martedì 1 ottobre 2013

Such stuff as dreams...

"Le cose non devono essere avvenute realmente per essere vere.
Le storie e i sogni sono verità rivestite d'ombra che sopravviveranno quando i nudi fatti saranno polvere, cenere, oblio".
(N. Gaiman, Sandman)

Avere 35 anni ed essere ancora convinte che sia davvero così.
E non sapere se è triste o meraviglioso.

lunedì 30 settembre 2013

Torta di ricotta e pere di recupero (per non dire della marmellata!)

"Diffidate dei libri di cucina (anche del mio). Diffidate dei libri che trattano di quest'arte: sono la maggior parte fallaci o incomprensibili... al più al più... potrete attingere qualche nozione utile quando l’arte la conoscete". (Pellegrino Artusi)

Eccomi con un'altra delle mie ricette che, ne sono sicura, gettano nello sconforto la nostra Elis, la quale di cucina se ne intende davvero.
Chiedo scusa a lei e agli eventuali altri gourmet all'ascolto.
Succede che mi trovo in frigo una ricottina pericolosamente alle soglie della scadenza (ma, ovviamente, commestibile), un vasetto con due dita di marmellata di susine, che si chiede sconsolata quando qualcuno si deciderà a mangiarla, e delle perine stortignaccole raccolte nell'orto da papà.
Succede che è stata una domenica parecchio inconcludente e raddrizzarla con un dolce m'è parsa una buona idea.
Quindi, sulla mia solita base di pastafrolla (250 g di farina, 150 di zucchero, 100 di burro, un uovo, mezza bustina di lievito, un cucchiaio d'olio extravergine d'oliva e un pizzico di sale mescolati per bene) ho sistemato, nell'ordine:
- un velo di marmellata di susine (più o meno due cucchiai),
- uno strato di pere tagliate a fettine sottili (ne ho usate tre, ma erano davvero piccole),
- una cremina fatta con la suddetta ricottina (100 g) mescolata con un uovo e un cucchiaio di zucchero.
Poi ho infornato a 180 °C per circa 40 minuti.
Ha un suo perché...

lunedì 23 settembre 2013

Arguzia

Definizione ineccepibile della fidanzata ventottenne di un noto politico settantaseienne:
"Una badante d'alto bordo".
Non posso citarne la fonte, perché mia madre me lo ha proibito...

Trasparenza

"Dio sa come vorremmo tentare sortite liberatorie dai fortilizi sotterranei nei quali ci siamo nascosti assediati dalle nostre paure. Ma appena apriamo la botola, una tempesta di delusioni ci ricaccia dentro, condannandoci a un'interminabile crisi di fiducia. E dire che ci brucia dentro tanta voglia di trasparenza."
Don Tonino Bello

mercoledì 11 settembre 2013

Da vicino nessuno è normale

Vi giuro che quel che segue è realmente successo nell'arco di una mezz'ora in questa mattina bigia che annuncia, ahimè, l'autunno.
Pioviggina e mi avvio mogia alla fermata dell'autobus per andare al lavoro. Qui, appena uscito dal bar alle spalle della fermata, un signore sulla sessantina armato di bicicletta mi attacca una pezza lamentandosi del barista che gli ha appena rivelato di praticare lo zen e di volersi, perciò, recare sulla montagna più alta dell'Emilia-Romagna per caricarsi di energie positive. Il ciclista, però, non solo è perplesso a proposito dello zen, fin qui potrei anche capirlo, ma soprattutto è scocciato perché il barista crede di saperne più di lui di montagna e invece no, perché lui ha scritto più di mille articoli su Wikipedia circa le montagne del nostro Appennino e tenta di cominciare a descrivermele. Grazie al cielo arriva l'autobus e lo saluto cordialmente.
Sull'autobus, però, l'avventura continua: sale una signora corpulenta e leopardata, che chiede al conducente se ferma in Ghiaia, poi acquista un biglietto, si lamenta del costo e si siede, scordandosi di timbrarlo. Il conducente glielo fa notare, lei non lo sente, allora la avverto io. Tenta di infilare il biglietto al contrario. Le do istruzioni, mi ringrazia, si risiede e ricomincia a brontolare. Poi chiede quanto dura il biglietto: "Un'ora" risponde il conducente. "Ah, bene, allora quando scendo guardo che ore sono così mi so regolare". "No guardi, signora, l'ora si calcola da quando timbra il biglietto" intervengo io. "Ah...".
E non è finita. Un paio di fermate dopo sale un'altra signora: capelli bianchi legati in una coda scompigliata, impermeabile stazzonato, passo claudicante e un paio di lividi in faccia.
Anche lei chiede se il bus ferma in Ghiaia, poi chiede se da lì si può prendere non so che coincidenza. Il conducente risponde con garbo e la signora lo apostrofa con un "Che Dio la benedica", quindi anche lei tenta di timbrare il biglietto al contrario. "Dalla parte della freccia" dico rassegnata ma non stupita (anche a me capita di sbagliarmi). La signora non mi benedice, ma mi si siede accanto e comincia a lamentarsi di essere caduta dal letto stanotte cercando di accendere la luce, più di una volta, e che le fa tanto male un ginocchio.
Poiché anch'io devo smontare in Ghiaia, quando il bus arriva al semaforo che precede la fermata, ovviamente rosso, consiglio alla signora di alzarsi intanto che il mezzo è fermo (onde evitare un'altra caduta) e ne approfitto per divincolarmi. Lei, gemendo ad ogni movimento che fa, chiede di nuovo all'autista per la coincidenza che le interessa e lo ribenedice. Le dico di tenersi ben stretta prima che il bus riparta e beh, di farsi dare un'occhiata al pronto soccorso, ma lei manco mi saluta.
Ora, non so se in giro c'è tanta gente strana o sono io che li attiro.
Ho il sospetto sia più vera la seconda ipotesi. Forse anch'io ho spesso un'aria sufficientemente stranita e stropicciata che mi fa riconoscere come loro simile dalle persone a cui manca un venerdì, le quali mi si appiccicano con particolare piacere.
E sapete che c'è? La cosa un po' mi preoccupa... e un po' mi diverte. Perché ogni incontro è comunque una scoperta.
Saluti concilianti.

