vero interesse nell'affrontare gli argomenti più vari: dall'alta finanza alla bassa manovalanza; obiettiva, ma anche comprensiva delle opinioni degli altri (e consapevole delle proprie).
Insomma, penso a uno che, se appena può, arriva sul luogo dove è stato inviato un po' prima degli altri, per annusare l'aria, osservare l'ambiente, cogliere gli stati d'animo; e va via un po' dopo, per poter render conto di eventuali mutamenti e per paura che possa accadere qualcosa d'importante appena lui se n'è andato.
Qualcosa di simile al capitano di una nave: che non l'abbandona finché anche l'ultimo uomo non s'è messo in salvo, perché è così che si fa, perché è il suo mestiere.
Poi mi ricordo che siamo il Paese di Schettino.
E capisco molte cose...
mercoledì 13 novembre 2013
Il ditino e la luna
Afferro sbuffando la maniglia del portone di legno e vetro di un vecchio e pretenzioso edificio del centro nel quale sono andata, controvoglia, a consegnare dei documenti. E mi immobilizzo all'istante. Mi accorgo, infatti, che sotto le dita mi spunta una formella d'ottone con il bassorilievo di un leone.
Dove l'ho già visto? Ah, già: sullo scrignetto dove la mia prozia teneva i gioielli. Lo apriva con cura e mi diceva con aria tra il melodrammatico e il cospiratorio: "Un giorno sarà tuo" (un classico!). E in effetti lo è diventato. Lo scrignetto, per lo meno.
Una parte del mio malumore svanisce e torno verso l'ufficio in modalità "Ricordi d'infanzia" attivata.
A metà strada incontro un'amica che fa la baby sitter e sta scarrozzando su un passeggino un pupo dall'aria sveglia e simpatica. Mi fermo a salutarla. Il bambino ci guarda dal basso e a un certo punto solleva il ditino verso l'alto, indicando punto imprecisato ben al di sopra delle nostre teste.
"E' innamorato della luna" mi spiega l'amica: "prima c'era, ma ora s'è nascosta e la sta cercando…"
Alzo anch'io la testa e vedo che tra le guglie del Battistero il cielo non è completamente buio: ci sono nuvole più chiare su uno sfondo cobalto.
Poi guardo il bambino, gli sorrido, e decido di dare la stura al mio repertorio di brandelli di poesie che hanno a che fare con la sua precoce (e condivisibile) passione: Saffo, Pascoli, Leopardi… Il bambino, ovviamente, capisce molto poco di quel che gli sto dicendo, immagino, ma mi ascolta ugualmente piuttosto interessato. Devo dire che ci speravo: se preferisce andare in cerca della luna che gioca a nascondino con le nuvole anziché lasciarsi irretire dalle mille luci dei negozi del centro, già pronti per il Natale, e più a portata d'occhio, sono sicura che, in qualche modo, può comprendere anche il fascino delle parole che gli ripeto alla meno peggio a memoria. E mi sorride.
Anche l'amica che lo accompagna, anziché darmi per persa, mi chiede titoli e autori di quel che sto recitando: stavolta m'è andata bene!
Facciamo un pezzo di strada assieme e, a metà di Piazza Duomo, il bimbo indica un punto più in basso, di fronte a noi: "Sì, sì, adesso passiamo anche a salutare i leoni…" lo rassicura la donna. "Gli piacciono anche quelli?" chiedo. "Molto!"
Per poco non mi viene da ridere: "Piacciono tanto anche a me!" dico a entrambi; e comincio a raccontare che giusto quest'estate, nella piazza di una città di mare, ne ho cavalcato uno che faceva placidamente la guardia a una fontana, divertendomi parecchio.
Mi concedo di osservare ancora una volta lo sguardo attento del bambino e quello un po' stupito ma comprensivo della donna.
Poi ci salutiamo e, non so perché, torno al lavoro un po' più leggera.
"Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?"
"Che domande! Mi lascio guardare dai piccoli curiosi e dai grandi storditi come te…"
Grazie al cielo!
Dove l'ho già visto? Ah, già: sullo scrignetto dove la mia prozia teneva i gioielli. Lo apriva con cura e mi diceva con aria tra il melodrammatico e il cospiratorio: "Un giorno sarà tuo" (un classico!). E in effetti lo è diventato. Lo scrignetto, per lo meno.
