Ebbene sì, dopo alcuni anni di lavoro fianco a fianco e un doloroso addio, la premiata ditta D&C è tornata a far danni insieme, cartacei, ovviamente, costituendo la famigerata "Banda della bandella".
Ok, ok, ora ve lo dico cos'è una bandella, ma state tranquille: fino a qualche mese fa non lo sapevo nemmeno io. Trattasi di quella cosa nota anche con il nome di "risvolto di copertina", anche se, nelle edizioni economiche, dove il risvolto non c'è, finisce direttamente sul retro (la quarta), nella quale, di solito, si trovano informazioni sui contenuti del libro e/o sull'autore.
Vi siete mai chieste chi diavolo le scrive, visto che solo raramente capita che siano firmate?
Semplice: i poveri redattori e correttori di bozze - specie protetta in via d'estinzione - i quali, oltre a dover scovare errori e sistemare traduzioni traballanti in tempi minimi e per stipendi altrettanto ridotti, talvolta devono anche accollarsi questo compito. E vi assicuro che è una bella rogna!
In poche righe bisogna dare un'idea della trama, così da invogliare il lettore a comprarsi il libro, senza però dire troppo, per non rovinare la sorpresa. Quando il libro fa parte di una delle sterminate serie di trilogie, tetralogie e chi più ne ha più ne metta, lo sventurato redattore deve anche dare un'idea del punto della storia in cui ci si trova. Il più delle volte, però, senza aver letto gli altri libri, corretti da qualcun altro. Ah, dimenticavo: è inutile dire che le case editrici, di solito, non sono molto prolisse di indicazioni sul taglio da dare, lo stile e nemmeno il numero minimo e massimo di righe. Se poi, come accade sempre più spesso, il libro è anche una palla, la faccenda diventa durissima! Quindi, meglio spartirsela con qualcuno.
Succede così: D, redattrice e correttrice di bozze provetta, racconta a C, impiegata in un'agenzia di comunicazione, la trama del libro con cui ha appena finito di litigare; C, che di raccontare le trame dei libri non è mai stata capace e che persino se deve spiegare a qualcuno com'è un film sarebbe tentata di scriverglielo, tenta una bozza. D la sistema e la invia all'editore che è libero di farne ciò che vuole.
Tutta la trafila si svolge, in genere, alle ore più strane, in ritagli di tempo strappati ai rispettivi lavori: pause pranzo, sabati sera di rientro da pizza e cinema e via di questo passo.
Però, più o meno, funziona.
E devo ammettere che è divertente!
Pensateci la prossima volta che darete un'occhiata veloce a una bandella...
Saluti letterari.
P.S. Le immagini sono sculture di Cordelia von den Steinen, moglie del fu Cascella, quello del monumento alla Via Emilia in ple. S. Croce, per intenderci, di cui anni fa il padre di Chiara diede un'illuminante definizione: "al per un lumagòn c'al pissa". Lei, invece, non mi dispiace.
mercoledì 11 luglio 2012
venerdì 29 giugno 2012
"Allora lo farò io!" disse la gallinella rossa
Per la serie "galline famose" ecco una favoletta che fa parte dei miei ricordi d'infanzia. Credo sia originaria dell'Inghilterra. Protagonista è una gallina che sa il fatto suo. Devo averla riletta e ripetuta tante di quelle volte che a casa mia la frase che dà il titolo a questo post è ancora oggi usata quasi come un modo di dire, quando ci si rimpalla una faccenda particolarmente ingrata e qualcuno, in genere io, alla fine se la accolla di mala voglia.
La dedico alle ciose con prole, se vorranno raccontarla ai loro pulcini, e a Elis, che, invece, tra una chiacchiera e un occhio alla partita, ieri sera ci ha sfamato per benino e... non ci ha costrette a lavare i piatti!
Un giorno la Gallinella Rossa stava razzolando nel cortile della fattoria, quando trovò un chicco di grano.
"Chi vuol seminare il grano?" chiese.
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane.
"Benissimo", disse la Gallinella Rossa "allora lo farò io". E seminò il chicco di grano.
Dopo qualche tempo il grano divenne alto e maturo. "Chi vuol tagliare il grano?" chiese la Gallinella Rossa.
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane. "Allora lo farò io" disse la Gallinella Rossa. E tagliò il grano. Poi disse: "Chi vuol trebbiare il grano?"
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane.
"Allora lo farò io" disse la Gallinella Rossa. E trebbiò il grano. Quando il grano fu trebbiato, chiese: "Chi vuol portare il grano al mulino per farlo macinare?"
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane.
"Allora lo farò io" disse la Gallinella Rossa. E portò il grano al mulino. Quando il grano fu macinato, chiese: " Chi vuol fare il pane con questa farina?"
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane.
"Allora lo farò io" disse la Gallinella Rossa. E impastò una bella pagnotta e la infornò. Quando fu cotta disse: "Chi vuol mangiare il pane?"
"Io voglio!" disse l'anatra.
"Io voglio!" disse il gatto. "Io voglio!" disse il cane.
"Oh, no!" disse la Gallinella Rossa: "Io ho seminato, io ho mietuto, io ho trebbiato, io ho portato il grano al mulino, io ho impastato e cotto il pane... allora lo mangerò io!" E, chiamati i suoi pulcini, divise il pane con loro.
Saluti fragranti.
PS: l'immagine è un vaso greco del VII-VI sec. a.C. Sarebbe un galletto, ma non sottilizziamo!
La dedico alle ciose con prole, se vorranno raccontarla ai loro pulcini, e a Elis, che, invece, tra una chiacchiera e un occhio alla partita, ieri sera ci ha sfamato per benino e... non ci ha costrette a lavare i piatti!
Un giorno la Gallinella Rossa stava razzolando nel cortile della fattoria, quando trovò un chicco di grano.
"Chi vuol seminare il grano?" chiese.
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane.
"Benissimo", disse la Gallinella Rossa "allora lo farò io". E seminò il chicco di grano.
