giovedì 30 giugno 2011

Una lunga estate calda, per favore!

E' cominciata anche quest'anno, alla prima ondata di caldo - interrotta solo ieri sera da un pietoso temporale - la guerra dei condizionatori. La combatto da circa due anni a casa e in ufficio, da quando, cioè abbiamo installato l'arnese infernale a casa e ci siam trasferiti in un ufficio dotato del suddetto. Contro di me ho due fieri avversari: mio padre e il mio capo.
Il primo, ai primi accenni di canicola, me lo trovo davanti in bermuda e canottiera (sic!) che armeggia disperato col telecomando del condizionatore: ovviamente, essendo passati mesi dall'ultimo utilizzo, non si ricorda più come funziona e mi tocca pure aiutarlo ad accenderlo (salvo poi spegnerlo appena si allontana...); il secondo si affaccia alla porta del mio ufficio con aria tra il mesto e il ricattatorio e mi chiede: "posso attaccarlo?": domanda retorica alla quale io, per non dargli soddisfazione, rispondo allargando le braccia e dicendo "se proprio vuoi...". Quando è tornato dal mare la scorsa settimana, esibendo un colorito aragosta e sandali da turista tedesco, prima mi ha salutato (perché è pur sempre una brava persona...), poi mi ha chiesto: "perché non hai acceso il condizionatore?"
Se proprio volete ve lo spiego il perché, anche se so che mi creerò numerose inimicizie, per ragioni uguali e contrarie a quelle che mi sono creata con il post del 1 dicembre 2010: perché io, d'estate, VOGLIO AVERE CALDO!
Lo aspetto per 10 mesi all'anno il caldo; lo desidero ardentemente quando esco di casa con minimo tre strati di roba di lana addosso escluso il cappotto; lo sospiro nei restanti periodi in cui, pur osando canottiera e maglietta, sono pronta a sfoderare dalla borsa, al primo alito di vento, foulard e golfino per tentare, a volte inutilmente, di evitarmi un mal di gola.
E quando, finalmente, arriva, non mi par vero di uscire la mattina in bicicletta senza rabbrividire e sentirmi i capelli che svolazzano sulle braccia nude e di rincasare a mezzogiorno fendendo un'aria densa e calda come un brodo.
Quando riesco a passare un'intera giornata con addosso un abitino leggero senza dover riesumare dalla solita borsa (non si sa mai) nemmeno un coprispalle, quasi quasi mi commuovo.
Non che non mi dia fastidio sentirmi appiccicosa e sudaticcia dieci minuti dopo essere uscita dalla doccia, correre il rischio di salutare qualcuno con l'ascella pezzata e sentirmi le gambe pesanti e i piedi gonfi (fino a qualche anno fa non mi capitava: sarà la vecchiaia?); ma ci sto a sopportare qualche disagio pur di liberarmi, per un breve ma intenso periodo, di qualche strato di abiti, anche se così è più difficile nascondere i chili di troppo.
Perciò, rinchiudere me in una stanza in compagnia di un condizionatore equivale a una tortura, che sopporto a malincuore per amor di pace - domestica e lavorativa - ma da cui fuggo appena possibile.
Lo so che lavorare col caldo è faticoso, lo so che sudare non è elegante, ma l'estate dura un attimo. Perché costringermi a passarla in frigorifero come un sofficino?
Non vi ho convinto? Vabbé, allora buttiamola sul risparmio energetico! Volete mettere quanta elettricità si risparmia tenendo spenti i condizionatori? Non ci sarebbe stato nemmeno bisogno di fare un referendum sul nucleare...
Calorosi (finalmente) saluti a tutti!

martedì 28 giugno 2011

Sono ancora qua

Uno, due, tre prova, prova..uno, due, tre... Funziona?! Beh, se funziona, sono ancora qua! Non è il titolo di una canzone, ma sono sempre io, ciosa Chiara, letteralmente e inspiegabilmente buttata fuori dalla rete telematica, ma ora, spero, rientrata grazie all'aiuto della Cri. Con una nuova identità, si fa per dire! Ero tentata di camuffarmi, ma tanto dai miei sproloqui mi si riconosce sempre! Quindi, sono sempre io!
Ai prossimi "cioseschi" sproloqui!!