Una parte del mio malumore svanisce e torno verso l'ufficio in modalità "Ricordi d'infanzia" attivata.
A metà strada incontro un'amica che fa la baby sitter e sta scarrozzando su un passeggino un pupo dall'aria sveglia e simpatica. Mi fermo a salutarla. Il bambino ci guarda dal basso e a un certo punto solleva il ditino verso l'alto, indicando punto imprecisato ben al di sopra delle nostre teste.
"E' innamorato della luna" mi spiega l'amica: "prima c'era, ma ora s'è nascosta e la sta cercando…"
Alzo anch'io la testa e vedo che tra le guglie del Battistero il cielo non è completamente buio: ci sono nuvole più chiare su uno sfondo cobalto.
Poi guardo il bambino, gli sorrido, e decido di dare la stura al mio repertorio di brandelli di poesie che hanno a che fare con la sua precoce (e condivisibile) passione: Saffo, Pascoli, Leopardi… Il bambino, ovviamente, capisce molto poco di quel che gli sto dicendo, immagino, ma mi ascolta ugualmente piuttosto interessato. Devo dire che ci speravo: se preferisce andare in cerca della luna che gioca a nascondino con le nuvole anziché lasciarsi irretire dalle mille luci dei negozi del centro, già pronti per il Natale, e più a portata d'occhio, sono sicura che, in qualche modo, può comprendere anche il fascino delle parole che gli ripeto alla meno peggio a memoria. E mi sorride.
Anche l'amica che lo accompagna, anziché darmi per persa, mi chiede titoli e autori di quel che sto recitando: stavolta m'è andata bene!
Facciamo un pezzo di strada assieme e, a metà di Piazza Duomo, il bimbo indica un punto più in basso, di fronte a noi: "Sì, sì, adesso passiamo anche a salutare i leoni…" lo rassicura la donna. "Gli piacciono anche quelli?" chiedo. "Molto!"
Per poco non mi viene da ridere: "Piacciono tanto anche a me!" dico a entrambi; e comincio a raccontare che giusto quest'estate, nella piazza di una città di mare, ne ho cavalcato uno che faceva placidamente la guardia a una fontana, divertendomi parecchio.
Mi concedo di osservare ancora una volta lo sguardo attento del bambino e quello un po' stupito ma comprensivo della donna.
Poi ci salutiamo e, non so perché, torno al lavoro un po' più leggera.
"Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?"
"Che domande! Mi lascio guardare dai piccoli curiosi e dai grandi storditi come te…"
Grazie al cielo!
martedì 29 ottobre 2013
L'uomo nero siamo noi
"Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante che tutti loro facevano, poi non si mosse più. Il verso e la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti col passare del tempo s’erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle di un bianco nauseante, e senza squame." (F. Brown, Sentinella)
Darei non so cosa per sapere che pensi, bambina dagli occhi di velluto, che mi guardi mentre parlo in una lingua a te ignota e cerco di stanarti dall'angolino nel quale ti sei rifugiata, innalzando una barricata di giocattoli.
L'unica parola di italiano che conosci è il tuo nome, che suona incongruo appiccicato alla tua personcina minuta e serissima, palesemente straniera, non tanto per l'aspetto o il vestito, quanto per lo sguardo indecifrabile e per l'inespugnabile silenzio.
Sei piovuta qui chissà come dal Pakistan e tuo fratello maggiore, che ti porta appresso malvolentieri, non si è degnato d'insegnarti nulla del mondo nel quale anche lui s'è trovato a vivere. Lui sfoga il suo senso di sradicamento e inappartenenza con un piglio prepotente da gangster in miniatura. E tu?
Tu che sei piccola, e femmina, invece, mi osservi in modo sorprendente, mentre io, accovacciata tra dinosauri e pezzi di lego, accompagno le parole con i gesti cercando di spiegarmi.
Mi aspettavo curiosità, attenzione da te, come accade di solito quando un adulto si rivolge a un bambino piccolo, sorridendogli e parlandogli. Lo so che non mi capisci, ma ai bambini spesso non importa: intuiscono dal tono e dallo sguardo molto più di quanto possono sapere e, di solito, è facile con loro entrare in relazione in qualche modo.
