lunedì 18 aprile 2011

chuao


Dopo essermi seduta comoda sul divano, appena le note di Bach hanno iniziato ad allargare le pareti della mia stanzetta viola e con il sole di questo strano caldo aprile che stava calando, ho aperto una tavoletta di chuao di Pierre Hermé.
Ne sento la dolcezza e il calore e mi sembra di essere tra le persone più fortunate al mondo. Potere delle endorfine? Ma cosa importa… godedetevi con me questo strepitoso cioccolato e questa musica e per un attimo facciamo finta che la vita sia un morbido velluto di cacao e nient’altro.
Adesso che l’attimo è passato e il retrogusto è così tondo e pieno che sembra non attenuarsi mai, ritorno al mio vivere normale e una folla di pensieri iniziano ad alternarsi nella mia testa. Per fortuna le galline vanno a letto presto e io non faccio eccezione, quindi adesso prenderò un bel libro (di ricette, ovvio) e leggerò qualcosa: chissà che complice il cioccolato e qualche foto il sogno non mi porti a Parigi, su una panchina davanti a Saint Sulplice con in mano il pain au chocolat più buono al mondo …

domenica 17 aprile 2011

Due Marii e un Marco

Il primo dei due Marii, di cognome faceva Tommasini. Un comunista d'altri tempi, ex partigiano, che, anche in tempo di pace non ha smesso di fare battaglie: per i disabili psichici (leggi "matti") rinchiusi nel manicomio di Colorno prima, e per gli anziani rinchiusi negli ospizi poi. Dal 2008 a suo nome è stato istituito un premio che, quest'anno, è stato consegnato a un certo Marco... C'è bisogno vi dica il cognome? No, eh. Però stavolta non è colpa mia! Non sono stata io ad andarlo a cercare su per i monti o in paesuzzi spersi, sfidando le intemperie: è stato lui a venire qui e, quindi, abbiate pazienza. E, già che c'era, s'è portato il fratello Mario, psicologo, pedagogista, che si occupa di disabili e dei loro educatori. Perché al fratello deve l'idea di Ausmerzen, lo spettacolo per il quale è stato premiato. Lui, non ha mancato di sottolineare, è solo un'attore che si è occupato per un po' di un argomento, mentre Mario - tutti e due - ha dedicato con continuità la sua vita a "prendersi cura". E la continuità non sempre paga - ha osservato Marco - molto più spesso si paga, con l'isolamento, con la salute. Tommasini era un rompiscatole, raccontava la sorella, con la quale ho "attaccato bottone" nel cortile della Casa della musica. Andava a fare ispezioni a sorpresa per assicurarsi che ai suoi matti dessero davvero da mangiare quel che era previsto nel menu; e non aveva paura di allearsi "persino" con la DC (l'ho detto, erano altri tempi!), in nome di un buon progetto, in grado di ridare dignità agli esclusi. "Era un uomo solido in una società liquida" ha detto Marco, "non uno a cui guardare con nostalgia, però, ma da cui prendere spunto per ritrovare un respiro per il futuro". "E' responsabilità di ciascuno conoscere e decidere da che parte stare" ha aggiunto il fratello, che ha il viso più rotondo e gioviale e riccioli grigi, ma gli stessi occhi chiari e una voce altrettanto piena: "dobbiamo avere il senso della scomodità che si prova ascoltando storie che lasciano aperte domande a cui rispondere".
Marco, a un certo punto, mentre visitava la mostra di fotografie, me lo sono trovata di fianco. Ho fatto in tempo a osservare che portava scarpe a punta da cow boy e che credevo fosse più alto; ma intanto che decidevo se era il caso o no di rivolgergli la parola, lui ha mandato a quel paese i fotografi che lo stavano tormentando. Ho fatto un balzo indietro, nascondendomi dietro una colonna: no, fare la fan non è il mio mestiere. Infatti, ho provato un misto di rabbia e vergogna quando il presentatore della premiazione gli ha fatto l'unica domanda che - diceva se non sbaglio Kapuscinsky - non si dovrebbe mai fare a un giornalista, ma nemmeno a un attore o a chiunque altro si sia invitato a parlare, si spera, per un motivo valido: "Ci dica quello che vuole". Adulazione o impreparazione? In ogni caso, entrambe cose che sarebbe meglio evitare...
PS. Ah, dimenticavo una terza ipotesi: ammirazione un poco ingenua, ma sincera. Ecco, visto il contesto, forse questa è la più probabile, ma il fatto che io ci abbia pensato solo oggi dà la misura di quanto ormai siamo tutti quanti abituati a pensar male del prossimo. E non è bello.

martedì 12 aprile 2011

Dica trentatré!?