lunedì 20 giugno 2011

Crostata anarchica di lamponi

Passare dall'influenza all'insolazione nel giro di una settimana non era facile. Eppure ci sono riuscita! L'influenza era quasi inevitabile, visto il clima di questi ultimi 15 giorni: è stata breve ma intensa e mi ha lasciato ossa rotte e voce di naso. Per quanto riguarda l'insolazione, non pensate che io, con la scusa della convalescenza, mi sia concessa un weekend al mare: troppo banale; me la sono guadagnata ieri, in cortile, lavando ENTRAMBE le auto di famiglia in un impeto di masochismo.
Risultato? Oggi sono bicolore: bianco crema davanti e rosso lampone dietro. In pratica somiglio alla crostata che mi sono inventata qualche giorno fa, quando ho scoperto che in frigo c'era una tazza di lamponi raccolti in campagna. Come tutte le mie ricette è tendenzialmente anarchica: fatta a occhio e a caso. Alla faccia degli chef che ho conosciuto per lavoro e mi hanno giurato che la pasticceria è una scienza esatta...
La base è la mia pasta frolla multiuso, ovvero: 250 g di farina, 150 g di zucchero, 100 g di burro, 1 uovo, mezza bustina di lievito vanigliato, 1 cucchiaio d'olio d'oliva, 1 pizzico di sale. Lo so che le ciose più cuoche di me inorridiranno, ma io mescolo insieme zucchero, farina, lievito e sale, poi aggiungo l'uovo, il burro a tocchetti e l'olio e lavoro con le mani finché non viene una pasta liscia e compatta. Poi lascio riposare. La copertura è composta da una crema pasticcera fatta in economia: 250 ml di latte, 50 g di zucchero, 1 cucchiaio abbondante di farina, 1 tuorlo, 2-3 scorzette di limone. Ho messo a scaldare il latte con le scorzette di limone e l'ho spento prima che bollisse; ho mescolato zucchero e tuorlo e aggiunto la farina, poi ho incorporato il latte e messo tutto sul fuoco, mescolando con pazienza finché la crema si è addensata. L'ho lasciata raffreddare un po'. Ho foderato la tortiera con la carta forno. Steso sopra la pasta frolla come per la crostata, bucherellandola con la forchetta. Poi ho messo uno strato sottile di crema pasticcera e mi son divertita a tuffarci uno ad uno i lamponi, semplicemente lavati e scolati. Poi ho infornato a 170°C per 40 minuti circa.
Poiché non sta bene giudicare da sé le proprie opere, dirò solo che è sparita in due giorni... vedete voi!

martedì 14 giugno 2011

Il pomeriggio è troppo lungo e azzurro...

"Le cose belle sono lente"
(Pane e Tulipani)
Care ciose maestre. E' finita la scuola! Non c'è bisogno che ve lo dica io. Lo so che ve ne siete accorte e avrete tirato un sospirone di sollievo. E so anche che, in realtà, non è proprio finita: ne avrete almeno fino a fine mese di riunioni, scrutini e compagnia cantando; e il 1° settembre sarete di nuovo in ballo. Quindi, a chi (me compresa) invidia alle maestre i tre mesi di ferie occorre dire, anzitutto, che sono due e, subito dopo: provate voi a passare 6 mattine a settimana per 10 mesi l'anno attorniati da 25 pargoli, poi ne riparliamo...
Comunque. Sarà perché dopo settimane novembrine, finalmente è tornato il sole, sarà perché quando giro per Parma non incontro più folle di ragazzini raggrumati attorno alle fermate dei bus, ma li vedo in ordine sparso coi palloni nei cestini delle bici diretti ai campetti, o fuori dalle gelaterie con un cono fuori ordinanza, che mi è presa una botta di nostalgia feroce per le mie estati da studente. Sembra strano ma mi mancano soprattutto certi pomeriggi vuoti, in bilico sull'orlo della noia. Quelli in cui non c'erano feste, piscine, gite, genitori da accompagnare a fare qualche commissione. A volte nemmeno amici. Giusto una bicicletta con cui aggirarsi per il cortile; oppure un libro con il quale rintanarsi in un cantuccio fresco di casa.
In uno di questi pomeriggi ho letto per la prima volta Il piccolo principe, nascosta tra i mobili della sala accatastati, causa rifacimento della tappezzeria, in quella che sarebbe diventata la mia camera. In un altro ho imparato a pattinare da sola, avvinghiandomi alle ringhiere dei garages. Non c'ero mai riuscita prima, intimidita, forse, dai troppi consigli e dalle troppe paure di mio padre, che aveva tentato di insegnarmi.
Li ricordo questi pomeriggi, che certamente avrete avuto anche voi, perché credo che sia grazie a queste ore vuote, a questo tempo solo nostro da inventare - o anche, perché no, da sprecare - siamo diventate grandi: abbiamo imparato a fare i conti con noi stesse, a raccontarci storie e coltivare ricordi. O, almeno, per me è stato così. E provo una gran pena per certi piccoli che, appena suonata l'ultima campanella, vengono incasellati in un grest, spediti a un campo estivo o altro e sono privati del lusso di annoiarsi, che da grandi non capita più.
Lo so, lo so che i tempi son cambiati, che i genitori lavorano entrambi e non sanno dove lasciarli e che anche loro, come tutti, troveranno il loro modo di crescere e imparare a conoscersi; ma penso che un po' di tempo veramente libero farebbe anche a loro un gran bene, più che una vacanza studio all'estero...

