Alzi un'ala chi di voi, galline mediamente sedentarie, sa che esiste la Val d'Itria. No, tranquille, fino alla settimana scorsa nemmeno io, ancor più sedentaria, sapevo che ci fosse né tantomeno dove fosse (in Puglia, al confine tra le province di Brindisi, Bari e Taranto); né sapevo che, dall'altra parte d'Italia (in Trentino), ci fosse una Valle d'Anterselva, incastrata tra Dolomiti e Alpi; oppure un paese in provincia di Rieti (Accumuli) dove d'inverno fa freddo quanto a Dobbiaco. Queste e altre storie (o geografie?), purtroppo, non le ho imparate viaggiando, ma inchiodata alla scrivania dell'ufficio, trascrivendo con pazienza una serie di interviste a salumieri. Cosa ne sarà delle schede che ne ho ricavato ancora non lo so, ma, anche se mi è costato dieci giorni di lavoro e, visto l'argomento, parecchi attacchi di fame, è stato piuttosto divertente. A parte aver colmato alcune delle mie mostruose lacune in geografia, è stato bello sentire la voce di queste persone a me totalmente sconosciute che parlavano con tutti gli accenti: dall'altoatesino di madre lingua tedesca, che ricordava vagamente il papa, al sardo che pare scandisca le sillabe una per una, centellinandole come un vino d'annata. In bocca a questi artigiani persino le cadenze del centro Italia, sempre un po' in bilico tra il burino e lo snob, erano come ripulite e addolcite dall'aria dell'entroterra (la stessa che serve a stagionare i salumi). Così ecco un toscano limpido con "c" aspirate delicate come carezze e un umbro-laziale schietto, senza fronzoli. Non è stato poi difficile, ascoltandoli, immaginare paesi dove non ho mai messo piede e provare a descriverli, anche se, ovviamente, avrò preso qualche cantonata. Perché chi ha a che fare con la terra, agricoltori, allevatori, ma anche, a loro modo, salumieri, è ancora capace di raccontartela. E perché l'italiano regionale e, a maggior ragione, il dialetto è una cosa più seria di quello che ci racconta il misero spot Rai in onda in questi giorni. Ho ricordi sempre più remoti dei miei studi, ma so per certo che i "fantastici tre", padri della lingua italiana - Dante, Petrarca e Boccaccio - la inventarono a partire dal loro dialetto, ma anche saccheggiando da quelli di altri luoghi d'Italia parole che dovevano sembrar loro belle e non troppo straniere, creando un'unità letteraria e culturale precedente di secoli quella politica, che qualcuno ancora oggi si affanna a negare. E questo non lo dico io, l'hanno affermato, tra gli altri, Napolitano e Benigni. Tornando alle mie schede su salumi e salumieri, ribadisco che mi piace viaggiare così: prima coi racconti e dopo, magari, con i piedi. Perché anche i luoghi in apparenza più banali si caricano di senso. Quindi non è escluso che in qualcuno di questi posti spersi su e giù per lo stivale, io prima o poi ci arrivi davvero, magari proprio il 17 marzo. Alla faccia di Bossi e della Marcegaglia.
