martedì 26 febbraio 2013

Corruttibili e corrotti, vanitosi e presuntuosi, scelgono il tornaconto anziché il dovere...

Il testo che segue me l'ha girato stamattina per e-mail la nostra Dani.
Mi pare faccia il paio con quello che ho inserito io ieri, quindi lo pubblico senza troppi commenti.
Li lascio a voi, se vorrete.

“Il capo del Governo si macchiò ripetutamente durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini? Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto. Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo dovere, sceglie sempre il tornaconto. Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt'al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po' ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico. In Italia è diventato il capo del governo. Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuol rappresentare".

E' del 1945, scritto da Elsa Morante a proposito di Mussolini. Nel caso non l'aveste capito...

lunedì 25 febbraio 2013

Il ritmo della mia piccola voce

Pensavo che una lunga, triplice e preoccupante influenza che ha abbattuto l'intera famiglia potesse bastare a funestare questo finale d'inverno; ma poi è venuta la neve; ma poi ci si è rotta la caldaia; ma poi...
Che dire? Ormai lo sapete che, quando mi mancano le parole, uso quelle degli altri. Il solito Guido, nello specifico.

Ecco - pensavo - questa è l’Amarena,

ma laggiù, oltre i colli dilettosi,
c’è il Mondo: quella cosa tutta piena

di lotte e di commerci turbinosi,

 la cosa tutta piena di quei "cosi

con due gambe" che fanno tanta pena...


L’Eguagliatrice numera le fosse,
ma quelli vanno, spinti da chimere

vane, divisi e suddivisi a schiere

opposte, intesi all’odio e alle percosse:

così come ci son formiche rosse,

così come ci son formiche nere...


Schierati al sole o all’ombra della Croce,

 tutti travolge il turbine dell’oro;

o Musa - oimè! - che può giovare loro

 il ritmo della mia piccola voce?

 Meglio fuggire dalla guerra atroce
del piacere, dell’oro, dell’alloro...


 L’alloro... Oh! Bimbo semplice che fui,

dal cuore in mano e dalla fronte alta!

Oggi l’alloro è premio di colui

 che tra clangor di buccine s’esalta,
che sale cerretano alla ribalta

per far di sé favoleggiar altrui...

Per la cronaca, la poesia è del 1909 e il ciarlatano che sale alla ribalta tra squilli di tromba è, molto probabilmente, D'Annunzio.
No, perché, a voi chi è venuto in mente?
Saluti allusivi, basiti e inutili.

lunedì 18 febbraio 2013

Il menestrello, l'uovo e la gallina


"C'è un posto uovo e uno gallina,
chissà dov'è.
Se non sai chi sia nato prima
dentro di te.
C'è un posto in pace e un posto in guerra,
chissà dov'è.
In piedi o tutti giù per terra,
dentro di te.
E un posto dove ci son io,
che cerco un posto tutto mio
lì di fianco a te!"


Era abbastanza ovvio che il ricciuto menestrello, francescano cantore di pulci d'acqua, cervi, lupi, uccelli e altre bestiole si ricordasse anche delle galline.
Le parole, in realtà, sono di Faletti, che come scrittore, diciamo così, sospendo il giudizio, ma come autore di canzoni va già meglio....
Saluti sempre più pennuti!

martedì 12 febbraio 2013

Scherzi da prete...

Mi dimetterei volentieri anch'io dalle mie troppe inutili paure e dalle mie altrettanto inutili, ma tenaci, fantasie.
Mi dimetterei volentieri anch'io da quel misto di timidezza e arroganza con cui mi tocca fare i conti ogni giorno nel rapporto con gli altri.
Mi dimetterei volentieri anch'io dalle nozze d'argento con la solitudine.
Mi dimetterei volentieri anch'io dai dubbi, dalle incertezze, dalle vane speranze.
Mi dimetterei volentieri anch'io dai doveri non voluti e dalle scelte che non si possono rimandare all'infinito.
Mi dimetterei volentieri anch'io da una fede che mi offre, al momento, più domande che risposte.
Ma non credo di esserne capace.
E allora tiro avanti, convinta che anche questa bufera passerà e troverà un senso, anche se la cosa, adesso, non mi consola.
Ma è così.
E così sia.