lunedì 6 giugno 2011

Quei quaderni di una volta


Ciao ciose, finalmente faccio progressi: a quasi un anno dalla creazione del blog, son riuscita a caricare un'immagine!
Qui voglio rendere omaggio a Sarah Kay, personaggio creato da una disegnatrice australiana, che negli anni '80, quando ero alle elementari, abbelliva la copertina dei quaderni di ogni brava bambina che si rispetti.
Quelle spudorate preferivano Lady Oscar o Georgie.
Sarah Kay vive probabilmente a fine '800 in un ambiente bucolico, a contatto con dolci animaletti, ignara della tivù e dei cellulari. Predilige gli abitini in patchwork e le grandi cuffie di stoffa modello Laura Ingalls. Ha molte amiche con cui organizza picnic sull'erba o ricevimenti per il tè; bambole e peluche che si ostina un po' ottusamente a imboccare... poi ha anche qualche amichetto a cui dispensa bacini oscurati dall'enorme (e strategica) cuffia. Il suo è un mondo magico, romantico e incantato che da piccola io adoravo, tanto da collezionare tutti i suoi quaderni... oggi, complici la mia attuale passione per il patchwork e quella perenne per il passato, mi sono imbattuta nel suo sito, e Sarah mi ha risvegliato tanti bei ricordi, manco fosse la madeleine di Proust.

giovedì 26 maggio 2011

Viulenzaaaa!

Scena: interno sera. Una donna - fianchi larghi e capelli lunghi - lava i piatti dando le spalle al tavolo di cucina al quale è seduta sua madre, che le sta allargando un paio di pantaloni.
Ad un tratto la donna si accorge che una zanzara le sta azzannando un braccio con notevole soddisfazione e, di scatto, mette il braccio sotto l'acqua del rubinetto.
Figlia: "Ahhh! una zanzara!
Madre: "L'hai spiaccicata?"
Figlia: "No, l'ho annegata."
Madre: "Prima dovevi strozzarla."
Figlia: "..."

Se ogni tanto mi capita di dire robe strane, insomma, non è solo colpa mia.

PS: non so di chi sia l'illustrazione della zanzara desolata che ho rubato. Se l'autore se la ritrova qui a sua insaputa, prima mi scuso e poi gli faccio i complimenti!
PPS: sia chiaro, mia madre è una persona pacifica.

lunedì 23 maggio 2011

L'ospite atteso

Ci sono, a volte, pensieri così alati da ripercorrere il sentiero della creazione.
Ci sono, a volte, desideri così profondi che si addensano, fino a farsi bambino.

A Chiara, che, negli anni in cui giravamo l'Italia per convegni, è stata la sorella che non ho mai avuto; poi, per sua fortuna, ha trovato una strada migliore. E a Filippo: la sua strada.
Auguri!

lunedì 16 maggio 2011

Tre donne tra i libri (per non parlare del trolley)


"Le librerie mi fanno da ansiolitico e anche da antidepressivo"
(G. Carofiglio, Ragionevoli dubbi)

