martedì 12 febbraio 2013

Scherzi da prete...

Mi dimetterei volentieri anch'io dalle mie troppe inutili paure e dalle mie altrettanto inutili, ma tenaci, fantasie.
Mi dimetterei volentieri anch'io da quel misto di timidezza e arroganza con cui mi tocca fare i conti ogni giorno nel rapporto con gli altri.
Mi dimetterei volentieri anch'io dalle nozze d'argento con la solitudine.
Mi dimetterei volentieri anch'io dai dubbi, dalle incertezze, dalle vane speranze.
Mi dimetterei volentieri anch'io dai doveri non voluti e dalle scelte che non si possono rimandare all'infinito.
Mi dimetterei volentieri anch'io da una fede che mi offre, al momento, più domande che risposte.
Ma non credo di esserne capace.
E allora tiro avanti, convinta che anche questa bufera passerà e troverà un senso, anche se la cosa, adesso, non mi consola.
Ma è così.
E così sia.

martedì 5 febbraio 2013

Fare un fuoco

"Confine e fuoco / questa è la direzione dello sguardo"
(Roberto Mussapi)

Fatemela prendere alla lontana, che me la voglio godere un po'.
Ai tempi quasi felici nei quali noi si faceva la rivista di cucina, mi capitò di accompagnare in auto una bambina che, assieme ad alcune amiche, avrebbe preparato i biscotti per un servizio fotografico. Ad un certo punto raccontò con emozione di aver imparato da poco ad accendere il fuoco. Il fuoco "serio", quello con la legna, non, ovviamente, il fornello a gas.
Ci siamo capite al volo, perché anch'io avevo bene in mente quella particolare emozione che, credo, ci venga da molto, molto lontano.
E anch'io di fuochi ne ricordo tanti, dai più classici, come quelli dei bivacchi scout da bambina, ai più recenti anche se, devo ammettere, ho perso un po' la mano.
A capodanno 1999-2000 tenni a bada, oltre ad un manipolo d'amici, anche un caminetto e una vecchia, deliziosa, stufa Becchi. A quest'ultima avevo imparato a chiudere lo sportellino leggermente sbilenco con un solo colpo di tacco ben assestato. Tacco da tre centimetri, s'intende.
Qualche anno prima, nella casa di campagna di un'amica, nel mezzo di una cospicua nevicata, mentre lei si divideva tra gli altri ospiti e l'attesa di un improbabile principe azzurro scoraggiato dalla tormenta, mi ritrovai a gestire una cucina economica e una stufa in ghisa, perché nessun altro aveva tempo e voglia di occuparsi del fuoco.
E vado molto fiera della foto che Dani mi ha fatto l'autunno scorso, quella in cui brandisco con aria tra il divertito e il minaccioso un attizzatoio accanto al barbecue: sono stata tentata di metterla nel mio profilo di Linkedin, ma ho pensato che non era molto rassicurante per i potenziali clienti della società per cui lavoro...
Accendere, anzi, fare un fuoco (perché "Un fuoco, all'inizio, va curato, nutrito e vestito..." accenderlo non basta), infatti, è uno dei gesti simbolici più antichi e universali che esistono.
E' discrimine tra civiltà e barbarie, dono divino e dannazione: Vesta, Prometeo, Efesto... E anche se oggi la definizione della donna come "angelo del focolare" ci fa sorridere o arrabbiare, a seconda dei contesti, c'è dietro il ricordo del tempo in cui nei documenti, per indicare il numero di famiglie presenti in un determinato territorio, si contavano semplicemente i "fuochi": luce, calore, cibo e, chiaramente, storie...
Tre anni fa ci provammo ad ascoltare una storia che s'intitolava, appunto, "Fare un fuoco", scritta da Jack London, ritradotta di recente e ripubblicata da Mattioli, animata da Simone Massi e raccontata dal solito Paolini.
Forse ricorderete che l'avventura non era finita benissimo e che a me soprattutto la cosa era rimasta parecchio sullo stomaco. E' vero che, nel frattempo, il racconto me lo sono letto e Paolini dal vivo ce lo siamo goduto in Itis Galileo e nel Milione, ma giovedì scorso, finalmente, abbiamo regolato i conti con quella storia. E ne sono felice.
Niente grandine stavolta, e niente montagne, ma nebbia fitta e incroci infidi fino a Reggio Emilia. A guidarci F., che tre anni fa ci smarrì per bellissimi boschi trentini, mentre tentavamo invano di riuscire a vedere almeno la replica. Direi che s'è fatto perdonare e lo ringrazio.
Il Valli è bellissimo e gremito. Per un paio d'ore, al calduccio del loggione, ci beviamo racconti di "Uomini e cani" persi nel grande nord.
Cani, soprattutto: Macchia, furbo fino all'esasperazione (dei padroni), Bastardo (un nome, un destino...), l'husky che assiste alla semplice e spietata fine del suo padrone, custode del fuoco. E uomini che tentano con le unghie e i denti, come cani, d'afferrare un'altra vita, fuori dalle regole: il vagabondo clandestino sul treno (toh, strano, Paolini che parla di treni...) e l'immigrato nascosto sotto un camion che trova la morte a Venezia.
Belle anche le canzoni, originali o tradizionali, interpretate dalla voce intrigante di Lorenzo Monguzzi; ma la parola stessa, a tratti, diventa ritmo incalzante e musica tra le mani di questo attore quasi cinquantasettenne che si sceglie ogni volta le storie giuste da raccontare e il modo migliore di raccontarle.