Dopo qualche tempo il grano divenne alto e maturo. "Chi vuol tagliare il grano?" chiese la Gallinella Rossa.
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane. "Allora lo farò io" disse la Gallinella Rossa. E tagliò il grano. Poi disse: "Chi vuol trebbiare il grano?"
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane.
"Allora lo farò io" disse la Gallinella Rossa. E trebbiò il grano. Quando il grano fu trebbiato, chiese: "Chi vuol portare il grano al mulino per farlo macinare?"
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane.
"Allora lo farò io" disse la Gallinella Rossa. E portò il grano al mulino. Quando il grano fu macinato, chiese: " Chi vuol fare il pane con questa farina?"
"Io no" disse l'anatra.
"Io no" disse il gatto.
"Io no" disse il cane.
"Allora lo farò io" disse la Gallinella Rossa. E impastò una bella pagnotta e la infornò. Quando fu cotta disse: "Chi vuol mangiare il pane?"
"Io voglio!" disse l'anatra.
"Io voglio!" disse il gatto. "Io voglio!" disse il cane.
"Oh, no!" disse la Gallinella Rossa: "Io ho seminato, io ho mietuto, io ho trebbiato, io ho portato il grano al mulino, io ho impastato e cotto il pane... allora lo mangerò io!" E, chiamati i suoi pulcini, divise il pane con loro.
Saluti fragranti.
PS: l'immagine è un vaso greco del VII-VI sec. a.C. Sarebbe un galletto, ma non sottilizziamo!
lunedì 18 giugno 2012
Famolo strano... il treno!
A Brescia facciamo in tempo a intravederlo, il nostro prossimo treno: ci appare in un lampo attraverso i finestrini dei suoi fratelli più giovani che lo affiancano. Tutta la stazione è in subbuglio per la sua presenza, ma noi abbiamo bisogno di un caffè, prima di presentaci a lui come si deve. Uscendo dal bar non dobbiamo cercare a lungo: intercettiamo un ferroviere che va incontro a un collega con un sorriso a trentadue denti ed esclama: "L'hai visto il treno storico?" e ci instrada al binario 3.
Eccolo! I vagoni sono degli anni trenta, si chiamano "Centoporte" e sono marroni, con finestrini piccoli, interni e pedane in legno, spartani ma graziosi. I sedili, pure in legno, sono meno scomodi del previsto e, soprattutto, più puliti e più freschi di quelli imbottiti sui quali ci siamo sedute nella tratta precedente. Tre di loro hanno il mio nome sopra e la cosa, capirete, mi ispira parecchio. Prima di salire, però, andiamo a guardare in faccia la motrice. Nera e rossa, tirata a lucido, sfiata vapore con grazia e già ne esce un filo di fumo: è una 625 del 1913. Bellissima. Ci accomodiamo e scopriamo di essere capitate, assieme a una coppia di nonni con nipotina smilza al seguito, nella carrozza riservata al personale: sono un manipolo di volontari delle Ferrovie Turistiche Italiane, caciaroni e bergamaschi. Quando scivolano dall'italiano al dialetto se ne escono in certe consonanti aspirate che nemmeno i muezzin!
Nonostante l'età, la macchina fila via liscia e veloce con il minimo sindacale di sobbalzi. Si ferma e riparte con un garbo quasi sorprendente; in realtà me lo aspettavo, perché l'ho letto, ma ora posso confermarlo di persona.
Perdiamo un po' di precedenze lungo la linea e gli uomini del treno entrano in fibrillazione: le coincidenze con il traghetto sono saltate. Occorre rimediare. Telefonano, si riorganizzano, imprecano (in bergamasco stretto), contestano, insomma, fanno più pollaio di quanto avremmo potuto fare tutte noi ciose messe assieme impegnandoci molto, ma alla fine risolvono.
Il tempo da trascorrere su Monteisola, l'isola verdissima e puntuta del lago d'Iseo, nostra meta finale, si riduce, ma non è un grosso problema, perché, infondo, la parte più divertente della gita è il viaggio. Lo trascorriamo a pranzo in un bar-trattoria alto sopra il paese di Peschiera Miraglio, lontane dal caos del lungolago, e in una lunga e torrida passeggiata digestiva fino a Sensole, durante la quale rimpiangiamo di non esserci portate il costume.
A Brescia, stanche, accaldate e con bricioline di fuliggine attaccate alla pelle, salutiamo l'amica 625 e acchiappiamo al volo un altro microtreno per Parma. Stavolta l'aria condizionata è rotta, ma non ci scomponiamo, anzi, coi finestrini abbassati e le tende blu che svolazzano nel controluce violento della sera, ci sembra d'essere ancora nella nostra carrozza anni trenta. Accanto a noi si siede un tizio un poco inquietante: faccia stropicciata, pochi capelli grigi, lunghi e scomposti; dormendo ciondola pericolosamente in direzione delle ginocchia di Costi, e dello zaino che ci sta appoggiato sopra, con dentro i sei bicchierini da sorbetto che ci ha regalato oggi la cameriera del ristorante, perché quelli che ritirano il vetro non li vogliono e lei non sa che farsene. Il tizio non lo sa, ma potrebbe avere un risveglio piuttosto traumatico. Per fortuna si ripiglia da solo appena in tempo, si riassesta e, mentre adocchiamo in una stazioncina un impianto per rifornire d'acqua le locomotive trasformato in un lampione, attacca bottone. E' molto meno scentrato di quanto sembra, anzi, è piuttosto simpatico. Scopriamo che anche lui, tempo fa, ha fatto il nostro stesso viaggio, chiede che giro abbiamo fatto e poi aggiunge: "Scusate la domanda difficile, ma era per caso una 740?" Gli sorrido. Lui non sa che è proprio per via di un (e di una) 740 che ho cominciato, anni fa, a sognare tutto questo e non è solo colpa di una canzone, sussurrata a mezza voce in galleria.
"Come i treni a vapore come i treni a vapore
di stazione in stazione di porta in porta
e di pioggia in pioggia
di dolore in dolore
il dolore passerà".