Domani cambia il tempo e finirà, purtroppo, questa anomala ondata di caldo estivo che ha messo tutti in allarme e che io, lucertola freddolosa, mi sono goduta moltissimo. Lo so: non poteva durare, ma proprio domani?
Domani dobbiamo chiudere una rivista ed è tutto il giorno che la rileggo e ogni volta ci trovo qualche errore (alcuni anche miei...) e ormai mi bruciano gli occhi.
La mia capa, con uno slancio di sadismo involontario, mi ha appena inviato una bordata di materiale per un nuovo progetto di comunicazione di cui, da domani, dovrò occuparmi e che riguarda, pensate un po', l'invecchiamento!
Oggi pomeriggio ho ricevuto un sms da un numero sconosciuto con un invito per uscire stasera. Peccato fosse il mio parroco in cerca proseliti per il Gruppo liturgico. Quasi quasi ci vado, così, delle due l'una: o mi addormento in sala riunioni sotto lo sguardo compassionevole (almeno quello) di un manipolo di agguerriti vecchietti/e, o me ne esco con una delle mie e creo un po' di scompiglio. In ogni caso, un degno prologo per la giornata di domani...
E va bene, domani compio trentatré anni, ma vi pare il caso di infierire?
Guardate che, se me la vedo brutta, prendo un treno e me ne scappo a Trento con trentatré trentini.
Seeee... domani!

lunedì 4 aprile 2011

Una serata indimenticabile

Sabato scorso ho avuto la fortuna di partecipare a una cena organizzata da "Papersera.net", un giornale dedicato ai fumetti disneyani. L'ospite d'onore della serata è stato il celeberrimo fumettista Don Rosa, famoso per le sue storie incentrate sul personaggio di Zio Paperone.

Lascio qui un'immagine della serata: Don che disegna per i suoi fans fino a tarda notte, generoso e instancabile; per accontentare le richieste di tutti, si è cimentato anche nei ritratti di personaggi che non fanno parte del suo repertorio (nella foto sta disegnando Brigitta, forse per la prima volta nella sua carriera).

Personalmente gli ho chiesto di disegnarmi Daisy, perchè si chiama come me!

Ovviamente dedico questo post alla Cri, che avrebbe meritato più della sottoscritta di conoscere Don Rosa, essendo lei una vera appassionata di fumetti! Io invece, a confronto degli esperti partecipanti, ero una "profana", ma nonostante ciò mi sono divertita davvero.

venerdì 1 aprile 2011

In memoria

Stavolta faccio nomi e cognomi. Si chiamava Maria Pesci, ma tutti la conoscevano come "la Maria del prete". Prima di farvi venire strane idee, chiariamo che il prete era lo zio, spedito negli anni Trenta a far servizio in un microscopico paese d'Appennino e lei, giovanissima, lo seguì per fargli da "perpetua". Sarebbe stato bello chiederle chi decise per lei questo ruolo e se e quanto ne fosse contenta all'inizio. Fatto sta che ne fece la sua vita. Anche quando lo zio morì, e i preti erano ormai merce troppo rara per sprecarne uno in un paese da nulla, lei continuò, di fatto, a fare la perpetua; a curare la chiesa nuova, che aveva voluto e visto nascere sotto i suoi occhi, e la chiesa vecchia: una minuscola meraviglia romanica di disarmante semplicità, in bilico su una scarpata affacciata sul fiume. Dentro, lei e un amico fotografo, avevano allestito una specie di piccolo museo, perché Maria non amava solo la sua chiesa, ma l'intero suo paese e ne divenne la memoria.
La sua casa era piantata nella roccia, come quella della parabola; da un lato guardava la via principale del paese - l'unica a dire il vero - e dall'altro s'affacciava a un burrone boscoso di inquietante bellezza, oltre il quale luccicava, ancora, un'ansa del fiume. Aveva la penombra fresca e l'odore di pietra e fumo delle vecchie case e cassetti ricolmi di ritagli di giornale, lettere, fotografie e libri in cui si nominava, sia pure di sfuggita, il suo paese.
Anch'io l'ho amato. Molto. E' il luogo in cui abitano i primi ricordi e le prime immagini a cui riesco a risalire; e sono profondamente convinta di essergli, in qualche modo, debitrice della parte migliore di me: praticamente un imprinting. E' Pietramogolana. Impossibile non girarsi a guardarlo mentre gli si sfreccia accanto sull'autostrada del mare: uno sperone di roccia nera proteso sul Taro. Nel punto più alto i pochi resti di un castello, all'ombra della rupe le due chiese, sotto le quattro case e attorno campagna. Negli anni Ottanta c'erano anche un'osteria di cacciatori, gestita da un altro personaggio leggendario: la Lina; e un mulino in disuso con la ruota posata contro un muro a marcire e il bagno in cortile: lì ho passato le prime estati della mia vita, a cento metri dal fiume dove andavo a giocare, stringendo sottobraccio un salvagente giallo a papera. Lì ho imparato ad amare il rumore dell'acqua; ho annusato l'odore di colori a olio e trementina dei quadri di mia madre, messi ad asciugare sul davanzale, scoprendo, così, che esisteva l'arte. Ho ascoltato i primi racconti di guerra e di contadini e le prime leggende, a cominciare da quella sul nome del paese, sonoro e vagamente inquietante, a cui devo, forse, il gusto per le parole.
Un luogo arcano e antichissimo, insomma, ma così piccolo che persino una bambina di quattro anni lo poteva capire. Nel passaggio strettissimo tra il campanile della chiesa nuova e la base dello sperone sul quale s'innalzava il castello bastava allargare le braccia per toccare da una parte la roccia e dall'altra i mattoni e cominciare a farsi un'idea della Storia.
Esagero? Non so, ma mi piace pensarla così e ricordare Maria, che di questo mondo è stata a lungo custode. Negli ultimi anni, per una sorta di contrappasso crudele, è stata proprio la memoria a tradirla. D'accordo, aveva novant'anni e credo sia stata serena. Altri sono meno fortunati. In ogni caso comincia male questo mio aprile! Speriamo non peggiori...