martedì 29 gennaio 2013

Il regalo più bello

Paolo ha occhi sornioni, l'accoglienza schietta e un po' schiva dei montanari.
L'ho conosciuto tempo fa per lavoro, quando ancora i piccoli comuni avevano i soldi per fare un giornalino, e ogni tanto mi capita di rivederlo.
Paolo, ogni tanto, mi regala un racconto: lo sceglie con cura dalla sua raccolta di storie vere, quasi vere o inventate che gli sono accadute o che s'è sentito raccontare dai vecchi quand'era bambino e che, a sua volta, si sente chiamato a tramandare.
Il primo, struggente, parlava di un ramarro innamorato di una bella casellante; il secondo di un merlo incantato da una serpe.
Sono storie semplici, garbate, senza particolari pretese letterarie, ma nelle quali si respira qualcosa delle atmosfere di Rigoni Stern e Mauro Corona: il realismo un po' magico di chi è abituato a osservare e ascoltare animali, boschi e montagne, oltreché persone.
Il solo fatto che gli sia venuto in mente di donarle a me, la cittadina che a malapena conosce, mi commuove profondamente e mi riempie di gratitudine.
Lui non lo sa - o forse sì? - che non poteva farmi un regalo più bello.
Paolo ha 84 anni.

mercoledì 23 gennaio 2013

Qualcuno era vintage perché...

"Un vecchio e un bambino si presero per mano
e andarono insieme incontro alla sera"
.
(Francesco Guccini)

