lunedì 9 maggio 2011

Ho fatto un... Giro

Ieri ho fatto un giro al Giro. Non accade tutti i giorni che il traguardo del Giro d'Italia ti capiti in città, lungo la strada che fai ogni mattina per andare a lavorare. Metti poi che passi di domenica, in una giornata di sole e che tu abbia trascorso mezza giornata a lavare golf, per terminare, una buona volta, il cambio di stagione e abbia assoluto bisogno di staccare un po'. Che fai? Vai a dare un'occhiata, anche se sei tra le persone meno sportive dell'orbe terracqueo. E come vai a vedere il Giro se metà delle strade sono bloccate? Ovvio: in bicicletta. Anche se hai una vecchia pseudolandese senza cambio che, dopo il frontale fatto l'anno scorso con un ragazzotto in bici elettrica, ogni tanto cigola e spernacchia perché la ruota dietro non è più tanto rotonda. E provate entrambe - tu e la bicicletta - un po' di vergogna incrociando amatori azzimati a bordo di due ruote luccicanti e auto d'appoggio colme di tecnologici pezzi di ricambio.
Essendo poco esperte di manifestazioni sportive, vi potrebbe anche capitare di arrivare quando i ciclisti sono ancora a 20 km dal traguardo e il pubblico è rado; e di riuscire, perciò, ad avventurarvi fin davanti alla tribuna delle premiazioni e piazzarvi lì, parcheggiando la bici alle vostre spalle, contro il muro del convento delle Carmelitane, così anche lei, poverina, può godersi lo spettacolo. Peccato che nel giro di pochi minuti tra te e la bicicletta si materializzino file di curiosi pigiati tra il muro e le transenne e la tua bici scompaia alla vista. E' un momento di apprensione, ma i corridori, che viaggiano all'inverosimile velocità di 50 km all'ora, sono già entrati in città e persino tu ti fai prendere dall'entusiasmo. Ci sono papà con bambini sulle spalle, ragazzi che spiegano alle morose il significato delle maglie, rispettabili signore di mezza età con maglietta e cappellino rosa e... occhiali da sole a forma di bicicletta! In effetti il sole picchia e anche tu ti attrezzi con occhiali da sole e, visto che non hai un cappellino, ricicli il foulard che hai al collo. Così finisci per assomigliare alla Dama Bianca con il naso di Coppi. Devi ammettere che è divertente. Cominciano ad arrivare le auto e le moto di scorta e ti rendi conto che, fino a quel momento, stavi guardando nella direzione sbagliata. Finalmente vedi i ciclisti. E' un lampo. Non ne conosci nemmeno uno e non sai se applaudirli o fotografarli. Fai le due cose insieme e il risultato è che solo una delle foto è da salvare. Solo quando salgono sul palco per le premiazioni, assieme alle solite inutili modelle e al sindaco più abbronzato di loro (sia dei ciclisti sia delle modelle), scopri che ha vinto un italiano. Applaudi di nuovo e speri che lo schizzo dello champagne non ti raggiunga. Bene. E' finita: puoi tornare a casa. No, non puoi. La tua bicicletta è incastrata in mezzo alla folla e fatichi a raggiungerla. Quando ci riesci ti rendi conto che non puoi spostarla di un millimetro. Ti ci siedi sopra rassegnata e ti sfiorano le maledizioni di chi cerca di passare e si ritrova il manubrio nel diaframma (o più giù, a seconda dell'altezza). Rimpiangi di non esserti messa una maglietta giallo Parma per mimetizzarti con il muro. Aspetti che la folla si diradi. Appena si apre un varco ti ci infili. Inforchi il tuo mezzo di locomozione e decidi di rincasare percorrendo a ritroso un pezzetto della strada che han fatto i ciclisti. Stanno già smantellando. Schivi un enorme camion che raccoglie transenne, ti chiedi come diavolo hanno fatto a non cadere sul pavé sconnesso di Via d'Azeglio e ti accorgi che stai pedalando liscia, leggera e più velocemente del solito. Bella cosa l'autosuggestione!

giovedì 5 maggio 2011

Bambini

"Quando i grandi
sanno vivere da adulti,
i piccoli possono finalmente
vivere da bambini."