giovedì 5 settembre 2013

In the wind

Chi mi conosce da tempo di persona sa che a volte (raramente) riesco ad essere spigliata e chiacchierona (e anche un po' rompiballe); altre, invece, posso starmene zitta e intimidita in un angolo, proferendo poche parole mal connesse solo se costretta. E che, tra questi due estremi, ci sono molte variabili che dipendono, purtroppo, da vari fattori: come sto quel giorno, da quali pensieri sono presa, quanto mi affascinano o mi spaventano (o entrambe le cose insieme) le persone con cui ho a che fare o quanto io riesco in qualche modo a sentirmi a mio agio con loro.
Ma questo è un mio problema...
Esistono invece persone che sono quasi sempre silenziose e appaiono, perciò, a seconda dei casi, schive o burbere o anche sciocche agli occhi degli altri senza esserlo quasi mai davvero.
Con due di loro, non so perché, nelle estati di molti anni fa, sono riuscita a chiacchierare a lungo, suscitando lo stupore delle rispettive consorti. E anche il mio, beninteso. In entrambi i casi si era al mare.
Non ricordo più di cosa avessimo parlato passeggiando, forse di libri o di cinema; ma ricordo la leggera sensazione di stupore nello riuscire io, ragazzina, a scalfire non so come la corazza di silenzio di quei due uomini adulti, coetanei dei miei genitori. Ci parlammo alla pari, semplicemente, annullando per un momento le differenze di ruolo, d'età, di sesso che troppo spesso impongono paletti inutili ai rapporti tra individui.
Uno dei due era un mio parente, ed è morto qualche anno fa, l'altro un caro amico di famiglia, che se ne sta andando in questi giorni, pure se resta per lui ancora un filo di speranza. Entrambi erano, per me, pure se in modo diverso, un punto di riferimento: persone su cui sapevo di poter contare in caso di bisogno. A maggior ragione dopo aver avuto il privilegio di sbirciare, anche solo per una volta, un po' più a fondo nel loro animo.
Oggi, dunque, che mi sento, se possibile, ancora un po' più sola e più sguarnita, mi trovo a pensare che le parole che mi dissero quel giorno, e che ora non ricordo più, in realtà, sono ancora nascoste da qualche parte nella mia memoria e vivranno con me e torneranno, in qualche modo, nel caso dovessi averne bisogno.
Ne sono ancor più convinta dopo che, ieri, ho scoperto da dove è spuntato il curioso particolare di un sogno fatto qualche mese fa: l'avevo letto in un libro e poi, in apparenza, dimenticato. Ritrovandolo tra le pagine mi è venuta in mente una bella immagine che, se non sbaglio, è di Giovannino Guareschi: le parole volano, dicevano i latini. Volano, sì, ma non si volatilizzano. Restano da qualche parte. Forse là dove restano anche tutte le risate e le lacrime.
E' per questo che, nonostante tutto, nonostante non mi dia né la forza né la consolazione di cui avrei bisogno, credo ancora che da qualche parte ci sia una Parola che non muore e che contiene in sé tutte le altre. Quelle posate e profonde che mi hanno donato un giorno due uomini taciturni e, spero, anche le mie, molto più strampalate.

lunedì 26 agosto 2013

Tre galline a Senigallia

"Tre galline a Senigallia
fan pollaio, non si sbaglia:
tra il castello e il lungomare
stanno sempre a chiacchierare..."
(da una cartolina)