Come forse ricorderete, tra i miei peccati di gioventù c’è stata anche la militanza in una specie di coro, nelle retrovie, ovviamente. Ne uscii al second’anno d’università, un po’ perché mi ero stancata, un po’ perché mi illudevo che diradando gli impegni sarei riuscita a non finire fuori corso, ma anche perché ci piombarono tra capo e collo un manipolo di agguerritissime bambine dalla bella voce, totalmente prive di panico da palcoscenico, che pretesero e ottennero di rinnovare il repertorio, costituito per lo più da canzoni italiane degli anni '60, che al nostro maestro ricordavano tanto la gioventù.
Si passò così dai Nomadi a Britney Spears. Non era questione di invidia. Sapevo benissimo che quel che facevano loro a me non sarebbe riuscito e non m'importava: non ho mai avuto aspirazioni da rockstar, mi bastava divertirmi a cantare cosa che, invece, accadeva sempre meno.
Pensandoci ora, credo di aver capito perché: il repertorio vintage era buono sia per noi, sia per il nostro "pubblico". Per noi, che andavamo dai 12 ai 20 anni, era un terreno inesplorato, che non ci apparteneva e, dunque, imparavamo le canzoni e le cantavamo in maniera piuttosto imparziale, scoprendo a volte qualcosa che ci piaceva - e che probabilmente non avremmo conosciuto in altro modo - e non facendoci grossi problemi per quel che non ci piaceva, perché non era roba che ascoltavamo normalmente e di cui discutevamo con i coetanei.
Per il nostro pubblico (se così si può definire...), composto da pensionati dei circoli Arci o parrocchiali (perfetta par condicio) nei quali ci esibivamo, e da genitori, nonni e fratelli nostri o dei membri degli altri gruppi con i quali partecipavamo a qualche rassegna, il repertorio andava bene perché era sufficientemente datato per essere noto - e spesso gradito - a più generazioni e per non appartenere più a nessuna.
Non è vero, infatti, che la contemporaneità, obbligatoria ora in ogni campo, non solo in quello musicale, favorisce la comprensione. A volte, anzi, crea più barriere di quelle che ci si illude di abbattere inseguendo la moda del momento.
Per questo ringrazio il maestro del coro che mi ha imbottito di Nomadi-Guccini-Battisti-Zero-Morandi-Pooh, come ringrazio i miei genitori che mi hanno regalato assaggi dagli anni '30 (le canzoni delle nonne), ai cori alpini all'opera. E ringrazio anche gli insegnanti che mi hanno fatto leggere testi vecchi di secoli (talvolta di millenni), che, molto probabilmente non sarei stata in grado (né avrei avuto voglia) di scoprire e affrontare per conto mio.
Perché mi hanno dato degli strumenti per dialogare con generazioni diverse dalla mia, impedendomi di vivere in un eterno e autoreferenziale presente.
Questo, credo, sia uno dei compiti degli educatori.
Perciò resto sempre un poco perplessa quando leggo, ad esempio, del nuovo "liceo sportivo", nel quale ore di latino e storia dell'arte (sic!) saranno sostituite da ore di educazione fisica. Così come non credo che l'informatizzazione spinta possa risolvere i problemi della scuola.
A conoscere e praticare gli sport e a imparare ad usare strumenti elettronici, infatti, i bambini son capaci anche da soli - per quanto sia necessario, ovviamente, dare loro delle "linee guida" - così come da soli (o, meglio, assieme ai coetanei) son capaci di leggere Harry Potter (già un po' datato), o di ascoltare la pop star di turno, che non è quella dei genitori, ma nemmeno quella dei loro fratelli di pochi anni minori: perché i successi sono quanto mai passeggeri e dettati più da regole commerciali che da questioni estetiche o di valore.
Alzi la mano chi di voi, invece, avrebbe letto da solo Shakespeare o Leopardi, che pure spalancano mondi d'immagini e di pensieri che è possibile condividere con altre persone di altre età e altre provenienze, gettando un ponte tra epoche e generazioni. Cosa che riuscirebbe molto più difficile facendo riferimento al presente, nel quale siamo immersi e che, perciò, è difficile anche giudicare e interpretare.
E compito della scuola (e degli educatori) non è forse quello di dare, oltreché nozioni, anche strumenti di giudizio?
Intendiamoci, non sto idolatrando il passato, né contestando le riforme. Credo che si debba e si possa ricalibrare i programmi, dare più spazio ad autori più recenti ma in qualche misura già "classici", far entrare nella scuola la quotidianità, ma senza esagerare.
Perché ho il forte sospetto che sia nonostante tutto più facile (e anche più bello) far capire ai ragazzi cosa dovrebbe essere la democrazia leggendogli il discorso di Pericle agli Ateniesi, piuttosto che facendoli assistere ad un talk show; o spiegare il significato della parola libertà ascoltando una canzone di Gaber anziché l'inno di un qualche partito...

PS: Ok, confesso, questo post l'ho pensato guardando lo speciale di "Che tempo che fa" di lunedì scorso.
PPS: Ma perché 'ste filippiche le scrivo io e non le mie colleghe insegnanti? Forse perché loro hanno più pudore e più buon senso?
Ai posteri l'ardua sentenza (a proposito di classici!)

lunedì 14 gennaio 2013

C'è grossa crisi...

Vorrei imitare
questo paese
adagiato
nel suo camice
di neve.
(Dormire, G. Ungaretti)

Venerdì mattina, di ritorno dall'ennesima riunione con potenziali clienti, il capo mi piomba in ufficio senza nemmeno salutare e pronuncia la seguente frase:
"E se noi piantassimo tutto e aprissimo una nuova agenzia, che ne so, in Giamaica?!"
Sabato tra le ciose si è cominciato a parlare di vacanze, perché, se "Dopo ferragosto è già Natale" (Costi dixit), dopo Natale, è già ferragosto...
Propongo il letargo fino a marzo.

PS: C'è qualche anima buona che ha visto "Cloud atlas" e c'ha capito qualcosa? No, perché noi ne siamo uscite un tantino confuse. Sarà perché siamo galline o sarà che è un po' contorto? Si accettano ipotesi.

PPS: (del 16 gennaio) Certo che è una soddisfazione vedere per l'ennesima volta la propria città in prima pagina per l'ennesimo scandalo di corruzione dei soliti politici. Sì, il letargo potrebbe essere una soluzione, ma temo dovrebbe durare molto a lungo per potersi risvegliare in un clima (non solo atmosferico) un po' migliore.