domenica 27 marzo 2011

E il viaggio continua... con un premio!

Galline care, sono scassata come un'utilitaria in via di rottamazione e così, anziché essere a Milano con Dani, a Torrechiara con Sandy, o a Casacca, il "paese fantasma" eccezionalmente aperto per la giornata del Fai, con chiunque avesse voluto accompagnarmi, me ne sto in casa davanti al pc. Argh! Guardando le e-mail, però, ho trovato una sorpresa: ci crediate o no abbiamo ricevuto un premio!
Si tratta, se ho capito bene, di una sorta di "catena di Sant'Antonio" telematica in cui un blogger segnala altri 10 blog che segue e così via, permettendo ad altri di conoscerli e, magari, di trovarli interessanti... Ogni blogger segnalato, oltre ad appropriarsi dell'icona che vedete qui, deve a sua volta indicare altri 10 blog, avvertirli del premio e, intanto che c'è, raccontare 10 cose di sè.
Noi siamo state citate da Walter, la guida che ha accompagnato me, Dani e Co a Venezia. Questo è il suo modo di ringaraziarci per aver parlato bene di lui. Ma anche lui non scherza! Ha dato di Hens'Thoughts questa definizione: "intelligenza, sensibilità e ironia in un blog tutto al femminile". Niente male, vero?
Direi che potremmo continuare il gioco. Che ne pensate?
Io, però, sono ancora una principiante del web e non mi vengono in mente 10 blog da inserire in elenco. Intanto, ne metto due: quello del nostro gentile Virgilio veneziano, ovviamente, in cui quasi ogni giorno racconta qualcosa della sua città; e quello della geniale copywriter triestina che si occupa di pari opportunità:
1) L'altra Venezia;
2) Donne in ritardo.
Gli altri, per favore, aggiungeteli voi!
Le 10 cose su di me, che certamente saprete, perché spesso parlo a vanvera, le metterò nei commenti, così anche voi potrete fare lo stesso senza far diventare chilometrico questo post. Il premio, infatti, l'abbiamo vinto tutte e nove: perché l'idea e lo spirito del blog sono nati dalle nostre vacanze e dalle nostre cene insieme, e io, dopotutto, ancora ci credo...

PS: Aggiungo all'elenco il molto irriverente, ma decisamente geniale, vignettista (e autore e attore e...) che ho avuto la fortuna di conoscere per lavoro:
3) Fogliazza's blog.

lunedì 21 marzo 2011

Polvere e sole

"Non essere che polvere e sole, non avere nel cuore che primavera" (Antonio Fogazzaro, Malombra)

Oggi, fidandomi del calendario, del sole e delle violette fiorite in abbondanza nel cortile condominiale (vedi foto), ho osato la bicicletta per andare al lavoro.
Se domani mi sveglio col mal di gola... sapete il perché.
Per la citazione sono stata a lungo incerta tra questa - che avevo trascritto sulla lavagna in camera mia alle superiori - e un'altra che dice così "Buona primavera, per chi vola non c'è frontiera!"; Ok, lo ammetto: è un verso di "Chi fermerà la musica" dei Pooh. Che dire: dal romanticismo letterario al pop, a volte, il passo è breve.