Saluti affumicati.
giovedì 14 giugno 2012
Constatazione amichevole
Etichette: pollaio
Chi siamo da dove veniamo dove andiamo?
lunedì 4 giugno 2012
Vamos a bailar?
Qui si continua a ballare e, purtroppo, non solo al saggio della scuola di danza, durante il quale, sabato sera, abbiamo visto Meg e Costi come non le avevamo mai viste in dieci anni che le conosciamo (e come non le vedrete mai, poiché mi è stato vietato di pubblicare le foto!): vestite e truccate come i gatti del musical "Cats" con tanto di orecchie e code, e in versione "Liza Minnelli" in body nero e bombetta luccicante, molto, molto carine.Prima e dopo di loro si sono esibite bimbette e ragazzine (con qualche sparuto maschietto) in agguerriti numeri di hip-hop, adulti in versione country, molto fieri dei loro cappelli e dei loro stivali, e signore colorate e tintinnanti che facevano danza del ventre e, in effetti, avevano quasi tutte una bella pancetta da mettere in mostra, ma erano comunque graziose. La cosa mi ha molto consolato e ho pensato che, non fossi rigida come un palo, sensuale quanto un calamaro e non mi vergognassi come una ladra, andrebbe bene per me...
Abbiamo aspettato le nostre colleghe all'uscita degli "artisti", in una notte di luna e di vento, in compagnia di parenti, amici e fidanzati, e siamo finite a tirar tardi al pub. Io e Dani siamo rientrate a casa sbadigliando (non per la serata, s'intende, ma perché per entrambe era stata una giornatina pesante e non abbiamo più il fisico... ammesso di averlo mai avuto) e guidando pian pianino, perché da due giorni io viaggio con la ruota di scorta, avendo distrutto una gomma mentre rientravo da una intensa sessione di orticoltura e giardinaggio in campagna. Ho raccolto cigliegioni, innaffiato e piantato piantine di pomodoro e oggi ho ancora mal di schiena. Al primo colpo di pala (scelta tra le più piccole e leggere della "collezione" di mio padre) ho centrato un formicaio. Ho chiesto scusa alle bestiole alle quali, dopotutto, avevo appena devastato la casa, e mi son spostata un po' più in là pensando: cominciamo bene!
Domenica pigra, movimentata soltanto dalla scossetta delle 21.20, quando la macchina del gas ha pensato bene di darmi una spintarella mentre lavavo i piatti guardando di straforo la Cenerentola di Rossini in diretta dai palazzi di Torino che, prima o poi, riusciremo a vedere.
Mi rendo conto che qui, per ora, c'è andata di lusso, ma sta diventando una faccenda piuttosto stressante. "Non può piovere per sempre" citava ieri in chat su Skype, dopo il fatto, l'amica Simona, compagna di mille sventure. Vero. Infatti stamani non piove: diluvia!
Torno al lavoro, va là, e spero che l'ineffabile ingegnere informatico - quello capace di presentarsi con 45 minuti di ritardo a una riunione di lavoro con le punte dei capelli bagnate e confessare, con invidiabile candore e un sorriso a trentadue denti: "Scusate, ero in piscina" - mi finisca gli aggiornamenti ad un sito che gli chiedo da settimane altrimenti lo strozzo! Con affetto, s'intende...
Etichette: pollaio
Chi siamo da dove veniamo dove andiamo?
lunedì 21 maggio 2012
Io (non) ho paura
"La chiamano speranza/ ma a volte è un modo per dire illusione."
(Io non ho paura, Bungaro/Fiorella Mannoia)
Scoprire alle 4.05 di notte che non è un'idea brillante avere sopra il letto una mensola colma di fumetti, cd, foto con relative cornici e numerosi soprammobili variamente contundenti pronti a caderti in testa al primo scrollone.
Realizzare, un istante dopo (la scossa è lunga e ti dà il tempo di pensare), che questo è l'ultimo dei tuoi problemi, perché stai al quarto piano e hai una madre gravemente disabile che, anche volendo, non potrebbe fuggire da nessuna parte.
E che nemmeno tu, sinceramente, avresti voglia di lasciare la tua casa e le tue cose per sopravvivere, perché la tua casa e le tue cose, alcune, almeno, sospetti abbiano più senso di te.
Aspettare che passi e cercare di riprendere sonno leggendo un libro.
Insultarti perché, tra tutti i libri mezzo cominciati che hai sul comodino, proprio uno sulla guerra in Bosnia dovevi andare a scegliere?
Ripeterti che se vivessi in Giappone sarebbe peggio e che, comunque, non puoi farci niente.
Constatare che, dopotutto, morire in un terremoto è una delle cose migliori che ti può capitare in futuro, perché ce ne sono altre che t'aspettano, più dolorose e statisticamente più probabili.
Sì, anche questo lunedì sono di buonumore...
(Io non ho paura, Bungaro/Fiorella Mannoia)
Scoprire alle 4.05 di notte che non è un'idea brillante avere sopra il letto una mensola colma di fumetti, cd, foto con relative cornici e numerosi soprammobili variamente contundenti pronti a caderti in testa al primo scrollone.
Realizzare, un istante dopo (la scossa è lunga e ti dà il tempo di pensare), che questo è l'ultimo dei tuoi problemi, perché stai al quarto piano e hai una madre gravemente disabile che, anche volendo, non potrebbe fuggire da nessuna parte.
E che nemmeno tu, sinceramente, avresti voglia di lasciare la tua casa e le tue cose per sopravvivere, perché la tua casa e le tue cose, alcune, almeno, sospetti abbiano più senso di te.
Aspettare che passi e cercare di riprendere sonno leggendo un libro.
Insultarti perché, tra tutti i libri mezzo cominciati che hai sul comodino, proprio uno sulla guerra in Bosnia dovevi andare a scegliere?
Ripeterti che se vivessi in Giappone sarebbe peggio e che, comunque, non puoi farci niente.
Constatare che, dopotutto, morire in un terremoto è una delle cose migliori che ti può capitare in futuro, perché ce ne sono altre che t'aspettano, più dolorose e statisticamente più probabili.