Perché Senigallia? Beh, a parte l’assonanza, perché ne avevamo sentito parlar bene anni fa, perché non c’eravamo mai state e ci si arriva in treno senza cambi; e perché è una città antica, con tanto di castello e, quindi, ha un’anima, nascosta dietro i chilometri di lungomare affacciati sulla sua “spiaggia di velluto”. Chilometri che ci siamo fatte per lo più a piedi, visto che la pensioncina che ci ha ospitato per l’annuale settimana di vacanze era, secondo la felice definizione di Costi, “lontana nel tempo e nello spazio”.
Nel tempo perché, inaugurata negli anni ’50, conservava ancora, oltre a qualche mobile d’epoca frammisto all'arredamento moderno, anche una cert’aria vintage: gestione famigliare, foto in bianco e nero alle pareti, niente bancomat né ascensore, menu unico (ben cucinato, a dire il vero), e a chiedere se, per favore, poteva dare un’occhiata a internet per motivi di lavoro, sempre Costi s’è sentita rispondere: “Va bene, ma fai presto e non disturbare mia mamma che dorme qui a fianco”.
Nello spazio perché distante tre chilometri abbondanti dal centro storico e dalla stazione. In compenso, però, era vicinissima alla ferrovia, i cui binari correvano lieti, dopo una fascia d’orti e giardini colmi di farfalle, a venti metri dal balcone della nostra stanza…
Se però vi siete fatti leggendo l’impressione che fosse un postaccio, no, non lo era affatto: pulito, ordinato e popolato da una colorita fauna d’avventori, che andavano dalla comitiva di arzille e ciarliere vecchiette in fuga da mariti, figli e nipoti, alle famigliole con pargoli piccoli, simpatici e non troppo distruttivi, alle coppiette stranamente assortite: una, di giovani, aveva un’aria garbata, non fosse per le manette che entrambi avevano tatuate sul polpaccio; mentre un'altra, di ultraquarantenni, era formata da una lei piena di problemi che sciorinava a getto continuo anche in spiaggia (eravamo vicini d’ombrellone) e da un lui che ascoltava rassegnato e silente e, ogni tanto, si faceva un pisolino nascosto dietro gli occhiali da sole.
I proprietari, lui marchigiano con un’espressione tra il gentile e l’inquietante, rasserenata da rari sorrisi, lei francese, con un delizioso accento e abbigliamento casual-sportivo indossato con una strana eleganza, hanno cercato di venirci incontro. Prima ci hanno fornito di un abbonamento all’autobus. Poi, quando abbiamo fatto loro notare che gli orari dei suddetti, oltre ad essere più difficili da decifrare di un codice del kgb, erano anche assolutamente aleatori, ci hanno dotato di biciclette. Vintage anche quelle, ovviamente: tre deliziose “Grazielle” grigie con sedili tutt’altro che ergonomici, una senza luci, l’altra con la sola luce davanti e la terza con la sola luce di dietro funzionanti e un solo lucchetto per chiuderle.
Un po’ con queste, un po’ acchiappando autobus a sentimento, ma più spesso a piedi sul lungomare (“Ma quanto è lungo 'sto lungomare!?” “Dai, pensate a quanto rassoda!”), abbiamo raggiunto la celebre “Rotonda”, bianca e protesa sul mare come nella canzone, e da lì, poi, il paese. Abbiamo visitato la Rocca roveresca, attraversandone scale e saloni in quasi perfetta solitudine, il Foro annonario con i portici occupati da localini sfiziosi, i Portici ercolani, il Palazzo del duca, dove c’era una bella mostra di foto, e persino una scuola, nella quale un paio di sale sono allestite a museo dove sono conservati banchi, libri, registri, sillabari e altri oggetti del tempo che fu. Una sera abbiamo dato la caccia a una mostra di Diabolik, sfuggente quasi quanto lui, perché sul volantino che la pubblicizzava, molto furbescamente, non era indicato il luogo…
Oltre a goderci un po' di mare ("Mmmh, è un po' insipido", ho commentato annaspando con la consueta malagrazia), una mattina bigia abbiamo preso due treni e raggiunto Genga, da cui partono le visite guidate alle grotte di Frasassi. Peccato che la stessa idea fosse venuta anche a metà dei bagnanti in vacanza sulle coste marchigiane e romagnole, e la fila per i biglietti formasse un lungo serpentone che si snodava entro il cerchio di bancarelle di cibo e chincaglieria varia più o meno a tema con il luogo.
Chiedo a un venditore: “Scusi, ma qui c’è sempre tutta questa gente?” “Eh, magari…” risponde lui. “Che cu… ehm, che curiosa coincidenza esser venute proprio oggi!” dico laconica e ritorno in fila, cercando di immaginare d’avere la pazienza di una stalattite, che cresce di un millimetro all’anno.
Le quasi due ore d’attesa, però, sono ricompensate dall’incredibile bellezza: cascate di pietra d’un bianco scintillante, colonnati, guglie, candelabri, forme d’un eleganza surreale che nemmeno il più visionario artista della Biennale di Venezia sarebbe capace d’immaginarsi, create nei millenni, immense eppure fragilissime, tanto che la guida, che fende la folla fuori ordinanza come una vigilessa (“Fermi! Avanti! A destra! Lasciate passare…”), non fa che ripeterci allo sfinimento di non toccare niente, perché basta il minimo strato di grasso presente sulla pelle delle dita per impedire all’acqua calcarea di continuare il suo lavoro e per far “morire” una concrezione. I laghetti sotterranei hanno una trasparenza mai vista altrove. La maggior parte delle formazioni hanno nomi simpatici: le stalattiti giovani si chiamano “bucatini”, le stalagmiti “candele” o “giganti”, ma la punta di pietra lunga svariati metri e pesante parecchie tonnellate che pende dall’alto di una volta è stata battezzata dagli speleologi “Spada di Damocle” e, in effetti, è molto meno rassicurante…
In un altro giorno di nuvole, vento e mare mosso divaghiamo a Pesaro. Nel tempo di arrivare un cielo turchese si apre sopra la casa di Rossini e il teatro che porta il suo nome e io mi trattengo a stento dal canticchiare pezzi del Barbiere di Siviglia, la prima opera della mia vita; mentre dobbiamo ridimensionare Costi, che, avendo scoperto che la rocca della città porta il suo nome, ne vorrebbe rivendicare il possesso e trasferircisi seduta stante. Nel pavimento del Duomo si aprono finestre di cristallo che permettono di vedere i due strati di mosaici sottostanti, quel che resta delle precedenti basiliche paleocristiane: sirene, colombe, leopardi e altre creature si fanno largo tra complicati intrecci vegetali. Nel selciato di Piazza del Popolo, invece, sono murate riproduzioni di documenti che ricordano l’applicazione in città delle leggi razziali. A Pesaro, infatti, c’era, e c’è ancora, una comunità ebraica. Con Dani che ci guida tra i bei vicoli del centro, staniamo la Sinagoga, purtroppo chiusa; ma dalle finestre s'intravedono gli stucchi del soffitto. Alle spalle del lungomare, corredato dagli inevitabili albergoni, stanno elegantissime ville liberty, tra cui quella in foto, progettata da Oreste Ruggeri. Il contrasto tra antico e moderno si fa parecchio stridente. Persino un garage malandato, che scopriamo essere il primo che, agli inizi del '900 cominciò a vendere le prime automobili Fiat in città, con le sue serrande scrostate azzurro-verdi e la formella in terracotta con auto d'epoca sopra l'ingresso, ha un suo fascino. E rivalutiamo, dopotutto la nostra pensioncina.
La rivalutiamo anche quando, al penultimo giorno di permanenza, mentre ci convinciamo a vicenda ad alzarci per fare colazione ("Dai che se no ci mangiano tutte le brioches!"), l'armadio e i letti si mettono a ballare: non è l'ennesimo treno, ma un terremoto; però, dopo tutti quelli che ci siamo sorbite l'anno scorso dalle nostre parti, non ci turbiamo nemmeno troppo e pensiamo che, infondo, siamo solo al secondo piano.
Come d'abitudine, ci siamo date ai consueti sport vacanzieri cioseschi. Dimenticate beach volley e racchettoni, sto parlando di lettura di libri più o meno seri (la povera Dani s'era portata anche delle bozze da correggere), cruciverba, sudoku, passeggiatine con i piedi a mollo in cerca di conchiglie, sassolini e altri oggetti ("Toh, guarda, una collanina di perline!" "To, guarda, un nastro per capelli" "Toh, guarda, un pupo meraviglioso che gioca con la sabbia... no, quello però non possiamo raccoglierlo e portarcelo a casa!"), oltre a un pochino di shopping (mia madre mi ha vietato di indossare in pubblico i leggins a rigoni bianchi e neri: li abbinerò a una maglietta e ne farò un pigiama) e a tanti gelati.
E così anche le vacanze 2013 sono state archiviate. Restano un poco di sabbia sul fondo delle valigie, lavatrici da fare e una manciata di foto e ricordi da condividere, se vorrete, con voi.