Le motivazione che ci hanno spinto a visitare, anche quest'anno, il Salone del libro erano serie e profonde. Non si trattava tanto di tener fede al punto 2 del nostro decalogo, né di trovare un passatempo intelligente per una domenica diversa. Il vero motivo per cui siamo andate a Torino era dar modo a Costi di utilizzare il trolley rosa shocking, che si è fatta regalare "ad uso fiere". Così un inedito terzetto, formato da me e Costi in compagnia di Simo, che si è ormai guadagnata la tessera di ciosa onoraria, è partito all'alba su un treno pieno di pendolari assonnati e, inseguito da nuvoloni neri e scrosci di pioggia (strano, vero?), è sceso alla stazione Lingotto con il sole (strano, davvero!). Qui abbiamo cercato di imbucarci sulla navetta, che credevamo gratuita e non lo era. Scese al volo, siamo risalite con il biglietto quando stava già per partire. Davanti agli ingressi della fiera c'era una bella fila, ma Costi era agguerrita (sarà per il trolley?) e si è diretta decisa all'ingresso riservato agli insegnanti per avere il biglietto scontato. Io e Simo ci siamo messe buone buone ad aspettare. Il sole era caldo e l'aria fredda e limpida: arrivava fin lì dalle Alpi ancora innevate intraviste dal treno. Non è male stare così, in compagnia di persone disposte a perder tempo per i libri. Dopo poco Costi riappare. "Già fatto?" No. E' che all'ingresso riservato non c'è nessuno e la cosa la lascia basita. Poveri insegnanti: li hanno maltrattati tanto nelle ultime finanziarie che non hanno nemmeno la forza di venire al Salone del libro?! La convinciamo a ritentare e ci ritroviamo all'interno dopo il consueto attimo di disorientamento: "Sono all'altro ingresso" "Ehm, quale?". Facciamo un rapido piano d'azione: "Bene. Allora, andiamo dritte e poi proseguiamo per file". A metà della prima fila di stand stiamo già divagando, attratte dal nome sfizioso di una casa editrice, dalle copertine colorate dei libri per ragazzi o da quelle fosche dei romanzi gotici (vero, Simo?). Decidiamo che non è un problema. Tanto è impossibile vedere tutto e, comunque, non ci perderemo: basterà tener d'occhio il trolley rosa shocking. Il metodo è empirico, ma funziona.
Ci eravamo segnate alcuni incontri con scrittori che ci interessavano, poi, anche in questo caso, ci siamo fatte prendere dall'anarchia e ne abbiamo visti altri che a malapena avevamo sentito nominare. Confesso: ci siamo fermate soltanto quando avevamo bisogno di sederci e li abbiamo ascoltati addentando panini e merendine, ma, alla fine, abbiamo scoperto persone interessanti. C'era il giallista arguto (Malvaldi) rammaricato della mancanza di ironia e leggerezza dei nostri tempi; gli scrittori lombardi (Biondillo e Vitali) e napoletani (De Silva e Starnone) che si confrontavano sui temi dell'identità locale. Parlavano bene con intelligenza, eleganza e una certa modestia, piuttosto rara oggi. E' stato bello ascoltarli così, un po' per caso...
Ci siamo incantate a guardare sconosciuti fumettisti disegnare sconosciuti personaggi (ma i poster di Pratt e le tavole di Cavazzano li ho puntati da lontano ...). Siamo state fermate da un poeta che perorava la sua opera prima, da un venditore di programmi per lavagne interattive alla disperata ricerca di maestre, da un giovanissimo editore che realizza libri a basso costo, a cui faceva gli occhi dolci una attempata scrittrice, e da un altrettanto giovane artista che stampava col torchio immagini liberty.
Siamo rientrate cariche di cataloghi ("Avete visto che il trolley serviva!") e con un acquisto di libri relativamente scarso: da uno a tre a testa; perché, come ha osservato giustamente Simo, quando se ne vedono troppi assieme, subito si vorrebbe prenderli tutti, poi, visto che non si sa quale scegliere, si tende a rinunciare. La verità è che a tutte e tre piace stare tra i libri, ma il nostro sogno resta sempre la botteguccia con gli scaffali di legno e un/una libraio/a simpatico/a con cui chiacchierare: avete presente "C'è posta per te"?
Ah, sì, abbiamo anche arraffato qualche gadget (segnalibri, penne, cartoline ecc.), ma il bottino è stato scarso. Sarà la crisi, che ha imposto agli editori di limitare i regali e di dare le ambite borsine di tela soltanto a chi acquistava minimo due libri? O non sarà piuttosto che ci mancava Dani, maestra assoluta nell'arte del gratuito? Ai posteri l'ardua sentenza!
A noi è rimasta una bella stanchezza, un chilo e mezzo di carta in più, la voglia di tornare l'anno prossimo e, beh, un trolley rosa shocking!