venerdì 4 gennaio 2013

Milan l'è un gran Milan

Milano con il sole è diventata ormai una nostra prerogativa. Dovremmo forse farci dare una percentuale, perché, mentre altrove, più di una volta, le nostre gite causano lo scatenarsi degli elementi, la capitale meneghina, finora, sia d'estate che d'inverno ci si concede al suo meglio.
Mattina luminosa, ammirata attraversando Parco Sempione, dove un'incredibile quantità di coppie di neosposi presumibilmente cinesi faceva le foto con i parenti sull'orlo del lago, e nell'anfiteatro semideserto dell'omonima piazza, mentre le mie compagne di viaggio, scendendo i quattro gradini di contorno, s'immaginavano una certa scalinata di Filadelfia...
La prima scusa ufficiale della gita era accompagnare Dani, che doveva andare a Milano per lavoro, la seconda era visitare al Castello sforzesco la mostra di illustrazioni di libri per ragazzi realizzata per celebrare i 150 anni della Salani, terza scusa: rivedere Elisa, che avevo promesso di andare a trovare per le feste. Bastano? Beh, le abbiamo fatte bastare!
E pazienza se, come spesso capita, poi si divaga per bancarelle rosso natalizio all'ombra benevola e arzigogolata del Duomo in una sera prima rosa, poi azzurra, scesa piano sulla piazza gremita.
La mostra è interessante e, tra un piccolo lord e una fata dai capelli turchini, abbiamo ritrovato un antenato del photoshop: la foto di una fanciulla inserita all'interno di un disegno fatto a mano, esperimento grafico innovativo datato 1912, ed anche i precursori di "Porta a Porta": librettucci che, già a fine Ottocento, narravano con dovizia di particolari macabri o scabrosetti fatti tratti dalla cronaca ed erano venduti a poco prezzo per la fame di grottesco che, evidentemente, non è così moderna.
Poi, ovviamente, incorniciate in oro, c'erano le copertine di Serena Riglietti per Harry Potter: sinuose e zeppe di simboli.
Il bookshop della mostra, poco abitato, era curato, guardacaso, dalla Libreria dei Ragazzi; ma anche la libreria a tema religioso nella quale ci siamo infilate lungo il tragitto, con notevoli presepi in legno d'ulivo e il libraio gentile, aveva un suo perché...
Elisa ci aspettava seduta sul bordo della fontana del castello, e anche se la prima cosa che le abbiamo chiesto, dopo i saluti, è stata di portarci a mangiare (erano quasi le due), sono pressoché certa che ci perdonerà, se non altro perché le abbiamo poi fatto da personal shopper per la scelta di una collana; e pazienza se avevamo pareri diversi e quelli di "Ma come ti vesti?", probabilmente, ci cestinerebbero buona parte del guardaroba.
In treno Costi aveva con sé il libro colpevole della magra figura raccontata in un altro post, che le ho sottratto e letto al volo, a parziale discolpa.
Attorno a noi, sia all'andata che al ritorno, tanti bambini tuttosommato quieti, a parte una piccola meraviglia color cioccolata che, diciamo così, ha manifestato con decisione la sua presenza. C'era il bimbetto biondino accompagnato da genitori in su con gli anni che gli stanno facendo scoprire, una ad una, le città. Tra quelle che ancora mancavano hanno nominato Trieste. Non ho potuto che approvare la scelta.
E c'erano quattro preadolescenti di ritorno dalla mostra di Picasso, che si sono sprofondate quasi con la stessa attenzione prima nel maxi catalogo acquistato dalle mamme, poi nei rispettivi videogiochi.
Bambini anche al parco: due, piccolini, che tentavano in tutti i modi di sabotare il papà intento a fare ginnastica (bravi, così si fa!) e uno più grande che, sollevato di peso dalla sua sedia a rotelle e posato su una panchina, si godeva il sole in faccia come il più prezioso dei tesori. Sullo sfondo, immobili e ancor più surreali, i bagnanti di De Chirico umidi di brina.
Eh sì, Milan l'è un gran Milan! Ma altre città, ormai, attendono il nostro ritorno: le scorte di tè alla rosa e bergamotto del Florian, infatti, sono agli sgoccioli...
Ah, e se fra due giorni vi occorre una befana, fatemi un fischio!
Saluti nasuti.

martedì 25 dicembre 2012

Dolcissimi auguri

Dimenticatevi i cake designer che infestano la tv.
Qui si fa quel che si può, ma con affetto...
Auguro a tutti un dolcissimo Natale.
E anche un buonissimo 2013, già che ci siamo.

martedì 18 dicembre 2012

A proposito di galline e di galli...