martedì 22 febbraio 2011
Viaggiare da fermi
Alzi un'ala chi di voi, galline mediamente sedentarie, sa che esiste la Val d'Itria. No, tranquille, fino alla settimana scorsa nemmeno io, ancor più sedentaria, sapevo che ci fosse né tantomeno dove fosse (in Puglia, al confine tra le province di Brindisi, Bari e Taranto); né sapevo che, dall'altra parte d'Italia (in Trentino), ci fosse una Valle d'Anterselva, incastrata tra Dolomiti e Alpi; oppure un paese in provincia di Rieti (Accumuli) dove d'inverno fa freddo quanto a Dobbiaco. Queste e altre storie (o geografie?), purtroppo, non le ho imparate viaggiando, ma inchiodata alla scrivania dell'ufficio, trascrivendo con pazienza una serie di interviste a salumieri. Cosa ne sarà delle schede che ne ho ricavato ancora non lo so, ma, anche se mi è costato dieci giorni di lavoro e, visto l'argomento, parecchi attacchi di fame, è stato piuttosto divertente. A parte aver colmato alcune delle mie mostruose lacune in geografia, è stato bello sentire la voce di queste persone a me totalmente sconosciute che parlavano con tutti gli accenti: dall'altoatesino di madre lingua tedesca, che ricordava vagamente il papa, al sardo che pare scandisca le sillabe una per una, centellinandole come un vino d'annata. In bocca a questi artigiani persino le cadenze del centro Italia, sempre un po' in bilico tra il burino e lo snob, erano come ripulite e addolcite dall'aria dell'entroterra (la stessa che serve a stagionare i salumi). Così ecco un toscano limpido con "c" aspirate delicate come carezze e un umbro-laziale schietto, senza fronzoli. Non è stato poi difficile, ascoltandoli, immaginare paesi dove non ho mai messo piede e provare a descriverli, anche se, ovviamente, avrò preso qualche cantonata. Perché chi ha a che fare con la terra, agricoltori, allevatori, ma anche, a loro modo, salumieri, è ancora capace di raccontartela. E perché l'italiano regionale e, a maggior ragione, il dialetto è una cosa più seria di quello che ci racconta il misero spot Rai in onda in questi giorni. Ho ricordi sempre più remoti dei miei studi, ma so per certo che i "fantastici tre", padri della lingua italiana - Dante, Petrarca e Boccaccio - la inventarono a partire dal loro dialetto, ma anche saccheggiando da quelli di altri luoghi d'Italia parole che dovevano sembrar loro belle e non troppo straniere, creando un'unità letteraria e culturale precedente di secoli quella politica, che qualcuno ancora oggi si affanna a negare. E questo non lo dico io, l'hanno affermato, tra gli altri, Napolitano e Benigni. Tornando alle mie schede su salumi e salumieri, ribadisco che mi piace viaggiare così: prima coi racconti e dopo, magari, con i piedi. Perché anche i luoghi in apparenza più banali si caricano di senso. Quindi non è escluso che in qualcuno di questi posti spersi su e giù per lo stivale, io prima o poi ci arrivi davvero, magari proprio il 17 marzo. Alla faccia di Bossi e della Marcegaglia.
venerdì 11 febbraio 2011
ROCKY TI AMO!!!
Rocky è Rocky e io non mi stanco mai di vederlo, soprattutto nel primo episodio della serie. La mia passione per lui è iniziata ben 26 anni fa, e non so bene da cosa nasca, in fondo lui non è bello e ci sono senz'altro film migliori di questo, che pure ha vinto 3 Oscar nel 1976.
Però lo trovo sexy, canottiera bucata e tuta bisunta comprese, tenero e di buon cuore in mezzo alla desolazione della periferia di Philadelphia. Certo che, quando s'incazza, sa essere spaventosamente feroce, sul ring soprattutto.
Poi c'è la storia d'amore con la patologicamente timida Adriana che, a tutte le ragazze destinate a far regolarmente da tappezzeria, offre la speranza di incontrare qualcuno che sappia intravedere quel qualcosa di speciale che può nascondersi anche dietro un aspetto démodé, qualcuno che sappia soprattutto essere perseverante se quella ragazza sulle prime preferisce restare nel suo guscio.
E' sicuramente un film sporco, desolante, puzzolente e dolente, ma proprio così doveva e voleva essere perché non c'era altro modo di rappresentare la vita sul ring, a quei tempi e in quei luoghi.
Il merito è di Stallone, che all'epoca era uno sconosciuto squattrinato e ha puntato tutto sulla sceneggiatura di quel film scritta da lui stesso, alla faccia dei produttori che avrebbero affidato il ruolo a Robert Redford.
Anche Sly, come Rocky, ha scommesso e vinto.
PS: Cri, per favore, nessun paragone col nostro premier!