Sì, anche questo lunedì sono di buonumore...
mercoledì 16 maggio 2012
Non aprite quell'armadio!
Sabato, mentre m'aggiravo per le vie del centro per l'addio al nubilato di un'amica, vergognandomi un po', c'erano 30 gradi; domenica, al battesimo del figlio della nostra Chiara (profano e sacro allegramente mescolati in un unico weekend: interessante...), ce n'erano 15: con questi sbalzi termici ogni giorno occorrono abiti adatti a un clima diverso e nel mio armadio ormai regna la confusione più totale e accadono cose che voi umani...
Le braghe di lino s'affollano attorno all'unico pantalone di lana rimasto indenne dalla lavanderia e gli chiedono cosa si prova ad avere gli orli pieni di neve. I calzini colorati fan la rivoluzione nel cassetto cercando di scacciare sul fondo i collant neri 120 denari. Il foulard di seta (vera o presunta) e la pashmina di cachemire (assolutamente presunto!), incontratisi per caso su un ripiano, prima si studiano, poi si piacciono e s'allacciano in un inestricabile tango di frange e motivi jacquard. Il piumino, già incelofanato, guarda con sufficienza il k-way che gli sta provvisoriamente appeso accanto. Il maglione di lana, capitato non si sa come spalla a spallina con il ncostume da bagno, lo mette in guardia circa i chili di troppo che ho accumulato quest'inverno; mentre la camicia di cotone incrocia le maniche e minaccia sciopero, perché anche lei, buona per ogni tempo, vorrebbe farsi un giro nei piani alti dell'armadio e riposare qualche mese.
Ma non c'è bisogno di scomodare la fantascienza. Come sempre gli antichi avevano già capito tutto: "In principio era il caos" dice Esiodo nel primo libro della sua Teogonia. "Dal caos nasce una stella", ama ripetere la nostra Costi, decisamente meno antica ma altrettanto saggia.
Guardate un po' fin dove sono andata a parare pur di non ammettere che detesto fare il cambio di stagione!
Le braghe di lino s'affollano attorno all'unico pantalone di lana rimasto indenne dalla lavanderia e gli chiedono cosa si prova ad avere gli orli pieni di neve. I calzini colorati fan la rivoluzione nel cassetto cercando di scacciare sul fondo i collant neri 120 denari. Il foulard di seta (vera o presunta) e la pashmina di cachemire (assolutamente presunto!), incontratisi per caso su un ripiano, prima si studiano, poi si piacciono e s'allacciano in un inestricabile tango di frange e motivi jacquard. Il piumino, già incelofanato, guarda con sufficienza il k-way che gli sta provvisoriamente appeso accanto. Il maglione di lana, capitato non si sa come spalla a spallina con il ncostume da bagno, lo mette in guardia circa i chili di troppo che ho accumulato quest'inverno; mentre la camicia di cotone incrocia le maniche e minaccia sciopero, perché anche lei, buona per ogni tempo, vorrebbe farsi un giro nei piani alti dell'armadio e riposare qualche mese.
Ma non c'è bisogno di scomodare la fantascienza. Come sempre gli antichi avevano già capito tutto: "In principio era il caos" dice Esiodo nel primo libro della sua Teogonia. "Dal caos nasce una stella", ama ripetere la nostra Costi, decisamente meno antica ma altrettanto saggia.
Guardate un po' fin dove sono andata a parare pur di non ammettere che detesto fare il cambio di stagione!
lunedì 7 maggio 2012
Dopo domenica è lunedì...
"Non è da tutti catturare la vita/ non disprezzate chi non ce la fa"
(A. Branduardi, Domenica e lunedì)
Sapete quelle giornate che cominciano male? Sì, proprio quelle.
Oggi mi hanno svegliato alle 6.45 per consegnarci a casa un concentratore d'ossigeno (se non sapete cos'è, beati voi, io non ho intenzione di spiegarvelo), che dovevano portarci venerdì.
E' assai probabile che abbia preso una multa non del tutto meritata, ma lo saprò solo tra tre o quattro mesi, e questo, se possibile, mi fa inca...volare più della multa stessa.
Ho rotto per la seconda volta nel giro di un anno lo specchietto retrovisore destro dell'auto andando a prendere 10 risme di carta da fotocopie per l'ufficio (14 anni di sf...ortuna?).
Non oso nemmeno pensare cos'altro mi capiterà andare a sera.
E dire che oggi volevo pubblicare un post per dire quanto è stato bello, sabato sera, farsi insegnare a costruire rane salterine con l'origami da un'amica ricercatrice universitaria con due lauree e un paio d'anni più di me, sedute con altri amici al tavolo di un'enoteca (perfettamente sobrie, sia chiaro): basta veramente poco per divertirsi, ma purtroppo, ancor meno per rovinarsi la giornata!
Non ce la posso fare...
Incrociate le dita, grazie.
PS: aggiornamento del mercoledì. Ho ritirato l'auto dal meccanico: bollino blu e revisione. Quattrocentotrentacinque euro.
E ho detto tutto!
(A. Branduardi, Domenica e lunedì)
Sapete quelle giornate che cominciano male? Sì, proprio quelle.
Oggi mi hanno svegliato alle 6.45 per consegnarci a casa un concentratore d'ossigeno (se non sapete cos'è, beati voi, io non ho intenzione di spiegarvelo), che dovevano portarci venerdì.
E' assai probabile che abbia preso una multa non del tutto meritata, ma lo saprò solo tra tre o quattro mesi, e questo, se possibile, mi fa inca...volare più della multa stessa.
Ho rotto per la seconda volta nel giro di un anno lo specchietto retrovisore destro dell'auto andando a prendere 10 risme di carta da fotocopie per l'ufficio (14 anni di sf...ortuna?).
Non oso nemmeno pensare cos'altro mi capiterà andare a sera.
