mercoledì 27 ottobre 2010

Zucca vuota?!.. Niente paura!!


Care ciose, per riprendermi un po' dalla punta di amarezza del mio ultmo post, e per tener fede al punto 4 del nostro decalogo, torno a farmi viva con una ricetta dolce a prova di..zucca!! Infatti è proprio questo ortaggio il protagonista degli ultimi giorni del mese, in cui anche da noi ormai imperversano zucche vuote riempite con lumini e dotate di occhi e denti intagliati... Del resto ho letto che proprio nel nostro territorio si rivendica la paternità di questa tradizione celtica che, prima di giungere oltroceano, sarebbe passata dalle nostre parti... Comunque, ecco la ricetta della torta di zucca:
Ingredienti:
400 g di zucca cotta a vapore e passata al setaccio
400 g di farina
300 g di zucchero
200 g di burro morbido
3 uova intere
un cucchiaio di fecola
una bustina di lievito per dolci
un cucchiaino di cacao amaro
un bustina di vanillina
un bicchierino di maraschino (io preferisco usare un liquore all'amaretto)
Mescolate il burro con lo zucchero, aggiungete le uova, uno alla volta, unite la farina, la fecola, il lievito, la vanillina, la zucca setacciata, il cacao e il liquore.
Versate l'impasto in una tortiera imburrata e infarinata e cuocete nel forno a 180°C per 40 minuti.
Decorate poi a piacere con zucchero a velo, glassa oppure divertitevi a intagliare occhi e denti sulla vostra zucca dolce!
Niente paura e...buon appetito!!

PS: Cri, appena riesco a reperire un'immagine della torta te la mando per inserirla nel post! Grazie!

venerdì 22 ottobre 2010

Beata innocenza...

"Un bambino può insegnare sempre tre cose ad un adulto:
a essere contento senza motivo,
a essere sempre occupato con qualche cosa
e a pretendere con ogni sua forza
quello che desidera".
(Paulo Coelho)

Questa citazione è stampata a caratteri cubitali sulla porta d'ingresso di una delle scuole in cui insegno. Mi è piaciuta e ve la propongo al termine di un'altra settimana scolastica. E' passato poco più di un mese dall'inizio della scuola, ma in queste poche settimane ne ho viste di tutti i colori e parlo di adulti... Forse potrà sembrare che chi, come me, insegna a bimbi così piccoli abbia poca dimestichezza del mondo adulto; in parte è vero e me ne rendo conto, ma quando incontro "grandi" che si comportano peggio di bambini di tre anni non mi vergogno di essere ancora tanto innamorata di quell'età di beata innocenza, quando ancora si è capaci di giocare e lavorare insieme, di litigare ma anche di chiedersi scusa e fare la pace, di sognare e sentirsi felici, un po' incuranti dei problemi che ci circondano...!
Con l'augurio di settimane migliori, buon fine settimana a tutte!

venerdì 15 ottobre 2010

Mestieri alternativi

Non so voi, ma io, che già faccio fatica a definire il mio lavoro, non avevo idea che esistesse qualcuno che fa il "Lettore ambulante". L'ho scoperto smanettando su internet e trovo sia assolutamente geniale. Il lettore ambulante in questione è una donna, si chiama Simonetta Bitasi e non abita neppure tanto lontano da noi, infatti è di Mantova. Ecco il sito: http://www.lettoreambulante.it/. Costi, se ti va bene il laboratorio a Fidenza puoi cambiare mestiere... In ogni caso, tanto di cappello!
Vi segnalo anche che tra i nostri lettori fissi si è aggiunta una gradita ospite, si chiama Benedetta Gargiulo, ha più o meno la nostra età, è una pubblicitaria, vive a Trieste (beata lei!) e tiene un delizioso blog dedicato alle pari opportunità sul quale io, qualche giorno fa, ho lasciato un commento. Che dire? Benvenuta e grazie!