martedì 5 febbraio 2013

Fare un fuoco

"Confine e fuoco / questa è la direzione dello sguardo"
(Roberto Mussapi)

Fatemela prendere alla lontana, che me la voglio godere un po'.
Ai tempi quasi felici nei quali noi si faceva la rivista di cucina, mi capitò di accompagnare in auto una bambina che, assieme ad alcune amiche, avrebbe preparato i biscotti per un servizio fotografico. Ad un certo punto raccontò con emozione di aver imparato da poco ad accendere il fuoco. Il fuoco "serio", quello con la legna, non, ovviamente, il fornello a gas.
Ci siamo capite al volo, perché anch'io avevo bene in mente quella particolare emozione che, credo, ci venga da molto, molto lontano.
E anch'io di fuochi ne ricordo tanti, dai più classici, come quelli dei bivacchi scout da bambina, ai più recenti anche se, devo ammettere, ho perso un po' la mano.
A capodanno 1999-2000 tenni a bada, oltre ad un manipolo d'amici, anche un caminetto e una vecchia, deliziosa, stufa Becchi. A quest'ultima avevo imparato a chiudere lo sportellino leggermente sbilenco con un solo colpo di tacco ben assestato. Tacco da tre centimetri, s'intende.
Qualche anno prima, nella casa di campagna di un'amica, nel mezzo di una cospicua nevicata, mentre lei si divideva tra gli altri ospiti e l'attesa di un improbabile principe azzurro scoraggiato dalla tormenta, mi ritrovai a gestire una cucina economica e una stufa in ghisa, perché nessun altro aveva tempo e voglia di occuparsi del fuoco.
E vado molto fiera della foto che Dani mi ha fatto l'autunno scorso, quella in cui brandisco con aria tra il divertito e il minaccioso un attizzatoio accanto al barbecue: sono stata tentata di metterla nel mio profilo di Linkedin, ma ho pensato che non era molto rassicurante per i potenziali clienti della società per cui lavoro...
Accendere, anzi, fare un fuoco (perché "Un fuoco, all'inizio, va curato, nutrito e vestito..." accenderlo non basta), infatti, è uno dei gesti simbolici più antichi e universali che esistono.
E' discrimine tra civiltà e barbarie, dono divino e dannazione: Vesta, Prometeo, Efesto... E anche se oggi la definizione della donna come "angelo del focolare" ci fa sorridere o arrabbiare, a seconda dei contesti, c'è dietro il ricordo del tempo in cui nei documenti, per indicare il numero di famiglie presenti in un determinato territorio, si contavano semplicemente i "fuochi": luce, calore, cibo e, chiaramente, storie...
Tre anni fa ci provammo ad ascoltare una storia che s'intitolava, appunto, "Fare un fuoco", scritta da Jack London, ritradotta di recente e ripubblicata da Mattioli, animata da Simone Massi e raccontata dal solito Paolini.
Forse ricorderete che l'avventura non era finita benissimo e che a me soprattutto la cosa era rimasta parecchio sullo stomaco. E' vero che, nel frattempo, il racconto me lo sono letto e Paolini dal vivo ce lo siamo goduto in Itis Galileo e nel Milione, ma giovedì scorso, finalmente, abbiamo regolato i conti con quella storia. E ne sono felice.
Niente grandine stavolta, e niente montagne, ma nebbia fitta e incroci infidi fino a Reggio Emilia. A guidarci F., che tre anni fa ci smarrì per bellissimi boschi trentini, mentre tentavamo invano di riuscire a vedere almeno la replica. Direi che s'è fatto perdonare e lo ringrazio.
Il Valli è bellissimo e gremito. Per un paio d'ore, al calduccio del loggione, ci beviamo racconti di "Uomini e cani" persi nel grande nord.
Cani, soprattutto: Macchia, furbo fino all'esasperazione (dei padroni), Bastardo (un nome, un destino...), l'husky che assiste alla semplice e spietata fine del suo padrone, custode del fuoco. E uomini che tentano con le unghie e i denti, come cani, d'afferrare un'altra vita, fuori dalle regole: il vagabondo clandestino sul treno (toh, strano, Paolini che parla di treni...) e l'immigrato nascosto sotto un camion che trova la morte a Venezia.
Belle anche le canzoni, originali o tradizionali, interpretate dalla voce intrigante di Lorenzo Monguzzi; ma la parola stessa, a tratti, diventa ritmo incalzante e musica tra le mani di questo attore quasi cinquantasettenne che si sceglie ogni volta le storie giuste da raccontare e il modo migliore di raccontarle.