E dire che oggi volevo pubblicare un post per dire quanto è stato bello, sabato sera, farsi insegnare a costruire rane salterine con l'origami da un'amica ricercatrice universitaria con due lauree e un paio d'anni più di me, sedute con altri amici al tavolo di un'enoteca (perfettamente sobrie, sia chiaro): basta veramente poco per divertirsi, ma purtroppo, ancor meno per rovinarsi la giornata!
Non ce la posso fare...
Incrociate le dita, grazie.
PS: aggiornamento del mercoledì. Ho ritirato l'auto dal meccanico: bollino blu e revisione. Quattrocentotrentacinque euro.
E ho detto tutto!
venerdì 4 maggio 2012
La metafisica del tortello di zucca
O, se preferite "Per le terre basse 2", ovvero la risposta alla domanda che chiudeva il post precedente.
Vi garantisco che ha detto proprio così la guida che ci ha accompagnato in giro per Sabbioneta, disquisendo delle differenze tra la ricetta locale e quella mantovana e propendendo palesemente a favore della prima, preparata solo con zucca dolce e mostarda di frutta, e non con gli amaretti, e condita con sugo di pomodoro, e non con burro e salvia. L'abbiamo ascoltata sedute in compagnia di ferraresi, modenesi e qualche veneto sui gradini dello splendido Teatro all'antica. E anche se dall'alto della loggia, sopravvissuta miracolosamente ai guasti napoleonici, un intero pantheon di statue vi guarda corrucciato, non chiamatelo Teatro olimpico, come quello di Vicenza, per carità, o rischiate che vi ci chiuda dentro! Già perché nonostante abbia l'aspetto e la voce di una fatina della Melevisione, la nostra guida si rivela una campionessa del campanilismo più feroce, soprattutto contro Mantova, il capoluogo che da sempre ruba la scena alla città voluta da Vespasiano Gonzaga a metà del Cinquecento. Però lo ammette tranquillamente e questo le fa onore: è passionale, ironica, un po' filosofa e ci divertiamo a seguirla tra gli affreschi del Palazzo Giardino e della Galleria, mentre su per le ripide scale che portano alla sinagoga lei non sale. Ci intima di entrare non più di quindici alla volta e di non fermarci troppo: "Perché sapete com'è, dopo l'ultimo terremoto...". Non è rassicurante, ma ne usciamo illese. Del resto anche noi non brilliamo di ottimismo se, durante il viaggio, decidendo di metterci a cantare per ravvivare l'atmosfera (ve l'ho già detto, vero, che non ho l'autoradio?), cominciamo con un medley composto da: Canzone per un'amica, Ballo in fa diesis minore e La Canzone di Marinella. Poi, grazie al cielo, passiamo con disinvoltura dalla Mannoia alle sigle dei cartoni animati. Sabbioneta (e non Simonetta, come sosteneva al telefono una turista spiaggiatasi ai piedi del monumento nella piazza centrale) è un'utopia rinascimentale, una piccola meraviglia che spunta senza preavviso in quella pianura senza orizzonte che, chissà perché, da qualche tempo ci attrae. Sabbioneta è un microcosmo nato dalla sabbia che, in questa stagione, profuma di fiori di ligustro. A passeggiare sui suoi ciottoli pare di stare in un altro tempo, dove ancora abita un conte che forse non è conte ma tutti lo chiamano così e possiede una bottega antiquaria che pare l'antro dei Quaranta ladroni; e mentre noi incappiamo, purtroppo, in una trattoria rimasta ferma agli anni '70, i baristi dove la mattina ci siamo prese un caffè, si staranno gustando il barbecue che avevano cominciato a preparare nel retrobottega. Al pomeriggio arriviamo fino a Mantova, ma piove. Scrosci violenti si abbattono su piazza Sordello, li osserviamo dalle porte del Duomo nel quale ci siamo rifugiate. Cominciamo ad essere stanche: Co ha mal di pancia, il mio ginocchio mi rimprovera per averlo strapazzato. Decidiamo di evitare i musei, anche se Dani è fortemente attratta da quello dedicato a Nuvolari. Entriamo, invece, in tutte le chiese del centro, compresa Sant'Andrea, dove è sepolto il Mantegna, in una cappellina affrescata, tra gli altri, dal "nostro" Correggio, suo allievo. Nella minuscola rotonda di San Lorenzo irrompe un'intera comitiva. Speriamo di scroccare una visita guidata, ma l'accompagnatrice comincia a parlare in una lingua dell'est, tanto bella quanto incomprensibile. Ci consoliamo puntando decise verso un bar, dove, davanti ad un tè e due cioccolate debitamente bollenti, ci asciughiamo i pantaloni bagnati e ci prepariamo al ritorno. E anche il 1° maggio è finito. Il 2 giugno niente gite, perché Co e Meg hanno un impegno danzereccio e noi saremo in prima fila a prenderle in gi... cioè, volevo dire, ad applaudirle.
La prossima volta, però, riusciremo a farcela una crociera sul Mincio, magari non pochi giorni dopo aver (ri)visto Titanic al cinema!
E comunque mio padre i tortelli di zucca li fa con gli amaretti...