lunedì 11 ottobre 2010

La strana solitudine dei matematici

Per una di quelle coincidenze che capitano ai lettori non occasionali, mi sono ritrovata ad affrontare, uno dopo l'altro, due libri che hanno a che fare con la matematica. Sto parlando de "La solitudine dei numeri primi" di Paolo Giordano, prestatomi da Costi, e de "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" di Mark Haddon, frutto di uno scambio con la vulcanica presidentessa di quella specie di circolo di lettura che frequento da circa un anno. Come avrete notato quando ci tocca dividere il conto della pizzeria, io ho un pessimo rapporto con la matematica, mia bestia nera a scuola, tanto che il mio insegnante di scienze alle superiori voleva regalarmi un pallottoliere. Temo, però, che il problema sia endemico tra le ciose, sebbene tra noi compaiano un ingegnere, una biologa e un'economista (le ultime due, a dire il vero, hanno scelto di fare altro nella vita). Per non parlare dei mariti/fidanzati, tra i quali prevalgono gli studi scientifici. Con loro, in particolare, mi scuso per la faziosità di questo post. Tornando ai libri dirò che non sono niente male: originali e ben scritti. In entrambi la matematica diventa un pretesto per guardare il mondo con occhi nuovi, oltreché una fonte di esempi, immagini e metafore tutt'altro che scontate. In entrambi, in particolare, i numeri primi diventano simbolo dell'alterità dei protagonisti: ragazzi a dir poco problematici. Immagino che gli autori abbiano scelto volutamente dei personaggi "al limite" per rappresentare in maniera eclatante le difficoltà che tutti incontriamo nella vita, nei rapporti con gli altri, nell'accettazione di una realtà spesso dura e alienante, zeppa di finzioni e compromessi; credo anche che la matematica, almeno nelle intenzioni, sia stata scelta come portatrice di valori positivi di ordine e razionalità, che aiuta, in qualche modo, queste sventurate creature a crearsi faticosamente un equilibrio. Forse, però, non si sono resi conto che, essendo il protagonista (o meglio, coprotagonista) della "Solitudine", un giovane autolesionista e quello de "Lo strano caso" un ragazzino autistico, tutti e due geni della matematica, la materia, alla fine, non ne esce benissimo... Il primo, oltretutto, rinuncia al grande amore della vita (o alla cosa che più gli somiglia) per rituffarsi nel suo algido tran tran di professore alllietato, forse, da un'amica occasionale. Certo, non si pretendeva l'happy end: in un contesto simile sarebbe stato quasi ridicolo. Il secondo, almeno, riesce a risolvere il giallo del titolo con tanto di colpo di scena e a superare un test d'ammissione all'università, ma mi piacerebbe sapere che bisogno c'era di piazzare una bella bestemmia in corso di testo. Insomma, i libri sono belli, ma se gli autori avevano intenzione di utilizzarli, tra le altre cose, per suscitare la passione, o comunque la curiosità per la matematica, temo abbiano sbagliato i conti: infatti ne esce un ritratto desolante dei cultori di questa materia che devono essere, come minimo, dei disadattati con manie distruttive ed autodistruttive e una decisa propensione all'infelicità. Grazie al cielo so che non è così, ma d'ora in avanti, se permettete, mi vergonerò un po' meno di contare ancora sulle dita.

mercoledì 29 settembre 2010

L'età della ragione (e sentimento)

Ebbene, ci siamo. Tra pochi giorni sarà ufficiale: anche l'ultima ciosa farà il grande salto e questo diventerà un blog di sole trentenni. Paura? Ma no, l'importante è non far troppo caso al fatto che veline e calciatori, che fino a poco tempo fa erano nostri coetanei, ora sono tutti più giovani e, soprattutto, non aver letto nè "I colloqui" di Gozzano, dove la trentina viene definita "inquietante, torbida d'istinti/ moribondi", nè, peggio ancora, "Ragione e Sentimento", dove uno sventurato colonnello trentacinquenne - peraltro uno dei personaggi migliori del romanzo, che sto faticosamente terminando di leggere costretta a casa dall'influenza - viene definito vecchio e, per questo, senza speranze di una buona sistemazione. Se si riesce a superare tutto questo, ci si può sempre far forti al pensiero che ormai dovremmo avere raggiunto, una buona volta, l'età della ragione. Un'età in cui sentimenti quali l'amicizia e l'amore dovrebbero essere divenuti forse meno frivoli e appassionati ma più veri, saldi e profondi. Auguri Meg...

martedì 21 settembre 2010

Poesia involontaria

"E' in camera tua il sole?"
"No, è andato in bagno. Non lo vedi che esce dalla porta?"