E’ da un po’ che cerco di pubblicare finalmente qualcosa di allegro, anche in vista delle prossime festività! Dopo la tristezza dei miei ultimi post ci voleva! L’ho fatta forse più tragica del previsto, ma è stato veramente triste soprattutto vedere la sofferenza degli altri… Comunque in tutto questo la gioia di una vita che nasce, che cresce, anche se non sostituisce la persona cara che viene a mancare, dà un forza che non ci si aspettava di avere. A me è successo così come succede, credo abbastanza normalmente, che vedendo crescere un bambino, ritorniamo un po’ bambini anche noi, almeno quanto basta per crescere insieme a lui. Così, tra le varie canzoncine che canto al mio piccolo, ho ritrovato questo canto popolare veneto, Me compare Giacometo, che avevo cantato durante il mio primo saggio di musica in terza elementare. Il canto ha per protagonista un galletto e, naturalmente, le galline del pollaio. Ho detto che si trattava di una cosa allegra, in realtà il galletto in questione fa un brutta fine…ma il mio bimbo ride da matti quando gliela canto, complici il ritmo allegro e la naturale simpatia del dialetto veneto (a proposito: se tra i simpatizzanti c’è un veneto D.O.C. potrebbe fare una traduzione esatta del testo…ma in ogni caso credo che sia ben comprensibile!)
Allora buona lettura!

Me compare Giacometo
el gaveva un bel galeto,
quando el canta el verze el beco
che'l fa proprio inamorar,
quando el canta el canta el canta
el verze el beco el beco el beco
che'l fa proprio proprio
proprio innamorar.
Un bel giorno la parona
per far festa agli invitati
la ghe tira el colo al galo
e lo mette a cusinar,
la ghe tira tira tira
el colo al galo galo galo
e lo mette mette mette a cusinar.
Le galine tutte mate
per la perdita del galo
le rebalta el caponaro
par la rabia che le gà,
le rebalta balta balta
el caponaro naro naro
par la rabia rabia rabia
che le gà.

lunedì 17 dicembre 2012

Stordita!

Io e Costi ci aggiriamo in libreria con i biglietti del cinema in tasca. Io le racconto del libro che mi è capitato allo scambio prenatalizio con le colleghe del circolo di lettura e che non è affatto male: è "La libreria del buon romanzo" di Laurence Cossé. Di solito sono scettica nei confronti dei libri che parlano dell'amore per i libri: ultimamente ne hanno pubblicati a manciate, quasi quanto quelli sui vampiri; ma questo è piuttosto intrigante. C'è di mezzo un giallo e un paio d'amori impossibili (che, chissà perché, son quelli che preferisco...).
"Finisce bene?" Chiede Costi, appassionata di happy ending.
"Insomma..." rispondo.
"La libreria chiude?"
"No."
"Muore qualcuno?"
"Sì."
Poi lei mi parla del libro di De Luca che sta leggendo, "In nome della Madre": un'originale rilettura della storia di Maria.
E io, testuale: Ah, davvero? interessante. E come va a finire?!"

Silenzio sconcertato. Rapido scambio di sguardi e... giù a ridere forte tra due scaffali della libreria affollata.
Prima o poi verrò scomunicata.

P.S. L'immagine è la copertina del singolo "I'm going slightly mad" dei Queen, che mi pareva in tema...

martedì 11 dicembre 2012

La gallina in giallo

Per la serie "galline famose" nel cinema, nell'arte e nella letteratura, ecco come inizia l'ultimo romanzo di Marco Malvaldi:

"Per capire bene che posto sia Montesodi Marittimo, la cosa migliore è riportare alcuni numeri.
Ottocentododici: è il numero degli abitanti del paese, il che mette gli esseri umani in netta minoranza rispetto al numero di galline (millesettecentoventisei) regolarmente censite in paese. E' una fortuna che, con l'eccezione della signorina Conticini, le galline non abbiano diritto di voto, altrimenti in paese molte cose cambierebbero."

S'intitola "Milioni di milioni" e, come i precedenti, è un giallo: protagonisti sono un genetista e un'archivista, spediti nel paesino toscano di cui sopra che, a dispetto del nome, è inerpicato su per una montagna, per scoprire come mai gli abitanti siano particolarmente forzuti. Nel bel mezzo di una eccezionale nevicata, che isola per alcuni giorni il villaggio, accoppano una vecchia maestra, che ospitava il genetista il quale, un po' per curiosità, un po' per evitare d'essere incolpato, s'improvviserà detective assieme alla collega di studi.
Il libro è piacevole, si legge in un pomeriggio e in alcuni punti fa ridere di gusto; leggero finché si vuole, ma non banale. Qua e là, Malvaldi si diverte a seminare qualche citazione letteraria e qualche riflessione spesso condivisibile, senza calcare la mano. E' un toscanaccio irriverente ed è pure uno scienziato, un chimico per la precisione, e non perde mai l'occasione per far fare pessime figure a preti e credenti in generale: a volte ci va giù pesante, a volte non gli si può dar torto; ma questo fa parte della sacrosanta libertà di un autore di inserire nelle sue storie ciò che pensa e ciò che gli piace ed è chiaro che se la gode parecchio a farlo. E lo capisco, anche quando non mi garba quel che dice.
L'abbiamo anche ascoltato dal vivo a Torino due anni fa, ricordate? E anche allora ci era piaciuto; io l'ho anche incrociato quest'estate a Langhirano al Festival del prosciutto, ma aveva appena finito di parlare (sigh): pare infatti che sia un estimatore della buona cucina, e anche questo si vede dai suoi libri, non solo in quello che ha dedicato all'Artusi. Una ragione di più per apprezzarlo, no?
Ve ne lascio un altro paio di spezzoni.