Vi garantisco che ha detto proprio così la guida che ci ha accompagnato in giro per Sabbioneta, disquisendo delle differenze tra la ricetta locale e quella mantovana e propendendo palesemente a favore della prima, preparata solo con zucca dolce e mostarda di frutta, e non con gli amaretti, e condita con sugo di pomodoro, e non con burro e salvia. L'abbiamo ascoltata sedute in compagnia di ferraresi, modenesi e qualche veneto sui gradini dello splendido Teatro all'antica. E anche se dall'alto della loggia, sopravvissuta miracolosamente ai guasti napoleonici, un intero pantheon di statue vi guarda corrucciato, non chiamatelo Teatro olimpico, come quello di Vicenza, per carità, o rischiate che vi ci chiuda dentro! Già perché nonostante abbia l'aspetto e la voce di una fatina della Melevisione, la nostra guida si rivela una campionessa del campanilismo più feroce, soprattutto contro Mantova, il capoluogo che da sempre ruba la scena alla città voluta da Vespasiano Gonzaga a metà del Cinquecento. Però lo ammette tranquillamente e questo le fa onore: è passionale, ironica, un po' filosofa e ci divertiamo a seguirla tra gli affreschi del Palazzo Giardino e della Galleria, mentre su per le ripide scale che portano alla sinagoga lei non sale. Ci intima di entrare non più di quindici alla volta e di non fermarci troppo: "Perché sapete com'è, dopo l'ultimo terremoto...". Non è rassicurante, ma ne usciamo illese. Del resto anche noi non brilliamo di ottimismo se, durante il viaggio, decidendo di metterci a cantare per ravvivare l'atmosfera (ve l'ho già detto, vero, che non ho l'autoradio?), cominciamo con un medley composto da: Canzone per un'amica, Ballo in fa diesis minore e La Canzone di Marinella. Poi, grazie al cielo, passiamo con disinvoltura dalla Mannoia alle sigle dei cartoni animati. Sabbioneta (e non Simonetta, come sosteneva al telefono una turista spiaggiatasi ai piedi del monumento nella piazza centrale) è un'utopia rinascimentale, una piccola meraviglia che spunta senza preavviso in quella pianura senza orizzonte che, chissà perché, da qualche tempo ci attrae. Sabbioneta è un microcosmo nato dalla sabbia che, in questa stagione, profuma di fiori di ligustro. A passeggiare sui suoi ciottoli pare di stare in un altro tempo, dove ancora abita un conte che forse non è conte ma tutti lo chiamano così e possiede una bottega antiquaria che pare l'antro dei Quaranta ladroni; e mentre noi incappiamo, purtroppo, in una trattoria rimasta ferma agli anni '70, i baristi dove la mattina ci siamo prese un caffè, si staranno gustando il barbecue che avevano cominciato a preparare nel retrobottega. Al pomeriggio arriviamo fino a Mantova, ma piove. Scrosci violenti si abbattono su piazza Sordello, li osserviamo dalle porte del Duomo nel quale ci siamo rifugiate. Cominciamo ad essere stanche: Co ha mal di pancia, il mio ginocchio mi rimprovera per averlo strapazzato. Decidiamo di evitare i musei, anche se Dani è fortemente attratta da quello dedicato a Nuvolari. Entriamo, invece, in tutte le chiese del centro, compresa Sant'Andrea, dove è sepolto il Mantegna, in una cappellina affrescata, tra gli altri, dal "nostro" Correggio, suo allievo. Nella minuscola rotonda di San Lorenzo irrompe un'intera comitiva. Speriamo di scroccare una visita guidata, ma l'accompagnatrice comincia a parlare in una lingua dell'est, tanto bella quanto incomprensibile. Ci consoliamo puntando decise verso un bar, dove, davanti ad un tè e due cioccolate debitamente bollenti, ci asciughiamo i pantaloni bagnati e ci prepariamo al ritorno. E anche il 1° maggio è finito. Il 2 giugno niente gite, perché Co e Meg hanno un impegno danzereccio e noi saremo in prima fila a prenderle in gi... cioè, volevo dire, ad applaudirle.
La prossima volta, però, riusciremo a farcela una crociera sul Mincio, magari non pochi giorni dopo aver (ri)visto Titanic al cinema!
E comunque mio padre i tortelli di zucca li fa con gli amaretti...
giovedì 26 aprile 2012
Per le terre basse
Vi garantisco che non l'ho fatto apposta. E' soltanto la prima cosa interessante trovata su internet alla ricerca di una meta adatta a una gita del 25 aprile: Casa Cervi a Gattatico. Nessuna di noi c'era mai stata e, in occasione della ricorrenza, eran previste anche mostre, musica e bancarelle. Poiché è piuttosto vicina e noi s'intendeva starcene in giro più o meno per tutta la giornata, abbiamo pensato di spingerci prima fino al Po. E' stato allora che, sempre scorrazzando in internet, è saltato fuori che a Boretto c'era sagra per il patrono, San Marco, ma v'assicuro che l'unica cosa che ho pensato leggendolo è stata: "Toh, lo stesso santo a cui è intitolata la mia parrocchia". Il dubbio mi è venuto soltanto quando, parcheggiando a tre metri dal porto fluviale, ho visto i nomi dei due pontili: "San Marco" (normale: è il patrono del paese!) e... "Giudecca"! Ho sobbalzato, ma non ho detto niente. E' stata Dani, allora, ad esclamare: "Hai visto? Come a Venezia!". Ho visto sì. Quei nomi paiono un tantino surreali lì, sulla sponda limacciosa del Grande Fiume, con alle spalle l'argine coperto d'erba grassa che nasconde alla vista un paesino che più nostrano non si può. Però, nella piazza su cui s'affacciano sia la chiesa, tanto imponente quanto male in arnese, dedicata, chiaramente, a San Marco, sia il Municipio (un classico da queste parti), sta piantata anche un'alta colonna con sulla cima, udite udite, un leone alato con il Vangelo tra le zampe. Eh no, adesso basta! La questione va approfondita! M'avvicino al basamento e leggo: "Venezia a Boretto tra il giubilo di tutto il popolo, 21 settembre 1958". Siamo sempre più stupite. Ci soccorre un cartellone turistico sul muro del Municipio, che spiega come, nei secoli passati, la città che tanto amiamo e il paesino della bassa fossero legati da stretti rapporti commerciali: fin lì arrivavano le navi della Serenissima a sbarcare le merci da vendere a una larga fetta di pianura padana. E i veneti vi abitarono anche, probabilmente già prima dell'anno mille. Il "giubilo" cui si fa cenno nell'iscrizione, pare si debba al fatto che nel 1958 il paese divenne Comune e festeggiò, ricordando le sue origini, l'indipendenza da Brescello. Già, Brescello. E' da quando abbiamo visto il Po che ci siamo messe a canticchiare la colonna sonora dei film di don Camillo e a immaginarci il prete d'assalto che l'attraversa a nuoto (in realtà la scena fu girata da una controfigura di