(Tonino Milite)

Non dirò dei figli delle ciose, che crescono belli e simpatici, ma di quelli che bambini non sono, almeno anagraficamente, ma tendono a comportarsi come tali. Mi è capitato di averne parecchi attorno negli ultimi tempi, soprattutto sul lavoro, tanto che giusto ieri, parlando con la mia collega, abbiamo concluso che a fare il nostro mestiere, più che una laurea in comunicazione o in materie letterarie, ne occorrerebbe una in psicologia.
C'è quella che si preoccupa di correggere e ricorreggere minuzie nell'ultima pagina di un giornalino che avrebbe dovuto uscire due mesi fa, bloccandolo per qualche altro giorno ancora; quella che, dopo aver avuto in mano per un mese la scaletta di un altro giornale, si accorge che, forse, uno dei finanziatori avrebbe potuto richiedere una pagina tutta per sé e dunque occorre chiamarlo e reimpostare tutto il giornale (già scritto per metà) perché non si sa mai... Ah, e c'è quell'altro che vuole che si invitino i lettori a una bella vacanza nel deserto. Sì, certo, dove? Libia? Egitto? Tunisia? Non c'è che l'imbarazzo della scelta!
Queste e altre perle sono frutto di gente che ha minimo dieci anni più di me, lavora da molto più tempo di me e, diciamolo, guadagna almeno il triplo. E non si tratta di inesperienza. Temo invece che siano entrati con entrambi i piedi nell'ottica molto italica della marchetta: devono rendere conto agli sponsor, ai finanziatori, al direttore, al sindaco o a chiunque stia un gradino sopra di loro. E hanno paura. Sarà la crisi, con teste che saltano anche dove non ti aspetteresti, ma temo che oggi il primo pensiero di molti professionisti non sia fare un lavoro ben fatto, ma non scontentare nessuno, non turbare equilibri e, magari, dare anche un'incensata qua e là, prima ancora che venga richiesta, in una sorta di preventiva rinuncia a fare delle scelte e a prendersi quelle responsabilità per le quali, dopotutto, vengono pagati. Non sto parlando di incapaci, ma di "brave persone"; gente normale che, forse per non rodersi il fegato (come faccio io) o forse per disillusione, regredisce pian piano allo stadio di bambini. Si bevono in modo acritico quel che viene dall'alto e lo riversano sulle malcapitate ultime ruote del carro, a cui, ovviamente, tocca fare i salti mortali per conciliare l'inconciliabile. Ad esempio: come si fa a trovare un modo elegante per parlare a dei bambini di quanto sono belli i campi estivi organizzati dal tale ente quando le iscrizioni sono già chiuse da un mese e i campi si faranno tra un mese. Che ne faccio? Un invito? Ovviamente no. Una cronaca? Nemmeno. Però bisogna parlarne. Perché? Eh, bisogna!
Mi consolano due cose: che, grazie al cielo, ancora si incontra gente capace di portare avanti un progetto con serietà ed entusiasmo, e il fatto che, per fortuna, io mi occupo di piccole cose e - anche quando son costretta a lavorare male - non faccio un gran danno. Mi preoccupa un po' di più l'idea che lo stesso sistema lo applichino, che so, un medico o un politico. E li vediamo ogni giorno questi amministratori pubblici che litigano come bambini per spartirsi l'ultima fetta di torta; che mettono giù il muso, negano persino l'evidenza e rispondono "ma io non credevo, ma io non intendevo...", purtroppo senza il candore con cui lo fanno i bambini.
Intendiamoci, anch'io non mi ritengo immune da questa tendenza. Sono anch'io tra quei "bambini" a cui ha dato una bella strigliata il solito Paolini (scusate...) a Padova per il 1° Maggio: incapaci di stare zitti per un solo intero minuto di silenzio, di decidere e organizzarsi da soli, e così diversi dagli "adulti", che, a suo tempo, scrissero la Costituzione.
E ci sarebbe un gran bisogno di adulti oggi. Non gente seriosa e inibita, ma responsabile, che, per esempio, sappia dare il giusto peso ai rapporti di lavoro, d'amicizia, d'amore, senza gettarseli dietro le spalle da un giorno all'altro come fanno i bambini con un giocattolo con il quale si sono stancati di giocare. Ma questa è un'altra storia.
Eh, Cri, come sei pesa oggi! Lo so, lo so. Ho preso quattro chili e una taglia. Abbiate pietà...