Invece, a sorpresa, nel fondo dei tuoi occhi leggo qualcosa che sta tra l'indifferenza e la rassegnazione: non mi respingi, ma non mi sorridi e non mi parli.
Che ti hanno detto di noi, piccolina? Che siamo creature strane e diverse, con cui è inutile, se non pericoloso creare legami? Come si dirà in pakistano "non parlare con gli sconosciuti"?
E se ti hanno insegnato così, perché l'hanno fatto? Da quali esperienze di rifiuto, miseria, dolore, è nata questa diffidenza che di sicuro ti è stata trasmessa, perché non credo sia naturale per una della tua età, che avrebbe il diritto di essere fiduciosa e spontanea con gli altri.
Invece tu preferisci continuare a giocare in silenzio con i tuoi dinosauri che, in teoria, hanno un aspetto assai meno rassicurante di me. O forse no?
Ho letto da poco in "Ebano" di Kapuscinki, che nell'Africa nera le mamme minacciano i bambini che non vogliono dormire dicendo loro che, se non fanno i bravi, arriva l'uomo bianco e se li porta via.
Han detto qualcosa del genere anche a te? Ti hanno detto che sei qui solo per sfruttare un po' la ricchezza di questo occidente sfruttatore per poi tornartene alla tua terra, al tuo vero mondo, tanto diverso e tanto lontano, e che perciò non ti serve farti degli amici?
Allora perché ti hanno dato un nome italiano? Se non è desiderio d'integrazione, forse è solo un nascondiglio dietro il quale far passare il più inosservato possibile il tuo essere straniera?
Oppure non ti hanno detto niente, perché sei solo un fagotto occhiuto tra le mani di adulti che ti portano dove vogliono, ti mettono in un cantuccio e ti dicono di star buona? Chissà, magari i tuoi hanno già deciso a chi darti in sposa. Ma, dopotutto, non è questo che mi spaventa, perché anche noi, qui, piccolina, che ci illudiamo di scegliere da soli i nostri amori, facciamo ugualmente un gran numero di danni.
Quello che m'inquieta è il sospetto che il tuo sguardo precocemente freddo e serio, che mi sento scendere in gola e poi giù, fino al cuore, sia un'accusa: siamo noi quelli da cui stare in guardia, gli incomprensibili, i malvagi. E, visto quel che accade sempre più spesso ai migranti che arrivano nel nostro Paese, bambina mia, temo tu abbia ragione.
Darei non so cosa per sapere che pensi, bambina dagli occhi di velluto, che mi guardi mentre parlo in una lingua a te ignota e cerco di stanarti dall'angolino nel quale ti sei rifugiata, innalzando una barricata di giocattoli.
L'unica parola di italiano che conosci è il tuo nome, che suona incongruo appiccicato alla tua personcina minuta e serissima, palesemente straniera, non tanto per l'aspetto o il vestito, quanto per lo sguardo indecifrabile e per l'inespugnabile silenzio.
Sei piovuta qui chissà come dal Pakistan e tuo fratello maggiore, che ti porta appresso malvolentieri, non si è degnato d'insegnarti nulla del mondo nel quale anche lui s'è trovato a vivere. Lui sfoga il suo senso di sradicamento e inappartenenza con un piglio prepotente da gangster in miniatura. E tu?
Tu che sei piccola, e femmina, invece, mi osservi in modo sorprendente, mentre io, accovacciata tra dinosauri e pezzi di lego, accompagno le parole con i gesti cercando di spiegarmi.
Mi aspettavo curiosità, attenzione da te, come accade di solito quando un adulto si rivolge a un bambino piccolo, sorridendogli e parlandogli. Lo so che non mi capisci, ma ai bambini spesso non importa: intuiscono dal tono e dallo sguardo molto più di quanto possono sapere e, di solito, è facile con loro entrare in relazione in qualche modo.
Invece, a sorpresa, nel fondo dei tuoi occhi leggo qualcosa che sta tra l'indifferenza e la rassegnazione: non mi respingi, ma non mi sorridi e non mi parli.
Che ti hanno detto di noi, piccolina? Che siamo creature strane e diverse, con cui è inutile, se non pericoloso creare legami? Come si dirà in pakistano "non parlare con gli sconosciuti"?