Versi malcombinati di un poeta ermetico? Personificazione neopagana degli elementi naturali? Allucinazione collettiva?
No, semplicemente un dialogo tra me e mia madre, osservando il giro del sole da una finestra all'altra che, cambiando inclinazione, ahimè, annuncia l'autunno.
Del resto se a Heidi sorridevano i monti, il sole ha ben diritto di fare un po' di toeletta mattutina!

PS. La foto è un tramonto a Grado: due minuti di contemplazione estatica prima di renderci conto che eravamo a 90 chilometri dal B&B e che, dopo il tramonto, si sa, viene la notte e, nella notte, è più facile perdersi...

lunedì 13 settembre 2010

Letteratura!

Ieri ho incontrato un mio compagno di università che non vedevo da anni. Era una strana creatura: roseo, pingue e forbito come un gentiluomo dell'Ottocento. Oggi è meno pingue, più stempiato e fa un lavoro che non c'entra nulla con i suoi studi (e questo è normale), ma lo stile è più o meno lo stesso. A lui devo uno dei momenti più surreali del mio percorso accademico. E' andata così. Ci ritrovammo in quattro gatti a seguire un corso facoltativo con l'assistente del professore di greco, creatura altrettanto notevole: giovane, minuto, timido e appassionato. Quando ci propose di fare una ricerca ciascuno su un diverso epigramma di Callimaco, nessuno ebbe il coraggio di dirgli di no. Così iniziammo a scartabellare tra i volumi della biblioteca d'istituto - sparsa in varie stanzette - alla ricerca di materiali. Devo confessare che, abitando vicino all'università, molto raramente mi era capitato di fermarmi a studiare in istituto e ancor più raramente mi era capitato di utilizzarne la biblioteca; quindi i primi giorni non trovavo nulla: non sapevo dov'erano i vocabolari, dov'erano i lessici e le antologie; ma lui sì! E quindi, perché girare a vuoto quando potevo chiedere? Alla fine, esasperato, mi prese per un polso e mi fece fare un tour illustrandomi l'intero contenuto e l'esatta disposizione della biblioteca. Un giorno che stavamo entrambi litigando sui rispettivi epigrammi - lui, rigoroso, andava in cerca dell'etimologia di ogni parola, io, anarchica, mi ero lanciata in una disquisizione sull'origine della poesia secondo gli antichi (tecnica pratica? ispirazione divina?) - mi si avvicinò con aria cospiratoria dicendo: "Vieni con me! Ho scoperto una cosa...". Conoscendolo come persona affidabile mi azzardai a seguirlo. Mi ritrovai nella più remota delle stanzette della biblioteca: praticamente un sottotetto male illuminato nel quale il nostro, felice come un bambino, mi rivelò di aver ritrovato l'intera collezione dei classici della Loeb che non era segnata nel catalogo. Non era cosa da poco, visto che i simpatici libretti hanno la traduzione a fronte in inglese e comprendono anche titoli poco noti che potevano servirci per la ricerca. Cominciammo a sfogliarne qualcuno. Proprio quando eravamo entrambi chini sulle paginette di non so quale autore si spalancò la porta ed entrò il giovane assistente, che rimase sulla soglia con un'espressione di assoluto imbarazzo. Ci mettemmo un attimo a capire il perché: una stanzetta buia, un ragazzo e una ragazza vicini che guardano lo stesso libro... Così, anche noi, pur senza averne, ve l'assicuro, alcun motivo, restammo incapaci di proferire verbo. Poi, visto che è in certe situazioni che si riconoscono i veri uomini, fui io a riprendermi per prima e a spiegare come stavano le cose. Finimmo, con sollievo, a ragionare di edizioni critiche.
Se ci ripenso mi viene ancora da sorridere, soprattutto perché, anche se non ce lo siamo mai detti, sono certa che tutti e tre, nei dieci secondi di silenzio, abbiamo pensato la stessa cosa: Dante! Canto V dell'Inferno. Paolo e Francesca! Eravamo, allora, troppo intrisi di letteratura per non fare subito il collegamento, per non dare, anche contro la nostra volontà, anche contro la realtà dei fatti, ai nostri gesti più banali un'aura d'eternità. Il chè, scusate, a me sembra bellissimo...