Margherita (la filologa) a Piergiorgio (il genetista) al termine di una accesa discussione: "La scienza trova la verità, va bene, ma devi ammettere che la letteratura aiuta a sopportarla".

Dialogo tra Piergiorgio e il sindaco di Montesodi: "Lei ha un vizio da cittadino. Dice sempre 'la gente'." Piergiorgio tacque, non sapendo cosa dire. "Sa cosa diceva un mio amico di Livorno? 'La gente, son persone'. Ecco, accetti un consiglio da politico: smetta di dire 'la gente'. Dica 'le persone'. Può sembrare una questione dialettica, ma non lo è, mi creda." "No, non credo che lo sia..." "La gente è stupida, le persone ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano, ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente..."

Sì, proprio un bel librino.

martedì 4 dicembre 2012

Cana per astemi...

Il capo, chiamandomi dal suo ufficio: "Se ti mando un bicchiere con dentro del vino tu me lo cambi in acqua?!"

Ecco cosa ti può capitare dopo aver fatto qualche lezione di Photoshop...

mercoledì 28 novembre 2012

Grandi vecchi & bambini

"Il genere umano conosce le parole e quindi è in grado di formulare il pensiero; soltanto la lettura perfeziona e migliora il pensiero perché la parola viene esaltata dalla conoscenza (e soltanto il libro può offrirla), dagli infiniti modi di usare la parola stessa."
Roberto Denti, prefazione alla riedizione 2012 de "I bambini leggono" (1978*).

L'ho ascoltato ieri sera a Langhirano con Dani, circondata da maestre.
Per uno strano caso è la seconda volta che mi capita d'incontrarlo dal vivo.
88 anni di intelligenza arguta ed ironica (per non parlare di quella della moglie Gianna), 40 dei quali spesi a occuparsi della letteratura per l'infanzia. Che non è solo Geronimo Stilton...

Ah, la foto è di un'opera di Vincenzo Agnetti. S'intitola "Libro dimenticato a memoria".
In realtà io stavo cercando un'immagine dei prelibri o dei libri illeggibili di Munari, ma quando sono incappata in questa m'è piaciuta tanto!

* Il mio anno di nascita: amo queste coincidenze.

lunedì 19 novembre 2012

Creatività, ovvero: "Come uccidere la fantasia, seconda lezione"

"Tutto ciò che accade, tu lo scrivi".

"Tutto ciò che io scrivo accade".
(Michael Ende, La storia infinita)