martedì 6 agosto 2013

Punti di vista

"L'uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, e di quelle che non sono in quanto non sono."
(Protagora, nel Teeteto di Platone)

"Hai una casa in campagna?"
"Sì... per ora."
"C'è la piscina?"
"No."
Il bambino mi spalanca addosso un paio d'occhi celesti parecchio perplessi, ma non demorde.
"E quante camere ha?"
"Due, piccoline, e un soppalco."
Mi guarda ancora più stupito e io decido di rincarare la dose: "E non c'è nemmeno il riscaldamento, soltanto un camino e una piccola stufa di terracotta".
Il bambino è interdetto. Io lancio un'occhiata divertita a suo padre, che mi sorride.
In realtà lo capisco: per lui la casa in campagna è il villone settecentesco del nonno, con una serie infinita di sale, salottini e camere da letto, una cucina grande quanto tutta casa mia, soppalco compreso, giardino, orto, frutteto, laghetto e, chiaramente, piscina. E una famigliola di filippini a tenere in ordine il tutto, perché se no non ce la si fa. Quindi è logico che il piccolo sia stupito, perché ognuno di noi misura le cose col metro della propria personale esperienza. Lo dicevano già gli antichi greci: gente che ha scoperto più cose di noi secoli prima e con meno mezzi di noi e per i quali, come sapete, continuo a nutrire una notevole ammirazione.
Poiché, però, dalle mie parti le cose vanno un poco diversamente e i filippini della questione siamo io e mio padre, è una gran fortuna che la casa sia piccola anzi, quando bisogna ripulirla, tagliare l'erba e pagarci l'Imu, è fin troppo grande e mi ritengo già molto fortunata ad averla e la difenderò finché potrò, benché da sola possa fare ben poco; e non saprei che farmene di un villone del Settecento.
Beh, no, saprei che farmene. E anche di una piscina, soprattutto in questi giorni d'aria rovente e densa come un brodo che fendo in bicicletta alle tre del pomeriggio per tornare al lavoro; però non lo invidio il bambino e gli auguro di cuore che, se un domani dovesse capitare anche a lui di fare un tuffo in una realtà diversa dalla sua non si prenda una panciata, ma, dopo l'inevitabile stordimento, sia capace di adattarcisi senza troppi problemi...
E lo auguro anche a me perché, seppure da una diversa altezza, i tuffi fanno sempre un po' di paura a tutti. Figurarsi a chi non sa nuotare.
E poi non è vero che non ce l'ho la piscina: forse frugando in soppalco con un po' d'impegno posso riuscire a recuperarne una gonfiabile di un metro per un metro; non proprio olimpionica, ma insomma, che volete da me? Sono una gallina, mica una sirena!

martedì 23 luglio 2013

Galline & porcelli

Era da un po' che non si pubblicava una puntata della serie "Galline famose".
Poi stamattina sono entrata nella nuova libreria che mi hanno aperto (mannaggia!) a pochi metri dall'ufficio e che vende libri, cd e dvd sia nuovi che usati, e ne sono uscita, inevitabilmente, con un cd della mia ultima insana passione musicale (sto degenerando, tra un po' temo che comincerò a digerire persino l'heavy metal...) e con un librino di aforismi di Bruno Munari.
Sfogliandolo di soppiatto in ufficio ho trovato questa:

"L'uovo che stai mangiando
prima faceva parte della gallina.
Quanto c'è in noi
della gallina?
come sguardo
come modo di camminare
come comportamento?