Però lo trovo sexy, canottiera bucata e tuta bisunta comprese, tenero e di buon cuore in mezzo alla desolazione della periferia di Philadelphia. Certo che, quando s'incazza, sa essere spaventosamente feroce, sul ring soprattutto.
Poi c'è la storia d'amore con la patologicamente timida Adriana che, a tutte le ragazze destinate a far regolarmente da tappezzeria, offre la speranza di incontrare qualcuno che sappia intravedere quel qualcosa di speciale che può nascondersi anche dietro un aspetto démodé, qualcuno che sappia soprattutto essere perseverante se quella ragazza sulle prime preferisce restare nel suo guscio.
E' sicuramente un film sporco, desolante, puzzolente e dolente, ma proprio così doveva e voleva essere perché non c'era altro modo di rappresentare la vita sul ring, a quei tempi e in quei luoghi.
Il merito è di Stallone, che all'epoca era uno sconosciuto squattrinato e ha puntato tutto sulla sceneggiatura di quel film scritta da lui stesso, alla faccia dei produttori che avrebbero affidato il ruolo a Robert Redford.
Anche Sly, come Rocky, ha scommesso e vinto.
PS: Cri, per favore, nessun paragone col nostro premier!
giovedì 10 febbraio 2011
Adrianaaaaa!!!!
"Non so cosa dire, perché non ho mai parlato con una porta" (Rocky)Talvolta anche i cinema più commerciali fingono di avere un'anima e, dopo averti sommerso di pellicole rutilanti di effetti speciali, magari ti propongono la prima alla Scala su grande schermo, o, come in questo caso, una rassegna di vecchi film, che, a loro modo, hanno fatto epoca. Scordatevi Fellini, ma, se siete fortunati, potete incappare in Via col vento o Colazione da Tiffany. Se lo siete un po' meno, ma volete molto bene alle vostre amiche e dovete ancora farvi perdonare la scelta incauta di qualche pessimo film e una grandinata estiva, vi può capitare di trovarvi un mercoledì sera alle 20.00 senza nemmeno aver cenato, in una sala semivuota a vedere Rocky. Il primo della serie, quello del 1976, con un Sylvester Stallone trentenne doppiato, pensate un po', da Gigi Proietti. Tutte queste informazioni me le ha date Dani, seduta alla mia sinistra, che, assieme a Costi, seduta a destra (aiuto, sono circondata!), mi anticipavano metà delle battute del film: lo sanno a memoria e, anche se chi le conosce stenterà a crederlo, hanno persino il poster del nostro con tanto di canottiera lacera e ascella in vista. Ognuno ha i suoi gusti e le sue debolezze e io che trovo affascinante Alberto Angela forse è bene non dia giudizi. In ogni caso mi ha fatto piacere vederlo per due motivi: primo, perché in televisione non avrei resistito cinque minuti; secondo, perché così la prossima volta che qualcuno lo cita so di che cosa sta parlando. Di solito viene ricordato come un esempio del "sogno americano", grazie al quale anche a un signor nessuno viene data l'opportunità di diventare un grande. Certamente c'è questo elemento, ma quello che è rimasto più impresso a me è il senso di desolazione, trasandatezza, sudiciume, miseria, ignoranza che trasuda (la scelta del verbo non è casuale...) non solo il protagonista, ma buona parte della gente che lo circonda. Anche il pugile arricchito resta un perfetto cafone. Ovvio che sia voluto e che il sogno americano, soprattutto per questo sottobosco di immigrati, italiani o neri che siano, resti comunque solo parziale. Ed è ovvio che da questa desolazione emerga il protagonista che, dopotutto, ci prova a essere migliore senza montarsi la testa: è un antieroe assoluto, arruffato e solitario, con una sua morale spicciola, ma di buon senso, che tenta di fare lo spiritoso e non ci riesce (quasi peggio del nostro premier, ma almeno Rocky non si prende sul serio), che cerca in qualche modo l'amore (quando spiega che lui e Adriana hanno dei vuoti e se li riempiono a vicenda è triste, ma molto vero...) e alla fine fa tenerezza. Anche Adriana, che io chissà perché ricordavo riccia, quando ne dice quattro al fratello si riscatta un po' da una timidezza talmente eccessiva da risultare ridicola e da un ruolo molto sottomesso rispetto a quello degli uomini. Devo ammettere che ha un buono stomaco per abbracciarsi il nostro sudato e insanguinato. Certo che le scene in cui corre per le strade di Philadelphia all'alba con la ben nota colonna sonora sparata a palla danno la carica e sono l'ideale per trovare il coraggio di smettere di usare la cyclette parcheggiata in camera a mo' di attaccapanni e provare a pedalarci, ma una parte di me continuava a guardare quanto era sporca la tuta che indossava e sospirare una lavatrice. Scusate...