mercoledì 27 aprile 2011

Figuracce al museo delle figurine

Potevamo noi mancare alla tradizionale gita di pasquetta? No, non potevamo. Quindi, con il consueto largo anticipo (un fitto giro di telefonate tra le 21.15 e le 21.30 della sera di Pasqua), la premiata ditta CD&C si è messa in moto alla ricerca di una meta. All'inizio avevo pensato a un giro nei nostri Appennini poi, complici le previsioni non proprio lusinghiere (e ti pareva!), Dani ha proposto una visita ai vicini di casa lungo la via Emilia: Modena e Reggio Emilia, anche perché - testuali parole - ci si può andare in treno. Ho incassato con nonchalance l'allusione al terrore che suscita la prospettiva di un viaggio con me come autista, ho preparato la borsa con i consueti generi di conforto in versione festiva (ovetti di cioccolata) e messo la sveglia. Siamo sbarcate a Modena senza intoppi verso le 11.00. "Che si fa?" "Andiamo al museo?" "Puntiamo alla Ghirlandina?" "Cerchiamo un ristorante?". Eh, no, porca miseria! Abbiamo passato metà del viaggio a lamentarci di quanto siamo ingrassate quest'inverno e cominciamo così? Avanti, su, camminare! La prima cosa che ci appare uscite dalla stazione è la chiesona dedicata ai caduti della prima guerra mondiale. Qui scopriamo che lo stemma di Modena è praticamente identico a quello di Parma. Ci imbattiamo nel giardino pubblico e ci concediamo un po' di campanilismo: "E' più bello il nostro!" Però la palazzina al centro non è male. Dentro c'è una mostra di foto di un'autrice spagnola che ritrae finestre illuminate e vetrine deserte: originale. Raggiungiamo il palazzo dei musei passando per Corso Canalgrande. Ci coglie un sussulto veneziano, prima di ricordarci che tutte le città padane, un tempo, erano attraversate da canali e dunque il nome non è così esotico. Entrate nel cortile il dilemma: Galleria civica o Museo delle figurine? "Suvvia, siamo serie, abbiamo trent'anni!" "Perfetto! Museo delle figurine!" Nello stanzone in penombra, assieme a qualche genitore svogliato che accompagna i figli, Costi ritrova l'album di Kiss me Licia, caro ricordo d'infanzia, e io m'incanto davanti al primo numero di Topolino formato rivista; poi degeneriamo: ci mettiamo a giocare col teatrino delle ombre cinesi e, dopo averci girato attorno tre volte, prendiamo il coraggio a due mani e andiamo a chiedere al custode tre fogli per poterci fare il ritratto sulla "Poltrona di Lavater": un cavalletto con un vetro su cui si può posare un foglio e tracciare il profilo della persona seduta dall'altra parte e illuminata da una lampada. Nessuna di noi ha un nasino francese, ma pazienza. Visitiamo anche la Galleria e ne usciamo giusto all'ora di pranzo. Prima entriamo in Sant'Agostino, dove scopriamo un meraviglioso compianto sul Cristo morto in terracotta. Poi passiamo dal sacro al profano e, visto che le poche trattorie sfiziose aperte sono assediate di turisti, ripieghiamo su una normale pizzeria. Come digestivo ci scoliamo d'un fiato (d'un fiatone, più che altro) i 194 gradini della Ghirlandina. Inutile dire che era ponteggiata fino in cima per restauri: anche questo è un classico delle nostre gite. Mentre ci riprendiamo, dal basso ci giungono le note di una banda, che alterna senza ritegno il silenzio fuori ordinanza ai blues brothers... Visitato anche il duomo con le sculture di Wiligelmo, uno dei primi autori a firmare le proprie opere, e le sale del Comune con la teca contenente la famosa "Secchia rapita". Davanti alla chiesa della Pomposa con la tomba di Ludovico Antonio Muratori ci guardiamo sconsolate: "Chi diavolo era?". Anni di studi umanistici buttati al vento. Urge un ripasso: sacerdote, archivista e bibliotecario, autore della prima Storia d'Italia (1672-1750). Sotto il portico che circonda la deliziosa piazzetta qualcuno ha incollato le sagome di due galline che si rincorrono: ci sentiamo a casa. Entriamo un po' per caso in San Vincenzo, bella chiesa che ospita le tombe degli Este. Costi viene colta da uno dei suoi attacchi filomonarchici.
A Reggio Emilia ci fiondiamo al museo del Tricolore per timore che chiuda: ci pare la degna conclusione di una gita del 25 aprile nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Lo visitiamo per benino e ne traiamo un saggio ragionamento: viste le molte anime e il caos da cui è nata la nostra Patria, tuttosommato non c'è da stupirsi che stia come stia. Notiamo che le divise dei soldati risorgimentali esposte nelle teche ci starebbero strettine e rincasiamo senza nemmeno prendere il gelato. Ma non c'è scampo: mio padre mi attende al varco con i cappelletti e il bollito, resti del pranzo di Pasqua. Urgono lunghe passeggiate in montagna!
Saluti rotondi.

domenica 24 aprile 2011

Buona Pasqua!

"Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell'umane tenebre,
Fratello che t'immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l'uomo"

(G. Ungaretti, Mio fiume anche tu)

C'è poco da fare: i poeti le cose le sanno dire meglio.
Auguri di cuore.