Il prosciutto che stai mangiando
prima faceva parte del porcello.
Quanto c'è in noi
del porcello?
nel mangiare
nella traspirazione
nelle voglie?"

Capisco che l'associazione gallina & porcello non è granché lusinghiera, ma d'altra parte noi s'abita nella patria del prosciutto e, dunque, prendiamola con filosofia.
E chiariamo la nostra posizione citando un'altra lapidaria e arguta sentenza con cui l'amica Simona, molti anni fa, in un infame locale allora di moda tra gli adolescenti nel quale ci si poteva parlare da un tavolo all'altro con i telefoni, gelò un aspirante corteggiatore molesto: "Io cerco l'anima gemella, non l'anima porcella!"
Saluti di setole e piume...

mercoledì 17 luglio 2013

A naso

Giovedì scorso sapevo di stalla, sudore e vernice: un mix poco attraente, me ne rendo conto, ma io sono sempre poco attraente, anche in abito da sera, dunque non è un grosso problema, e poi ne valeva la pena.
Di stalla per lavoro, perché ogni tanto capita anche questo: dover andare a parlare con un'allevatrice per aggiungere una pagina a un sito; e che l'allevatrice abiti in un posto spersissimo d'Appennino di cui ignoravo l'esistenza, raggiungibile dopo un'ora d'auto e 800 metri di passione per una strada che, in teoria, doveva essere asfaltata, in pratica era una striscia minuscola di brandelli d'asfalto, sassi, fanghiglia e buche profonde tra la boscaglia; e il pensiero mio e di Dani, reclutata al volo come fotoreporter (grazie!) era uno solo: "E se incontriamo un'altra macchina?", sussurrato a mezza voce mentre io tentavo di convincere la mia di macchine a fingere ancora una volta di essere un fuoristrada.
Il pericolo d'incontro, in realtà, era piuttosto remoto, per fortuna, perché lassù, oltre alla stalla, c'erano giusto tre case abitate solo d'estate e un pugno di ruderi di edifici di pietra dal tetto d'ardesia, struggenti nella loro desolazione. E l'allevatrice era davvero una di quelle persone degne di essere incontrate, per le quali sono grata alla sorte o a chi per essa (e anche a Dani, ovviamente), di poter fare il lavoro che faccio e mi auguro vivamente che, nonostante la crisi feroce e i cambiamenti dolorosi (dietro il trasloco d'ufficio di cui vi parlavo, infatti, c'è una storia spiacevole che non me la sento di raccontare), io possa continuare a farlo ancora per un po'...
Comunque sia, la donna ci accoglie con una gonna a fiori, una canotta grigio-azzura sporca e sudata, ma in tinta con le scarpe e un largo bracciale di filigrana d'argento. Il tutto, posato su un fisico asciutto e abbronzato, occhi azzurri e capelli grigi tagliati cortissimi, le dà un aspetto sorprendentemente elegante. e anche il lungo rastrello di legno col quale porge il fieno alle sue vacche nelle sue mani ha qualcosa dello scettro o del pastorale. Ha uno strano accento e metà dei suoi animali hanno nomi francesi, così dopo un po' mi decido a chiederle da dove viene e scopro che è belga! Il nome però è italiano, allora la immagino figlia di emigranti che, ritornata al paese d'origine ha trovato l'amore e ha deciso di restare, ma lei chiude subito la parentesi e continua a parlare del suo lavoro e io non ho il coraggio di chieder conferma delle mie ipotesi.
E' dura esser timidi e pudichi quando si fa i giornalisti... per fortuna (o purtroppo?) io non faccio esattamente la giornalista!
Mentre ci aggiriamo per i recinti di vacche e vitellini, circumnavigando balloni e scavalcando cumuli di fieno che - dice la donna - il marito sa distinguere a occhio da quale campo vengano, pensiamo che spesso le persone più interessanti si nascondono nei luoghi più impensati. E ce ne andiamo felici di aver collezionato, noi che bene o male viviamo di parole, un'altra bella storia da ricordare e raccontare.
Di sudore perché faceva un caldo afoso persino su per i monti, tanto che, al ritorno, dopo aver colto tra gli alberi una visione del castello di Bardi sfocato per la foschia, siamo state costrette a una sosta tecnica in un bar di Varano sorprendentemente popolato di soli under 25, gestori compresi, che, vedendoci entrare, ci hanno squadrato sospettosi prima di servirci acqua e gelato, che ci hanno consentito di ritornare sane e salve in città.
Inutile dire che io, che normalmente sono una lucertola, quel pomeriggio il caldo lo sentivo più del solito perché, come ogni donnina all'ascolto sa, più ti aspetta un giorno impegnativo, più è probabile che ti capiti in uno di quei giorni...
Poiché ero arrivata a casa mezz'ora prima del solito e già in condizioni pietose, ho pensato bene di completare la giornata indossando un paio di braghette inguardabili e la storica maglietta del liceo e darmi il colpo di grazia ridipingendo di giallo un paio di pareti.
Ed ecco spiegato anche l'odore di vernice.
L'inevitabile conclusione della giornata? Ovvio: una doccia!
Saluti odorosi...