martedì 8 febbraio 2011
Se non ora quando? Prima!
Come sapete domenica prossima in molte città italiane, Parma compresa, si terranno manifestazioni di piazza per protestare contro l'uso scorretto che la politica, i media e chi più ne ha più ne metta fanno del corpo delle donne. Ottimo. Vorrei però essere "politically uncorrect" e dire che questa grottesca situazione in cui ci ritroviamo oggi ce la siamo un po' cercata. E' vero: il maschilismo è ancora molto forte nel nostro paese e non sono passati molti anni da quando abbiamo avuto accesso al voto e abbiamo smesso di portare il foulard in testa (stavo per scrivere "il velo"): basta chiedere alle nostre nonne. Proprio per questo credo che sia fondamentale per le donne impedire a se stesse comportamenti e atteggiamenti che, in qualche modo, autorizzino gli uomini a pensarle come oggetti.Abdichiamo alla nostra dignità quando ci sentiamo obbligate a truccarci e a vestirci scollate e "taccate" (lo so, non esiste in italiano), anche se non ci va, perché crediamo sia l'unico modo per essere accettate in società.
Quando giudichiamo le altre donne dall'aspetto fisico e le critichiamo per come si vestono, si truccano, si pettinano, dando l'idea che, infondo, anche a noi interessano solo le apparenze.
Quando passiamo ore a parlare di borse, scarpe, vestiti, gioielli ed altre amenità come se fossero le uniche cose che ci importano, dando a pensare agli uomini che con quelle cose possano effettivamente comprarci.
Abdichiamo alla nostra dignità quando facciamo le gattemorte per farci ascoltare da un capo, un amico, un collega, che magari neppure ci piace, facendo credere che la seduzione sia l'unico linguaggio che conosciamo per rapportarci con loro.
Quando per dimostrare di aver raggiunto la parità diventiamo superficiali, aggressive e incostanti esattamente come gli uomini che tanto critichiamo per questo.
Quando facciamo di tutto per conquistare o per tenerci un compagno che non ci convince o non amiamo più solo per timore di trascorrere da sole weekend e vacanze o perché l'orologio biologico ticchetta e vogliamo un figlio prima che sia tardi, come se scegliere con chi farlo, infondo, sia secondario e quello che vogliamo è un uomo, non un certo tipo di uomo.
Abdichiamo alla nostra dignità ogni volta che non sappiamo dire di no a ciò che ci umilia o ci toglie libertà per paura di perdere qualcosa, fosse pure un lavoro o un amore. Quando ci inchiniamo alla logica (molto maschile...) del "tutto e subito" e dopo si vedrà.