Giacché ci sono, vi comunico anche che, come mi ha fatto osservare giustamente Chiara ieri, quest'anno ricorre il nostro decennale! Si accettano proposte per festeggiarlo degnamente...

giovedì 17 marzo 2011

Buon compleanno!

Quasi quasi stamattina prendo il cappotto rosso, acquistato in un impeto di follia, riesumo la sciarpina bianca rubata a mia madre per scendere in piazza il 13 febbraio, monto sulla mia macchina usata, decisamente verde, e vado a fare un giro. Sarei perfetta!
Tanti auguri, povera, piccola Italia. E tanti auguri anche alle ciose - e sono tante - che in questo periodo compiono gli anni. Per loro (per noi) almeno due certezze (e dico poco!): ne facciamo molti meno di 150 e, come diceva Gaber, se fossimo nate in un altro luogo, poteva andarci peggio...

lunedì 14 marzo 2011

Sirat Al Bunduqiyyah

"Allora hai studiato l'arabo" dice convinta la suorina bianca, ultraottantenne, alla reception del palazzo trasformato in ospizio, appena scopre che ho fatto lettere antiche. Io la guardo perplessa e rispondo che no, veramente solo latino e greco (e me li sto pure dimenticando...). Mi soccorre la guida spiegando che qui, per secoli, l'altrove e l'antico erano in oriente e, probabilmente, lo sono ancora. Anche questa è Venezia: afferrata al volo, incerte fino all'ultimo se saremmo riuscite a partire o no, tra acciacchi vari e previsioni meteo al limite del catastrofico. Ripensandoci, mi viene in mente dove ho già visto il simbolo esoterico, anch'esso orientale, che, raccontava la guida, era visibile fino a pochi anni fa sulla facciata di un palazzo in bilico su un rio, con gli archi rinforzati da gabbie di legno: in un racconto di Corto Maltese che ha due titoli, uno in arabo, che è lo stesso di questo post, e l'altro è la sua traduzione, "Favola di Venezia". Anche lui, in effetti, pareva uscito da un racconto di Pratt: alto, sottile, decisamente innamorato della sua città. Ci ha portate in giro per tre ore attraverso calli, campi e fondamenta incredibilmente semideserti, imbucandosi in giardini segreti e saloni dipinti nascosti in lussuosissimi alberghi, insegnandoci a riconoscere un sandolo travestito da gondola e facendoci osservare i particolari: il bassorilievo con il cammello e il cammelliere che si guardano, sulla facciata della casa di una famiglia di spezieri, il motto beneaugurante sull'architrave di una porta, la ciotola scavata nel basamento delle vere da pozzo per far abbeverare cani e gatti e altre cose ancora.
Ebbene sì. Stavolta ci siamo concesse una visita guidata e devo dire che ne è valsa la pena. Il nostro Virgilio personale, che in realtà si chiama Walter, ci ha lasciate al Ghetto: in un campo circondato da altissime case colorate dove i bambini giocavano a pallone e c'erano persino due ebrei osservanti, con tanto di barba e cappello nero, che parevano messi lì a fare scena, e invece stavano semplicemente conversando tra loro a casa loro. Visto che eravamo in vena, nel pomeriggio altra visita all'interno delle sinagoghe veneziane. E qui, sorpresa, ci siamo sentite raccontare la stessa storia in due modi diversi. Dove la guida che avevamo da poco lasciato esaltava la tolleranza e la liberalità della Serenissima, quella del museo ebraico sottolineava le limitazioni imposte ai suoi correligionari fino al rastrellamento ad opera dei nazisti. Chi aveva ragione? Probabilmente un poco entrambi: è il bello (o il brutto) della storiografia.
Inevitabilmente siamo finite a saccheggiare il bookshop del museo e qui, da una finestra affacciata sull'acqua, abbiamo visto cominciare la pioggia: era ora di tornare a casa. Così ci siamo intruppate anche noi, a malincuore, nei percorsi battuti dai turisti. Per un poco avevamo quasi creduto di appartenere a una razza diversa da quella più odiata (e amata) dagli abitanti di questa meravigliosa città. L'illusione è svanita mentre seguivamo a naso in su i cartelli gialli "Stazione", ma è stata bella, finché è durata. "Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in Calle dell'amor degli amici; un secondo vicino al Ponte delle maravegie; un terzo in Calle dei marrani, a San Geremia in Ghetto. Quando i veneziani (qualche volta anche i maltesi...) sono stanchi delle autorità costituite si recano in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie". Li troveremo la prossima volta?