lunedì 18 aprile 2011

chuao


Dopo essermi seduta comoda sul divano, appena le note di Bach hanno iniziato ad allargare le pareti della mia stanzetta viola e con il sole di questo strano caldo aprile che stava calando, ho aperto una tavoletta di chuao di Pierre Hermé.
Ne sento la dolcezza e il calore e mi sembra di essere tra le persone più fortunate al mondo. Potere delle endorfine? Ma cosa importa… godedetevi con me questo strepitoso cioccolato e questa musica e per un attimo facciamo finta che la vita sia un morbido velluto di cacao e nient’altro.
Adesso che l’attimo è passato e il retrogusto è così tondo e pieno che sembra non attenuarsi mai, ritorno al mio vivere normale e una folla di pensieri iniziano ad alternarsi nella mia testa. Per fortuna le galline vanno a letto presto e io non faccio eccezione, quindi adesso prenderò un bel libro (di ricette, ovvio) e leggerò qualcosa: chissà che complice il cioccolato e qualche foto il sogno non mi porti a Parigi, su una panchina davanti a Saint Sulplice con in mano il pain au chocolat più buono al mondo …

domenica 17 aprile 2011

Due Marii e un Marco

Il primo dei due Marii, di cognome faceva Tommasini. Un comunista d'altri tempi, ex partigiano, che, anche in tempo di pace non ha smesso di fare battaglie: per i disabili psichici (leggi "matti") rinchiusi nel manicomio di Colorno prima, e per gli anziani rinchiusi negli ospizi poi. Dal 2008 a suo nome è stato istituito un premio che, quest'anno, è stato consegnato a un certo Marco... C'è bisogno vi dica il cognome? No, eh. Però stavolta non è colpa mia! Non sono stata io ad andarlo a cercare su per i monti o in paesuzzi spersi, sfidando le intemperie: è stato lui a venire qui e, quindi, abbiate pazienza. E, già che c'era, s'è portato il fratello Mario, psicologo, pedagogista, che si occupa di disabili e dei loro educatori. Perché al fratello deve l'idea di Ausmerzen, lo spettacolo per il quale è stato premiato. Lui, non ha mancato di sottolineare, è solo un'attore che si è occupato per un po' di un argomento, mentre Mario - tutti e due - ha dedicato con continuità la sua vita a "prendersi cura". E la continuità non sempre paga - ha osservato Marco - molto più spesso si paga, con l'isolamento, con la salute. Tommasini era un rompiscatole, raccontava la sorella, con la quale ho "attaccato bottone" nel cortile della Casa della musica. Andava a fare ispezioni a sorpresa per assicurarsi che ai suoi matti dessero davvero da mangiare quel che era previsto nel menu; e non aveva paura di allearsi "persino" con la DC (l'ho detto, erano altri tempi!), in nome di un buon progetto, in grado di ridare dignità agli esclusi. "Era un uomo solido in una società liquida" ha detto Marco, "non uno a cui guardare con nostalgia, però, ma da cui prendere spunto per ritrovare un respiro per il futuro". "E' responsabilità di ciascuno conoscere e decidere da che parte stare" ha aggiunto il fratello, che ha il viso più rotondo e gioviale e riccioli grigi, ma gli stessi occhi chiari e una voce altrettanto piena: "dobbiamo avere il senso della scomodità che si prova ascoltando storie che lasciano aperte domande a cui rispondere".
Marco, a un certo punto, mentre visitava la mostra di fotografie, me lo sono trovata di fianco. Ho fatto in tempo a osservare che portava scarpe a punta da cow boy e che credevo fosse più alto; ma intanto che decidevo se era il caso o no di rivolgergli la parola, lui ha mandato a quel paese i fotografi che lo stavano tormentando. Ho fatto un balzo indietro, nascondendomi dietro una colonna: no, fare la fan non è il mio mestiere. Infatti, ho provato un misto di rabbia e vergogna quando il presentatore della premiazione gli ha fatto l'unica domanda che - diceva se non sbaglio Kapuscinsky - non si dovrebbe mai fare a un giornalista, ma nemmeno a un attore o a chiunque altro si sia invitato a parlare, si spera, per un motivo valido: "Ci dica quello che vuole". Adulazione o impreparazione? In ogni caso, entrambe cose che sarebbe meglio evitare...
PS. Ah, dimenticavo una terza ipotesi: ammirazione un poco ingenua, ma sincera. Ecco, visto il contesto, forse questa è la più probabile, ma il fatto che io ci abbia pensato solo oggi dà la misura di quanto ormai siamo tutti quanti abituati a pensar male del prossimo. E non è bello.

martedì 12 aprile 2011

Dica trentatré!?

Domani cambia il tempo e finirà, purtroppo, questa anomala ondata di caldo estivo che ha messo tutti in allarme e che io, lucertola freddolosa, mi sono goduta moltissimo. Lo so: non poteva durare, ma proprio domani?
Domani dobbiamo chiudere una rivista ed è tutto il giorno che la rileggo e ogni volta ci trovo qualche errore (alcuni anche miei...) e ormai mi bruciano gli occhi.
La mia capa, con uno slancio di sadismo involontario, mi ha appena inviato una bordata di materiale per un nuovo progetto di comunicazione di cui, da domani, dovrò occuparmi e che riguarda, pensate un po', l'invecchiamento!
Oggi pomeriggio ho ricevuto un sms da un numero sconosciuto con un invito per uscire stasera. Peccato fosse il mio parroco in cerca proseliti per il Gruppo liturgico. Quasi quasi ci vado, così, delle due l'una: o mi addormento in sala riunioni sotto lo sguardo compassionevole (almeno quello) di un manipolo di agguerriti vecchietti/e, o me ne esco con una delle mie e creo un po' di scompiglio. In ogni caso, un degno prologo per la giornata di domani...
E va bene, domani compio trentatré anni, ma vi pare il caso di infierire?
Guardate che, se me la vedo brutta, prendo un treno e me ne scappo a Trento con trentatré trentini.
Seeee... domani!