lunedì 6 settembre 2010

Si va per santuari...

Ovvero: come imbucarsi in gite parrocchiali altrui. Non è difficile, basta avere un'amica che organizza il pellegrinaggio e si trova con la corriera mezza vuota che telefona a un'amica che a sua volta... Insomma, è più o meno così che Costi, Dani e io, in quest'ultimo scampolo d'estate, siamo finite ad ingrossar le fila (ed abbassare la media d'età) di una comitiva diretta a S. Luca, Fonte Avellana, Loreto, Portonovo e Ancona.
La prima tappa bolognese è stata una piacevole sorpresa: abbiamo visitato finalmente la chiesa sul colle, vista sempre solo dal treno. Siamo entrate all'ora del risveglio, tra pochi pellegrini assonnati, patiti del jogging che annaspavano per l'interminabile portico che la collega alla città, un buffo prete vecchio e secco che pareva uscito da un film western e giardinieri che tosavano aiuole profumate di menta. Poi un lungo tuffo fino all'appennino marchigiano con tornanti quasi alpini fino all'eremo citato da Dante e descritto (stavolta non è colpa mia, la meta non l'ho scelta io) da Rumiz. Il fiorentino ne ha cantato l'asprezza selvaggia, il triestino ne esaltava il silenzio, noi ci siamo ritrovate nel mezzo di una comitiva di laziali caciaroni, ma, dentro le mura spesse due metri dell'antica chiesa e sotto gli archi bassi del chiostro il tempo riesce ancora a fermarsi e l'incanto rimane. Io, poi, amo a prescindere i monasteri camaldolesi, peccato che, a quanto pare, l'amore non sia ricambiato: scendendo verso Loreto sul pullman traballante mi ha preso una nausea che non ricordavo dai tempi della corriera Camaldoli-Bibbiena. Per questo, più che per un eccesso di devozione, appena arrivata ho provato l'intenso desiderio di baciare la terra.
La città del santuario la sera è silenziosa e spopolata come un qualsiasi paesino dell'entroterra, con l'unica differenza della cupola illuminata che la sovrasta e racchiude lo scrigno barocco nel quale, ancor più bella per contrasto, si cela la casa nuda di Maria, che - angeli a parte - pare sia proprio quella. Portonovo è un paese invisibile, con ville nascoste tra gli alberi e la spiaggia di ciottoli chiari di un fascino (e di una trascuratezza) già meridionale, su cui si affaccia una chiesa romanica semplice e luminosa che, purtroppo, abbiamo potuto vedere solo da lontano, coi piedi a mollo nell'acqua tiepida, perché in restauro. Ancona è in salita, come la Genova di Caproni, con vestigia romane e rinascimentali incastrate tra i capannoni del porto. Il suo duomo la guarda dall'alto con il campanile staccato dal corpo della chiesa, come quello di Caorle, secondo una tradizione orientale che percorre tutto l'Adriatico. Prima di ripartire abbiamo anche fatto in tempo a vedere una sposa elegantissima, la quale probabilmente non saprà mai che, poco prima del suo arrivo, mentre il quartetto d'archi provava marce nuziali e un estemporaneo (spero) "farfallone amoroso, un sagrestano per poco non si accapiglia con le fioriste che finivano di sistemare gli addobbi. Siamo tornate verso le dieci piuttosto cotte e, mentre Costi e Dani si consolavano pensando di avere tutta la domenica per riprendersi, a me già montava l'ansia per la settimana di fuoco che mi aspetta e gli effetti benefici del pellegrinaggio sono spartiti in un istante, ma almeno mi sono tolta la soddisfazione, dopo anni, di cantare in corriera.
Come sempre un grazie alle mie inossidabili e pazienti compagne d'avventura e... a quando (e dove) la prossima gita?

mercoledì 1 settembre 2010

Ritenta: sarai più fortunato! (?)