martedì 29 gennaio 2013

Il regalo più bello

Paolo ha occhi sornioni, l'accoglienza schietta e un po' schiva dei montanari.
L'ho conosciuto tempo fa per lavoro, quando ancora i piccoli comuni avevano i soldi per fare un giornalino, e ogni tanto mi capita di rivederlo.
Paolo, ogni tanto, mi regala un racconto: lo sceglie con cura dalla sua raccolta di storie vere, quasi vere o inventate che gli sono accadute o che s'è sentito raccontare dai vecchi quand'era bambino e che, a sua volta, si sente chiamato a tramandare.
Il primo, struggente, parlava di un ramarro innamorato di una bella casellante; il secondo di un merlo incantato da una serpe.
Sono storie semplici, garbate, senza particolari pretese letterarie, ma nelle quali si respira qualcosa delle atmosfere di Rigoni Stern e Mauro Corona: il realismo un po' magico di chi è abituato a osservare e ascoltare animali, boschi e montagne, oltreché persone.
Il solo fatto che gli sia venuto in mente di donarle a me, la cittadina che a malapena conosce, mi commuove profondamente e mi riempie di gratitudine.
Lui non lo sa - o forse sì? - che non poteva farmi un regalo più bello.
Paolo ha 84 anni.

mercoledì 23 gennaio 2013

Qualcuno era vintage perché...

"Un vecchio e un bambino si presero per mano
e andarono insieme incontro alla sera"
.
(Francesco Guccini)