Ho già accennato in qualche post precedente al fatto che io e Dani, ogni sabato, assieme ad altri volontari, tentiamo con alterne fortune di far fare i compiti a un ben nutrito numero di bambini, provenienti da ogni parte del mondo. In genere ne usciamo - io per lo meno - piuttosto stordite e felici di non aver fatto le insegnanti...
Avere a che fare con i bambini, però, è sempre molto istruttivo e, lo ammetto, spesso anche divertente.
A parte l'amara constatazione che non so più fare le divisioni con le virgole, c'è una cosa che mi ha molto colpito: in più di un'occasione mi è capitato di aiutare alcuni di questi bambini a svolgere un compito che prevedeva di completare una storia.
I pargoli mi guardavano spersi, mentre io cercavo di far loro domande per stimolarli a inventare un finale, sforzandomi di non suggerirglielo.
La stessa scena, più o meno, si ripete anche quando sono chiamati a descrivere una loro giornata, o parlare della loro famiglia: vanno guidati passo passo con domande precise, perché da soli fanno una fatica atroce a mettere insieme un discorso.
E' vero che molti sono stranieri, ma non è una questione di lingua, perché l'italiano lo parlano bene e, se sono in vena, ti sciorinano tutti i nomi degli alieni di Ben10 o le prodezze della boy band di turno. E non sono nemmeno casi sporadici. La tendenza, infatti, mi è stata confermata anche da Costi, che ha dieci anni di insegnamento alle spalle: molti bambini non sono capaci di elaborare un racconto, sia esso realistico o fantastico. E la cosa mi mette una grande tristezza.
Intendiamoci, anche "ai miei tempi" (scusate, fa un po' ottantenne detta così) c'era chi era terrorizzato all'idea di inventare una storia, perché non c'era proprio tagliato; ma quasi tutti erano felici di descrivere qualcosa che gli era accaduto o di parlare di sé: fatti salvi i casi (oggi forse un poco più diffusi) di chi aveva alle spalle situazioni complicate e dolorose, che si vergognava di raccontare, era sempre meglio di una paginata di esercizi di grammatica.
E' fin troppo facile dare la colpa di questa mancanza di inventiva all'alluvione di cartoni animati, videogiochi e divertimenti prefabbricati (persino per le festicciole di compleanno si paga un animatore per suggerire i giochi!); ma anche noi, che ci siamo bevuti la tv degli anni '80, ce ne siamo presi una bella ubriacatura.
Forse l'unica differenza è che per noi film, cartoni e videogiochi non terminavano necessariamente dopo la parola "fine". Vuoi perché eravamo stati sufficientemente nutriti di favole lette e raccontate, vuoi perché avevamo più tempo libero da riempire come ci pareva, ci divertivamo a continuare a modo nostro le avventure dei nostri eroi preferiti o a inventarcene di nuovi.
Ho il sospetto che questo ora non succeda più, e dopo la parola "fine" ci sia solo il vuoto, lo stesso che poi diventa, al momento di fare i compiti, un precoce panico da foglio bianco.
Questo per quel che riguarda l'incapacità d'inventare storie. Per quel che riguarda l'incapacità di raccontare vicende accadute, forse dipende dal fatto che in famiglia si è persa l'abitudine di rievocare insieme il passato, prossimo o remoto: gite, vacanze, disavventure, frasi memorabili, per costruire una piccola "mitologia privata", banale finché si vuole ma utile a dare forma alla memoria e all'identità.
Credo anche che centri qualcosa con l'esaltazione della "creatività" che ha ormai sostituito nel linguaggio comune, la "fantasia". A un corso frequentato qualche mese fa, mi hanno spiegato che la creatività è una faccenda molto pragmatica e democratica: è la capacità di trovare una soluzione a un problema. Tutti la possediamo e, con un po' d'esercizio, si può imparare a utilizzarla al meglio. Ecco dunque tutto un fiorire di laboratori creativi, di corsi di scrittura creativa, di atelier della creatività e di persone creative...
La fantasia, invece, sembra una faccenda assai più elitaria e misteriosa: non si può racchiudere in formule, non si può insegnare, non ha bisogno di strumenti ed è di scarsa o nulla utilità pratica. La creatività, dopotutto, è un modo originale di usare la propria intelligenza, mentre la fantasia sfiora, in qualche modo, i territori dello spirito, perché non si limita a ricombinare ciò che già esiste, ma può andare ben oltre esplorando nuovi mondi che, in qualche modo, cominciano a essere perché li abbiamo pensati e nominati. Per questo fa paura.
Un bambino che fantastica non ha bisogno di giocattoli né di consigli per divertirsi. Un bambino che fantastica non è mai solo e non ha bisogno (o ha molto meno bisogno) di comprare cose per consolarsi. Non è più soltanto un consumatore di idee, immagini e storie costruite da qualcuno che gliele offre, chiedendo comunque qualcosa in cambio, ma può crearne a sua volta e donarle a chi vuole, se vuole.
Ed essere libero.

P.S. Per chi fosse curioso e clemente, c'è anche la "Prima lezione".