lunedì 4 aprile 2011

Una serata indimenticabile

Sabato scorso ho avuto la fortuna di partecipare a una cena organizzata da "Papersera.net", un giornale dedicato ai fumetti disneyani. L'ospite d'onore della serata è stato il celeberrimo fumettista Don Rosa, famoso per le sue storie incentrate sul personaggio di Zio Paperone.

Lascio qui un'immagine della serata: Don che disegna per i suoi fans fino a tarda notte, generoso e instancabile; per accontentare le richieste di tutti, si è cimentato anche nei ritratti di personaggi che non fanno parte del suo repertorio (nella foto sta disegnando Brigitta, forse per la prima volta nella sua carriera).

Personalmente gli ho chiesto di disegnarmi Daisy, perchè si chiama come me!

Ovviamente dedico questo post alla Cri, che avrebbe meritato più della sottoscritta di conoscere Don Rosa, essendo lei una vera appassionata di fumetti! Io invece, a confronto degli esperti partecipanti, ero una "profana", ma nonostante ciò mi sono divertita davvero.

venerdì 1 aprile 2011

In memoria

Stavolta faccio nomi e cognomi. Si chiamava Maria Pesci, ma tutti la conoscevano come "la Maria del prete". Prima di farvi venire strane idee, chiariamo che il prete era lo zio, spedito negli anni Trenta a far servizio in un microscopico paese d'Appennino e lei, giovanissima, lo seguì per fargli da "perpetua". Sarebbe stato bello chiederle chi decise per lei questo ruolo e se e quanto ne fosse contenta all'inizio. Fatto sta che ne fece la sua vita. Anche quando lo zio morì, e i preti erano ormai merce troppo rara per sprecarne uno in un paese da nulla, lei continuò, di fatto, a fare la perpetua; a curare la chiesa nuova, che aveva voluto e visto nascere sotto i suoi occhi, e la chiesa vecchia: una minuscola meraviglia romanica di disarmante semplicità, in bilico su una scarpata affacciata sul fiume. Dentro, lei e un amico fotografo, avevano allestito una specie di piccolo museo, perché Maria non amava solo la sua chiesa, ma l'intero suo paese e ne divenne la memoria.
La sua casa era piantata nella roccia, come quella della parabola; da un lato guardava la via principale del paese - l'unica a dire il vero - e dall'altro s'affacciava a un burrone boscoso di inquietante bellezza, oltre il quale luccicava, ancora, un'ansa del fiume. Aveva la penombra fresca e l'odore di pietra e fumo delle vecchie case e cassetti ricolmi di ritagli di giornale, lettere, fotografie e libri in cui si nominava, sia pure di sfuggita, il suo paese.
Anch'io l'ho amato. Molto. E' il luogo in cui abitano i primi ricordi e le prime immagini a cui riesco a risalire; e sono profondamente convinta di essergli, in qualche modo, debitrice della parte migliore di me: praticamente un imprinting. E' Pietramogolana. Impossibile non girarsi a guardarlo mentre gli si sfreccia accanto sull'autostrada del mare: uno sperone di roccia nera proteso sul Taro. Nel punto più alto i pochi resti di un castello, all'ombra della rupe le due chiese, sotto le quattro case e attorno campagna. Negli anni Ottanta c'erano anche un'osteria di cacciatori, gestita da un altro personaggio leggendario: la Lina; e un mulino in disuso con la ruota posata contro un muro a marcire e il bagno in cortile: lì ho passato le prime estati della mia vita, a cento metri dal fiume dove andavo a giocare, stringendo sottobraccio un salvagente giallo a papera. Lì ho imparato ad amare il rumore dell'acqua; ho annusato l'odore di colori a olio e trementina dei quadri di mia madre, messi ad asciugare sul davanzale, scoprendo, così, che esisteva l'arte. Ho ascoltato i primi racconti di guerra e di contadini e le prime leggende, a cominciare da quella sul nome del paese, sonoro e vagamente inquietante, a cui devo, forse, il gusto per le parole.
Un luogo arcano e antichissimo, insomma, ma così piccolo che persino una bambina di quattro anni lo poteva capire. Nel passaggio strettissimo tra il campanile della chiesa nuova e la base dello sperone sul quale s'innalzava il castello bastava allargare le braccia per toccare da una parte la roccia e dall'altra i mattoni e cominciare a farsi un'idea della Storia.
Esagero? Non so, ma mi piace pensarla così e ricordare Maria, che di questo mondo è stata a lungo custode. Negli ultimi anni, per una sorta di contrappasso crudele, è stata proprio la memoria a tradirla. D'accordo, aveva novant'anni e credo sia stata serena. Altri sono meno fortunati. In ogni caso comincia male questo mio aprile! Speriamo non peggiori...

domenica 27 marzo 2011

E il viaggio continua... con un premio!