lunedì 9 maggio 2011

Ho fatto un... Giro

Ieri ho fatto un giro al Giro. Non accade tutti i giorni che il traguardo del Giro d'Italia ti capiti in città, lungo la strada che fai ogni mattina per andare a lavorare. Metti poi che passi di domenica, in una giornata di sole e che tu abbia trascorso mezza giornata a lavare golf, per terminare, una buona volta, il cambio di stagione e abbia assoluto bisogno di staccare un po'. Che fai? Vai a dare un'occhiata, anche se sei tra le persone meno sportive dell'orbe terracqueo. E come vai a vedere il Giro se metà delle strade sono bloccate? Ovvio: in bicicletta. Anche se hai una vecchia pseudolandese senza cambio che, dopo il frontale fatto l'anno scorso con un ragazzotto in bici elettrica, ogni tanto cigola e spernacchia perché la ruota dietro non è più tanto rotonda. E provate entrambe - tu e la bicicletta - un po' di vergogna incrociando amatori azzimati a bordo di due ruote luccicanti e auto d'appoggio colme di tecnologici pezzi di ricambio.
Essendo poco esperte di manifestazioni sportive, vi potrebbe anche capitare di arrivare quando i ciclisti sono ancora a 20 km dal traguardo e il pubblico è rado; e di riuscire, perciò, ad avventurarvi fin davanti alla tribuna delle premiazioni e piazzarvi lì, parcheggiando la bici alle vostre spalle, contro il muro del convento delle Carmelitane, così anche lei, poverina, può godersi lo spettacolo. Peccato che nel giro di pochi minuti tra te e la bicicletta si materializzino file di curiosi pigiati tra il muro e le transenne e la tua bici scompaia alla vista. E' un momento di apprensione, ma i corridori, che viaggiano all'inverosimile velocità di 50 km all'ora, sono già entrati in città e persino tu ti fai prendere dall'entusiasmo. Ci sono papà con bambini sulle spalle, ragazzi che spiegano alle morose il significato delle maglie, rispettabili signore di mezza età con maglietta e cappellino rosa e... occhiali da sole a forma di bicicletta! In effetti il sole picchia e anche tu ti attrezzi con occhiali da sole e, visto che non hai un cappellino, ricicli il foulard che hai al collo. Così finisci per assomigliare alla Dama Bianca con il naso di Coppi. Devi ammettere che è divertente. Cominciano ad arrivare le auto e le moto di scorta e ti rendi conto che, fino a quel momento, stavi guardando nella direzione sbagliata. Finalmente vedi i ciclisti. E' un lampo. Non ne conosci nemmeno uno e non sai se applaudirli o fotografarli. Fai le due cose insieme e il risultato è che solo una delle foto è da salvare. Solo quando salgono sul palco per le premiazioni, assieme alle solite inutili modelle e al sindaco più abbronzato di loro (sia dei ciclisti sia delle modelle), scopri che ha vinto un italiano. Applaudi di nuovo e speri che lo schizzo dello champagne non ti raggiunga. Bene. E' finita: puoi tornare a casa. No, non puoi. La tua bicicletta è incastrata in mezzo alla folla e fatichi a raggiungerla. Quando ci riesci ti rendi conto che non puoi spostarla di un millimetro. Ti ci siedi sopra rassegnata e ti sfiorano le maledizioni di chi cerca di passare e si ritrova il manubrio nel diaframma (o più giù, a seconda dell'altezza). Rimpiangi di non esserti messa una maglietta giallo Parma per mimetizzarti con il muro. Aspetti che la folla si diradi. Appena si apre un varco ti ci infili. Inforchi il tuo mezzo di locomozione e decidi di rincasare percorrendo a ritroso un pezzetto della strada che han fatto i ciclisti. Stanno già smantellando. Schivi un enorme camion che raccoglie transenne, ti chiedi come diavolo hanno fatto a non cadere sul pavé sconnesso di Via d'Azeglio e ti accorgi che stai pedalando liscia, leggera e più velocemente del solito. Bella cosa l'autosuggestione!

giovedì 5 maggio 2011

Bambini

"Quando i grandi
sanno vivere da adulti,
i piccoli possono finalmente
vivere da bambini."

(Tonino Milite)