mercoledì 10 luglio 2013

Le vite degli altri

E' uno sport che a noi ciose, in genere, piace praticare sia in vacanza, sia quando si passeggia, specialmente nelle sere d'estate: sbirciare in casa d'altri.
Non è che siamo curiose... è che proprio ci viene naturale, quando ci piove dall'alto la luce di una finestra aperta, dare un'occhiata.
Ad attrarci sono, prima di tutto, le librerie (più grandi sono, più proviamo istintiva simpatia per gli ignoti proprietari), ma anche i non pochi soffitti affrescati che si scorgono nelle case del centro, meglio se corredati di ricchi lampadari, che ci fanno subito ballo in maschera con noi calate nell'improbabile parte delle Cenerentole col 38/39 di piede.
Ci piacciono gli stucchi e le tappezzerie vecchia Inghilterra, ma anche le camere minuscole, colorate e caotiche degli studenti universitari fuorisede, che ci parlano di una vita che noi non abbiamo provato e che forse ora, superati i trent'anni, ci accorgiamo che c'è mancata e che, forse, oggi saremmo meno paurose e più indipendenti.
Ci piacciono i portoni che s'aprono su stretti corridoi dai quali, anche nel più torrido luglio, sale un'ondata di umido e frescura dalle cantine, che ci vien facile immaginare antiche e misteriose; oppure le cancellate eleganti, da cui si scorgono scorci di giardini segreti nel bel mezzo della città.
E ci piacciono, ovviamente, le cucine, da cui scendono fino in strada un rassicurante acciottolio di stoviglie e odore di pietanze estere o nostrane da tentare di indovinare a naso; ma anche la musica nota o ignota, sia che provenga da un cd sia, meglio ancora, suonata dal vivo da qualche parte dietro una finestra che non riusciamo a individuare per via dell'eco che la fa rimbalzare da un lato all'altro dei borghi più stretti.
Ci piacciono, inutile dirlo, i fiocchi rosa e azzurri sulle soglie, che ci fanno pensare a una culla, a notti insonni e felicità.
Perché a sbirciare in casa d'altri ci si sente un po' meno sperduti e la città di case, strade e negozi diventa città di persone che, per quanto diverse e sconosciute, dopotutto, non sono poi tanto distanti da noi.
Ora a me questo sport viene particolarmente facile praticarlo, trasferita controvoglia a lavorare in una viuzza del centro, con il palazzo di fronte a quattro metri dalle finestre dell'ufficio.
Così, ogni giorno, vedo le scaffalature piene di faldoni di un altro ufficio; un grande letto con un lenzuolo bianco coperto di lettere nere come una storia d'amore da scrivere ogni giorno, e la scrivania piena di penne e di libri sottolineati di una studentessa, che mi ricorda tanto me stessa una decina d'anni fa e, osservandola, anch'io mi sforzo di sentirmi un po' meno sperduta.

mercoledì 3 luglio 2013

La migliore (s)offerta

Meraviglioso e terribile. Se non ricordo male i greci avevano un termine che significava entrambe le cose e che aveva a che fare con la stessa radice di luce/splendore: qualcosa che abbaglia e incenerisce, insomma.
Un po' così ci siamo sentite ieri sera uscendo stordite dalla visione di "La migliore offerta", in una tiepida serata all'arena dell'Astra, che con i suoi magnifici oleandri e scomode sedie è un must dell'estate parmigiana.
Che non sarebbe andato a finire bene lo sospettavamo: io, forse, costituzionalmente pessimista, un po' più di Dani e Antonella, l'amica palermitana "acquistata" al corso di ginnastica posturale.
Che sarebbe finito come è finito ci siamo arrivate forse pochi istanti prima che succedesse, perché anche noi, dopotutto, ci eravamo lasciate trasportare nell'inganno e c'eravamo cadute con tutti e due i piedi, come il "povero" Virgil.
E bravo Tornatore, che, dopo averci lasciato molto perplesse con Baarìa (anche allora le ciose presenti erano uscite dal cinema un tantino sconvolte, ma in una maniera del tutto diversa), qui mette in piedi un meccanismo intricato e intrigante, come l'automa la cui costruzione prosegue per tutto il film.
Eh sì, perché chi di noi, gentili fanciulle, poteva restare indifferente alla storia del vecchio battitore d'aste misantropo, che affronta il mondo in punta di guanti, tocca a mani nude soltanto le opere d'arte e ama solo le donne dipinte il quale, pian piano, si trasforma in una specie di improbabile cavaliere che cerca di stanare la principessa misteriosa rinchiusa nella sua villa-torre d'avorio?
Villa che è anche labirinto, prigione, museo con le sue stanze affrescate, mobili e quadri antichi, soffitte, solai e inevitabili passaggi segreti: inquietante e affascinante nella sua polverosa decadenza.
Accanto ai due protagonisti, dalle vite decisamente fuori dal comune, ruotano quelli che potrebbero essere gli amici "normali": il meccanico-orologiaio-restauratore donnaiolo con bella fidanzata al seguito, che gli dà lezioni di seduzione, e il vecchio compare, pittore fallito, che acquista per Virgil alle sue stesse aste i quadri per la sua collezione. Potrebbero essere, ma non sono...
E tutto precipita verso il dolorosissimo inganno finale che, inevitabilmente, porta alla follia e proprio da una piccola folle-sapiente viene alla fine svelato.
Perché tutto si può fingere, anche l'amore.
Grazie, lo sapevo già. E non so se averne avuto anche una conferma cinematografica sia un bene o un male...
Però nel falso resta sempre qualcosa di vero.
Ecco, questo è bello crederlo, anche se, purtroppo, non basta.