Galline care, sono scassata come un'utilitaria in via di rottamazione e così, anziché essere a Milano con Dani, a Torrechiara con Sandy, o a Casacca, il "paese fantasma" eccezionalmente aperto per la giornata del Fai, con chiunque avesse voluto accompagnarmi, me ne sto in casa davanti al pc. Argh! Guardando le e-mail, però, ho trovato una sorpresa: ci crediate o no abbiamo ricevuto un premio!
Si tratta, se ho capito bene, di una sorta di "catena di Sant'Antonio" telematica in cui un blogger segnala altri 10 blog che segue e così via, permettendo ad altri di conoscerli e, magari, di trovarli interessanti... Ogni blogger segnalato, oltre ad appropriarsi dell'icona che vedete qui, deve a sua volta indicare altri 10 blog, avvertirli del premio e, intanto che c'è, raccontare 10 cose di sè.
Noi siamo state citate da Walter, la guida che ha accompagnato me, Dani e Co a Venezia. Questo è il suo modo di ringaraziarci per aver parlato bene di lui. Ma anche lui non scherza! Ha dato di Hens'Thoughts questa definizione: "intelligenza, sensibilità e ironia in un blog tutto al femminile". Niente male, vero?
Direi che potremmo continuare il gioco. Che ne pensate?
Io, però, sono ancora una principiante del web e non mi vengono in mente 10 blog da inserire in elenco. Intanto, ne metto due: quello del nostro gentile Virgilio veneziano, ovviamente, in cui quasi ogni giorno racconta qualcosa della sua città; e quello della geniale copywriter triestina che si occupa di pari opportunità:
1) L'altra Venezia;
2) Donne in ritardo.
Gli altri, per favore, aggiungeteli voi!
Le 10 cose su di me, che certamente saprete, perché spesso parlo a vanvera, le metterò nei commenti, così anche voi potrete fare lo stesso senza far diventare chilometrico questo post. Il premio, infatti, l'abbiamo vinto tutte e nove: perché l'idea e lo spirito del blog sono nati dalle nostre vacanze e dalle nostre cene insieme, e io, dopotutto, ancora ci credo...

PS: Aggiungo all'elenco il molto irriverente, ma decisamente geniale, vignettista (e autore e attore e...) che ho avuto la fortuna di conoscere per lavoro:
3) Fogliazza's blog.

lunedì 21 marzo 2011

Polvere e sole

"Non essere che polvere e sole, non avere nel cuore che primavera" (Antonio Fogazzaro, Malombra)

Oggi, fidandomi del calendario, del sole e delle violette fiorite in abbondanza nel cortile condominiale (vedi foto), ho osato la bicicletta per andare al lavoro.
Se domani mi sveglio col mal di gola... sapete il perché.
Per la citazione sono stata a lungo incerta tra questa - che avevo trascritto sulla lavagna in camera mia alle superiori - e un'altra che dice così "Buona primavera, per chi vola non c'è frontiera!"; Ok, lo ammetto: è un verso di "Chi fermerà la musica" dei Pooh. Che dire: dal romanticismo letterario al pop, a volte, il passo è breve.

Giacché ci sono, vi comunico anche che, come mi ha fatto osservare giustamente Chiara ieri, quest'anno ricorre il nostro decennale! Si accettano proposte per festeggiarlo degnamente...

giovedì 17 marzo 2011

Buon compleanno!

Quasi quasi stamattina prendo il cappotto rosso, acquistato in un impeto di follia, riesumo la sciarpina bianca rubata a mia madre per scendere in piazza il 13 febbraio, monto sulla mia macchina usata, decisamente verde, e vado a fare un giro. Sarei perfetta!
Tanti auguri, povera, piccola Italia. E tanti auguri anche alle ciose - e sono tante - che in questo periodo compiono gli anni. Per loro (per noi) almeno due certezze (e dico poco!): ne facciamo molti meno di 150 e, come diceva Gaber, se fossimo nate in un altro luogo, poteva andarci peggio...