Non dirò dei figli delle ciose, che crescono belli e simpatici, ma di quelli che bambini non sono, almeno anagraficamente, ma tendono a comportarsi come tali. Mi è capitato di averne parecchi attorno negli ultimi tempi, soprattutto sul lavoro, tanto che giusto ieri, parlando con la mia collega, abbiamo concluso che a fare il nostro mestiere, più che una laurea in comunicazione o in materie letterarie, ne occorrerebbe una in psicologia.
C'è quella che si preoccupa di correggere e ricorreggere minuzie nell'ultima pagina di un giornalino che avrebbe dovuto uscire due mesi fa, bloccandolo per qualche altro giorno ancora; quella che, dopo aver avuto in mano per un mese la scaletta di un altro giornale, si accorge che, forse, uno dei finanziatori avrebbe potuto richiedere una pagina tutta per sé e dunque occorre chiamarlo e reimpostare tutto il giornale (già scritto per metà) perché non si sa mai... Ah, e c'è quell'altro che vuole che si invitino i lettori a una bella vacanza nel deserto. Sì, certo, dove? Libia? Egitto? Tunisia? Non c'è che l'imbarazzo della scelta!
Queste e altre perle sono frutto di gente che ha minimo dieci anni più di me, lavora da molto più tempo di me e, diciamolo, guadagna almeno il triplo. E non si tratta di inesperienza. Temo invece che siano entrati con entrambi i piedi nell'ottica molto italica della marchetta: devono rendere conto agli sponsor, ai finanziatori, al direttore, al sindaco o a chiunque stia un gradino sopra di loro. E hanno paura. Sarà la crisi, con teste che saltano anche dove non ti aspetteresti, ma temo che oggi il primo pensiero di molti professionisti non sia fare un lavoro ben fatto, ma non scontentare nessuno, non turbare equilibri e, magari, dare anche un'incensata qua e là, prima ancora che venga richiesta, in una sorta di preventiva rinuncia a fare delle scelte e a prendersi quelle responsabilità per le quali, dopotutto, vengono pagati. Non sto parlando di incapaci, ma di "brave persone"; gente normale che, forse per non rodersi il fegato (come faccio io) o forse per disillusione, regredisce pian piano allo stadio di bambini. Si bevono in modo acritico quel che viene dall'alto e lo riversano sulle malcapitate ultime ruote del carro, a cui, ovviamente, tocca fare i salti mortali per conciliare l'inconciliabile. Ad esempio: come si fa a trovare un modo elegante per parlare a dei bambini di quanto sono belli i campi estivi organizzati dal tale ente quando le iscrizioni sono già chiuse da un mese e i campi si faranno tra un mese. Che ne faccio? Un invito? Ovviamente no. Una cronaca? Nemmeno. Però bisogna parlarne. Perché? Eh, bisogna!
Mi consolano due cose: che, grazie al cielo, ancora si incontra gente capace di portare avanti un progetto con serietà ed entusiasmo, e il fatto che, per fortuna, io mi occupo di piccole cose e - anche quando son costretta a lavorare male - non faccio un gran danno. Mi preoccupa un po' di più l'idea che lo stesso sistema lo applichino, che so, un medico o un politico. E li vediamo ogni giorno questi amministratori pubblici che litigano come bambini per spartirsi l'ultima fetta di torta; che mettono giù il muso, negano persino l'evidenza e rispondono "ma io non credevo, ma io non intendevo...", purtroppo senza il candore con cui lo fanno i bambini.
Intendiamoci, anch'io non mi ritengo immune da questa tendenza. Sono anch'io tra quei "bambini" a cui ha dato una bella strigliata il solito Paolini (scusate...) a Padova per il 1° Maggio: incapaci di stare zitti per un solo intero minuto di silenzio, di decidere e organizzarsi da soli, e così diversi dagli "adulti", che, a suo tempo, scrissero la Costituzione.
E ci sarebbe un gran bisogno di adulti oggi. Non gente seriosa e inibita, ma responsabile, che, per esempio, sappia dare il giusto peso ai rapporti di lavoro, d'amicizia, d'amore, senza gettarseli dietro le spalle da un giorno all'altro come fanno i bambini con un giocattolo con il quale si sono stancati di giocare. Ma questa è un'altra storia.
Eh, Cri, come sei pesa oggi! Lo so, lo so. Ho preso quattro chili e una taglia. Abbiate pietà...