martedì 8 marzo 2011

Auguri "classici"

"Alcuni un esercito di cavalieri, altri di fanti/ altri di navi, dicono sia, sulla nera terra,/ la cosa più bella, ma io dico/ ciò che uno ama"
E questa è Saffo. Scusate se, per la festa della donna, mi do ai classici. Li ho frequentati per anni e, anche volendo, è difficile uscirne indenni. Oltretutto questa citazione temo di averla già usata su qualche segnalibro o qualche e-mail che vi ho propinato gli anni scorsi sempre per questa occasione. Che ci volete fare: a me questa poesia piace, non tanto per il contenuto in sé (il frammento prosegue poi facendo l'esempio di Elena, che per amore abbandona patria e famiglia, e si conclude con un accenno ai casi personali della poetessa), ma per questo attacco sorprendente e, in qualche modo, moderno. Certo a nessuno di noi, oggi, spero, cercando esempi su quale potrebbe essere la cosa più bella verrebbero in mente immagini così bellicose; ma Saffo con questo paragone, spazza via d'un colpo la tradizione dei poemi omerici, quelli nei quali è normale leggere pagine e pagine di descrizione di equipaggi di navi, guerrieri schierati e battaglie, in cui l'importanza del singolo - che pure appare in esempi strepitosi - è sempre in qualche modo subordinata a quella della stirpe di appartenenza. Saffo, donna colta e poetessa, si fa una sua scala di valori personale e la propone alle allieve della sua scuola: fanciulle nobili che andavano da lei per imparare ad essere buone mogli, è vero, ma nel frattempo si godevano una parentesi di libertà non disprezzabile per l'epoca (VII a.C.). Tenete conto anche del fatto che, al liceo, si arriva ai lirici dopo diversi mesi di Iliade e Odissea e, in genere, ci si innamora immediatamente di questi autori per tanti motivi: perché scrivono testi brevi, più facili da studiare, e perché emergono figure interessanti, ironiche, struggenti: c'è Archiloco, il soldato-poeta, che dà della guerra una visione dal basso, decisamente antieroica; Alceo, forse il primo ad usare l'immagine della nave in mezzo al mare in tempesta per rappresentare una crisi politica (come farà anche Dante); e poi c'è lei, Saffo: la prima donna della letteratura greca, che ti parla quasi esclusivamente d'amore nelle sue più varie sfumature, quando parlarne non era affatto una cosa banale, ma, anzi, l'inedita affermazione della propria individualità. Impossibile non affezionarsi a lei, soprattutto in anni adolescenziali, quando persino a una acida come me capitava di avere le farfalle nello stomaco. Impossibile non ricordarla oggi, tra la lunga serie di progenitrici che, in qualche modo, ci hanno rese quel che siamo.
Per questo dedico questi versi a tutte voi, ma in particolare alla piccola Lu, che ha inaugurato la seconda generazione delle ciose, augurando anche a lei di avere, quando sarà il tempo, un pollaio di amiche con cui crescere e confrontarsi.

lunedì 28 febbraio 2011

Voto di vastità...