Ovviamente il mio non è un invito alla sciatteria e alla seriosità; anzi, credo sia importante che un donna possa vestirsi come vuole e parlare di ciò che vuole, ma, appunto, deve volerlo, non farlo soltanto per uniformarsi a mode imposte da altri. Però, anche se è triste dirlo, deve essere consapevole che ogni volta che si comporterà da oca autorizzerà qualcuno a pensare che lo sia sul serio e a trattarla come tale. Si dice sempre che per educare un figlio valga più l'esempio che le parole. Chissà, magari funziona anche con gli uomini...
lunedì 31 gennaio 2011
La gallina sdentata
Amiche e amici del pollaio, come promesso mi accingo a pubblicare qualcosa di più frivolo (e goloso..) sul nostro blog! Parto, però, da un antefatto che proprio frivolo non è: da un paio di settimane , infatti, sono "sdentata", potrei dire anche "senza giudizio", nel senso che mi sono liberata di quel dente che mi aveva dato qualche problema negli ultimi anni. Sono consapevole che ci sono cose ben peggiori, ma conoscendomi e, quindi, meravigliandomi di me stessa, sono riuscita a non farmi prendere dal panico e a cogliere gli aspetti positivi della vicenda: essere a casa per tre giorni dal lavoro, guardare vecchi film in videocassetta e sperimentare in cucina ricette "morbide" da gustare senza masticare troppo. Allora via con tortini di patate, sformati di verdure, polenta con sughi vari e, soprattutto, dolci al cucchiaio!! Così ho sperimentato la ricetta che vi propongo oggi e che ho "inventato" dopo aver curiosato su vari libri di cucina: la crema cotta all'arancia con salsa di cioccolato.
Ecco gli ingredienti per 6 persone:
per la crema: 1 litro di latte, 8 tuorli, 9 cucchiai rasi di zucchero, 7 cucchiai di farina, una bustina di vanillina, la scorza di un'arancia non trattata, un bicchierino di liquore all'arancia.
Per la salsa: 200 grammi di cioccolato fondente, 70 grammi di latte.
Mescolate in una ciotola i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto cremoso, poi unite poco alla volta la farina setacciata e il liquore. A parte mettete il latte in un pentolino con la scorza dell'arancia e la vanillina. Portate a ebollizione il latte e, quando bolle, versate il composto di uova, zucchero e farina e cuocete per 2-3 minuti. Versate la crema in 6 coppe e lasciate raffreddare. Intanto sciogliete il cioccolato in un pentolino con il latte e versate la salsa ottenuta sulla crema e servite quando è fredda.
Con l'augurio che i vostri denti siano sempre in perfetta salute, buon appetito!!
Ecco gli ingredienti per 6 persone:
per la crema: 1 litro di latte, 8 tuorli, 9 cucchiai rasi di zucchero, 7 cucchiai di farina, una bustina di vanillina, la scorza di un'arancia non trattata, un bicchierino di liquore all'arancia.
Per la salsa: 200 grammi di cioccolato fondente, 70 grammi di latte.
Mescolate in una ciotola i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto cremoso, poi unite poco alla volta la farina setacciata e il liquore. A parte mettete il latte in un pentolino con la scorza dell'arancia e la vanillina. Portate a ebollizione il latte e, quando bolle, versate il composto di uova, zucchero e farina e cuocete per 2-3 minuti. Versate la crema in 6 coppe e lasciate raffreddare. Intanto sciogliete il cioccolato in un pentolino con il latte e versate la salsa ottenuta sulla crema e servite quando è fredda.
Con l'augurio che i vostri denti siano sempre in perfetta salute, buon appetito!!
giovedì 27 gennaio 2011
Si scivola
E' la Giornata della Memoria. Inutile che vi dica cosa ho guardato ieri sera in tv. Il testo che segue è nato da lì. E' poca cosa e, ovviamente, strettamente legata alla mia vita e al mio lavoro. Ognuno potrebbe aggiungere all'elenco episodi che riguardano la sua esperienza, perché è da quella che si comincia a scivolare nell'indifferenza e nella barbarie, ieri come oggi.Si scivola.
Si scivola, quando si ritiene normale che nei giornali fiocchino errori grossolani perché non c’è più nessuno a rileggerli, né tempo per farlo.
Si scivola, quando chi lavora nella comunicazione sostituisce il copia-incolla alla ricerca, senza nemmeno curarsi di controllare l’affidabilità delle fonti.