Galline! Avete per caso letto la Gazzetta di ieri? Se sì immagino già saprete dove io desidererei essere il prossimo 10 gennaio (sempre ammesso e non concesso che...) e immagino vi si saranno drizzate le piume temendo che, ancora una volta, vi avrei lanciato un appello per chiedervi - se volete - di accompagnarmi. Infatti così è. Stavolta, per lo meno, dovrebbe essere più vicino, meno ripido e al coperto...

martedì 24 agosto 2010

Andiamo con ordine: resoconto di una vacanza

Va bene, confesso, la meta l'ho scelta perché avevo voglia di sentir parlare veneto per motivi che potete immaginare, e perché con Caorle e uno dei suoi campanili ho un conto in sospeso da vent'anni, però Costi, bontà sua, mi ha dato corda, e questa è diventata la nostra vacanza. Ma andiamo con ordine. Lo stesso ordine che ci siamo ritrovate rientrando in camera la prima sera e scoprendo che la proprietaria del B&B non si era limitata a pulire ma si era presa la libertà di sistemare a suo modo tutto quello che avevamo lasciato in giro. In ogni caso Caorle ci ha accolto con i fuochi d'artificio, posticipati di due giorni causa maltempo. Dopo quest'inizio scoppiettante, in sette giorni siamo riuscite a macinare 985 km; d'accordo, almeno una quarantina li avremo fatti perdendoci qua e là, perché, come sapete, le strade cambiano se le si percorre in un senso o nell'altro, di notte o di giorno e, soprattutto, non è facile sapere dove vai se i cartelli ti indicano Venezia e Trieste (meraviglia!), ma non i paesi che stanno nel mezzo. Comunque, abbiamo esplorato in barca la laguna di Caorle, che se è piaciuta a Hemingway non poteva che piacere a noi, e visitato un casone da pesca dove un folcloristico marinaio ci ha offerto un caffè sospetto. Abbiamo visto Aquileia, meravigliosa città romana al confine tra gli imperi d'oriente e occidente, con una basilica paleocristiana che ha per pavimento un tappeto di mosaico.
Ci siamo affacciate a Grado al tramonto, percorrendo una strada col mare da entrambe le parti e parcheggiando, con un po' di patema, a due passi dall'acqua. Poi siamo state a Burano con le case colorate come disegni di bambini, le altane fiorite e le ricamatrici in crocchio nelle piazze - pardon, campi - a ciacolare; da Burano abbiamo raggiunto San Francesco del Deserto: isola monastero su cui si trova la prima chiesa dedicata al frate di Assisi che qui soggiornò di ritorno dalla Terra Santa. Ora ci stanno cinque frati e una cagnetta che si godono un silenzio sovrumano e una vista notevole della laguna. Infine, un po' per ammortizzare il giornaliero del traghetto un po' per timore di affrontare di nuovo le infide vie venete, ci siamo concesse un gelato a Venezia con scalata (senza bandiere!) al campanile di San Marco. Abbiamo attraversato il Piave che mormorava e l'Isonzo di Ungaretti, e passato paesi dai nomi singolari, come Ottava Presa, persi tra i campi di mais. Tra una gita e l'altra abbiamo trovato anche il tempo per prendere il sole, fare qualche bagnetto e persino assistere alla presentazione di due libri serissimi. Alla fine cosa resta? A parte la malinconia del ritorno, un centinaio di foto e un pacco di guide, volantini e scontrini, gli incontri: la signora di Burano che non ci voleva dire il prezzo dei suoi ombrellini ricamati perché era chiaro che non li avremmo comprati; il marinaio del traghetto di linea per Venezia, altissimo, magro, ricciuto ed elegante con l'aria sorniona di chi sa cosa fare; il buffo frate che ci ha accompagnata a San Francesco e proprio il giorno dopo sarebbe stato trasferito. E i particolari, quelli che a casa propria non si notano mai, come le scope appese alle grondaie a Burano o gli enormi fiocchi rosa e azzurri per annunciare le nascite, grandi il doppio di quelli che usano qui. A proposito, visto che mentre ci crogiolavamo al sole e alla brezza del mare Giacomo è venuto alla luce, gli diamo il benvenuto augurandogli che lo stesso sole e la stessa aria leggera lo accompagnino sempre in questo viaggio che molto spesso è tutto tranne una vacanza, ma a volte, grazie al cielo, può assomigliarle. Un abbraccio.