Fernandel, che aveva paura dell'acqua). Quindi, considerato che la sagra a Boretto si rivela costituita soltanto da due bancarelle e quattro baracconi, decidiamo di fermarci anche lì. Non è la prima volta che ci andiamo, ma ci aggiriamo ugualmente felici alla ricerca delle atmosfere dei libri e dei film di cui, come tanti in tutta Italia, conosciamo parecchie battute a memoria. Ci facciamo le foto di rito con le statue di Peppone e don Camillo che si salutano ai due lati della piazza; passiamo a salutare il crocefisso parlante (eh, magari!) nella cappellina laterale della chiesa e ci infiliamo nei due musei (sic) dedicati a un'epopea cinematografica durata più di vent'anni. Pranziamo a suon di gnocco fritto (e questo ci ricorda che abbiamo sconfinato in territorio reggiano) e salume in una rosticceria-panetteria-pizzeria-trattoria che più alla buona non si può, conversando con i vicini di tavolino: una coppia di motociclisti pavesi ferratissimi in "doncamillologia". Infine, per strade basse e strette, fiancheggiate ora da argini, ora da campi, ora dal binario unico di quel magnifico treno-giocattolo che è la Parma-Suzzara, raggiungiamo fortunosamente la nostra meta iniziale. O meglio, il parcheggio del Fuori Orario a Taneto, da cui partono i bus navetta per Casa Cervi. Vedendo che non sono pulmini ma corriere da cinquanta posti, cominciamo a sospettare che la faccenda sia più seria di quel che ci aspettavamo. All'arrivo troviamo una marea di gente, spesso accompagnata da bambini, cani e armamentario da pic-nic in piena regola, che bazzica tra gli stand gastronomici e quelli di chincaglieria varia, che affolla i tavoli, l'area attorno al palco e la casa museo con la storia e i cimeli di questa famiglia simbolo della Resistenza. Certo che se prendi in affitto un podere che si chiama "Campi Rossi" ti verrà più difficile fare il fascista! Illuminante più di tante parole la ricostruzione della camera da letto del padre e della madre dei sette (che, per la cronaca, avevano anche due sorelle): sul muro accanto al letto alto, stretto e massicio, da una parte il crocefisso, dall'altra la foto di Togliatti. Avete presente quel verso della canzone di Gaber "Qualcuno era comunista" dove si dice che "il papà, il nonno, lo zio... la mamma no!"?
Devo dire, però, che la cosa che ha mi fatto più impressione è stata una mostra collaterale, dedicata all'educazione nel Ventennio: pagine di sussidiari del tempo in cui s'insegnava la matematica facendo contare i fasci littori e calcolare il costo complessivo di una divisa da balilla. Semplice e agghiacciante, ma non così remoto nel tempo né irripetibile, come ricordava un'opera di un artista contemporaneo di cui non ho fissato il nome, che raffigurava l'ex ministro dell'istruzione circondata da un gruppetto di alunni inebetiti con addosso occhiali per il 3D. Eccessivo, certo, ma interessante come accostamento. Il ritorno è lungo e complicato per via della folla che ha preso d'assalto le navette. A parte quello, la defezione di Costi all'ultimo momento, il solito mio mal di ginocchio e una bieca spia luminosa che ha pensato bene d'accendersi sul cruscotto dell'auto appena partite, direi che è stata una bella giornata. Inutile dirvi che l'ho conclusa bevendomi d'un fiato le tre ore abbondanti di "Itis Galileo" e successivo approfondimento in diretta dai laboratori del Gran Sasso, durante le quali, tra l'altro, s'è parlato di un esperimento di nanotecnologie applicate alle onde radio svoltosi tra San Marco e la Giudecca, quelli veri, stavolta!
Che si fa il 1° maggio?
mercoledì 18 aprile 2012
Microcanederli (o maxipassatelli) d'emergenza
Ero quasi tentata d'imbarcarmi in un post celentanesco a proposito del merito di cui tanto oggi si parla, ma, per vostra fortuna, non sono dell'umore giusto. Dunque beccatevi una ricettina nata come al solito per caso domenica scorsa, quando il menu prevedeva brodino, però l'idea di mangiarci pastina non m'entusiasmava per niente. Sono riuscita a scacciare mio padre dalla cucina soltanto perché aveva l'influenza, ho aperto il frigo e ho incrociato gli emilianissimi passatelli con qualcosa di più alpino, forse perché avevo visto poco prima che è uscito il programma di Arte Sella. Il risultato è il seguente. Le dosi sono per tre persone.
Quattro cucchiai colmi di pangrattato, quattro cucchiai rasi di Parmigiano Reggiano, mezzo spicchio d'aglio, un uovo, due pizzichi di spezie miste, una fetta di spalla cotta (beh, se avete lo speck sarebbe meglio, ma io quella avevo in casa...) e, ovviamente, un buon brodo.
Scottate il pane con il brodo ben caldo, aggiungete il formaggio, l'aglio tritato fine fine, le spezie e l'uovo e mescolate bene. Tagliate a cubettini minuscoli la spalla cotta o chi per essa e aggiungete al composto, che deve risultare morbidino e un po' colloso. Poi, con due cucchiaini fate delle piccole quenelle (ho guardato su google come diavolo si scrive...) e tuffatele nel brodo bollente. Quando riemergono sono cotte.
Poco primaverile ma gradevole.
venerdì 13 aprile 2012
E' nata prima la ciosa o...?
Eccolo, dunque, il "retroscena avicolo" di cui parlavo con Chiara nel post precedente. Loro sono Cleopatra e Chicca, mie compagne di giochi nell'estate dell'Ottantasette. Eh già, perché il bimbetto sparuto con le braghe larghe e la maglietta a righe, in realtà, sono io: magra come non lo sono mai più stata e con i capelli corti come non li ho mai più avuti, dunque sufficientemente irriconoscibile per permettermi di pubblicare questa foto sul blog.