Diciamo subito che il titolo non è un refuso. E' semplicemente il tema principale dell'ultimo spettacolo di Alessandro Bergonzoni ("Urge") che io, Co, Dani e sua sorella abbiamo visto venerdì al Due. Ne siamo uscite ridendo e abbiamo continuato fino a casa di Dani, cercando di ricordarci a vicenda le battute migliori. Ovviamente ci venivano in mente solo le peggiori, quelle più semplici, quasi da barzelletta: il geco che chiede al tordo "Guarda dove vado" e il tordo risponde "Scusa, cosa hai detto?"; o la merla in mezzo al marciapiede che esclama convinta "Voglio vedere se qualcuno mi pesta"; ma vi assicuro che questo saltimbanco delle parole (forse anche un po' dell'anima, per dirla con Palazzeschi), sa fare ben altro, procedendo per associazioni di idee, scambi di lettere, forzature di proverbi e tutto l'armamentario dell'enigmistica (e della poesia), per far sorridere e anche un po' pensare. Come dargli torto, ad esempio, quando ha invitato tutti (anche gli uomini?!) a "rifarsi il senno" o a "scavare il fosse" per vedere se viene fuori qualche idea nuova? Ho il forte sospetto che, al di là di un tema o di un filo, per quanto sottile, che leghi tra loro le varie parti dello spettacolo, quello che interessa al bolognese folle e scapigliato sia proprio la parola in sé: il puro piacere di usarla come vuole, per creare qualcosa di nuovo. Non è un caso, credo, che sia anche un artista, come lo furono, ad esempio, Buzzati e il padre di Michael Ende: saper maneggiare il colore e la materia, probabilmente, aiuta a fare lo stesso con le parole. Però, anche nei voli più surreali, nelle forzature più ardite, mi pare rimanga un rispetto di fondo: le usa per sorprendere, divertire e stuzzicare l'intelligenza, non per convincere, nascondere o ingannare. Insomma, il suo è un esercizio di libertà, o, appunto, un "voto di vastità" che non può che far bene al cuore.
Dopotutto è una prova di vastità anche quella che ho visto domenica pomeriggio, assistendo a una gara di wheelchair hockey, cioè hockey giocato in carrozzina, tra la squadra di Parma e quella di Modena. Chi di voi si immagina una partitella tra persone variamente malmesse che han trovato un modo per passare il tempo sbaglia: sono sportivi veri, accaniti e leali, capaci di dare più di una lezione ai blasonati e strapagati calciatori. Sui loro mezzi elettrici, con tanto di rostro da Ben Hur per acchiappare la pallina (in realtà si chiama stick), incutono anche un po' di timore e molta ammirazione, per la loro capacità di superare con intelligenza e dignità i limiti imposti da una natura matrigna. Alla fine c'è anche il terzo tempo, come a rugby, nel quale la squadra di casa eccelle sempre, indipendentemente dai risultati in campo. Vero Moki?
A proposito di parmigiani. Ne approfitto per fare un appello agli sceneggiatori che ambientano spot pubblicitari o fiction dalle nostre parti. Ma santo cielo! Cosa vi costa mandare gli attori a fare un corso accelerato alla "Famija Pramzana" o noleggiare un coach da una qualsiasi delle compagnie dialettali cittadine? Va bene che nel resto d'Italia nessuno ci farà caso, ma per noi è una tortura sentire sorci appassionati di formaggio con una cadenza che riassume il peggio dei dialetti locali senza assomigliare a nessuno o le sorelle Fontana (da Traversetolo) parlare in bolognese.
Arvedros, galline, e... non pestate merle, anche se, pare, portino fortuna!

martedì 22 febbraio 2011

Viaggiare da fermi

Alzi un'ala chi di voi, galline mediamente sedentarie, sa che esiste la Val d'Itria. No, tranquille, fino alla settimana scorsa nemmeno io, ancor più sedentaria, sapevo che ci fosse né tantomeno dove fosse (in Puglia, al confine tra le province di Brindisi, Bari e Taranto); né sapevo che, dall'altra parte d'Italia (in Trentino), ci fosse una Valle d'Anterselva, incastrata tra Dolomiti e Alpi; oppure un paese in provincia di Rieti (Accumuli) dove d'inverno fa freddo quanto a Dobbiaco. Queste e altre storie (o geografie?), purtroppo, non le ho imparate viaggiando, ma inchiodata alla scrivania dell'ufficio, trascrivendo con pazienza una serie di interviste a salumieri. Cosa ne sarà delle schede che ne ho ricavato ancora non lo so, ma, anche se mi è costato dieci giorni di lavoro e, visto l'argomento, parecchi attacchi di fame, è stato piuttosto divertente. A parte aver colmato alcune delle mie mostruose lacune in geografia, è stato bello sentire la voce di queste persone a me totalmente sconosciute che parlavano con tutti gli accenti: dall'altoatesino di madre lingua tedesca, che ricordava vagamente il papa, al sardo che pare scandisca le sillabe una per una, centellinandole come un vino d'annata. In bocca a questi artigiani persino le cadenze del centro Italia, sempre un po' in bilico tra il burino e lo snob, erano come ripulite e addolcite dall'aria dell'entroterra (la stessa che serve a stagionare i salumi). Così ecco un toscano limpido con "c" aspirate delicate come carezze e un umbro-laziale schietto, senza fronzoli. Non è stato poi difficile, ascoltandoli, immaginare paesi dove non ho mai messo piede e provare a descriverli, anche se, ovviamente, avrò preso qualche cantonata. Perché chi ha a che fare con la terra, agricoltori, allevatori, ma anche, a loro modo, salumieri, è ancora capace di raccontartela. E perché l'italiano regionale e, a maggior ragione, il dialetto è una cosa più seria di quello che ci racconta il misero spot Rai in onda in questi giorni. Ho ricordi sempre più remoti dei miei studi, ma so per certo che i "fantastici tre", padri della lingua italiana - Dante, Petrarca e Boccaccio - la inventarono a partire dal loro dialetto, ma anche saccheggiando da quelli di altri luoghi d'Italia parole che dovevano sembrar loro belle e non troppo straniere, creando un'unità letteraria e culturale precedente di secoli quella politica, che qualcuno ancora oggi si affanna a negare. E questo non lo dico io, l'hanno affermato, tra gli altri, Napolitano e Benigni. Tornando alle mie schede su salumi e salumieri, ribadisco che mi piace viaggiare così: prima coi racconti e dopo, magari, con i piedi. Perché anche i luoghi in apparenza più banali si caricano di senso. Quindi non è escluso che in qualcuno di questi posti spersi su e giù per lo stivale, io prima o poi ci arrivi davvero, magari proprio il 17 marzo. Alla faccia di Bossi e della Marcegaglia.