E se ti hanno insegnato così, perché l'hanno fatto? Da quali esperienze di rifiuto, miseria, dolore, è nata questa diffidenza che di sicuro ti è stata trasmessa, perché non credo sia naturale per una della tua età, che avrebbe il diritto di essere fiduciosa e spontanea con gli altri.
Invece tu preferisci continuare a giocare in silenzio con i tuoi dinosauri che, in teoria, hanno un aspetto assai meno rassicurante di me. O forse no?
Ho letto da poco in "Ebano" di Kapuscinki, che nell'Africa nera le mamme minacciano i bambini che non vogliono dormire dicendo loro che, se non fanno i bravi, arriva l'uomo bianco e se li porta via.
Han detto qualcosa del genere anche a te? Ti hanno detto che sei qui solo per sfruttare un po' la ricchezza di questo occidente sfruttatore per poi tornartene alla tua terra, al tuo vero mondo, tanto diverso e tanto lontano, e che perciò non ti serve farti degli amici?
Allora perché ti hanno dato un nome italiano? Se non è desiderio d'integrazione, forse è solo un nascondiglio dietro il quale far passare il più inosservato possibile il tuo essere straniera?
Oppure non ti hanno detto niente, perché sei solo un fagotto occhiuto tra le mani di adulti che ti portano dove vogliono, ti mettono in un cantuccio e ti dicono di star buona? Chissà, magari i tuoi hanno già deciso a chi darti in sposa. Ma, dopotutto, non è questo che mi spaventa, perché anche noi, qui, piccolina, che ci illudiamo di scegliere da soli i nostri amori, facciamo ugualmente un gran numero di danni.
Quello che m'inquieta è il sospetto che il tuo sguardo precocemente freddo e serio, che mi sento scendere in gola e poi giù, fino al cuore, sia un'accusa: siamo noi quelli da cui stare in guardia, gli incomprensibili, i malvagi. E, visto quel che accade sempre più spesso ai migranti che arrivano nel nostro Paese, bambina mia, temo tu abbia ragione.
martedì 22 ottobre 2013
In bianco
Che ci fa una zitella acida in un negozio d'abiti da sposa?
Accompagna un'amica, ovvio.
Per la prima volta in vita sua, a un'età alla quale molte coetanee il vestito da sposa l'hanno già archiviato in naftalina nei piani alti dell'armadio, varca la soglia di un mondo fatto di pizzi, tulle, sete e organze e altri tessuti di cui ignorava persino il nome e di tutte le possibili gradazioni del bianco: avorio, ghiaccio, crema...
E che fa, la zitella acida, mentre l'amica emozionata s'aggira tra armadi e appendiabiti camminando a un centimetro da terra?
S'aggira lei pure, ammirando curiosa ricami e bustini, soppesando strascichi e contando sottogonne.
Si diverte come una bambina a toccare le stoffe preziose e luccicanti; si stupisce di come, qualunque abito si provi, sia quelli che le stanno a pennello, sia quelli che non la convincono, l'amica, già di per sé alta, slanciata e dotata di un seno ragguardevole, sia bella come non l'ha mai vista: una diva di Hollywood o, meglio, come direbbe la nostra Costi, una principessa.
Dà consigli se richiesta e, talvolta, anche se non richiesta, fa battute, ride e si commuove pure un poco.
Ed è sinceramente felice, benché si muova tra oggetti che parlano di territori da lei mai attraversati, che sa benissimo non le appartengono.
Chissà, forse anche il famoso elefante entrato Dio solo sa come in cristalleria si riempie gli occhi e il cuore di meraviglia; e solo quando, senza volere, l'ha ridotta a un cumulo di frammenti inutili e taglienti se ne esce con la coda tra le gambe chiedendo mentalmente scusa per l'intrusione.
Accompagna un'amica, ovvio.
Per la prima volta in vita sua, a un'età alla quale molte coetanee il vestito da sposa l'hanno già archiviato in naftalina nei piani alti dell'armadio, varca la soglia di un mondo fatto di pizzi, tulle, sete e organze e altri tessuti di cui ignorava persino il nome e di tutte le possibili gradazioni del bianco: avorio, ghiaccio, crema...