Come forse ricorderete, tra i miei peccati di gioventù c’è stata anche la militanza in una specie di coro, nelle retrovie, ovviamente. Ne uscii al second’anno d’università, un po’ perché mi ero stancata, un po’ perché mi illudevo che diradando gli impegni sarei riuscita a non finire fuori corso, ma anche perché ci piombarono tra capo e collo un manipolo di agguerritissime bambine dalla bella voce, totalmente prive di panico da palcoscenico, che pretesero e ottennero di rinnovare il repertorio, costituito per lo più da canzoni italiane degli anni '60, che al nostro maestro ricordavano tanto la gioventù.
Si passò così dai Nomadi a Britney Spears. Non era questione di invidia. Sapevo benissimo che quel che facevano loro a me non sarebbe riuscito e non m'importava: non ho mai avuto aspirazioni da rockstar, mi bastava divertirmi a cantare cosa che, invece, accadeva sempre meno.
Pensandoci ora, credo di aver capito perché: il repertorio vintage era buono sia per noi, sia per il nostro "pubblico". Per noi, che andavamo dai 12 ai 20 anni, era un terreno inesplorato, che non ci apparteneva e, dunque, imparavamo le canzoni e le cantavamo in maniera piuttosto imparziale, scoprendo a volte qualcosa che ci piaceva - e che probabilmente non avremmo conosciuto in altro modo - e non facendoci grossi problemi per quel che non ci piaceva, perché non era roba che ascoltavamo normalmente e di cui discutevamo con i coetanei.
Per il nostro pubblico (se così si può definire...), composto da pensionati dei circoli Arci o parrocchiali (perfetta par condicio) nei quali ci esibivamo, e da genitori, nonni e fratelli nostri o dei membri degli altri gruppi con i quali partecipavamo a qualche rassegna, il repertorio andava bene perché era sufficientemente datato per essere noto - e spesso gradito - a più generazioni e per non appartenere più a nessuna.
Non è vero, infatti, che la contemporaneità, obbligatoria ora in ogni campo, non solo in quello musicale, favorisce la comprensione. A volte, anzi, crea più barriere di quelle che ci si illude di abbattere inseguendo la moda del momento.
Per questo ringrazio il maestro del coro che mi ha imbottito di Nomadi-Guccini-Battisti-Zero-Morandi-Pooh, come ringrazio i miei genitori che mi hanno regalato assaggi dagli anni '30 (le canzoni delle nonne), ai cori alpini all'opera. E ringrazio anche gli insegnanti che mi hanno fatto leggere testi vecchi di secoli (talvolta di millenni), che, molto probabilmente non sarei stata in grado (né avrei avuto voglia) di scoprire e affrontare per conto mio.
Perché mi hanno dato degli strumenti per dialogare con generazioni diverse dalla mia, impedendomi di vivere in un eterno e autoreferenziale presente.
Questo, credo, sia uno dei compiti degli educatori.
Perciò resto sempre un poco perplessa quando leggo, ad esempio, del nuovo "liceo sportivo", nel quale ore di latino e storia dell'arte (sic!) saranno sostituite da ore di educazione fisica. Così come non credo che l'informatizzazione spinta possa risolvere i problemi della scuola.
A conoscere e praticare gli sport e a imparare ad usare strumenti elettronici, infatti, i bambini son capaci anche da soli - per quanto sia necessario, ovviamente, dare loro delle "linee guida" - così come da soli (o, meglio, assieme ai coetanei) son capaci di leggere Harry Potter (già un po' datato), o di ascoltare la pop star di turno, che non è quella dei genitori, ma nemmeno quella dei loro fratelli di pochi anni minori: perché i successi sono quanto mai passeggeri e dettati più da regole commerciali che da questioni estetiche o di valore.
Alzi la mano chi di voi, invece, avrebbe letto da solo Shakespeare o Leopardi, che pure spalancano mondi d'immagini e di pensieri che è possibile condividere con altre persone di altre età e altre provenienze, gettando un ponte tra epoche e generazioni. Cosa che riuscirebbe molto più difficile facendo riferimento al presente, nel quale siamo immersi e che, perciò, è difficile anche giudicare e interpretare.
E compito della scuola (e degli educatori) non è forse quello di dare, oltreché nozioni, anche strumenti di giudizio?
Intendiamoci, non sto idolatrando il passato, né contestando le riforme. Credo che si debba e si possa ricalibrare i programmi, dare più spazio ad autori più recenti ma in qualche misura già "classici", far entrare nella scuola la quotidianità, ma senza esagerare.
Perché ho il forte sospetto che sia nonostante tutto più facile (e anche più bello) far capire ai ragazzi cosa dovrebbe essere la democrazia leggendogli il discorso di Pericle agli Ateniesi, piuttosto che facendoli assistere ad un talk show; o spiegare il significato della parola libertà ascoltando una canzone di Gaber anziché l'inno di un qualche partito...

PS: Ok, confesso, questo post l'ho pensato guardando lo speciale di "Che tempo che fa" di lunedì scorso.
PPS: Ma perché 'ste filippiche le scrivo io e non le mie colleghe insegnanti? Forse perché loro hanno più pudore e più buon senso?
Ai posteri l'ardua sentenza (a proposito di classici!)

lunedì 14 gennaio 2013

C'è grossa crisi...

Vorrei imitare
questo paese
adagiato
nel suo camice
di neve.
(Dormire, G. Ungaretti)

Venerdì mattina, di ritorno dall'ennesima riunione con potenziali clienti, il capo mi piomba in ufficio senza nemmeno salutare e pronuncia la seguente frase:
"E se noi piantassimo tutto e aprissimo una nuova agenzia, che ne so, in Giamaica?!"
Sabato tra le ciose si è cominciato a parlare di vacanze, perché, se "Dopo ferragosto è già Natale" (Costi dixit), dopo Natale, è già ferragosto...
Propongo il letargo fino a marzo.

PS: C'è qualche anima buona che ha visto "Cloud atlas" e c'ha capito qualcosa? No, perché noi ne siamo uscite un tantino confuse. Sarà perché siamo galline o sarà che è un po' contorto? Si accettano ipotesi.