domenica 23 giugno 2013

Zute dunje

E' la seconda volta che do a un post un titolo in una lingua che non conosco. La prima era colpa di un fumetto e di una città, stavolta è colpa di un libro e ancora di una città.
Là erano arabo e Venezia, qui sono bosniaco e Sarajevo. Significa "cotogne gialle" ed è il titolo di una canzone, ma anche di un libro "La cotogna di Istambul" e di uno spettacolo.
Dell'autore, invece, vi ho già parlato a sfinimento, è il solito Paolo Rumiz, ascoltato giovedì sera assieme alle rondini che planavano basse sfiorando la facciata di San Francesco del Prato, la chiesa che fu carcere, ed ora è un luogo perduto, affascinante come quelli che a lui piace raccontare.
Ho ancora il dubbio che questa non sia, dal punto di vista letterario, la sua cosa migliore, ma è senza dubbio la "sua" storia, in gran parte - chissà quanta? - autobiografica. Una storia che, davvero, gli "mangia l'anima" e non finirà mai di ripetere. Infatti, dopo averla detta molte volte a voce agli amici, l'ha scritta, ma non in prosa, perché non gli sembrava rispettosa del ritmo e del fascino del racconto, ma in endecasillabi sciolti. Poi l'ha riscritta, correggendo gli errori, limando versi, per renderla sempre più simile al suo ricordo; e infine, di nuovo, s'è messo a narrarla nelle piazze, accompagnato da un manipolo di bravi musicisti, e lo fa con "occhi di ghiaccio e voce di fuoco, capace d'incantare ogni persona", che, tecnicamente, sarebbero quelli del protagonista del racconto, ma sono, evidentemente, anche i suoi, che qui si mette in gioco come autore, narratore e personaggio. E dunque merita rispetto e, mi viene da dire, compassione.
Perché la sua è una storia dolorosa che riprende il più classico e tragico dei binomi: "amore e morte". Parte da una leggenda, quella descritta nella canzone, che parla di una donna malata che chiede all'amato, per farla guarire, di portarle una cotogna da Istambul, ma il giovane non tornerà in tempo; poi si incarna nella realtà, dove accade qualcosa di simile, e di nuovo, diventa racconto.
L'amore di Max e Masa "dai femori lunghi ed occhi di ciliegia", si muove tra città che conosce e ama: Sarajevo ai tempi dell'"inganno sanguinoso" che qui chiamammo guerra, Istambul porta d'oriente e incrocio di razze e di storie, e una Vienna molto triestina col cielo attraversato da nubi-bastimenti cariche di voci dei trapassati. E anche i canti seguono lo stesso itinerario: slavi, greci, turchi, austroungarici.
Come sempre Paolo è un maestro a descrivere i luoghi per impressioni, che scavano dentro e mettono voglia di viaggiare solo per ritrovarle o poterle confrontare con le proprie provate nello stesso posto.
E alla fine, esattamente come in alcuni poemi medievali, ce la consegna la sua storia a patto che anche noi proviamo a riraccontarla, perché le parole non sono fatte soltanto per stare appiccicate ad un foglio, ma sono fatte anch'esse per viaggiare, perché nascono "dal ritmo del cuore, dal respiro e dal cammino": non sono solo uno strumento, sono, in qualche modo, la parte migliore della nostra anima.
Capirete che non fatico ad essere d'accordo con lui.
E oltretutto, lo devo ringraziare, non solo per le due ore di meraviglia che mi ha regalato, ma perché d'ora un avanti, ogni volta che mi capiterà di incappare in una cotogna, questa sarà per me molto più di un frutto: sarà il ricordo di una storia. Esattamente come a tutti noi viene facile con una mela in mano, partire per la tangente e arrivare da Adamo ed Eva (anche se il frutto, in realtà, in quel caso non è specificato) fino a Biancaneve passando per Paride ed Elena; così come non riesco a guardare un melograno con occhi neutri dopo aver letto il mito di Persefone e la bella tavola di La casa dorata di Samarcanda.
Perché siamo tutti affamati di senso, almeno quanto lo siamo d'amore.

mercoledì 12 giugno 2013

Corsi e ricorsi

"Caro Daniel, so che, in teoria, non potrei scriverti una lettera, visto che tu non esisti, però questa non è una vera lettera, ma il mio tema d'esame di terza media, quindi..."

Il figlio maggiore del capo oggi comincia l'esame di terza media con il consueto tema. E, poiché l'ufficio nel quale ci siamo da poco trasferiti è praticamente annesso alla loro casa, inevitabilmente, mentre lavoro me lo trovo accanto che fa prove Invalsi al computer e sottopone bozze di testi alle doppie forche caudine di suo padre e mie, poiché son stata richiesta di un parere esterno...
Mi rendo conto così che non ricordo nulla del mio esame di terza media, a parte l'attacco del tema: quello che, a spanne, vi ho citato sopra.
La consegna era, se non sbaglio, di scrivere a un amico riflettendo sul percorso di studi che si stava concludendo ed esprimendo sogni e progetti per il futuro.
E io, anziché scrivere a una persona reale, chissà perché, scelsi il mio migliore amico immaginario. Fu un clamoroso azzardo. Uno dei pochi della mia vita: sono troppo ansiosa per amare il rischio e l'improvvisazione; ma quella volta andò bene e l'alzata d'ingegno impressionò positivamente la commissione.
Non ricordo come proseguiva il tema, né che sogni avessi allora per il futuro: è passato tanto tempo.
Forse scrissi che volevo fare l'archeologa come il mio amico immaginario, che, oltretutto, non era un bambino, ma una specie di Indiana Jones (per il quale all'epoca stravedevo) più giovane, meno bellicoso e più sfortunato, ma altrettanto ironico e avventuroso.
Erano i primi anni Novanta e noi ragazzine si andava vestite con i fuseaux colorati (ne avevo uno strepitoso paio giallo!) e le maxi maglie, cantando canzoni degli 883 e di altra gente che oggi ci vergogniamo persino di nominare, ma che allora ci piacevano tanto e ci ricordavano belle estati adolescenziali.
Alt, ferma, stop! Aspettate un momento.
Io ieri mattina sono andata al lavoro esattamente con un paio di leggins (che altro non sono che i vecchi fuseaux redivivi e minimamente rivisitati dai corsi e ricorsi della moda) e con una lunga maglia (assai utile oggi a coprire magagne). E l'altra sera, scanalando a ora più che tarda, sono incappata in uno speciale dedicato proprio agli 883 per i vent'anni di carriera. Superato il trauma di vedere un Mauro Repetto quarantacinquenne, mi son resa conto che le canzoni ancora me le ricordavo, e, anche se non saranno capolavori, ancora mi fanno tanto estate.
Dunque, nonostante gli anni passati e le preoccupazioni acquisite, non molto è cambiato da allora, o, meglio, qualcosa, a volte, ritorna.
Anche gli amici immaginari? Chissà...
Comunque sia, Stefano, in bocca al lupo!