venerdì 11 febbraio 2011

ROCKY TI AMO!!!

Rocky è Rocky e io non mi stanco mai di vederlo, soprattutto nel primo episodio della serie. La mia passione per lui è iniziata ben 26 anni fa, e non so bene da cosa nasca, in fondo lui non è bello e ci sono senz'altro film migliori di questo, che pure ha vinto 3 Oscar nel 1976.
Però lo trovo sexy, canottiera bucata e tuta bisunta comprese, tenero e di buon cuore in mezzo alla desolazione della periferia di Philadelphia. Certo che, quando s'incazza, sa essere spaventosamente feroce, sul ring soprattutto.
Poi c'è la storia d'amore con la patologicamente timida Adriana che, a tutte le ragazze destinate a far regolarmente da tappezzeria, offre la speranza di incontrare qualcuno che sappia intravedere quel qualcosa di speciale che può nascondersi anche dietro un aspetto démodé, qualcuno che sappia soprattutto essere perseverante se quella ragazza sulle prime preferisce restare nel suo guscio.
E' sicuramente un film sporco, desolante, puzzolente e dolente, ma proprio così doveva e voleva essere perché non c'era altro modo di rappresentare la vita sul ring, a quei tempi e in quei luoghi.
Il merito è di Stallone, che all'epoca era uno sconosciuto squattrinato e ha puntato tutto sulla sceneggiatura di quel film scritta da lui stesso, alla faccia dei produttori che avrebbero affidato il ruolo a Robert Redford.
Anche Sly, come Rocky, ha scommesso e vinto.

PS: Cri, per favore, nessun paragone col nostro premier!

giovedì 10 febbraio 2011

Adrianaaaaa!!!!

"Non so cosa dire, perché non ho mai parlato con una porta" (Rocky)

Talvolta anche i cinema più commerciali fingono di avere un'anima e, dopo averti sommerso di pellicole rutilanti di effetti speciali, magari ti propongono la prima alla Scala su grande schermo, o, come in questo caso, una rassegna di vecchi film, che, a loro modo, hanno fatto epoca. Scordatevi Fellini, ma, se siete fortunati, potete incappare in Via col vento o Colazione da Tiffany. Se lo siete un po' meno, ma volete molto bene alle vostre amiche e dovete ancora farvi perdonare la scelta incauta di qualche pessimo film e una grandinata estiva, vi può capitare di trovarvi un mercoledì sera alle 20.00 senza nemmeno aver cenato, in una sala semivuota a vedere Rocky. Il primo della serie, quello del 1976, con un Sylvester Stallone trentenne doppiato, pensate un po', da Gigi Proietti. Tutte queste informazioni me le ha date Dani, seduta alla mia sinistra, che, assieme a Costi, seduta a destra (aiuto, sono circondata!), mi anticipavano metà delle battute del film: lo sanno a memoria e, anche se chi le conosce stenterà a crederlo, hanno persino il poster del nostro con tanto di canottiera lacera e ascella in vista. Ognuno ha i suoi gusti e le sue debolezze e io che trovo affascinante Alberto Angela forse è bene non dia giudizi. In ogni caso mi ha fatto piacere vederlo per due motivi: primo, perché in televisione non avrei resistito cinque minuti; secondo, perché così la prossima volta che qualcuno lo cita so di che cosa sta parlando. Di solito viene ricordato come un esempio del "sogno americano", grazie al quale anche a un signor nessuno viene data l'opportunità di diventare un grande. Certamente c'è questo elemento, ma quello che è rimasto più impresso a me è il senso di desolazione, trasandatezza, sudiciume, miseria, ignoranza che trasuda (la scelta del verbo non è casuale...) non solo il protagonista, ma buona parte della gente che lo circonda. Anche il pugile arricchito resta un perfetto cafone. Ovvio che sia voluto e che il sogno americano, soprattutto per questo sottobosco di immigrati, italiani o neri che siano, resti comunque solo parziale. Ed è ovvio che da questa desolazione emerga il protagonista che, dopotutto, ci prova a essere migliore senza montarsi la testa: è un antieroe assoluto, arruffato e solitario, con una sua morale spicciola, ma di buon senso, che tenta di fare lo spiritoso e non ci riesce (quasi peggio del nostro premier, ma almeno Rocky non si prende sul serio), che cerca in qualche modo l'amore (quando spiega che lui e Adriana hanno dei vuoti e se li riempiono a vicenda è triste, ma molto vero...) e alla fine fa tenerezza. Anche Adriana, che io chissà perché ricordavo riccia, quando ne dice quattro al fratello si riscatta un po' da una timidezza talmente eccessiva da risultare ridicola e da un ruolo molto sottomesso rispetto a quello degli uomini. Devo ammettere che ha un buono stomaco per abbracciarsi il nostro sudato e insanguinato. Certo che le scene in cui corre per le strade di Philadelphia all'alba con la ben nota colonna sonora sparata a palla danno la carica e sono l'ideale per trovare il coraggio di smettere di usare la cyclette parcheggiata in camera a mo' di attaccapanni e provare a pedalarci, ma una parte di me continuava a guardare quanto era sporca la tuta che indossava e sospirare una lavatrice. Scusate...