lunedì 14 marzo 2011

Sirat Al Bunduqiyyah

"Allora hai studiato l'arabo" dice convinta la suorina bianca, ultraottantenne, alla reception del palazzo trasformato in ospizio, appena scopre che ho fatto lettere antiche. Io la guardo perplessa e rispondo che no, veramente solo latino e greco (e me li sto pure dimenticando...). Mi soccorre la guida spiegando che qui, per secoli, l'altrove e l'antico erano in oriente e, probabilmente, lo sono ancora. Anche questa è Venezia: afferrata al volo, incerte fino all'ultimo se saremmo riuscite a partire o no, tra acciacchi vari e previsioni meteo al limite del catastrofico. Ripensandoci, mi viene in mente dove ho già visto il simbolo esoterico, anch'esso orientale, che, raccontava la guida, era visibile fino a pochi anni fa sulla facciata di un palazzo in bilico su un rio, con gli archi rinforzati da gabbie di legno: in un racconto di Corto Maltese che ha due titoli, uno in arabo, che è lo stesso di questo post, e l'altro è la sua traduzione, "Favola di Venezia". Anche lui, in effetti, pareva uscito da un racconto di Pratt: alto, sottile, decisamente innamorato della sua città. Ci ha portate in giro per tre ore attraverso calli, campi e fondamenta incredibilmente semideserti, imbucandosi in giardini segreti e saloni dipinti nascosti in lussuosissimi alberghi, insegnandoci a riconoscere un sandolo travestito da gondola e facendoci osservare i particolari: il bassorilievo con il cammello e il cammelliere che si guardano, sulla facciata della casa di una famiglia di spezieri, il motto beneaugurante sull'architrave di una porta, la ciotola scavata nel basamento delle vere da pozzo per far abbeverare cani e gatti e altre cose ancora.
Ebbene sì. Stavolta ci siamo concesse una visita guidata e devo dire che ne è valsa la pena. Il nostro Virgilio personale, che in realtà si chiama Walter, ci ha lasciate al Ghetto: in un campo circondato da altissime case colorate dove i bambini giocavano a pallone e c'erano persino due ebrei osservanti, con tanto di barba e cappello nero, che parevano messi lì a fare scena, e invece stavano semplicemente conversando tra loro a casa loro. Visto che eravamo in vena, nel pomeriggio altra visita all'interno delle sinagoghe veneziane. E qui, sorpresa, ci siamo sentite raccontare la stessa storia in due modi diversi. Dove la guida che avevamo da poco lasciato esaltava la tolleranza e la liberalità della Serenissima, quella del museo ebraico sottolineava le limitazioni imposte ai suoi correligionari fino al rastrellamento ad opera dei nazisti. Chi aveva ragione? Probabilmente un poco entrambi: è il bello (o il brutto) della storiografia.
Inevitabilmente siamo finite a saccheggiare il bookshop del museo e qui, da una finestra affacciata sull'acqua, abbiamo visto cominciare la pioggia: era ora di tornare a casa. Così ci siamo intruppate anche noi, a malincuore, nei percorsi battuti dai turisti. Per un poco avevamo quasi creduto di appartenere a una razza diversa da quella più odiata (e amata) dagli abitanti di questa meravigliosa città. L'illusione è svanita mentre seguivamo a naso in su i cartelli gialli "Stazione", ma è stata bella, finché è durata. "Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in Calle dell'amor degli amici; un secondo vicino al Ponte delle maravegie; un terzo in Calle dei marrani, a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani (qualche volta anche i maltesi...) sono stanchi delle autorità costituite si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie". Li troveremo la prossima volta?

martedì 8 marzo 2011

Auguri "classici"

"Alcuni un esercito di cavalieri, altri di fanti/ altri di navi, dicono sia, sulla nera terra,/ la cosa più bella, ma io dico/ ciò che uno ama"
E questa è Saffo. Scusate se, per la festa della donna, mi do ai classici. Li ho frequentati per anni e, anche volendo, è difficile uscirne indenni. Oltretutto questa citazione temo di averla già usata su qualche segnalibro o qualche e-mail che vi ho propinato gli anni scorsi sempre per questa occasione. Che ci volete fare: a me questa poesia piace, non tanto per il contenuto in sé (il frammento prosegue poi facendo l'esempio di Elena, che per amore abbandona patria e famiglia, e si conclude con un accenno ai casi personali della poetessa), ma per questo attacco sorprendente e, in qualche modo, moderno. Certo a nessuno di noi, oggi, spero, cercando esempi su quale potrebbe essere la cosa più bella verrebbero in mente immagini così bellicose; ma Saffo con questo paragone, spazza via d'un colpo la tradizione dei poemi omerici, quelli nei quali è normale leggere pagine e pagine di descrizione di equipaggi di navi, guerrieri schierati e battaglie, in cui l'importanza del singolo - che pure appare in esempi strepitosi - è sempre in qualche modo subordinata a quella della stirpe di appartenenza. Saffo, donna colta e poetessa, si fa una sua scala di valori personale e la propone alle allieve della sua scuola: fanciulle nobili che andavano da lei per imparare ad essere buone mogli, è vero, ma nel frattempo si godevano una parentesi di libertà non disprezzabile per l'epoca (VII a.C.). Tenete conto anche del fatto che, al liceo, si arriva ai lirici dopo diversi mesi di Iliade e Odissea e, in genere, ci si innamora immediatamente di questi autori per tanti motivi: perché scrivono testi brevi, più facili da studiare, e perché emergono figure interessanti, ironiche, struggenti: c'è Archiloco, il soldato-poeta, che dà della guerra una visione dal basso, decisamente antieroica; Alceo, forse il primo ad usare l'immagine della nave in mezzo al mare in tempesta per rappresentare una crisi politica (come farà anche Dante); e poi c'è lei, Saffo: la prima donna della letteratura greca, che ti parla quasi esclusivamente d'amore nelle sue più varie sfumature, quando parlarne non era affatto una cosa banale, ma, anzi, l'inedita affermazione della propria individualità. Impossibile non affezionarsi a lei, soprattutto in anni adolescenziali, quando persino a una acida come me capitava di avere le farfalle nello stomaco. Impossibile non ricordarla oggi, tra la lunga serie di progenitrici che, in qualche modo, ci hanno rese quel che siamo.
Per questo dedico questi versi a tutte voi, ma in particolare alla piccola Lu, che ha inaugurato la seconda generazione delle ciose, augurando anche a lei di avere, quando sarà il tempo, un pollaio di amiche con cui crescere e confrontarsi.