lunedì 16 agosto 2010

Il ritorno della gallina ceca

Un saluto a tutte le ciose che si trovano a casa, oppure in viaggio, o sono in procinto di partire. Mando un pensiero di accompagnamento a Co e Cri in vacanza a Caorle, e un bacio alla Zamba che sta per farci conoscere il suo piccolo Giacomo.
Io sono tornata pochi giorni fa da un tour di due settimane della Repubblica Ceca, una meta un po' insolita (a parte la splendida e turistica Praga), ma che mi ha regalato piacevoli emozioni grazie ai suoi panorami agresti punteggiati di girasoli, allo spettacolo del volo delle cicogne, ai villaggi antichi con gli immancabili castelli e le chiesette dal campanile appuntito...
Ora sono di nuovo in ufficio, con le bozze che mi incalzano, ma è come se io andassi al rallentatore e ritrovare la concentrazione è assai arduo...

giovedì 12 agosto 2010

La differenza

Penso e ripenso: - Che mai pensa l'oca
gracidante alla riva del canale?
Pare felice! Al vespero invernale
protende il collo, giubilando roca.
Salta starnazza si rituffa gioca:
né certo sogna d'essere mortale
né certo sogna il prossimo Natale
né l'armi corruscanti della cuoca.
- O pàpera, mia candida sorella,
tu insegni che la Morte non esiste:
solo si muore da che s'è pensato.
Ma tu non pensi. La tua sorte è bella!
Ché l'esser cucinato non è triste,
triste è il pensare d'esser cucinato.

(Guido Gozzano, La via del rifugio)

C'è una ragione per cui ho pubblicato questa citazione di un altro dei "miei" poeti; oh, se c'è una ragione; ma, scusate, non ve la dico!

mercoledì 4 agosto 2010

Ciose vagabonde

Dato che, se non si fosse già capito dai post più recenti, una delle passioni delle ciose sono i viaggi (soprattutto quando si trasformano in rocambolesche avventure!...) e dato che, per molte di noi si avvicina, o è da poco passato, il tempo delle vacanze, faccio capolino nel blog per farvi conoscere una nostra simile, degna compagna di viaggio, una vera e propria ciosa vagabonda.
Si tratta di "Camilla la gallina" (testo di A. Pandini, disegni di M. Mariani), un personaggio che compare da più di un anno in un fumetto su un giornalino per bambini (che leggo spesso non solo per deformazione professionale..!)
"Camilla la gallina se ne andava per il mondo perché non credeva che fosse tondo". Così recitano gli amici di Camilla la gallina all'inizio di ogni sua nuova avventura. Ciò che colpisce di questo personaggio è la sua curiosità e il suo irrefrenbile desiderio di scoprire il mondo, che la portano a superare la sua natura goffa e impacciata. Camilla si ritrova così nella savana a guardare le stelle insieme al leone e alla giraffa, ad attraversare il mare sul dorso di una balena e il deserto sulla groppa del dromedario... Fa amicizia con il castoro, lo struzzo, il canguro e il koala nella lontana Australia. Trova belli e ricchi di fascino incontri con animali pericolosi, come il cobra e il coccodrillo, ed è perfettamente a suo agio in luoghi poco ospitali come il deserto dell'Africa, "dove la luna sembra più grande e la notte è tutta una festa di voci"... Perché in fondo quello che scopre Camilla è che "il mondo è bello, ma è ancora più bello farlo sapere agli amici".
Allora, buon viaggio, Camilla, e buone vacanze cioseche a tutte!