mercoledì 27 aprile 2011

Figuracce al museo delle figurine

Potevamo noi mancare alla tradizionale gita di pasquetta? No, non potevamo. Quindi, con il consueto largo anticipo (un fitto giro di telefonate tra le 21.15 e le 21.30 della sera di Pasqua), la premiata ditta CD&C si è messa in moto alla ricerca di una meta. All'inizio avevo pensato a un giro nei nostri Appennini poi, complici le previsioni non proprio lusinghiere (e ti pareva!), Dani ha proposto una visita ai vicini di casa lungo la via Emilia: Modena e Reggio Emilia, anche perché - testuali parole - ci si può andare in treno. Ho incassato con nonchalance l'allusione al terrore che suscita la prospettiva di un viaggio con me come autista, ho preparato la borsa con i consueti generi di conforto in versione festiva (ovetti di cioccolata) e messo la sveglia. Siamo sbarcate a Modena senza intoppi verso le 11.00. "Che si fa?" "Andiamo al museo?" "Puntiamo alla Ghirlandina?" "Cerchiamo un ristorante?". Eh, no, porca miseria! Abbiamo passato metà del viaggio a lamentarci di quanto siamo ingrassate quest'inverno e cominciamo così? Avanti, su, camminare! La prima cosa che ci appare uscite dalla stazione è la chiesona dedicata ai caduti della prima guerra mondiale. Qui scopriamo che lo stemma di Modena è praticamente identico a quello di Parma. Ci imbattiamo nel giardino pubblico e ci concediamo un po' di campanilismo: "E' più bello il nostro!" Però la palazzina al centro non è male. Dentro c'è una mostra di foto di un'autrice spagnola che ritrae finestre illuminate e vetrine deserte: originale. Raggiungiamo il palazzo dei musei passando per Corso Canalgrande. Ci coglie un sussulto veneziano, prima di ricordarci che tutte le città padane, un tempo, erano attraversate da canali e dunque il nome non è così esotico. Entrate nel cortile il dilemma: Galleria civica o Museo delle figurine? "Suvvia, siamo serie, abbiamo trent'anni!" "Perfetto! Museo delle figurine!" Nello stanzone in penombra, assieme a qualche genitore svogliato che accompagna i figli, Costi ritrova l'album di Kiss me Licia, caro ricordo d'infanzia, e io m'incanto davanti al primo numero di Topolino formato rivista; poi degeneriamo: ci mettiamo a giocare col teatrino delle ombre cinesi e, dopo averci girato attorno tre volte, prendiamo il coraggio a due mani e andiamo a chiedere al custode tre fogli per poterci fare il ritratto sulla "Poltrona di Lavater": un cavalletto con un vetro su cui si può posare un foglio e tracciare il profilo della persona seduta dall'altra parte e illuminata da una lampada. Nessuna di noi ha un nasino francese, ma pazienza. Visitiamo anche la Galleria e ne usciamo giusto all'ora di pranzo. Prima entriamo in Sant'Agostino, dove scopriamo un meraviglioso compianto sul Cristo morto in terracotta. Poi passiamo dal sacro al profano e, visto che le poche trattorie sfiziose aperte sono assediate di turisti, ripieghiamo su una normale pizzeria. Come digestivo ci scoliamo d'un fiato (d'un fiatone, più che altro) i 194 gradini della Ghirlandina. Inutile dire che era ponteggiata fino in cima per restauri: anche questo è un classico delle nostre gite. Mentre ci riprendiamo, dal basso ci giungono le note di una banda, che alterna senza ritegno il silenzio fuori ordinanza ai blues brothers... Visitato anche il duomo con le sculture di Wiligelmo, uno dei primi autori a firmare le proprie opere, e le sale del Comune con la teca contenente la famosa "Secchia rapita". Davanti alla chiesa della Pomposa con la tomba di Ludovico Antonio Muratori ci guardiamo sconsolate: "Chi diavolo era?". Anni di studi umanistici buttati al vento. Urge un ripasso: sacerdote, archivista e bibliotecario, autore della prima Storia d'Italia (1672-1750). Sotto il portico che circonda la deliziosa piazzetta qualcuno ha incollato le sagome di due galline che si rincorrono: ci sentiamo a casa. Entriamo un po' per caso in San Vincenzo, bella chiesa che ospita le tombe degli Este. Costi viene colta da uno dei suoi attacchi filomonarchici.
A Reggio Emilia ci fiondiamo al museo del Tricolore per timore che chiuda: ci pare la degna conclusione di una gita del 25 aprile nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Lo visitiamo per benino e ne traiamo un saggio ragionamento: viste le molte anime e il caos da cui è nata la nostra Patria, tuttosommato non c'è da stupirsi che stia come stia. Notiamo che le divise dei soldati risorgimentali esposte nelle teche ci starebbero strettine e rincasiamo senza nemmeno prendere il gelato. Ma non c'è scampo: mio padre mi attende al varco con i cappelletti e il bollito, resti del pranzo di Pasqua. Urgono lunghe passeggiate in montagna!
Saluti rotondi.

domenica 24 aprile 2011

Buona Pasqua!

"Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell'umane tenebre,
Fratello che t'immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l'uomo"

(G. Ungaretti, Mio fiume anche tu)

C'è poco da fare: i poeti le cose le sanno dire meglio.
Auguri di cuore.

lunedì 18 aprile 2011

chuao


Dopo essermi seduta comoda sul divano, appena le note di Bach hanno iniziato ad allargare le pareti della mia stanzetta viola e con il sole di questo strano caldo aprile che stava calando, ho aperto una tavoletta di chuao di Pierre Hermé.
Ne sento la dolcezza e il calore e mi sembra di essere tra le persone più fortunate al mondo. Potere delle endorfine? Ma cosa importa… godedetevi con me questo strepitoso cioccolato e questa musica e per un attimo facciamo finta che la vita sia un morbido velluto di cacao e nient’altro.
Adesso che l’attimo è passato e il retrogusto è così tondo e pieno che sembra non attenuarsi mai, ritorno al mio vivere normale e una folla di pensieri iniziano ad alternarsi nella mia testa. Per fortuna le galline vanno a letto presto e io non faccio eccezione, quindi adesso prenderò un bel libro (di ricette, ovvio) e leggerò qualcosa: chissà che complice il cioccolato e qualche foto il sogno non mi porti a Parigi, su una panchina davanti a Saint Sulplice con in mano il pain au chocolat più buono al mondo …