PPS: (del 16 gennaio) Certo che è una soddisfazione vedere per l'ennesima volta la propria città in prima pagina per l'ennesimo scandalo di corruzione dei soliti politici. Sì, il letargo potrebbe essere una soluzione, ma temo dovrebbe durare molto a lungo per potersi risvegliare in un clima (non solo atmosferico) un po' migliore.

venerdì 4 gennaio 2013

Milan l'è un gran Milan

Milano con il sole è diventata ormai una nostra prerogativa. Dovremmo forse farci dare una percentuale, perché, mentre altrove, più di una volta, le nostre gite causano lo scatenarsi degli elementi, la capitale meneghina, finora, sia d'estate che d'inverno ci si concede al suo meglio.
Mattina luminosa, ammirata attraversando Parco Sempione, dove un'incredibile quantità di coppie di neosposi presumibilmente cinesi faceva le foto con i parenti sull'orlo del lago, e nell'anfiteatro semideserto dell'omonima piazza, mentre le mie compagne di viaggio, scendendo i quattro gradini di contorno, s'immaginavano una certa scalinata di Filadelfia...
La prima scusa ufficiale della gita era accompagnare Dani, che doveva andare a Milano per lavoro, la seconda era visitare al Castello sforzesco la mostra di illustrazioni di libri per ragazzi realizzata per celebrare i 150 anni della Salani, terza scusa: rivedere Elisa, che avevo promesso di andare a trovare per le feste. Bastano? Beh, le abbiamo fatte bastare!
E pazienza se, come spesso capita, poi si divaga per bancarelle rosso natalizio all'ombra benevola e arzigogolata del Duomo in una sera prima rosa, poi azzurra, scesa piano sulla piazza gremita.
La mostra è interessante e, tra un piccolo lord e una fata dai capelli turchini, abbiamo ritrovato un antenato del photoshop: la foto di una fanciulla inserita all'interno di un disegno fatto a mano, esperimento grafico innovativo datato 1912, ed anche i precursori di "Porta a Porta": librettucci che, già a fine Ottocento, narravano con dovizia di particolari macabri o scabrosetti fatti tratti dalla cronaca ed erano venduti a poco prezzo per la fame di grottesco che, evidentemente, non è così moderna.
Poi, ovviamente, incorniciate in oro, c'erano le copertine di Serena Riglietti per Harry Potter: sinuose e zeppe di simboli.
Il bookshop della mostra, poco abitato, era curato, guardacaso, dalla Libreria dei Ragazzi; ma anche la libreria a tema religioso nella quale ci siamo infilate lungo il tragitto, con notevoli presepi in legno d'ulivo e il libraio gentile, aveva un suo perché...
Elisa ci aspettava seduta sul bordo della fontana del castello, e anche se la prima cosa che le abbiamo chiesto, dopo i saluti, è stata di portarci a mangiare (erano quasi le due), sono pressoché certa che ci perdonerà, se non altro perché le abbiamo poi fatto da personal shopper per la scelta di una collana; e pazienza se avevamo pareri diversi e quelli di "Ma come ti vesti?", probabilmente, ci cestinerebbero buona parte del guardaroba.
In treno Costi aveva con sé il libro colpevole della magra figura raccontata in un altro post, che le ho sottratto e letto al volo, a parziale discolpa.
Attorno a noi, sia all'andata che al ritorno, tanti bambini tuttosommato quieti, a parte una piccola meraviglia color cioccolata che, diciamo così, ha manifestato con decisione la sua presenza. C'era il bimbetto biondino accompagnato da genitori in su con gli anni che gli stanno facendo scoprire, una ad una, le città. Tra quelle che ancora mancavano hanno nominato Trieste. Non ho potuto che approvare la scelta.
E c'erano quattro preadolescenti di ritorno dalla mostra di Picasso, che si sono sprofondate quasi con la stessa attenzione prima nel maxi catalogo acquistato dalle mamme, poi nei rispettivi videogiochi.
Bambini anche al parco: due, piccolini, che tentavano in tutti i modi di sabotare il papà intento a fare ginnastica (bravi, così si fa!) e uno più grande che, sollevato di peso dalla sua sedia a rotelle e posato su una panchina, si godeva il sole in faccia come il più prezioso dei tesori. Sullo sfondo, immobili e ancor più surreali, i bagnanti di De Chirico umidi di brina.
Eh sì, Milan l'è un gran Milan! Ma altre città, ormai, attendono il nostro ritorno: le scorte di tè alla rosa e bergamotto del Florian, infatti, sono agli sgoccioli...
Ah, e se fra due giorni vi occorre una befana, fatemi un fischio!
Saluti nasuti.

martedì 25 dicembre 2012

Dolcissimi auguri

Dimenticatevi i cake designer che infestano la tv.
Qui si fa quel che si può, ma con affetto...
Auguro a tutti un dolcissimo Natale.
E anche un buonissimo 2013, già che ci siamo.

martedì 18 dicembre 2012

A proposito di galline e di galli...