Si scivola, quando non si prova nemmeno a far valere le proprie ragioni di fronte a un committente che non sa fare il nostro mestiere e pretende cose assurde, per paura di un confronto o, forse, solo per pigrizia.
Si scivola, quando persone intelligenti affermano che la cultura è roba da ricchi e non sanno, o dimenticano, che le biblioteche sono gratis, le lezioni universitarie sono pubbliche e la bellezza è sparsa a piene mani nelle strade delle nostre città.
Si scivola, quando l’arte è provocazione, il teatro esasperazione, la scrittura autocelebrazione di se stessa o dell’autore e la televisione autoassoluzione dalle proprie debolezze.
Si scivola, quando in alcuni momenti della vita – il lavoro o l’amore – rinunciamo ai principi morali, sospendiamo il giudizio, per non perdere occasioni, per non essere costretti a dire un no: parola inconcepibile.
Si scivola, quando si sta zitti, si ingoia, ci si adegua, ci si volta dall’altra parte: perché la vita è una, breve e complicata. Molto complicata.
Si scivola.
Si scivola, ma quando si scivola non si sa mai fin dove si può cadere; né se ci sarà qualcuno, laggiù, disposto a risollevarci.
E ora, vi prego, pubblicate qualcosa di frivolo. Siamo galline, che diamine!
venerdì 21 gennaio 2011
Garibaldi fu... tradito?
Sono fuggita un'ora e mezza prima dal lavoro per andarli a sentire, incastrandomi nell'ultima sedia libera in fondo all'Aula dei Filosofi gremita. Il giornalista, entrando, ha abbracciato la stanza con uno sguardo largo, da nomade che si orienta in un nuovo spazio; il professore ha sorriso fissando dritta la piccola folla. L'uno ha occhi chiarissimi, slavi come il suo cognome, coi quali ha visto tanto mondo e tanta gente in pace e in guerra e una voce profonda, da esser curiosi di sentirlo cantare; l'altro ha un viso e una voce da ragazzino, pur non essendolo, e l'aria gentile ma decisa di chi, dopotutto, è ancora convinto che la storia possa insegnare qualcosa. Il giornalista è Paolo Rumiz. Lo so che l'ho già citato anche troppo in questo blog, almeno quanto il suo amico attore bellunese; ma non è colpa mia se nel giro di dieci giorni son capitati entrambi dalle mie parti, per un caso che, non si trattasse di me, non esiterei a definire fortunato. Il professore è Alessandro Barbero, che non ho mai citato, ma che conoscevo perché cura una rubrica a Superquark. Capirete che non potevo mancare. Come avrete intuito la conferenza riguardava Garibaldi e il Risorgimento e il titolo era "Quest'Italia che ci tocca raccontare": sufficientemente ironico e musicale per ipotizzare sia opera di Rumiz*. Giuro che non mi metterò a farvene il riassunto, anche se - a differenza dei molti studenti universitari presenti - ho preso appunti, direi quasi per deformazione professionale. Ma un paio di cose le voglio ricordare. Anzitutto è emerso chiarissimo il fatto che i grandi nomi dell'Unità d'Italia, quelli che di solito stanno vicini nella toponomastica delle città (via Mazzini, via Cavour e, ovviamente, piazza Garibaldi), in realtà non si potevano soffrire: avevano idee diversissime, ma su una cosa sola erano d'accordo: che fosse bene unire questo strano paese. Ci sono riusciti e poi... hanno ricominciato a litigare. E a farne le spese pare sia stato proprio Garibaldi, uomo dai mille mestieri e mille progetti, che però ci credeva ed era democratico quando dirlo era quasi una parolaccia; un po' osannato e un po' guardato con sospetto, allora come oggi, usato come un simbolo dai rossi e dai neri e, in fin dei conti, tradito da una numerosa schiera di politici intriganti e voltagabbana e, dunque, deboli e ricattabili (eh, sia chiaro, sto parlando dell'Ottocento!). Uno che, pur con i suoi limiti, si è battuto per la libertà propria e altrui, mentre a noi, oggi, più che la libertà, importa la sicurezza, perché "siamo sempre prontia farci prendere da grandi paure irrazionali" ha detto Barbero, "e a dare la colpa agli altri: al nord, al sud, agli stranieri, anziché a una classe dirigente fallimentare (di entrambi i colori) che ha governato troppo a lungo senza mai pagare i suoi conti" ha aggiunto Rumiz. Beh, lui in realtà citava l'esempio di quel che è accaduto 20 anni fa nei Balcani, comunque... Insomma, pare che l'Italia non sia altro che "una buona idea nata male" (Rumiz), "però non è detto che debba per forza continuare così..." ha concesso con la consueta grazia lo storico. Non troppo rassicurante, ma meglio di niente. Confesso che avevo in borsa l'ultimo libro di Rumiz e, visto il fuggi fuggi alla fine della conferenza, avrei potuto facilmente chiedergli un autografo, ma non me la son sentita. Mi affeziono molto alle persone che con le loro parole - scritte o pronunciate - mi aiutano a vivere e a pensare e ho una maledetta paura di romper loro le scatole. Accidenti. Saluti timidi, ma patriottici!