martedì 8 febbraio 2011

Se non ora quando? Prima!

Come sapete domenica prossima in molte città italiane, Parma compresa, si terranno manifestazioni di piazza per protestare contro l'uso scorretto che la politica, i media e chi più ne ha più ne metta fanno del corpo delle donne. Ottimo. Vorrei però essere "politically uncorrect" e dire che questa grottesca situazione in cui ci ritroviamo oggi ce la siamo un po' cercata. E' vero: il maschilismo è ancora molto forte nel nostro paese e non sono passati molti anni da quando abbiamo avuto accesso al voto e abbiamo smesso di portare il foulard in testa (stavo per scrivere "il velo"): basta chiedere alle nostre nonne. Proprio per questo credo che sia fondamentale per le donne impedire a se stesse comportamenti e atteggiamenti che, in qualche modo, autorizzino gli uomini a pensarle come oggetti.
Abdichiamo alla nostra dignità quando ci sentiamo obbligate a truccarci e a vestirci scollate e "taccate" (lo so, non esiste in italiano), anche se non ci va, perché crediamo sia l'unico modo per essere accettate in società.
Quando giudichiamo le altre donne dall'aspetto fisico e le critichiamo per come si vestono, si truccano, si pettinano, dando l'idea che, infondo, anche a noi interessano solo le apparenze.
Quando passiamo ore a parlare di borse, scarpe, vestiti, gioielli ed altre amenità come se fossero le uniche cose che ci importano, dando a pensare agli uomini che con quelle cose possano effettivamente comprarci.
Abdichiamo alla nostra dignità quando facciamo le gattemorte per farci ascoltare da un capo, un amico, un collega, che magari neppure ci piace, facendo credere che la seduzione sia l'unico linguaggio che conosciamo per rapportarci con loro.
Quando per dimostrare di aver raggiunto la parità diventiamo superficiali, aggressive e incostanti esattamente come gli uomini che tanto critichiamo per questo.
Quando facciamo di tutto per conquistare o per tenerci un compagno che non ci convince o non amiamo più solo per timore di trascorrere da sole weekend e vacanze o perché l'orologio biologico ticchetta e vogliamo un figlio prima che sia tardi, come se scegliere con chi farlo, infondo, sia secondario e quello che vogliamo è un uomo, non un certo tipo di uomo.
Abdichiamo alla nostra dignità ogni volta che non sappiamo dire di no a ciò che ci umilia o ci toglie libertà per paura di perdere qualcosa, fosse pure un lavoro o un amore. Quando ci inchiniamo alla logica (molto maschile...) del "tutto e subito" e dopo si vedrà.
Ovviamente il mio non è un invito alla sciatteria e alla seriosità; anzi, credo sia importante che un donna possa vestirsi come vuole e parlare di ciò che vuole, ma, appunto, deve volerlo, non farlo soltanto per uniformarsi a mode imposte da altri. Però, anche se è triste dirlo, deve essere consapevole che ogni volta che si comporterà da oca autorizzerà qualcuno a pensare che lo sia sul serio e a trattarla come tale. Si dice sempre che per educare un figlio valga più l'esempio che le parole. Chissà, magari funziona anche con gli uomini...