Cleopatra si chiamava così perché aveva l'abitudine di dormire regalmente appollaiata sopra, anziché dentro, la casettina che mio padre aveva costruito per lei e la sua collega come riparo per la notte e nido per le uova. Sapeste che zabaioni a colazione! Ma niente problemi di linea: correvo e giocavo tutto il giorno su e giù per il borgo sperso di quattro case nel quale passavano cinque auto al giorno quando c'era traffico.
Ci sono tornata la scorsa settimana ed è stato piuttosto desolante, ma all'epoca a me pareva un paradiso.
Già allora, evidentemente, avevo simpatia per le galline. E la cosa era reciproca. Al di là delle facili battute, le bestiole non erano affatto sciocche: avevano capito benissimo che quella bambina molesta che le prendeva in braccio, propinava loro pranzetti di semi e foglie e dava loro lezioni di volo, dopotutto era innocua. E si sottoponevano con invidiabile aplomb alle mie coccole. Altri tempi, nei quali ancora riuscivo, proprio come le mie galline, ad acchiappare farfalle e cavallette... e non mi s'inceppavano le giunture!
Saluti piumati e mediamente nostalgici.
Cleopatra si chiamava così perché aveva l'abitudine di dormire regalmente appollaiata sopra, anziché dentro, la casettina che mio padre aveva costruito per lei e la sua collega come riparo per la notte e nido per le uova. Sapeste che zabaioni a colazione! Ma niente problemi di linea: correvo e giocavo tutto il giorno su e giù per il borgo sperso di quattro case nel quale passavano cinque auto al giorno quando c'era traffico.
Ci sono tornata la scorsa settimana ed è stato piuttosto desolante, ma all'epoca a me pareva un paradiso.
Già allora, evidentemente, avevo simpatia per le galline. E la cosa era reciproca. Al di là delle facili battute, le bestiole non erano affatto sciocche: avevano capito benissimo che quella bambina molesta che le prendeva in braccio, propinava loro pranzetti di semi e foglie e dava loro lezioni di volo, dopotutto era innocua. E si sottoponevano con invidiabile aplomb alle mie coccole. Altri tempi, nei quali ancora riuscivo, proprio come le mie galline, ad acchiappare farfalle e cavallette... e non mi s'inceppavano le giunture!
Saluti piumati e mediamente nostalgici.
lunedì 9 aprile 2012
Galline benauguranti
Amici e amiche del pollaio! Finalmente ritorno a scrivere nel nostro blog, all'indomani della Pasqua! Spero che gli auguri siano ancora validi! Quelli di Natale non ho fatto in tempo a pubblicarli perché il bambino (con la b minuscola!) è nato un po' prima del tempo...ma ci ha pensato la Cri ad annunciare il suo arrivo! Grazie!!
I mesi sono volati da quella vigilia di Natale in cui siamo tornati a casa con il nostro piccolo Tom e ora per augurare, in ritardo, buona Pasqua, ricorro a una vecchia immagine che spero sia benaugurante per tutti! E' una gallina di cioccolato con uova annesse, sempre di cioccolato ricoperte di glassa. La cosa curiosa è che la gallina...ha 32 anni!! Di fianco a lei c'ero io, 32 anni fa, che soffiavo con il nasino per spegnere la mia prima candelina! Tra l'altro, infatti, oggi è anche il compleanno della sottoscritta! Gallina vecchia... Ricorrerò sempre alla Cri per inserirla nel post e anche nella galleria di immagini se vorrà!
Grazie e ancora auguri!
Al prossimo post!
I mesi sono volati da quella vigilia di Natale in cui siamo tornati a casa con il nostro piccolo Tom e ora per augurare, in ritardo, buona Pasqua, ricorro a una vecchia immagine che spero sia benaugurante per tutti! E' una gallina di cioccolato con uova annesse, sempre di cioccolato ricoperte di glassa. La cosa curiosa è che la gallina...ha 32 anni!! Di fianco a lei c'ero io, 32 anni fa, che soffiavo con il nasino per spegnere la mia prima candelina! Tra l'altro, infatti, oggi è anche il compleanno della sottoscritta! Gallina vecchia... Ricorrerò sempre alla Cri per inserirla nel post e anche nella galleria di immagini se vorrà!
Grazie e ancora auguri!
Al prossimo post!
venerdì 6 aprile 2012
Lucignolo (non quello di Pinocchio!)
domenica 1 aprile 2012
Un filo di pensieri
"Comincia sempre tutto in aprile, non so perché,
però per me aprile è speciale,
perché quando arriva aprile io trabocco, trabocco.
Voglio parlarvi di una stagione, e di un amore".
(Marco Paolini, Album)
Sì, anch'io trabocco, ma solo di malanni...
PS. Scusate, pubblico un'altra citazione appena trovata in rete:
"Competenza non è sapienza.
Sapienza è anche quello che ci passiamo l'uno con l'altro.
E' quello che passano le terre e l'acqua" (MP)
E, visto che ci sono, avviso anche che il 25 aprile su La7, daranno Itis Galileo, che alcune ciose han visto nell'inverno del 2011.
Che dite: il "ritorno di fiamma" sarà un effetto collaterale dell'aprile?
Ah, toh, ho trovato il video. Se volete, ecco il link: http://www.youtube.com/watch?v=Om1e8M1eM6c
però per me aprile è speciale,
perché quando arriva aprile io trabocco, trabocco.
Voglio parlarvi di una stagione, e di un amore".
(Marco Paolini, Album)
Sì, anch'io trabocco, ma solo di malanni...
PS. Scusate, pubblico un'altra citazione appena trovata in rete:
"Competenza non è sapienza.
Sapienza è anche quello che ci passiamo l'uno con l'altro.
E' quello che passano le terre e l'acqua" (MP)
E, visto che ci sono, avviso anche che il 25 aprile su La7, daranno Itis Galileo, che alcune ciose han visto nell'inverno del 2011.
Che dite: il "ritorno di fiamma" sarà un effetto collaterale dell'aprile?
Ah, toh, ho trovato il video. Se volete, ecco il link: http://www.youtube.com/watch?v=Om1e8M1eM6c
Iscriviti a:
Post (Atom)