E che fa, la zitella acida, mentre l'amica emozionata s'aggira tra armadi e appendiabiti camminando a un centimetro da terra?
S'aggira lei pure, ammirando curiosa ricami e bustini, soppesando strascichi e contando sottogonne.
Si diverte come una bambina a toccare le stoffe preziose e luccicanti; si stupisce di come, qualunque abito si provi, sia quelli che le stanno a pennello, sia quelli che non la convincono, l'amica, già di per sé alta, slanciata e dotata di un seno ragguardevole, sia bella come non l'ha mai vista: una diva di Hollywood o, meglio, come direbbe la nostra Costi, una principessa.
Dà consigli se richiesta e, talvolta, anche se non richiesta, fa battute, ride e si commuove pure un poco.
Ed è sinceramente felice, benché si muova tra oggetti che parlano di territori da lei mai attraversati, che sa benissimo non le appartengono.
Chissà, forse anche il famoso elefante entrato Dio solo sa come in cristalleria si riempie gli occhi e il cuore di meraviglia; e solo quando, senza volere, l'ha ridotta a un cumulo di frammenti inutili e taglienti se ne esce con la coda tra le gambe chiedendo mentalmente scusa per l'intrusione.
lunedì 14 ottobre 2013
L'antro dell'ombrellaio e altre botteghe magiche
Fino a qualche anno fa, a Parma, a Barriera Bixio, sotto i portici neoclassici che segnavano l'ingresso alla città ottocentesca, c'era ancora la botteguccia di un ombrellaio-cappellaio che vendeva anche bastoni e bauli e chissà quali altri residuati di un altro tempo. L'ho sempre visto vecchio, sia quando uscivo da scuola e sbirciavo dentro la vetrina dagli infissi in legno scolorito in attesa dell'autobus, sia l'ultima delle tre-quattro volte che sono entrata in negozio.
Nei giorni buoni si piazzava con una seggiolina di legno vecchia quanto lui di fronte alla bottega ad osservare il passaggio.
Commisi l'errore di portargli due ombrelli che mi avevano regalato e che, non so come, ero riuscita a rompere entrambi nel giro di quindici giorni. Ovviamente la cosa mi seccava e gli chiesi se poteva ripararli. Lui li osservò un istante con aria scettica, poi emise sentenza inappellabile: "E' roba cinese e io non l'aggiusto!". Me ne uscii un po' seccata, dando l'addio agli ombrelli nel primo cestino; ma quando ho letto che aveva chiuso m'è dispiaciuto, perché il suo negozio era diverso da tutti gli altri: aveva una storia, un carattere e vendeva oggetti fatti per durare a lungo ed essere riparati.
Fino allo scorso anno, nel paese dove passo le mie estati, c'era una bottegaia che, senza saperlo, aveva preso sul serio il motto di Harrods "Dallo spillo all'elefante", concentrandolo però in due anguste stanzette colme d'ogni cosa fino al soffitto: dai biscotti ai detersivi, dai salumi ai mutandoni della nonna, dai cioccolatini alle trappole per topi. Se ci capitavi di mattina aveva anche il pane fresco e qualche copia della Gazzetta. Se ci andavi di pomeriggio ti faceva il panino per la merenda e te lo allungava sporgendosi a fatica dal bancone, piccola e olivastra, proveniente da un paesino sperso dell'estremo sud e capitata in un paesino di poco meno sperso del nord. Ci ha cresciuto due figlie in quelle due stanze ed era un punto di riferimento per i ragazzini troppo giovani per andare a comprarsi il gelato o la cioccolata fino al paese più grande giù in valle e per i vecchi, che raggiungevano la bottega passin passino armati di sporta e bastone e, intanto, facevano anche due chiacchiere.
Quando ha chiuso ho avuto l'impressione che il paese fosse diventato più anonimo e inospitale: periferia estrema della città e dei suoi supermercati. E mi è spiaciuto quasi come quando hanno trasferito il prete, lasciando chiesa e canonica in balia di celebranti last-minute.
Ora che son costretta a bazzicare per il centro, infilando borghetti a caso un po' per sbaglio e un po' per curiosità, mi diverto un mondo a scovare bar e negozietti old stile nei quali si respira un'aria decisamente diversa da quella (condizionata... e condizionante?) dei centri commerciali, che comunque frequento e non contesto a priori.