* Errata Corrige: ho scoperto che il titolo è quello della rassegna organizzata dall'Università e dall'Istituzione biblioteche che prevede più incontri con vari autori, quindi non può essere suo, ma è comunque bello.
martedì 11 gennaio 2011
"Un minuto di rivoluzione", ovvero il pendolo di Paolini
Che a me quest’uomo piaccia penso ormai sia chiaro anche ai lettori più distratti capitati in questo pollaio virtuale. In questa foto poi, che è sicuramente d’autore (col quale mi scuso per averla "presa in prestito" dal web), mi pare sia venuto particolarmente bene: è meno torvo e si vedono gli occhi azzurri. Che con quest’uomo alcune di noi abbiano un conto in sospeso dalla scorsa estate è anch’essa cosa arcinota (nel caso non lo sia, vedi post del 6 luglio 2010). Ebbene, ieri sera quel conto l’abbiamo saldato, sotto lo sguardo serio delle superstiti statue del monumento a Verdi, all’Arena del sole di Roccabianca: uno strano teatro dal palco disassato nella piazza di un paesino che più guareschiano non si può. Lo spettacolo era “Itis Galileo”: certo non uno dei suoi lavori più facili. Non è lieve e giocoso come l’infanzia raccontata ne “La macchina del capo”, è meno denso e commovente di “Vajont”, meno ricco di quella specie di viaggio poetico-letterario-musicale che è “Bestiario italiano”: forse il mio preferito, perché ha qualcosa del teatro canzone di Gaber, che ho avuto l’immensa gioia di vedere, un po’ per caso, dal vivo. Eppure non credo sia da tutti riuscire a costruire un bello spettacolo parlando da solo per due ore della vita di Galileo Galilei e di altri scienziati a lui contemporanei, di astronomia (e astrologia), di fisica, storia e filosofia con l’aiuto di pochissimi elementi di scena tra cui, appunto, un pendolo: un attrezzo di metallo che diventa, di volta in volta, strumento dello scienziato, mina pronta ad esplodere – e far danni – come le idee nuove ("le idee vecchie fanno sempre ridere... dopo; ma mentre ci si è in mezzo è difficile cavarsene fuori"); poi sfera celeste entro cui ruotano i pianeti e, infine, scomoda altalena – o palla psichedelica – sulla quale pare vacillare, oltre a Paolini, anche la nostra presunta modernità. Notevole l'attacco: entra in scena concentrato, scende dal palco e dice soltanto: "Un minuto di rivoluzione". Silenzio, e poi "Bravi: avete percorso 1800 chilometri". Con quattro parole il nostro ha introdotto l'argomento della serata, scardinando una frase fatta (un minuto di silenzio) e trasformandola in qualcosa di nuovo: cos'è un minuto di rivoluzione? Un minuto del moto della Terra di cui non ci rendiamo conto, certo, ma rivoluzione è un termine quanto mai evocativo. Che si fa in un minuto di rivoluzione? Ci chiediamo noi spettatori, incerti su dove voglia andare a parare. E intanto ci ha già presi e forse proprio il silenzio, nella società della comunicazione, ha in sé qualcosa di rivoluzionario... Insomma, è difficile trovare qualcun'altro capace di avvincerti persino parlando di economia, di rugby o di scienza come riesce a fare lui. No, beh, io almeno un paio ne conosco e, come sapete, anche loro mi piacciono parecchio: Piero e Alberto Angela. Però non ce li vedo a recitare Shakespeare (contemporaneo di Galileo) e un brano del "Dialogo sopra i massimi sistemi" entrambi in lingua madre - la sua lingua madre: il dialetto veneto! - con la perizia consumata del teatrante, quale infondo Marco Paolini è e rimane. Per fortuna. Dunque un grazie, un applauso e, speriamo, alla prossima!Ah, per la cronaca: stavolta pioveva, ma con garbo. E, visti i precedenti, direi che c’è andata di lusso…
sabato 1 gennaio 2011
Auguri nel blog!