P.S.: per pubblicare il ritratto di Camilla la gallina ricorrerò a Cri, che sa come inserire le immagini... abbiate pazienza.. ;)

La Cina è vicina...

Precisamente è a Milano; almeno fino al 5 settembre, quando chiuderà la mostra "I due imperi" a Palazzo Reale.
E' la seconda volta che vado a Milano in luglio e la trovo sorprendentemente luminosa: cielo blu con nuvolette bianche e una brezza quasi marina a spazzar via il torrido che sale dall'asfalto. La facciata del Duomo, appena restaurata, è di un bianco abbacinante che fa male agli occhi e bene al cuore.
Non so a voi, ma a me il capoluogo lombardo piace. Sospetto sia merito delle persone che me l'hanno fatta scoprire: i cavalieri milanesi dagli occhi chiari che trascinarono me e Dani sul tetto del Duomo, la filosofa bionda appassionata di libri, montagne e caffè e la coraggiosa "parigina" che ha accompagnato me e Costi in questa spedizione transpadana e che ringrazio di cuore. La nostra gita prevedeva un "pellegrinaggio" alla Libreria dei ragazzi, dove ero stata un paio d'anni fa per lavoro e dove avevo promesso fin da allora di accompagnare Costi. La libreria è un'isola fornita di ogni ben di Dio fatto di parole per bambini e insegnanti. La mia compagna d'avventura, previdente, si era portata uno zainetto e lo ha riempito. Io mi sono limitata ad acquistare le filastrocche di Rodari, amico e maestro di Roberto Denti, fondatore della libreria.
Seconda tappa alla mostra, che proponeva il confronto tra impero cinese ed impero romano. Bella. Anche se i reperti romani, almeno secondo me, non erano eccelsi e avremmo preferito un allestimento "in parallelo" e non due stanze di reperti romani, poi due di cinesi e così via. Comunque meritava una visita, non foss'altro per l'emozione di trovarsi di fronte una delegazione di guerrieri di terracotta. Sì, proprio quelli. Solenni e severi nelle loro forme stilizzate eppure così vivi. Bellissimo il gesto dell'ufficiale: un palmo rivolto a terra e l'altra mano che stringe il braccio un poco sopra il polso, lo sguardo dritto davanti a sé; struggente il balestriere inginocchiato con le mani a serrare un'arma che non c'è più. Ma ancora più incredibili sono gli oggetti della vita quotidiana, uguali attraverso i secoli e le civiltà a testimoniare un'umanità comune che a me sempre commuove. Saluti interculturali!

venerdì 30 luglio 2010

Archi paralleli e concolori


Senza parole (ma con citazione dantesca).
Parma, 29 luglio 2010, ore 20.00 circa.

PS. Scusate, non c'entra nulla con le righe precedenti, ma non mi va di moltiplicare i miei post (ne scrivo già anche troppi), quindi aggiungo qui una pensiero. Ringrazio Dani per avermi segnalato il bell'articolo articolo di Covacich (un altro triestino, accidenti! Il Friuli mi tenta oggi come mi tentava un mese fa il Trentino... e questo mi preoccupa) sulla strage di Duisburg (a chi interessa ecco il link: http://archiviostorico.corriere.it/2010/luglio/26/nel_Tunnel_co_9_100726024.shtml). Lo scrittore sostiene che, dopotutto, è naturale - e prezioso - credersi immortali da giovani. Temo abbia ragione: io non l'ho mai creduto, per questo, forse, a volte, sono così stanca...

PPS. Costi, ti prego, pubblica la saga degli sms fantasy. Questo blog ha urgente bisogno di qualcosa di allegro!