lunedì 12 novembre 2012

Rosso smeraldo

Vi avviso: questo sarà un post sconclusionato, a cominciare dal titolo che però, per una volta, non è mio. Lo svarione cromatico, che, in realtà, ha qualcosa di poetico, è di Costi, che così ha descritto il colore intenso e luminoso di una pianta in veste autunnale avvistata in quel di Fontanellato.
Cercava di convincermi - mentre si assaggiavano con Dani, Moki e altra bella gente, pietanze multietniche a una cena di beneficenza - che, infondo, anche l'autunno ha il suo fascino, nonostante il freddo, la pioggia la nebbia e il buio che ti prende a tradimento a metà pomeriggio, ma, per una volta, non ne aveva bisogno: infatti ero reduce da un lungo giro in Valtaro per motivi di lavoro e, dopo 160 km tra boschi verdi, gialli, rossi e marroni, montagne con nuvole basse e squarci di sole abbagliante e fiume grigio azzurro e luccicante, me ne sono quasi convinta anch'io.
Finito il lavoro mi sono concessa una divagazione a Compiano, dove mi sono resa conto di non essere mai stata in vita mia. Era ora di pranzo e il paese era perfettamente deserto, fatta eccezione per un paio d'operai intenti a restaurare il castello e del prete che sgranava rosari facendo avanti e indietro per la sua chiesina in penombra. Ho passeggiato da sola per le stradette di ciottoli bianchi e neri in salita facendo finta di non avere mal di schiena, godendomi la luce di una strepitosa giornata novembrina, l'odore di legna bruciata, gli scorci di panorama tra le case e la bella sensazione di tempo altro e sospeso, che in Italia ti coglie appena esci dalle città (o anche dentro, a volte) e ti inoltri in luoghi sufficientemente antichi e silenziosi.
Vanno bene anche certi carrugi di Genova, sui quali si aprono a sorpresa vecchissimi antri polverosi di corniciai e restauratori, tra una bottega, un pub e un viavai vario e un filino equivoco.
"Hai idea di dove stiamo andando?" Mi ha chiesto a bruciapelo l'attore che mi accompagnava. Avevamo appena finito il primo dei tre laboratori che ci spettavano al Festival della Scienza ed eravamo in libera uscita. "Assolutamente no!" ho risposto. Tanto era la seconda volta che ci capitava di viaggiare insieme e già lo sapeva che sono in grado di perdermi ovunque.
"Laggiù c'è il mare". Ha indicato divertito, prima di ricominciare a zigzagare a sentimento con me al seguito per la città vecchia. Mi sono goduta la strana compagnia e il momento surreale, fingendo di non avere mal di gola.
Appartiene a quella categoria di persone con cui mi capita a volte di avere a che fare e con le quali so di non avere praticamente nulla in comune, ma poiché fanno mestieri interessanti e hanno molto letto, molto viaggiato e molto vissuto, starei volentieri ore a chiacchierare... se mi facessero un po' meno paura!
Prima della passeggiata (terminata al porto: aria gelida e tramonto rosazzurro dietro la Lanterna), siamo riusciti anche a visitare, in compagnia della fotografa che ha immortalato il nostro lavoro (il suo, più che altro...), la mostra di McCurry che, credo, meriti tutta la sua fama. Di fronte ai ritratti di vecchi e bambini scovati ai quattro angoli della terra (compresa la "celebre" ragazzina afgana dagli occhi verdissimi, ritrovata poi donna e rifotografata quasi vent'anni dopo), l'attore ha giustamente osservato che i visi più insignificanti e gli sguardi più inespressivi appartenevano a quelli dei pochi occidentali: segno che forse la nostra presunta civiltà non giova all'evoluzione della specie.
Retrocedendo a questo modo, dovrei anche raccontare della famigerata castagnata in campagna, accompagnata da chiacchiere, dolcetti e persino da una chitarra; ma è passato tanto tempo che ormai non vale la pena di dilungarci troppo.
Non mi resta che ammettere che aveva ragione Costi: era meglio far le caldarroste sul camino piuttosto che sul barbecue (vedi foto di Dani); ringraziare le partecipanti e dare a tutti la ricetta dei pattonini di papà, che hanno riscosso un discreto successo:
300g di farina di castagne;
3 o 4 cucchiai di zucchero;
la scorza grattugiata di un limone;
acqua tiepida q.b.
Sciogliete lo zucchero nell'acqua tiepida e mescolatelo alla farina di castagne quanto basta per ottenere una pastella liscia e piuttosto liquida, diciamo un po' meno di quella delle crepes. Se fa grumi, mettetevi il cuore in pace e passatela con un colino... Incorporate la scorza di limone e friggete a cucchiaiate in olio bollente.

Buon appetito, arrivederci e, visto che ci siamo, auguri a Simona!

mercoledì 31 ottobre 2012

Pensiero d'autunno

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul più alto ramo.
Tremano, sì, ma non di pena: è tanto
limpido il sole, e dolce il distaccarsi
dal ramo per congiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza di una mite aurora.
Fa’ ch’io mi stacchi dal più alto ramo
di mia vita, così, senza lamento,
penetrata di Te come del sole.”
(Ada Negri)
Ecco la conferma di quello che scrive la Cri nell'ultimo post.. nelle parole di uno sconosciuto ritoviamo qualcosa che ci appartiene, un'immagine che dà forma a un sentimento che non sapevamo come descrivere... Questi bellissimi versi della poetessa Ada Negri, da me scoperti per caso (ma non proprio..) su un giornaletto, colgono in pieno ciò che sento in questa notte di mezzo autunno e danno forma a qualcosa di malinconico e caotico che mi frastorna ormai da mesi... Li dedico alla mia madrina che in questa notte ha raggiunto la sua mamma...