lunedì 28 febbraio 2011

Voto di vastità...

Diciamo subito che il titolo non è un refuso. E' semplicemente il tema principale dell'ultimo spettacolo di Alessandro Bergonzoni ("Urge") che io, Co, Dani e sua sorella abbiamo visto venerdì al Due. Ne siamo uscite ridendo e abbiamo continuato fino a casa di Dani, cercando di ricordarci a vicenda le battute migliori. Ovviamente ci venivano in mente solo le peggiori, quelle più semplici, quasi da barzelletta: il geco che chiede al tordo "Guarda dove vado" e il tordo risponde "Scusa, cosa hai detto?"; o la merla in mezzo al marciapiede che esclama convinta "Voglio vedere se qualcuno mi pesta"; ma vi assicuro che questo saltimbanco delle parole (forse anche un po' dell'anima, per dirla con Palazzeschi), sa fare ben altro, procedendo per associazioni di idee, scambi di lettere, forzature di proverbi e tutto l'armamentario dell'enigmistica (e della poesia), per far sorridere e anche un po' pensare. Come dargli torto, ad esempio, quando ha invitato tutti (anche gli uomini?!) a "rifarsi il senno" o a "scavare il fosse" per vedere se viene fuori qualche idea nuova? Ho il forte sospetto che, al di là di un tema o di un filo, per quanto sottile, che leghi tra loro le varie parti dello spettacolo, quello che interessa al bolognese folle e scapigliato sia proprio la parola in sé: il puro piacere di usarla come vuole, per creare qualcosa di nuovo. Non è un caso, credo, che sia anche un artista, come lo furono, ad esempio, Buzzati e il padre di Michael Ende: saper maneggiare il colore e la materia, probabilmente, aiuta a fare lo stesso con le parole. Però, anche nei voli più surreali, nelle forzature più ardite, mi pare rimanga un rispetto di fondo: le usa per sorprendere, divertire e stuzzicare l'intelligenza, non per convincere, nascondere o ingannare. Insomma, il suo è un esercizio di libertà, o, appunto, un "voto di vastità" che non può che far bene al cuore.
Dopotutto è una prova di vastità anche quella che ho visto domenica pomeriggio, assistendo a una gara di wheelchair hockey, cioè hockey giocato in carrozzina, tra la squadra di Parma e quella di Modena. Chi di voi si immagina una partitella tra persone variamente malmesse che han trovato un modo per passare il tempo sbaglia: sono sportivi veri, accaniti e leali, capaci di dare più di una lezione ai blasonati e strapagati calciatori. Sui loro mezzi elettrici, con tanto di rostro da Ben Hur per acchiappare la pallina (in realtà si chiama stick), incutono anche un po' di timore e molta ammirazione, per la loro capacità di superare con intelligenza e dignità i limiti imposti da una natura matrigna. Alla fine c'è anche il terzo tempo, come a rugby, nel quale la squadra di casa eccelle sempre, indipendentemente dai risultati in campo. Vero Moki?
A proposito di parmigiani. Ne approfitto per fare un appello agli sceneggiatori che ambientano spot pubblicitari o fiction dalle nostre parti. Ma santo cielo! Cosa vi costa mandare gli attori a fare un corso accelerato alla "Famija Pramzana" o noleggiare un coach da una qualsiasi delle compagnie dialettali cittadine? Va bene che nel resto d'Italia nessuno ci farà caso, ma per noi è una tortura sentire sorci appassionati di formaggio con una cadenza che riassume il peggio dei dialetti locali senza assomigliare a nessuno o le sorelle Fontana (da Traversetolo) parlare in bolognese.
Arvedros, galline, e... non pestate merle, anche se, pare, portino fortuna!