A parte la storica cappelleria a due passi dal Regio, con gli scaffali di legno, odore di lana e cera e i vecchi manifesti di Borsalino, dove di tanto in tanto acquisto una coppola per papà, quando ne perde una o la rovina con un lavaggio incauto, e la caotica merceria con il bancone stinto dall'uso e torri di scatole di bottoni tra cui emergono piume di struzzo anni '30 e scampoli di finte pellicce anni '90, di recente sono incappata in un barino dall'arredamento sobrio e stagionato, e proprietari altrettanto stagionati. Ho chiesto l'inevitabile caffè e la signora, sorriso d'ordinanza, se n'è uscita con un "ma certo, tesoro, ti faccio un supercaffè! E peccato che ho la mia Faema del '61 in riparazione, se no era ancora più buono" e poi ha proseguito: "m'hanno offerto tante volte di cambiarla, ma io ho detto no: macchine così non ne fanno più al giorno d'oggi" e ha concluso orgogliosa, mano sul cuore: "La Jole morirà con la sua macchina per il caffè!". Nel frattempo era entrato il "ragazzo di bottega", forse il marito, grigio e dignitoso nel suo panciotto ricamato. E a me s'è spalancato un mondo.
A parte il fatto che Jole è il nome della memorabile barista - ex prostituta ed ex partigiana - che compare in alcuni spettacoli di Paolini e che il caffè era buono, mi son trovata ad anni luce dall'asettica nave spaziale della Nespresso, distante pochi metri, dove il caffè te lo fanno assaggiare solo se acquisti una delle loro supertecnologiche macchinette. E mi sono chiesta se, oltre al fatto non secondario che tutti abbiam poco da spendere, la crisi del commercio non sia, almeno in parte dovuta anche all'omologazione che vuole i centri storici colmi di negozi tutti uguali con commesse tutte uguali (giovani e mediamente scoglionate e impreparate, per via del lavoro precario), che vendono cose molto simili di qualità mediocre (a meno di non spendere capitali) tra cui ci illudiamo soltanto di poter scegliere.
Non credo che la Jole e il suo collega (o marito) si siano fatti i miliardi nella loro vita dietro il bancone di legno; o forse sì, ma è chiaro che, dopotutto, non è quello lo scopo per cui hanno fatto per anni e continuano a fare il loro mestiere: c'è l'orgoglio del proprio lavoro e la consapevolezza che, facendolo bene, si fa anche un servizio agli altri, non soltanto al proprio portafogli: si creano legami, punti di riferimento, si anima un paese o un angolo di città, che diventano un poco più umani.
Vi pare poco?
E comunque, lo sapete, prima o poi le ciose apriranno la loro libreria-pasticceria-centro culturale: temo fallirebbe in pochi mesi, ma sarebbe un posticino decisamente accogliente...
PS: la foto l'ho rubata al sito della libreria antiquaria "Credula postero", il cui nome da solo ha tutta la mia ammirazione.
Saluti imprenditoriali!
Nei giorni buoni si piazzava con una seggiolina di legno vecchia quanto lui di fronte alla bottega ad osservare il passaggio.
Commisi l'errore di portargli due ombrelli che mi avevano regalato e che, non so come, ero riuscita a rompere entrambi nel giro di quindici giorni. Ovviamente la cosa mi seccava e gli chiesi se poteva ripararli. Lui li osservò un istante con aria scettica, poi emise sentenza inappellabile: "E' roba cinese e io non l'aggiusto!". Me ne uscii un po' seccata, dando l'addio agli ombrelli nel primo cestino; ma quando ho letto che aveva chiuso m'è dispiaciuto, perché il suo negozio era diverso da tutti gli altri: aveva una storia, un carattere e vendeva oggetti fatti per durare a lungo ed essere riparati.