"E' nato!
Alleluia! Alleluia!
E' nato il sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d'un astro divino".
(Guido Gozzano)
A otto giorni esatti dal Natale e in occasione del Capodanno, lascio un ricordo d'infanzia per augurare a tutte le ciose e ai sostenitori un felice 2011!
La citazione è uno stralcio di una filastrocca di Guido Gozzano che racconta in modo fiabesco gli eventi narrati dall'evangelista Luca e che avevo imparato (quasi, perché è molto più lunga..) a memoria in quarta elementare..!
Buon anno!!
mercoledì 29 dicembre 2010
Arte contemporanea II: "Concetto spaziale: trasparenze"
lunedì 27 dicembre 2010
Arte contemporanea I: "Made in Dani" winter collection
mercoledì 22 dicembre 2010
Natale 2010

Dal cielo/
è la pietà
che il mondo
fa consistere.
(A. Zanzotto)
Auguri di cuore a tutte le amiche e gli amici piumati ed implumi!
venerdì 17 dicembre 2010
Rabbrividiamo...
Quanta brina, quanta brina
c'è sui campi stamattina!
Sembra zucchero in palline
E non son che goccioline
d'acqua scese giù dal cielo,
che s'incontrano col gelo.
(N. Oddi Azzanesi)
Questa filastrocca la ricordo a memoria dai tempi dell'asilo e la pubblico nel caso qualcuna delle ciose-maestre voglia rivendersela per far bella figura con i suoi allievi. La foto che l'accompagna l'ho scattata con sprezzo del pericolo (d'assideramento!) a un cespuglio nel cortile del mio condominio alle ore 8.45 quando il termometro segnava -7. Saluti intirizziti.
mercoledì 8 dicembre 2010
La manutenzione delle parole
"Immaginare un linguaggio significa, sempre, immaginare una forma di vita. Scrivere è, sempre, un'esplorazione allo stesso tempo di sé e del mondo, un viaggio di scoperta, una ricerca di senso, il gesto politico e rivoluzionario di chiamare le cose con il loro nome. Scrivere è essere qui".
Niente male, vero? Io ancora ci credo. Lo regalerò al mio capo...
PS. La foto è l'epigrafe dantesca sul muro del monastero di Fonte Avellana: a proposito di gente che scriveva sul serio!
mercoledì 1 dicembre 2010
Prima neve 2010
Come sapete, ho le mie debolezze...
Nonostante abbia impiegato quarantacinque minuti per percorrere due chilometri e mezzo in autobus, nonostante pare che nessuno venda gomme termiche per la mia auto, nonostante stamattina somigliassi pericolosamente all'omino della Michelin causa piumino-sciarpa-guanti-doposci d'ordinanza contro il freddo, nonostante un paio di carissime amiche mi detesteranno cordialmente per questo post, a me piace la neve!
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