E’ da un po’ che cerco di pubblicare finalmente qualcosa di allegro, anche in vista delle prossime festività! Dopo la tristezza dei miei ultimi post ci voleva! L’ho fatta forse più tragica del previsto, ma è stato veramente triste soprattutto vedere la sofferenza degli altri… Comunque in tutto questo la gioia di una vita che nasce, che cresce, anche se non sostituisce la persona cara che viene a mancare, dà un forza che non ci si aspettava di avere. A me è successo così come succede, credo abbastanza normalmente, che vedendo crescere un bambino, ritorniamo un po’ bambini anche noi, almeno quanto basta per crescere insieme a lui. Così, tra le varie canzoncine che canto al mio piccolo, ho ritrovato questo canto popolare veneto, Me compare Giacometo, che avevo cantato durante il mio primo saggio di musica in terza elementare. Il canto ha per protagonista un galletto e, naturalmente, le galline del pollaio. Ho detto che si trattava di una cosa allegra, in realtà il galletto in questione fa un brutta fine…ma il mio bimbo ride da matti quando gliela canto, complici il ritmo allegro e la naturale simpatia del dialetto veneto (a proposito: se tra i simpatizzanti c’è un veneto D.O.C. potrebbe fare una traduzione esatta del testo…ma in ogni caso credo che sia ben comprensibile!)
Allora buona lettura!

Me compare Giacometo
el gaveva un bel galeto,
quando el canta el verze el beco
che'l fa proprio inamorar,
quando el canta el canta el canta
el verze el beco el beco el beco
che'l fa proprio proprio
proprio innamorar.
Un bel giorno la parona
per far festa agli invitati
la ghe tira el colo al galo
e lo mette a cusinar,
la ghe tira tira tira
el colo al galo galo galo
e lo mette mette mette a cusinar.
Le galine tutte mate
per la perdita del galo
le rebalta el caponaro
par la rabia che le gà,
le rebalta balta balta
el caponaro naro naro
par la rabia rabia rabia
che le gà.

lunedì 17 dicembre 2012

Stordita!

Io e Costi ci aggiriamo in libreria con i biglietti del cinema in tasca. Io le racconto del libro che mi è capitato allo scambio prenatalizio con le colleghe del circolo di lettura e che non è affatto male: è "La libreria del buon romanzo" di Laurence Cossé. Di solito sono scettica nei confronti dei libri che parlano dell'amore per i libri: ultimamente ne hanno pubblicati a manciate, quasi quanto quelli sui vampiri; ma questo è piuttosto intrigante. C'è di mezzo un giallo e un paio d'amori impossibili (che, chissà perché, son quelli che preferisco...).
"Finisce bene?" Chiede Costi, appassionata di happy ending.
"Insomma..." rispondo.
"La libreria chiude?"
"No."
"Muore qualcuno?"
"Sì."
Poi lei mi parla del libro di De Luca che sta leggendo, "In nome della Madre": un'originale rilettura della storia di Maria.
E io, testuale: Ah, davvero? interessante. E come va a finire?!"

Silenzio sconcertato. Rapido scambio di sguardi e... giù a ridere forte tra due scaffali della libreria affollata.
Prima o poi verrò scomunicata.

P.S. L'immagine è la copertina del singolo "I'm going slightly mad" dei Queen, che mi pareva in tema...

martedì 11 dicembre 2012

La gallina in giallo

Per la serie "galline famose" nel cinema, nell'arte e nella letteratura, ecco come inizia l'ultimo romanzo di Marco Malvaldi:

"Per capire bene che posto sia Montesodi Marittimo, la cosa migliore è riportare alcuni numeri.
Ottocentododici: è il numero degli abitanti del paese, il che mette gli esseri umani in netta minoranza rispetto al numero di galline (millesettecentoventisei) regolarmente censite in paese. E' una fortuna che, con l'eccezione della signorina Conticini, le galline non abbiano diritto di voto, altrimenti in paese molte cose cambierebbero."