Fino allo scorso anno, nel paese dove passo le mie estati, c'era una bottegaia che, senza saperlo, aveva preso sul serio il motto di Harrods "Dallo spillo all'elefante", concentrandolo però in due anguste stanzette colme d'ogni cosa fino al soffitto: dai biscotti ai detersivi, dai salumi ai mutandoni della nonna, dai cioccolatini alle trappole per topi. Se ci capitavi di mattina aveva anche il pane fresco e qualche copia della Gazzetta. Se ci andavi di pomeriggio ti faceva il panino per la merenda e te lo allungava sporgendosi a fatica dal bancone, piccola e olivastra, proveniente da un paesino sperso dell'estremo sud e capitata in un paesino di poco meno sperso del nord. Ci ha cresciuto due figlie in quelle due stanze ed era un punto di riferimento per i ragazzini troppo giovani per andare a comprarsi il gelato o la cioccolata fino al paese più grande giù in valle e per i vecchi, che raggiungevano la bottega passin passino armati di sporta e bastone e, intanto, facevano anche due chiacchiere.
Quando ha chiuso ho avuto l'impressione che il paese fosse diventato più anonimo e inospitale: periferia estrema della città e dei suoi supermercati. E mi è spiaciuto quasi come quando hanno trasferito il prete, lasciando chiesa e canonica in balia di celebranti last-minute.
Ora che son costretta a bazzicare per il centro, infilando borghetti a caso un po' per sbaglio e un po' per curiosità, mi diverto un mondo a scovare bar e negozietti old stile nei quali si respira un'aria decisamente diversa da quella (condizionata... e condizionante?) dei centri commerciali, che comunque frequento e non contesto a priori.
A parte la storica cappelleria a due passi dal Regio, con gli scaffali di legno, odore di lana e cera e i vecchi manifesti di Borsalino, dove di tanto in tanto acquisto una coppola per papà, quando ne perde una o la rovina con un lavaggio incauto, e la caotica merceria con il bancone stinto dall'uso e torri di scatole di bottoni tra cui emergono piume di struzzo anni '30 e scampoli di finte pellicce anni '90, di recente sono incappata in un barino dall'arredamento sobrio e stagionato, e proprietari altrettanto stagionati. Ho chiesto l'inevitabile caffè e la signora, sorriso d'ordinanza, se n'è uscita con un "ma certo, tesoro, ti faccio un supercaffè! E peccato che ho la mia Faema del '61 in riparazione, se no era ancora più buono" e poi ha proseguito: "m'hanno offerto tante volte di cambiarla, ma io ho detto no: macchine così non ne fanno più al giorno d'oggi" e ha concluso orgogliosa, mano sul cuore: "La Jole morirà con la sua macchina per il caffè!". Nel frattempo era entrato il "ragazzo di bottega", forse il marito, grigio e dignitoso nel suo panciotto ricamato. E a me s'è spalancato un mondo.
A parte il fatto che Jole è il nome della memorabile barista - ex prostituta ed ex partigiana - che compare in alcuni spettacoli di Paolini e che il caffè era buono, mi son trovata ad anni luce dall'asettica nave spaziale della Nespresso, distante pochi metri, dove il caffè te lo fanno assaggiare solo se acquisti una delle loro supertecnologiche macchinette. E mi sono chiesta se, oltre al fatto non secondario che tutti abbiam poco da spendere, la crisi del commercio non sia, almeno in parte dovuta anche all'omologazione che vuole i centri storici colmi di negozi tutti uguali con commesse tutte uguali (giovani e mediamente scoglionate e impreparate, per via del lavoro precario), che vendono cose molto simili di qualità mediocre (a meno di non spendere capitali) tra cui ci illudiamo soltanto di poter scegliere.
Non credo che la Jole e il suo collega (o marito) si siano fatti i miliardi nella loro vita dietro il bancone di legno; o forse sì, ma è chiaro che, dopotutto, non è quello lo scopo per cui hanno fatto per anni e continuano a fare il loro mestiere: c'è l'orgoglio del proprio lavoro e la consapevolezza che, facendolo bene, si fa anche un servizio agli altri, non soltanto al proprio portafogli: si creano legami, punti di riferimento, si anima un paese o un angolo di città, che diventano un poco più umani.
Vi pare poco?
E comunque, lo sapete, prima o poi le ciose apriranno la loro libreria-pasticceria-centro culturale: temo fallirebbe in pochi mesi, ma sarebbe un posticino decisamente accogliente...
PS: la foto l'ho rubata al sito della libreria antiquaria "Credula postero", il cui nome da solo ha tutta la mia ammirazione.
Saluti imprenditoriali!
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