mercoledì 5 giugno 2013

Mani


"But touch my tears with your lips,
touch my world with your fingertips."
(Queen, Who wants to live forever)

"La carezza è un ponte tra due abissi di solitudine.
Perché il cielo e la terra passeranno, 
ma certe carezze non passeranno mai."
(Diego Cugia/Jack Folla, Alcatraz)

Va bene, confessiamolo subito così ci togliamo il pensiero: questo post ho cominciato a pensarlo mentre il fisioterapista, un giovane asciutto e occhialuto dai modi garbati e professionali, mi tastava la schiena, frugando il men peggio e il peggiore (come direbbe il solito "Guido") e io non ho potuto fare a meno di constatare, con il solito misto di ironia e amarezza, che nonostante i trentacinque suonati (molto suonati, of course), gli unici uomini che si son presi una certa confidenza con la mia pelle e quel che ci sta sotto son stati i medici. E non so se devo dire per fortuna (mi sono risparmiata attenzioni sgradite), o purtroppo.
Comunque sia, da lì son partita per uno dei miei soliti contorti viaggi mentali, che fan sì che io poi mi distragga e faccia cose come ieri mattina, quando, in arrivo trafelata al nuovo ufficio (dove non ho più l'uso cucina e ho a malapena quello del bagno), ho infilato il borgo sbagliato e ho tentato di scassinare un altro garage anziché quello del mio capo per tentare di parcheggiarci la bici...
Stavo dicendo che ho cominciato a pensare a quanto ci stiamo disabituando ad usare le mani (fa un po' rissa da bar, detta così...) nei rapporti con gli altri, se non per digitare messaggi su una tastiera.
E mi sono tornati in mente la bella immagine della canzone dei Queen e il pezzo del programma radiofonico di Diego Cugia che vi ho citato sopra.
Paradossale vero? Da una parte abbiamo le relazioni virtuali (non importa che siano d'amicizia o d'amore), relativamente semplici anche perché "incorporee" (ma che possono comunque far danno nella vita reale, come si è visto nella cronaca recente); dall'altra, un eccesso di, come chiamarla? esibizione di gesti forti ed espliciti talmente quotidiana che nemmeno i puritani (come me) ci fanno più caso, o quasi, e che, per questo, finiscono col diventare banali e insignificanti.
In mezzo a questi due estremi poco o nulla.
Ci siamo persi abbracci brevi e timidi, o lunghi e commoventi, carezze decise o poco più che sfiorate, mani che s'infilano al braccio di qualcuno o gli stringono appena un polso per guidarlo o lasciarsi guidare; mani a toccare il ginocchio della persona seduta accanto a noi: gesto fraterno, o allusivo, a seconda del conteso; mani calde sulla schiena o le spalle di qualcuno da consolare o a cui, semplicemente, far capire che gli siamo accanto, anche se non sappiamo esattamente spiegargli come o perché.
Ci siamo persi, con questi gesti, anche la capacità di dare una forma a tutta una gamma di sentimenti che stanno tra l'amicizia e l'amore, a cui già è difficile dare un nome, figuriamoci trovare una emoticon per rappresentarli!
Ci siamo persi la capacità di entrare in comunicazione con l'altro con discrezione, ascoltandolo anche con la punta delle dita e indovinando i suoi sentimenti.
Insomma, ci siamo persi le sfumature (non di grigio, per carità! ma di altri più intriganti colori).
E credo che questo in qualche modo abbia a che fare anche con l'eccesso di violenza che vediamo ogni giorno nei rapporti tra uomo e donna, ma non solo: perché tra l'indifferenza e l'amore folle troppo spesso si fa un solo unico balzo che, per forza di cose, ai più fa perdere l'equilibrio. E rende la vita molto difficile a chi sa benissimo di non essere tagliato per i grandi balzi. A me, per esempio...
Si tocca per afferrare e possedere, non per conoscere. Così, mentre crediamo di essere moderni e disinibiti, in realtà stiamo solo perdendo per strada la capacità di comprendere la complessità dell'altro (e anche la nostra), letteralmente "a pelle", senza bisogno che ce la spieghi l'esperto di turno, magari con un tutorial.
Lo stesso discorso, ovviamente, si potrebbe fare a proposito degli sguardi; ma per ora ve lo risparmio.
V'è andata bene...

PS: i due della foto si chiamavano Marcus Gratidius Libanus e Gratidia Chrite, immortalati nel gesto classico del matrimonio romano: la "dextrarum iunctio". La mano di lei sulla spalla di lui, però, è assai meno classica e molto più tenera.