S'intitola "Milioni di milioni" e, come i precedenti, è un giallo: protagonisti sono un genetista e un'archivista, spediti nel paesino toscano di cui sopra che, a dispetto del nome, è inerpicato su per una montagna, per scoprire come mai gli abitanti siano particolarmente forzuti. Nel bel mezzo di una eccezionale nevicata, che isola per alcuni giorni il villaggio, accoppano una vecchia maestra, che ospitava il genetista il quale, un po' per curiosità, un po' per evitare d'essere incolpato, s'improvviserà detective assieme alla collega di studi.
Il libro è piacevole, si legge in un pomeriggio e in alcuni punti fa ridere di gusto; leggero finché si vuole, ma non banale. Qua e là, Malvaldi si diverte a seminare qualche citazione letteraria e qualche riflessione spesso condivisibile, senza calcare la mano. E' un toscanaccio irriverente ed è pure uno scienziato, un chimico per la precisione, e non perde mai l'occasione per far fare pessime figure a preti e credenti in generale: a volte ci va giù pesante, a volte non gli si può dar torto; ma questo fa parte della sacrosanta libertà di un autore di inserire nelle sue storie ciò che pensa e ciò che gli piace ed è chiaro che se la gode parecchio a farlo. E lo capisco, anche quando non mi garba quel che dice.
L'abbiamo anche ascoltato dal vivo a Torino due anni fa, ricordate? E anche allora ci era piaciuto; io l'ho anche incrociato quest'estate a Langhirano al Festival del prosciutto, ma aveva appena finito di parlare (sigh): pare infatti che sia un estimatore della buona cucina, e anche questo si vede dai suoi libri, non solo in quello che ha dedicato all'Artusi. Una ragione di più per apprezzarlo, no?
Ve ne lascio un altro paio di spezzoni.

Margherita (la filologa) a Piergiorgio (il genetista) al termine di una accesa discussione: "La scienza trova la verità, va bene, ma devi ammettere che la letteratura aiuta a sopportarla".

Dialogo tra Piergiorgio e il sindaco di Montesodi: "Lei ha un vizio da cittadino. Dice sempre 'la gente'." Piergiorgio tacque, non sapendo cosa dire. "Sa cosa diceva un mio amico di Livorno? 'La gente, son persone'. Ecco, accetti un consiglio da politico: smetta di dire 'la gente'. Dica 'le persone'. Può sembrare una questione dialettica, ma non lo è, mi creda." "No, non credo che lo sia..." "La gente è stupida, le persone ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano, ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente..."

Sì, proprio un bel librino.

martedì 4 dicembre 2012

Cana per astemi...

Il capo, chiamandomi dal suo ufficio: "Se ti mando un bicchiere con dentro del vino tu me lo cambi in acqua?!"

Ecco cosa ti può capitare dopo aver fatto qualche lezione di Photoshop...

mercoledì 28 novembre 2012

Grandi vecchi & bambini

"Il genere umano conosce le parole e quindi è in grado di formulare il pensiero; soltanto la lettura perfeziona e migliora il pensiero perché la parola viene esaltata dalla conoscenza (e soltanto il libro può offrirla), dagli infiniti modi di usare la parola stessa."
Roberto Denti, prefazione alla riedizione 2012 de "I bambini leggono" (1978*).

L'ho ascoltato ieri sera a Langhirano con Dani, circondata da maestre.
Per uno strano caso è la seconda volta che mi capita d'incontrarlo dal vivo.
88 anni di intelligenza arguta ed ironica (per non parlare di quella della moglie Gianna), 40 dei quali spesi a occuparsi della letteratura per l'infanzia. Che non è solo Geronimo Stilton...

Ah, la foto è di un'opera di Vincenzo Agnetti. S'intitola "Libro dimenticato a memoria".
In realtà io stavo cercando un'immagine dei prelibri o dei libri illeggibili di Munari, ma quando sono incappata in questa m'è piaciuta tanto!

* Il mio anno di nascita: amo queste coincidenze.