domenica 17 aprile 2011

Due Marii e un Marco

Il primo dei due Marii, di cognome faceva Tommasini. Un comunista d'altri tempi, ex partigiano, che, anche in tempo di pace non ha smesso di fare battaglie: per i disabili psichici (leggi "matti") rinchiusi nel manicomio di Colorno prima, e per gli anziani rinchiusi negli ospizi poi. Dal 2008 a suo nome è stato istituito un premio che, quest'anno, è stato consegnato a un certo Marco... C'è bisogno vi dica il cognome? No, eh. Però stavolta non è colpa mia! Non sono stata io ad andarlo a cercare su per i monti o in paesuzzi spersi, sfidando le intemperie: è stato lui a venire qui e, quindi, abbiate pazienza. E, già che c'era, s'è portato il fratello Mario, psicologo, pedagogista, che si occupa di disabili e dei loro educatori. Perché al fratello deve l'idea di Ausmerzen, lo spettacolo per il quale è stato premiato. Lui, non ha mancato di sottolineare, è solo un'attore che si è occupato per un po' di un argomento, mentre Mario - tutti e due - ha dedicato con continuità la sua vita a "prendersi cura". E la continuità non sempre paga - ha osservato Marco - molto più spesso si paga, con l'isolamento, con la salute. Tommasini era un rompiscatole, raccontava la sorella, con la quale ho "attaccato bottone" nel cortile della Casa della musica. Andava a fare ispezioni a sorpresa per assicurarsi che ai suoi matti dessero davvero da mangiare quel che era previsto nel menu; e non aveva paura di allearsi "persino" con la DC (l'ho detto, erano altri tempi!), in nome di un buon progetto, in grado di ridare dignità agli esclusi. "Era un uomo solido in una società liquida" ha detto Marco, "non uno a cui guardare con nostalgia, però, ma da cui prendere spunto per ritrovare un respiro per il futuro". "E' responsabilità di ciascuno conoscere e decidere da che parte stare" ha aggiunto il fratello, che ha il viso più rotondo e gioviale e riccioli grigi, ma gli stessi occhi chiari e una voce altrettanto piena: "dobbiamo avere il senso della scomodità che si prova ascoltando storie che lasciano aperte domande a cui rispondere".
Marco, a un certo punto, mentre visitava la mostra di fotografie, me lo sono trovata di fianco. Ho fatto in tempo a osservare che portava scarpe a punta da cow boy e che credevo fosse più alto; ma intanto che decidevo se era il caso o no di rivolgergli la parola, lui ha mandato a quel paese i fotografi che lo stavano tormentando. Ho fatto un balzo indietro, nascondendomi dietro una colonna: no, fare la fan non è il mio mestiere. Infatti, ho provato un misto di rabbia e vergogna quando il presentatore della premiazione gli ha fatto l'unica domanda che - diceva se non sbaglio Kapuscinsky - non si dovrebbe mai fare a un giornalista, ma nemmeno a un attore o a chiunque altro si sia invitato a parlare, si spera, per un motivo valido: "Ci dica quello che vuole". Adulazione o impreparazione? In ogni caso, entrambe cose che sarebbe meglio evitare...
PS. Ah, dimenticavo una terza ipotesi: ammirazione un poco ingenua, ma sincera. Ecco, visto il contesto, forse questa è la più probabile, ma il fatto che io ci abbia pensato solo oggi dà la misura di quanto ormai siamo tutti quanti abituati a pensar male del prossimo. E non è bello.

martedì 12 aprile 2011

Dica trentatré!?

Domani cambia il tempo e finirà, purtroppo, questa anomala ondata di caldo estivo che ha messo tutti in allarme e che io, lucertola freddolosa, mi sono goduta moltissimo. Lo so: non poteva durare, ma proprio domani?
Domani dobbiamo chiudere una rivista ed è tutto il giorno che la rileggo e ogni volta ci trovo qualche errore (alcuni anche miei...) e ormai mi bruciano gli occhi.
La mia capa, con uno slancio di sadismo involontario, mi ha appena inviato una bordata di materiale per un nuovo progetto di comunicazione di cui, da domani, dovrò occuparmi e che riguarda, pensate un po', l'invecchiamento!
Oggi pomeriggio ho ricevuto un sms da un numero sconosciuto con un invito per uscire stasera. Peccato fosse il mio parroco in cerca proseliti per il Gruppo liturgico. Quasi quasi ci vado, così, delle due l'una: o mi addormento in sala riunioni sotto lo sguardo compassionevole (almeno quello) di un manipolo di agguerriti vecchietti/e, o me ne esco con una delle mie e creo un po' di scompiglio. In ogni caso, un degno prologo per la giornata di domani...
E va bene, domani compio trentatré anni, ma vi pare il caso di infierire?
Guardate che, se me la vedo brutta, prendo un treno e me ne scappo a Trento con trentatré trentini.
Seeee... domani!